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mercoledì 6 aprile 2016

Gli acquerelli di Hermann Hesse esposti a Cecina

L’amore del letterato per pennelli e tavolozze in mostra fino al 15 maggio

Scorci di vallate e dolci colline, cieli tersi e piccole abitazioni colorate sparse qua e là come le illustrazioni di una fiaba. Sono i paesaggi di Montagnola, in Svizzera, dove lo scrittore tedesco naturalizzato svizzero Hermann Hesse si ritirò alla fine della prima guerra mondiale e dove rimase fino alla morte, nel 1962, alternando alla scrittura una passione più nascosta ma altrettanto forte, quella per la pittura. Oggi, ad oltre cinquant’anni dalla sua scomparsa, l’amore per pennelli e tavolozze del Premio Nobel 1946 per la letteratura è al centro della mostra «Hermann Hesse. Acquerelli», che la Fondazione Culturale Hermann Geiger porta a Cecina (Livorno), in piazza Guerrazzi 32, fino al 15 maggio.  

Protagonisti saranno una selezione di 36 acquerelli raffiguranti paesaggi ticinesi (tre vengono mostrati al pubblico per la prima volta), un autoritratto a matita ed alcuni disegni inediti. Completeranno la mostra diverse fotografie d’epoca ed alcuni oggetti appartenuti ad Hermann Hesse, celebre autore di «Siddharta», tra i quali il bastone e il bauletto da viaggio con i pennelli, che sempre accompagnavano l’artista nelle sue passeggiate. Questi oggetti personali provengono dalla collezione di Eva Hesse, nipote dello scrittore naturalizzato svizzero La mostra, che viene promossa e realizzata dalla Fondazione Geiger e curata dal direttore artistico Alessandro Schiavetti, offrirà al pubblico un volto poco conosciuto di Hesse: quello di pittore. Eppure questa attività è stata parte preponderante della sua vita, tanto da fargli affermare nel 1924 «non sarei giunto così lontano come scrittore senza la pittura». 

FONTE: lastampa.it


domenica 17 gennaio 2016

A Parigi picari, monaci e furfantinel bel mondo di Magnasco

Alla Galerie Canesso l’artista secentesco definito il Paganini della pittura. A febbraio le sue tele approderanno ai Musei di Strada Nuova di Genova

Era il periodo in Italia dei pomposi ritratti imparruccati di Pompeo Batoni o degli angioletti vaporosi, svolazzanti dei Tiepolo. In Francia c’erano le arcadiche Feste Galanti di Watteau, che avrebbero suggestionato Verlaine, le silenti nature morte, già morandiane, di Chardin, o i chiavistelli libertini di Fragonard (pittore profumato, cui il parigino Musée de Luxemburg dedica una fastosa, sciroppante retrospettiva). Ma ecco lo choc: se d’incanto si balza, in rue Lafitte 26, nella valorosa Galerie Canesso, tutto miracolosamente si spegne ed arde, i colori si svenano, come per una rabbuiata e cospirante messa nera, dalle tombe zampillano cadaveri, quasi fossero putrescenti grilli malefici, e si finisce regalmente soggiogati, impantanati in antri scuri e muscosi. Tra tangheri che cospirano nel buio, gitani che brandiscono armi affilate ed arzigogolate, come riccioli ribelli e sinistri, e monaci scalcagnati. Eccolo qui, il malmostoso artista Magnasco, che con un camicione usurato e tremante da febbre malarica, sotto un cappellaccio da brigante, si rappresenta come Pittor pitocco, in un misero contesto slabbrato. Tra una zingara sbrecciata, che sotto una finestra caravaggesca offre sfrontatamente le poppe ad un bimbo ignudo, ed un «birbo» cencioso, un ciarlatano da strada, accartocciato come una bestia, che bercia a bocca sguaiata.  

Alessandro Magnasco, venne definito dal Bonzi «il Paganini del pennello», perché era genovese come il sulfureo e virtuoso «mago delle Streghe e del Moto Perpetuo» e perché «la sua scrittura inimitabile ha caratteri musicali più che grafici, con pizzicati, crescendi, fortissimi e pianissimi». Dipingeva in effetti capricci, toccate lambiccate, invenzioni macabre, che all’epoca venivano demonizzate, come «arte della forfanteria» stregonesca e minacciosa. Disprezzata per le tematiche «basse, abjectes, pas noble», come testimonia un intenditore raffinato quale il Mariette. Nato nel 1667 figlio di un modesto pittore, allievo però del movimentato, barocco Valerio Castello, il Lissandrino, soprannominato così perché era mingherlino di costituzione e dagli «occhi canzonatori», lo racconta il suo biografo Ratti, molto prima di Goya e di Füssli o di John Martin, incomincia a inzuppare la sua fosca pittura di gitani, di furfanti, di pitocchi, di «moineries», ovvero di fraterie gremite e cenciose. Persino la natura allucinata pare partecipare surriscaldandosi, come nella rapinosa onda scarmigliata del Sant’Agostino e l’angelo, che è una sorta di parabola allegorica visualizzata. «Nessuno mai prima aveva fatto sibilare il vento e muggire le onde così», scrive il Sambon. Sant’Agostino dispiega (tra alberi che paiono accendersi come zolfanelli e l’ondata, che tutto pare travolgere) ch’è vano cercare di afferrare le troppe nature di Dio, come tentare di vuotare il mare con un cucchiaino.  

È il mondo da romanzo nero e gotico, che la Spagna retrograda ed inquisitoria lascia all’Italia occupata, andandosene: la Spagna dei romanzi picareschi di Quevedo, di Mateo Alèman e del Lazarillo de Tormes, che Magnasco ben conosceva, frequentando le colte famiglie aristocratiche di Milano: i Borromeo, gli Archinto, i Durini. Ma anche il Granduca di Firenze, Ferdinando, che probabilmente gli fa conoscere le stampe miserabiliste delle Miserie della Guerra di Callot e ascoltare il Trillo del Diavolo di Tartini. O i virtuosismi barocchi del suo cortigiano Corelli. È lo stesso mondo del bergamasco Ceruti, detto non a caso Pitocchetto, che però era di trent’anni più giovane di lui, ma che pone lo stesso problema: quale nobile magione di committenti poteva accogliere in casa e richiedere iconografie così scomode e personaggi così cenciosi e ricattatori? Certo, una classe avvertita ed anti-conformista, che da spagnola si fa austriacante ed avverte precoce i venti dell’albeggiante rivolta illuminista.  

