sabato 18 gennaio 2014

Le metamorfosi di Calatrava


Sculture e progetti dell’architetto spagnolo in Vaticano

Ancora grane e grande risalto mediatico per i disastri tecnologici che accompagnano, da tempo, i titanici progetti aerei (che ogni tanto, come Icaro, vacillano) dell’architetto-utopista spagnolo Santiago Calatrava. Sarà, è indiscutibile; anche perché poi Calatrava non può che acconsentire ed aprire la borsa, gravato da rogne giudiziarie, ben più pesanti delle sue librate strutture macigniche. Adesso, per esempio ( El País di sabato) pare abbia acconsentito ad accollarsi le spese non poco onerose (623 mila euro) della mancata Manon Lescaut diretta da Domingo, saltata all’ultimo minuto, per perdite dal tetto e crolli di mosaico, al perseguitato Palau de les Artes de Valencia. Ma non soltanto. Insieme alla ditta costruttrice Ute, per evitare un ennesimo processo (anche Venezia col suo ponte batte cassa: 3,8
milioni di euro) acconsente in un tempo record, e per una cifra di poco minore, garanzia di almeno 100 anni, di rifare completamente il rivestimento in mosaico ceramico del Palazzo, stendendo un bianco sipario su questa sporca storia, che ha indebitato la città per oltre 700 milioni di euro.  
 
«Calatrava te la clava», te la succhia, ti dissangua, vampiro! gridano gli avversari. Eppure, ad entrare alla scenografica, «spumosa» mostra, che il Vaticano gli dedica nell’arioso Braccio di Carlo Magno, «La metamorfosi dello spazio», l’impressione è ben diversa e si dimentica (è un errore buonista?) tutto quel rumore tramato di numeri, debiti, contenziosi, condanne, polemiche. Merito anche del consuonante architetto Roberto Pulitani, che ha letteralmente «sfondato» il lungo corridoio, sfrondandolo della scala posticcia e del soppalco, e riaprendo le ampie finestrone barocche, che danno sul colonnato di San Pietro: uno spettacolo nello spettacolo. Concedendo anche fiato e consono fondale alle imponenti sculture, che Calatrava affianca ai suoi sontuosi progetti: di ponti sospesi, di fantasmagorici complessi universitari (come quello romano di Tor Vergata), di liriche chiese-moschee. Qui meravigliosamente sintetizzati da luminose, bianche maquettes: così che la Stazione Medio Padana di Reggio Emilia pare un pigro dinosauro che si risvegli. Lo stadio di Tor Vergata un candido nautilus, levigato dalle forti mandibole di onde intemporali, oceaniche.  

Certo: un conto l’immaginazione utopica, un conto la realizzazione pratica e se tanto si è premesso all’inizio è perché si proveniva da una sfiancante lettura di blog, che dibattevano l’eterna, sfiancante questione della perizia ingegneristica contrapposta alla composizione architettonica: in che varco si situa il donchisciottesco spagnolo? Qui, nella fascinosa mostra curata con consueto amore, per il sacro contemporaneo, da Micol Forti, ed intelligenti, come sempre, contributi del Cardinal Ravasi e di Antonella Greco, va da sé, Calatrava viene letto nel segno della dedizione alla fede e viene come assolto da tanti gravami e santificato, quasi angelizzato (encomiando la sua «trasfigurazione poetica delle forze della natura», come propone Paolucci: «Uno dei più grandi architetti del nostro tempo, il progettista di prodigi costruttivi stupefacenti per bellezza e per ardimento tecnologico, ci fa capire che senza un cuore poetico nulla di importante si può edificare sotto il cielo»).  

E certo Calatrava non ha timore nello sfidare il cielo, come nel felice progetto irrealizzato del Saint John di New York, una sorta di affusolato Eiffel-gru goticheggiante alla Gaudí, che si sarebbe arrampicato nel costato della cattedrale. O nella catafratta Chiesa Ortodossa di San Nicola: unico segno del sacro nella ricostruita zona del Ground Zero, che ricorda la moschea di Santa Sofia. Perché sempre l’architettura di Calatrava è memoria. Memoria anche antropomorfica del corpo umano, della capanna archetipica, della danza e dello slancio. Come dimostrano le sue sculture o i suoi contributi alle coreografie del New York City Ballet. 

Santiago Calatrava. La Metamorfosi dello spazio  
Roma. Braccio di Carlo Magno  
Fino al 20 febbraio 

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