Il gallerista italiano Canesso, che ha avuto quest’ardimento museale di far conoscere alla Francia un pittore così negletto come il Magnasco, che ha richiamato visitatori illustri come Rosenberg, Fumaroli, o il pittore Barcelò, con una mostra curata da Fausta Guelfi, che avrà una tappa anche al Palazzo Bianco di Genova, con opere diversificate, ricorda come fu l’italianista Dante Isella a spiegargli la Milano di Magnasco e di un grande commediografo satirico come il Maggi. È la Milano riformista e dotta, che con Magnasco accoglie pure il libertario Muratori e di Scipione Maffei, dei quali il pittore pare mettere in immagine i testi, contro la superstizione religiosa e l’oscurantismo. A Milano arrivano i Quaccheri, e lui li racconta con minuziosità, così come fa con le lezioni dei monaci fratacchioni e catechisti, che son tenuti ad acculturarsi, e hanno ruoli specifici, pittoreschi. Il Pescatore che va a ricercare i ritardatari, il Silenziere con brubero campanello, per rimbrottare i renitenti ed il Cancelliere, che insegna a compitare e far il segno della Croce. Ma c’è anche malizia mozartiana, quando Magnasco «pizzica» le monache mondane, che si fanno acconciare vezzose dalle novizie i veli maliziosi, sorbiscono la demonica bevanda del Cioccolatte, col mignolo ritto, e hanno appena deposto il sensuale violoncello, riflettendosi in proibite, vanitose specchiere rococò. Così che nell’allegorico salotto delle Arti irrompono i simbolici cinghialetti della lussuria, specchiandosi anche loro, vanitosi, e travolgendo goffi cavalletti e mappamondi. Ma Magnasco è anche un magistrale tele-cronista ante-litteram, quando descrive con flash raccapriccianti il furto sacrilego, in una chiesa vicino a Pavia.  

Alessandro Magnasco  
Parigi, Galerie Canesso.  
Fino al 31 gennaio.  
Genova. Musei di Strada Nuova. 
dal 25 febbraio  

FONTE: Marco Vallora (lastampa.it)

giovedì 12 novembre 2015

In Piazza di Pietra rivive l'arte di Michelangelo Antonioni

L'esposizione, curata da Enrica Antonioni e dal direttore della galleria Francesca Anfosso, raccoglie circa 40 quadri del Maestro, premio Oscar alla carriera

La grande arte di Michelangelo Antonioni diventa di nuovo, finalmente, protagonista con una mostra speciale, che premia la "seconda" arte del Maestro, con circa 40 tele piene di colori, forme ed energie. La Galleria 28 Piazza di Pietra di Roma presenta, sino al 29 febbraio, la mostra “Michelangelo Antonioni Pittore”.

L'esposizione, curata dalla moglie del Maestro, la signora Enrica Antonioni, e dalla giovane Francesca Anfosso, direttore della galleria, raccoglie alcuni dei quadri del Maestro, premio Oscar alla carriera oltre che vincitore di tutti i principali premi della cinematogra?a internazionale. Si tratta della prima volta in cui le sue opere pittorichevengono esposte in una Galleria d’arte. Solo alcuni di questi dipinti furono in mostra per un mese, nel 2006, proprio nel Tempio di Adriano a Piazza di Pietra. E proprio qui sono tornati, a distanza di dieci anni. Non è un caso, però: il Maestro amava e frequentava questo luogo dove aveva anche girato alcune scene del film L'Eclisse. 
 "Dipingere per lui era una gran gioia - spiega Enrica Antonioni - i momenti dedicati alla pittura sembravano liberi dal tormento che il cinema poteva dargli, insieme alla soddisfazione di saper fare il mestiere che amava di più, ma che lo metteva sempre alla prova. Nei suoi ultimi anni, dal 2001, ha deciso di dedicare alla pittura tutto il tempo che gli rimaneva. Era al suo tavolo di lavoro tutto il giorno e tutti i giorni, assorbito nel colore, nella forma, nel silenzio, nella quiete del suo respiro. L'eleganza dei suoi gesti era disarmante, come sempre".
 Le opere in mostra, tutte acrilico su tela o su cartoncino telato, di natura astratta e di diverse dimensioni, raccontano l'ultima fase della vita di Antonioni, quella in cui si è dedicato con passione ed entusiasmo ad un'arte  diversa da quella che lo aveva portato ai massimi livelli di prestigio internazionale. Per tutta la durata della mostra sono previsti, in Galleria e in Piazza di Pietra, eventi e presentazioni, tutti in qualche misura collegabili alla vita e alle opere di Michelangelo Antonioni.
 "Provo ammirazione umana e professionale nei confronti del Maestro – diceFrancesca Anfosso - che ha dimostrato di essere Artista compiuto, capace di esprimersi e creare coinvolgimento emotivo utilizzando  con eguale maestria l’immagine,nella pittura come nel cinema. Le sue opere sono un'esplosione di colori e di forme, di suggestioni e di stili; colorate e “gioiose” ci svelano un Antonioni inatteso. Sono sicura che desteranno diffusamente la stessa ammirata emozione provata da me la prima volta che le ho viste nella splendida casa di Michelangelo ed Enrica a Bovara”.

Nel testo che arricchisce il Catalogo della mostra Alberto Asor Rosa scrive tra l'altro: “dipingendo, dal suo silenzio ha voluto far emergere la sua voce: nitida, squillante, ricca d'infiniti colori e di molteplici forme, talvolta inquieta, ma altre volte persino allegra”.

FONTE: Salvo Cagnazzo (lastampa.it)

giovedì 5 novembre 2015

Erotismo, scene familiari, Giappone. In due mostre, tutti gli universi di Balthus

Erotismo, scene familiari, Giappone. In due mostre, tutti gli universi di Balthus


Roma celebra l'artista nato a Parigi ma vissuto nel mondo con due allestimenti alla Scuderie del Quirinale e all'Accademia di Francia Villa Medici, dove l'artista fu anche direttore per 16 anni


Balthus nacque a Parigi nel 1908 da padre polacco (storico dell'arte e scenografo) e madre russa, molto amica del poeta Rainer Maria Rilke che, di fatto, fu la sua figura paterna nonché mentore quando i genitori si separarono. La retrospettiva romana dell'artista Balthazar Klossowski de Rola detto Balthus, a cura di Cécile Debray (conservatrice al Museo nazionale d'arte moderna Centre Pompidou), è suddivisa in due, come le origini nazionali che si mescolano nelle sue radici: una parte della mostra di può visitare alle Scuderie del Quirinale,  l'altra all'Accademia di Francia Villa Medici, in tutte e due i casi dal 24 ottobre 2015 al 31 gennaio 2016. L'esposizione arriva a quattordici anni dalla morte del pittore (avvenuta a febbraio 2001 nel suo chalet di Rossinière, in Svizzera, dove si era stabilito al ritorno da Roma) e dall'ultima esposizione italiana (nel 2001, a Venezia, dentro Palazzo Grassi, organizzata da Jean Clair). La mostra sarà successivamente visitabile al Kunstforum di Vienna da febbraio 2016, come prima monografica dell'artista in Austria.

Partiamo dalle Scuderie del Quirinale dove il percorso (con la curatela coadiuvata da Matteo Lafranconi) inizia con l'opera dell'artista considerata più importante, ossia "La strada" del 1933, lavoro di cui precedentemente sono state realizzate altre versioni (in mostra anche la prima del '29), che ritraggono sempre la via del Quartiere Latino di Parigi.  Si prosegue con circa centocinquanta opere in totale. Entrando nella seconda stanza si conosce l'infanzia di Balthus, raffigurata con molti soggetti di esterni, come giardini e paesaggi. A seguire una sezione intitolata "Cime Tempestose", come il romanzo di Emily Brontë. I trentatré disegni esposti illustrano proprio il libro che tanto lo ispirò. Altro scrittore che fu fonte di stimoli per il pittore fu certamente Lewis Carroll e le celebri avventure di "Alice nel paese delle meraviglie", protagonista della quarta stanza -"Oltre lo specchio" - dove risultano fondamentali anche gli scambi con il fratello Pierre Klossowski che sottolinea i caratteri di "ambivalenza, seduzione e grottesco mostruoso" tipici di Balthus. Nella quinta sala -"La Camera"- c'è spazio per tutta la pittura più erotica e sensuale dell'artista. Bisognerà salire di un piano per ritrovarsi immersi nel "Teatro della crudeltà", tra opere intrise di "ieraticità", per dirla come Antonin Artaud, tra i primi a decifrare e recensire l'opera di Balthus. Si cambia registro nella sala successiva, "La scatola prospettica": qui si sente tutta l'influenza dell'artista Giacometti, con cui diventò molto amico, quando, durante la guerra lo conobbe in Svizzera, Paese scelto come terra di rifugio da tutti e due. Nella sala "La semplicità classica" i soggetti si fanno più intimi e familiari, dal fuoco dei camini ai giocatori di carte. Poi si prosegue con "Chassy", nome del castello nel Morvan dove, nel 1953 l'artista approdò per viverci quasi otto anni. Nell'ultima sala delle Scuderie - "Dal modello al fantasma"-  ci sono molti i ritratti del fratello e il grande dipinto "Il pittore e la sua modella", realizzato con caseina e tempera su tela nel 1980/1981, conservato al museo Pompidou.

A Villa Medici, invece, sono raccolte oltre cinquanta opere, tra dipinti, disegni e anche foto. C'è stato un periodo, infatti, in cui i bozzetti preparatori su carta sono stati sostituiti da polaroid, esposte in un allestimento rigoroso e accattivante allo stesso tempo all'Accademia di Francia. Il percorso inizia con la sezione "Spaesamenti" dove è protagonista il lavoro "La chambre turque", realizzato nel 1965/1966 con caseina e tempera su tela, in cui è ritratta come modella, così come in altre opere, la sua giovane moglie giapponese Setsuko. Subito dopo ci sono i celebri dipinti "Japonaise a' la table rouge" (1967-76) e "Nu de profil" (1973-77). A seguire le sezioni "Accademie"; "Paesaggi, schizzi, suggestione, materia"; "L'ultimo dipinto, un "capolavoro assoluto"?. Valore aggiunto della mostra di Villa Medici è la presenza di un suggestivo filmato girato da F. Rouan e l'apertura della camera turca, raffigurata nell'omonimo quadro, per la prima volta accessibile al pubblico. Una critica alle due mostre: non c'è un biglietto unico, che permetta a chiunque di visitare entrambe le sedi della retrospettiva, con un solo prezzo.

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

lunedì 22 giugno 2015

Dagli Uffizi a Casal di Principe. La luce dell'arte nella Terra dei Fuochi

Dagli Uffizi a Casal di Principe. La luce dell'arte nella Terra dei Fuochi
 
Arriva a Casal di Principe la mostra “La luce vince l’ombra”: opere dai grandi musei italiani per riportare la cultura nei luoghi della camorra. Emblematica la scelta del sito: una villa sequestrata a un esponente della criminalità organizzata
 
Peppe Diana era un sacerdote la cui vita, nel Sud Italia, era scandita da rintocchi di campane e liturgie. Fino al 1994. In quell'anno, all'interno della sagrestia della chiesa di cui era “titolare”  a Casal di Principe, nella provincia di Caserta, Don Peppe venne ucciso. Questa mattina, il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ha presentato proprio nella villa casertana intitolata alla memoria di Don Peppe, la mostra “La luce vince l’ombra. Gli Uffizi a Casal di Principe”.
Un'esposizione realizzata in una sede particolare, dal momento che è allestita all'interno di una casa sequestrata a un esponente della camorra. Ora, al suo interno, e fino al 21 ottobre, sono esposte venti opere d'arte, per riaffermare “il primato della legalità sull’illegalità e della cultura sull’ignoranza”. Stiamo parlando di grandi capolavori, da oli su tela di Mattia Preti, provenienti dalla Galleria degli Uffizi a un acrilico e serigrafia su tre tele di Andy Warhol, giunto  in prestito temporaneo dal  vicino Palazzo Reale di Caserta. Gran parte delle opere arrivate da Firenze fanno parte della scuola dei caravaggisti, scelti perchè i pezzi d'arte che hanno subito più danni dall'attentato mafioso del maggio del 1993 a via dei Georgofili, furono proprio a dipinti
di quella “scuola”.

La mostra, curata da Antonio Natali, direttore  della Galleria degli Uffizi (insieme con Marta Onali), e da Fabrizio Vona, direttore del Polo museale regionale della Puglia, mette insieme pezzi provenienti da alcuni dei principali musei italiani, come quello degli Uffizi, di Capodimonte, della Reggia di Caserta e di Capua.  Un'Italia intera riunita per far trionfare la giustizia e l'arte laddove prima c'erano soltanto soprusi e azioni “distruttive”.
“Le opere in mostra- ha detto Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo - testimoniando l’importanza di una esposizione che non è solo etica, bensì il segno di una rinascita. L’augurio che mi sento di fare ai giovani e a tutta la comunità di Casal di Principe, dunque, è quello di continuare a lavorare uniti nel segno della legalità e della ‘bellezza’, sfidando pessimismo e paure, e rivendicando con orgoglio l’appartenenza alla propria terra”.

Si è parlato, per questa mostra, di nuova rinascita, facendo riferimento al fatto che, grazie alle intenzioni condivise degli Uffizi e del Comune campano, è stato costituito il gruppo degli “Ambasciatori della Rinascita, ottanta giovani del territorio, scelti e formati a Casal di Principe tra persone incensurate e vogliose di accogliere chiunque voglia vedere la mostra.
 
FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

martedì 2 giugno 2015

Melissa McCracken dipinge la musica

 
 
Melissa McCracken è affetta da sinestesia, un fenomeno percettivo per cui quando sente un suono vede un colore
 
Melissa McCracken vede la musica. I suoni che percepisce hanno dei colori, così come le formule matematiche, le lettere dell’alfabeto, i giorni del calendario. Non si tratta di una visione metafisica del mondo, o di una ragazza dalla fantasia sfrenata, nemmeno di stati allucinatori: Melissa McCracken soffre di sinestesia, una rara condizione neurologica per cui il suo cervello percepisce gli eventi sensoriali stimolando sensi diversi da quello che accade normalmente. Quando Melissa sente un suono, vede un colore.

Si tratta di un ‘fenomeno sensoriale/percettivo che indica una contaminazione dei sensi nella percezione’ (da Wikipedia). Melissa McCracken ha trasformato questa disfunzione in arte: dipinge la musica, ascolta le sue canzoni preferite e crea dei quadri che corrispondono alle risposte sensoriali del suo cervello, dando vita ad opere che sono dei tripudi di colore, energici e armonici. Sul suo
sito ufficiale, si possono ammirare i quadri cliccando sul link che rimanda alla canzone rappresentata, e compiere un piccolo viaggio nel suo mondo per concepire l’arte (e il mondo che ci circonda) sotto una nuova forma.

Fino a 15 anni, racconta, pensava che tutti vedessero i colori ovunque come li vedeva lei. Poi un giorno chiese a suo fratello di che colore fosse la lettera C (giallo canarino, specifica) e da lì in avanti si rese conto che il suo modo di percepire le cose non era esattamente lo stesso delle altre persone. La sinestesia le fa percepire un’esperienza ‘sbagliata’ in base allo stimolo ricevuto, ma questa ‘disfunzione’ ha dato vita a qualcosa di meraviglioso, come vedere la musica. Avere la sinestesia non è disorientante, afferma, magari le rende un po’ bizzarro lo spiegare alle persone quello che percepisce, ma in un certo senso aggiunge alla quotidianità una vibrazione unica. 
 
FONTE: lastampa.it
 
 

sabato 23 maggio 2015

Ebru: a Roma l'incredibile pittura sull'acqua

 
Partendo da una vasca piena di liquido e colore, Danilo Giannoni scrive, disegna e definisce nuove forme di "caos"
 
Un caleidoscopio di colori e di emozioni, colori che danzano soavemente, soggetti fluidi impressi per sempre, il tocco delicato di un artigiano che diventa passione, pennellate che sembrano infuocate, fiumi che sembrano rompere gli argini: soggetti in movimento che conquistano l'eternità, rabbia che diventa pace e silenzio. Sono queste alcune delle impressioni che si vivono osservando queste preziose opere, realizzate con una tecnica particolarissima e antichissima, unica al mondo, chiamata Ebru, parola turca che deriva dal persiano ebri "nuvoloso".

Sarà inaugurata giovedì 21 maggio presso gli spazi espositivi de Il Margutta RistorArte, in via Margutta 118 a Roma, la mostra personale di Danilo Giannoni “Caos liquido”, voluta ed interpretata dalla sensibilità di Tina Vannini, a cura di Francesca Barbi Marinetti e organizzata da Anita Valentina Fiorino. La mostra sarà visitabile sino al 9 luglio ad ingresso libero.  Nelle zone dell’India e dell’Iran quella Ebru era una tecnica applicata praticamente per la maggior parte dei libri ed è lecito supporre che tragga origine dalla zona di Bukhara (attuale Uzbekistan) e risalga ad almeno 3000 anni fa. La tecnica si è poi diffusa lungo la Via della Seta fino in Iran, India e nei Paesi Arabi, sino ad affermarsi in Turchia nel corso del XVII secolo. L'origine del nome allude poeticamente alla sua mutevolezza e labilità poiché, come una nuvola o un insieme di nubi, ogni quadro è unico e irripetibile.  Partendo da una vasca piena di acqua e colore, Danilo Giannoni, uno dei pochissimi seguaci di questo stile artistico in Italia, scrive, disegna, definisce linee e forme dipingendo in una grande massa di liquido. Il colore, grazie a sostanze esclusivamente vegetali che gli permettono di rimanere a galla, diventa fluido e soggetto a modifiche, permettendo la creazione di macchie, venature, onde, profili, sagome, che diventano tutto e niente, che ipnotizzano ma rilassano, creando una serie di emozioni contrastanti che colpiscono grazie al loro ordinato caos multicolore. Una volta terminato, un foglio di carta di riso renderà questo frenetico ed eterno “panta rei” immobile, ma incredibilmente soggettivo. “Quando vado in studio e sono ispirato a dipingere mi piace molto accendere la musica – spiega l’artista Danilo Giannoni - Ho una sound track del mio lavoro che è molto particolare parte da Mozart a Bach, da Pergolesi a Vivaldi, da Coldplay a Mina, dalla divina Callas a Renata Tebaldi. Mi lascio così trasportare da una routine artistica e meccanica, cercando di limitare, se non escludere in toto, la mia influenza nell'opera. Io sono la pioggia di colori che con l'aiuto del vento e del movimento dell'acqua crea questi mondi: ognuno di questi si muove, evolve, lotta, fino alla conquista del Caos. Forse l'ispirazione principale è sempre e solo stata la vita, cercare di riprodurre la creazione di un mondo con tutti i suoi tormenti, sviluppi, fallimenti, successi e paure”. Dopo una formazione d’eccellenza alla scuola orafa valenzana, che gli permette nella vita di avviare un’attività d’alto livello, Danilo Giannoni per soddisfare una sete creativa che lo portasse oltre il mestiere di fine artigianato, si accosta alla conoscenza dell’ebru ad Istanbul dove si ferma per apprenderne l’arte per ben cinque anni. Si mescolano qui motivazioni personali e la volontà di realizzare le visioni della propria ricerca interiore che nella vita lo aveva spinto allo sconfinamento estetico e culturale. “Pregno di storia e profondità simbolica, l’antica arte dell’ebru per Danilo Giannoni è stata una folgorazione sulla via di Damasco - afferma la curatrice Francesca Barbi Marinetti - tecnica e opera sono tutt’uno, connubio esemplare del percorso dell’artista e della sua poetica. Le dimensioni cercate sfuggono al tradizionale utilizzo dell’ebru, obbedendo invece al polso e alla sete creativa. È in questo passaggio che avviene la differenza, che l’opera d’arte si fa tale. In un viaggio del corpo e dell’anima attraverso territori e culture differenti Giannoni riconosce come denominatore comune gli elementi primari e primordiali. Acqua, Fuoco, Terra, Aria. Nella visione alchemica sono gli elementi alla base delle origini del mondo dal caos e dell’equilibrio che regola le leggi cosmiche”. Danilo Giannoni è un artista contemporaneo piemontese, attualmente residente a Hong Kong. L'antica tecnica pittorica turca della pittura sull'acqua è la sintesi della tradizionale tecnica ebru combinata a nuovi metodi e materiali, sino all'aggiunta di sagome e figure sulle tele. Danilo è stato protagonista di diverse mostre, dal 2002 al 2006, in Turchia, nel 2005 a Milano, dal 2010 al 2012 in Cina. Ma è anche il fondatore di Giamore, brand italiano di gioielleria di alto lusso. L’azienda di gestione italo-francese fondata nel 2012 è già una solida realtà nel panorama internazionale, con un laboratorio a Hong Kong e alcune collaborazioni in Italia. I suoi gioielli sono caratterizzati da una manodopera altamente specializzata nella ricerca e nell'acquisizione di pietre rare e nella creazione di pezzi unici, realizzabili su misura, secondo il gusto e la personalità della propria clientela e dei collezionisti.
 
FONTE: Francesco Salvatore Cagnazzo  (ilmessaggero.it)

giovedì 14 maggio 2015

A Venezia per vedere tutti i futuri del mondo

 
La mostra curata dal nigeriano Okwui Enwezor si addentra con impeto nei problemi di un pianeta dove il tempo della storia non è lo stesso dovunque. Qualità e visibilità per gli italiani
 
Con il padiglione centrale dei Giardini listato a lutto la prima cosa che viene da dire è «Si comincia male!». Anche perché le bandiere nere sono opera del pessimo e sopravvalutato artista Oscar Murillo stella piangente, più che nascente, del mondo e del mercato dell’arte. Appena entrati la sensazione potrebbe essere confermata da una serie di opere con la parola «FINE». Nemmeno si è iniziato che già tutto è finito? Assolutamente no.  
 
Il vestibolo ottagonale con la cupola decorata agli inizi del ’900 da Galileo Chini è dedicato tutto al nostro Fabio Mauri. Chi si lamenta del numero scarso di artisti italiani selezionato da Okwui Enwezor, curatore di questa 56ma Biennale, qui si renderà conto che non è una questione di numero ma di qualità e visibilità. Se non ricordo male, non credo che il padiglione principale abbia mai avuto nelle ultime edizioni della Biennale la prima sala tutta dedicata ad un Italiano. Il funereo Murillo è già dimenticato. Enwezor con la sua mostra intitolata Tutti i futuri del mondo è riuscito a dire e a fare quello che né Expo né gli imbecilli dei Black Block sono stati capaci di fare e di dire. Il mondo o meglio i tanti mondi che compongono il nostro pianeta è fatto di problemi e delle loro possibili soluzioni.
 
Come un teatro  
Il curatore Nigeriano oggi direttore dell’Haus der Kunst di Monaco di Baviera le mette in scena con grande potenza ed eleganza aiutato nell’allestimento della mostra dall’architetto inglese David Adjaye. Dire che la mostra di Enwezor, almeno questa parte ai Giardini, sia una ventata di aria fresca sarebbe fuorviante. Il vento di Enwezor soffia violento e pesante non è certo un ponentino. I temi ed i protagonisti che mette sul suo palcoscenico (perché questa Biennale è un vero e proprio pezzo di teatro), arrivano da luoghi, società e culture dove la modernità sta ancora facendo i conti con diverse realtà, spesso contraddittorie e conflittuali: dall’Africa al Sud America all’Asia. 
 
Il fatto che la sala centrale tutta ricoperta di moquette rossa sia stata trasformata in un arena dove non si espongono le blu chip ovvero le opere d’arte più eclatanti, ma si narrano in vari modi i problemi presenti e passati del mondo è un segno chiaro di come il curatore abbia voluto trasformare l’esposizione in manifestazione, nel senso vero e proprio del manifestare in modo vocale lo stato delle cose.  
 
Si recita il Kapital Oratorio, dal Capitale di Karl Marx, diretto dall’artista inglese Isaac Julien o si ascoltano le canzoni dei lavoratori e degli schiavi cantate in modo emozionante dalla coppia di artisti Julian Moran e Alicia Moran Hall. Non sarà una Biennale facile da digerire, molti film e molti video e tanto tanto tanto da leggere, ma non solo. Ci sono anche sculture disegni e pitture. Bellissimi i quadri dell’americana Ellen Gallacher e quelli del pittore di Chicago Kerry James Marshall e pure le tele angosciantissime del giovane artista giapponese suicida Tetsuya Ishida. Delicatissimi i lavori dell’egiziana Inji Efflatoun a conferma che Enwezor ha scavato a fondo evitando il più possibile l’effettaccio biennalesco.  
 
Deserti e praterie  
Un’altra italiana alla quale è stato dedicato un bello spazio è Rosa Barba con un film, leggermente sul palloso, che mostra deserti e praterie, ma confesso di non averlo visto tutto, magari ad un certo punto ci si diverte pure con qualche azione a sorpresa. Lo svizzero Thomas Hirschhorn ha sfondato invece, o cosi sembra, il tetto di una delle stanze, facendo piovere in mostra pagine di testi di filosofia greca, possibile, ma non garantiamo, citazione alla crisi economica della Grecia. In un’altra sala tantissimi disegni a matita del tailandese Rirkrit Tiravanija, un veterano delle Biennale. I disegni sono presi da immagini di manifestazioni di protesta in giro per il mondo. In un disegno c’è un cartello che dice «Stop Arguing», smettete di litigare, che forse riassume il titolo della Biennale.  
 
I mondi potrebbero avere un futuro se si smettesse di litigare. Ma c’è un’altra opera simbolo di questa parte della Biennale. E’ di Hans Hacke artista iperpolitico che però in questa vela blu degli Anni 60 che galleggia sostenuta da un semplice ventilatore ci offre l’opportunità di sperare che anche nei problemi ci possa essere un lato poetico nel quale abbandonarsi e abbandonare le nostre preoccupazioni. In un video del francese Chris Marker, ecco che appare la scritta «Life is very long», la vita è molto lunga. Anche questa frase rappresenta bene questa Biennale, nel senso che per godersela tutta è necessario avere una vita molto lunga davanti. 
 
Un giorno libero  
Noi curatori siamo sempre ottimisti. Si esce dalla stanza dell’Inglese Jeremy Deller con uno stendardo che dice «Hello today you have a day off», salve oggi hai un giorno libero. Frase che va mano nella mano con quella di Marker. Una vita lunga e molti giorni liberi per poter capire una Biennale che ha il coraggio di raccontarci non solo il mondo dell’arte ma i mondi nell’arte dovrebbe aiutare a migliorare la vita e non a complicarla. 
 
FONTE: Francesco Bonami (lastampa.it)

lunedì 20 aprile 2015

Arts & Food: 10 menù per una mostra

Esibizionisti/5. Esposizione pantagruelica, per non rischiare il collasso da cibo vi diamo una mano a scegliere

Expo 2015 atto primo ed già da indigestione. Se l’Esposizione Universale è un misto di mondi e sapori Arts & Food è il prologo ideale: c’è dentro tutto, compreso il rischio abbuffata. Le suggestioni e i gusti sono infiniti. Tre sale più giardino sparsi per la Triennale di Milano e non c’è solo l’arte cibaria dal 1851 (anno della prima Expo a Londra) fino a oggi ma anche i film, le copertine dei dischi, i video. Dal pre-aperitivo all’ammazza caffè. Servirebbe una giornata intera per godersi a dovere ogni pasto ma se non l’avete vi aiutiamo noi a trovare la strada dell’assaggio. Per riempire gli occhi senza ingozzarsi e non perdere i sapori nascosti. A ognuno la sua tavola e ce n’è una pure per chi è a dieta. Dieci percorsi, dieci menù e qualche spuntino extra. Perché il piacere va nutrito.  

1. Tavola quattro stagioni. Il pranzo di Babette  

Il chilometro zero era un valore assoluto per la cucina di un tempo. Non c’era alternativa. Cavolo, cipolla, sedano e la trionfale anatra abbandonata sullo strofinaccio bianco con riga rossa, quello che a prescindere dal colore della riga abbiamo tutti in casa. Il belga James Ensor in Nature morte au canard (1880) prepara gli ingredienti ideali per Babette Hersant, la cuoca rivoluzionaria di Karen Blixen che seduce un intero villaggio con la cucina. Siccome il pranzo di Babette è elaborato, abbinare il quadro a qualche fugace immagine di Le repas du bébé (1985) filmino familiare di Louis Lumière, colazione d’epoca montata in un medley storico con altri titoli come Sorcellerie culinaire di George Méliès (1904). Li proiettano davanti al bar Vermouth a metà della prima sala. Gustare lentamente.  

2. Tavola frugale 

La mano davanti al piatto, la panca spoglia, il capotavola seduto sul davanzale e nessuna traccia di cibo sulla tovaglia bianca. Si mangia di fretta e poco nel Pranzo di Egger Lienz (1910) eppure nonostante l’inequivocabile povertà della zuppa, che si intuisce solo perché uno dei commensali si porta il cucchiaio alla bocca, c’è una decisa bellezza. La luce calda, la tovaglia immacolata che richiama camicie e grembiule, un’unione silenziosa nell’interno di inizio Novecento che restituisce una certa pace. Ci si conosce bene, ci si apprezza. Ognuno ha il suo posto. Ognuno la sua parte, probabilmente parlare è superfluo nella sbrigativa quotidianità. Come a volte capita in ogni famiglia. 

3. Tavola imbandita. Quel che resta del giorno 

Gli avanzi del pranzo di ieri: per quanto strano sia il verso di una canzone di Sergio Caputo (Bimba se sapessi) datata 1983 inquadra alla perfezione un quadro di Angelo Morbelli del 1888. Asfissia è l’opposto del Pranzo di Lienz visto sopra. Non ci sono persone, solo scarti di lusso intorno a candelabri e orologi. Bottiglie di champagne, bicchieri mezzi pieni: uno diverso dall’altro. Più che avanguardia di design sembra volontà di ostentazione. Le tazzine di caffè, la frutta secca, nessuna voglia di sparecchiare tanto qualche domestico se ne occuperà e il cibo sbocconcellato se ne sta lì, abbandonato dopo un festino di cui nessuno sa nulla eppure non lascia possibilità di buoni ricordi. Magari è solo pigrizia, gli invitati satolli saranno fuori a ridere, ma il quadro dà altri indizi: le persiane chiuse, i fiori a terra. Come da titolo, manca l’aria. 

FONTE:  

giovedì 2 aprile 2015

La Capitale celebra la Meraviglia del suo Barocco

La Capitale celebra la Meraviglia del suo Barocco
 
Dalla sede della Fondazione Roma, Palazzo Cipolla, una mostra sullo stile del Seicento, che coinvolge tutta la città
 
Santi e medaglie, progetti di chiese e dipinti su tela: il barocco, a Roma, ha vissuto uno dei suoi periodi migliori per tutto il '600. Quello splendore (fino alla scomparsa del Bernini) è "raccontato" ora dalla mostra: "Barocco a Roma. La meraviglia delle arti", in corso dal 1 aprile al 26 luglio 2015, nella sede di Fondazione Roma Museo Palazzo Cipolla. Duecento opere che raccolgono gli artisti più rappresentativi del movimento storico culturale arrivato dopo il Rinascimento, a cominciare da nomi come Annibale Carracci, Pieter Paul Rubens, Domenico Zampieri (detto Domenichino), Giovanni Lanfranco, Guido Reni, Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Pietro da Cortona.

La prima opera che si può ammirare, nell'allestimento di Palazzo Cipolla, è "Santa Margherita", un olio su tela del 1599 dipinto da Annibale Carracci e genericamente conservato presso la Chiesa di Santa Caterina della Rosa ai Funari, a Roma. È una raffigurazione che ci racconta del rapporto col divino, aspetto a cui il barocco ha guardato con maggiore attenzione rispetto alle epoche precedenti. Molti i prestiti da musei internazionali, dall'Albertina Museum di Vienna (tra cui opere di Borromini) all'Ermitage di San Pietroburgo (principalmente bozzetti): tutti pezzi che ci raccontano quanto sia stata centrale la città di Roma nella nascita e diffusione del barocco. Il percorso espositivo è composto da quattro sezioni: "Le radici del Barocco", "L'estetica barocca sotto Urbano"; 
la "Teatralità e scenografia nell'arte della metà del secolo" e, infine, "Il paesaggio e il grande spettacolo della natura".

Più che di semplice esposizione però sarebbe meglio parlare di operazione culturale, perché oltre alla mostra in corso a Palazzo Cipolla, curata da Mariagrazia Bernardini e Marco Bussagli, sono previsti tanti eventi "satellite" che andranno avanti nelle prossime settimane in diversi luoghi barocchi della città, sedi di solito non aperte al pubblico, come, ad esempio il Complesso di Sant'Ivo alla Sapienza (coinvolto in un percorso tematico da fine aprile ) e la "Sala Borromini", nell'Oratorio dei Filippini.

Il calendario degli appuntamenti paralleli comincia con una mostra contemporanea a quella di Palazzo Cipolla: "Feste barocche" al Museo di Roma Palazzo Braschi, con olii e incisioni seicentesche che narrano il gusto per la festa del periodo barocco. Si prosegue, dal 15 aprile, con una mostra di approfondimento nel Palazzo Chigi di Ariccia. Ad essere coinvolte anche la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini; l'Archivio di Stato di Roma; la Galleria Doria Pamphilij; Palazzo Colonna; i Musei Vaticani. In programma, infine, anche diversi convegni e concerti.

Informazioni utili
Roma, Fondazione Roma Museo  -  Palazzo Cipolla, via del Corso, 320
1 aprile  -  26 luglio 2015
Orari lunedì ore 15.00 - 20.00 dal martedì al giovedì e domenica ore 10.00 - 20.00
venerdì e sabato 10.00 - 21.30 La biglietteria chiude un'ora prima
Biglietti: intero 13 euro, ridotto 10 euro
www. mostrabaroccoroma.it - www.fondazioneromamuseo.it
 
FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

domenica 29 marzo 2015

Quel primo Chagall che precorse il selfie

Quel primo Chagall che precorse il selfie

Roma. Con la mostra "Love and Life" arrivano al Chiostro del Bramante oltre 150 opere provenienti dalla Collezione dell'Israel Museum di Gerusalemme. Con molti autoritratti

C'è stato un tempo in cui gli autoritratti non erano ancora fotografici, ma realizzati a mano, con matite, acqua, colori. Tra i tanti artisti che li hanno scelti come forma espressiva, c'è stato anche Marc Chagall. Il pittore, nato in Russia nel 1887 e morto in Francia nel 1985 (a Saint Paul de Vence, luogo da sempre intriso di arte), non è di certo passato alla storia per i suoi autoritratti, eppure né realizzò molti: incisioni, puntasecca, numerose varianti, "con sorriso" e "con smorfia". Parecchi di essi sono  ora allestiti  (a parete e dentro tavoli- teche illuminati) nella mostra "Love and Life", al Chiostro del Bramante di Roma fino al 26 luglio. Un'esposizione, a cura di Ronit Sorek, che raccoglie circa 150 opere, tutte appartenenti alla collezione dell'Israel Museum (che ha collaborato alla realizzazione della mostra prodotta da DART Chiostro del Bramante e Arthemisia Group). La maggior parte dei lavori è stata donata direttamente dall'artista, o da sua figlia Ida, al museo di Gerusalemme, e si tratta soprattutto di disegni, gouache e litografie. Non un'occasione per rivedere i capolavori dell'artista che già conosciamo dunque, ma una retrospettiva focalizzata su alcune caratteristiche meno conosciute, introdotte e presentate anche attraverso video e una installazione di video-mapping (forma di arte contemporanea che raramente trova posto in mostre come questa).

In primis ci sono i lavori grafici, con cui sono stati raffigurati alcuni dei soggetti più importanti dell'intera produzione di Chagall, a cominciare dal paese natio che venne dipinto per tutta la vita: Vitebsk (in Bielorussia). Un grande spazio lo ha Bella, sua moglie e musa, presente in molte dediche e diverse opere (da qui il titolo della mostra "Love and Life"). Una sezione a parte è dedicata alle illustrazioni della Bibbia,  che rivelano la vena più "spirituale" di Chagall, quella che ama le religioni e le scritture.  Interessanti e divertenti sono le diverse "incursioni" storico-didattiche che si incontrano nelle otto sezioni dei due piani del Chiostro del Bramante. Vicino alle scale, prima di salire, c'è una gigantografia che fa conoscere ai visitatori la famosa stamperia parigina Mourlot: era lì, intorno a quegli antichi torchi, che Chagall lavorava, nello stesso luogo frequentato anche da Picasso, Matisse e Giacometti. Al secondo piano una stanza è interamente dedicata ai colori, in maniera ludica e "interattiva": nessuna novità elettronica, soltanto una parete piena di grandi calamite- magneti che raffigurano gli elementi più presenti nell'arte di Chagall con cui il visitatore può giocare, spostandoli a suo piacimento e "disegnando" il suo quadro ideale. Non solo ludico-didattica e scenografica: la mostra mette l'accento anche sul rapporto che nelle opere di Chagall si innesca tra arte e letteratura: ne è un esempio il frontespizio del libro "Le anime morte" dello scrittore russo Nikolaj Gogol, eseguito da Chagall su tavole  -  acqueforti  nel 1948.


INFORMAZIONI UTILI
Cosa: Chagall. Love and Life Opere dalla Collezione dell'Israel Museum
Dove: Chiostro del Bramante Via della Pace Roma
Costo biglietti: intero 13,00 euro, ridotto 11,00 euro  (in ogni caso audioguida inclusa)
Quando:  Fino al 26 luglio 2015  Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00 Sabato e domenica dalle 10.00 alle 21.00 (la biglietteria chiude un? ora prima). Ci saranno anche aperture straordinarie.

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)
 

martedì 3 marzo 2015

Bari omaggia le virtù di Cambellotti e dell'Acqua

Bari omaggia le virtù di Cambellotti e dell'Acqua

La città festeggia il centenario del suo acquedotto con l'apertura di una mostra dell'eclettico artista romano, tra i capostipiti dell'Art Nouveau, nonché designer di lusso dell'edificio sede dell'azienda che compie un secolo

L'acqua è un bene comune, un concetto quasi ovvio per il quale, però, non c'è molta considerazione. Per ricordarcelo, e per dargli la giusta attenzione, apre in questi giorni una mostra, a Bari. Con essa aprirà anche l'accesso al pubblico il Palazzo dell'Acquedotto Pugliese, all'interno del quale, fino al 14 giugno 2015, ci sarà l'esposizione "Duilio Cambellotti. Le grazie e le virtù dell'acqua". L'occasione dell'evento è data dal primo centenario dell'arrivo dell'acqua nelle terre pugliesi: in onore di tale importante ricorrenza si è deciso di rendere protagonisti uno dei più grandi artisti italiani del Novecento e una delle opere di ingegneria più significative per quell'epoca, come era l'acquedotto di Bari. 

Ma perché è stato scelto proprio Cambellotti, artista nato a Roma nel 1876? Per il suo essere un artista eclettico, pittore, scenografo, illustratore, scultore e disegnatore protagonista dell'art nouveau. Ma anche perché, per quella sua poliedricità, fu incaricato nel 1931 di occuparsi della decorazione e dell'arredo dell'intera struttura, dove ha sede l'Acquedottto Pugliese. La mostra, organizzata dalla società Sistema Museo, raccoglie più di cento opere che provengono da musei, fondazioni, collezioni private. Tra i tanti pezzi esposti ci sono sculture e mobili di arredo
finora mai esposti e, tra i manufatti, anche l'albero d'ulivo stilizzato, un ulivo in cui le fronde sono sostituite da uno skyline urbano, a ricordare come l'acqua sia fonte di civiltà.

Tra i dipinti e le sculture in bronzo anche molti bozzetti preparatori che hanno anticipato la realizzazione del Palazzo dell'Acquedotto, in cui si ritrovano motivi che ricorrevano in quei tempi come la spiga e il già citato  ulivo, ai quali si aggiungono antichi temi cari a Cambellotti, tra cui le fontane e il volto femminile, presente anche nelle raffigurazioni degli armadi degli uffici. Da notare, all'interno del palazzo, anche i pavimenti, le luci, i particolari design di maniglie e lampade, i vasi in cui l'acqua scorre, le stele femminili di marmo sulle pareti, i marmi colorati che rendono, in totale, l'intero corpus dei pezzi dell'Acquedotto (dai tavoli alle scrivanie) un esemplare moderno di cui oggi, dopo cento anni, se ne possono apprezzare ancora di più i pregi. Tra i prestiti più importanti di opere, molti provengono dalla Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea e dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma; dal Museo Internazionale della Ceramica di Faenza e anche dal  museo Duilio Cambellotti di Latina.

Informazioni utili
"Duilio Cambellotti. Le grazie e le virtù dell'acqua".
27 febbraio - 14 giugno 2015
Enti promotori: Acquedotto Pugliese, Regione Puglia, Comune di Bari
In collaborazione con: Wolfsoniana Fondazione regionale per la Cultura e lo Spettacolo di Genova e Archivio Cambellotti di Roma. Sponsor unico: Banca Popolare di Bari Organizzazione: Sistema Museo A cura di: Emanuela Angiuli Orari di apertura: da martedì a domenica e festivi 10.00  -  18.00. Chiuso lunedì non festivo. Tariffe: intero 6,00 euro; ridotto A 4,00 euro (gruppi di almeno 15 unità); ridotto B 3,00 euro (6-18 anni); 
 
FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

lunedì 2 marzo 2015

Note dalla doppia vita di Canetti

La raccolta  di massime dedicata  nel  1942  alla donna nella cui casa Elias lavorava

Elias Canetti conobbe Marie-Louise von Motesiczky nel 1939 o nel 1940. Lei discendeva da un’illustre famiglia di ebrei viennesi assimilati: veniva considerata una grande bellezza; un veliero che scivolava sull’oceano del mondo. Lui era un ebreo di recente immigrazione dall’Europa orientale: era brutto, tozzo, goffo; e ne soffriva. Divennero amanti: la loro amicizia durò oltre mezzo secolo, e finì soltanto con la morte dello scrittore. Egli le dedicò dei bellissimi aforismi nel settembre e nell’ottobre 1942 (Aforismi per Marie-Louise, Adelphi, nella traduzione di Ada Vigliani): i quali ricordano da vicino quelli contenuti nel suo capolavoro, La provincia dell’uomo (Adelphi, traduzione di Furio Jesi). I due si conobbero a Londra, al tempo dei bombardamenti tedeschi; e la lasciarono per trasferirsi ad Amersham, un grazioso sobborgo della grande città. Canetti teneva i suoi libri a casa della Motesiczky, dove leggeva e scriveva. Non lasciò mai la moglie Vera: il rifiuto di Canetti di scegliere Marie-Louise fece soffrire e logorò l’amica, che lo attese invano per anni. Canetti era duro, superbo, orgoglioso: nutriva disprezzo e una specie di gelosia per tutti gli altri; persino verso gli scrittori che amava e imitava. 


Nutriva lo stesso odio per gli uomini che Karl Kraus aveva provato per il mondo. «Era talmente altezzoso che avrebbe voluto regalare sempre qualcosa a Dio». Era insaziabile, in tutti i sentimenti e le idee e le sensazioni. Voleva vivere come se avesse dinanzi a sé un tempo illimitato: aveva una fame di smisuratezza; e giudicava questa fame grandiosa e magnifica. Disprezzava la storia: al contrario della Genesi, pensava che «la creazione non fosse buona». Da molti anni dedicava la parte maggiore del proprio tempo all’elaborazione della sua opera fondamentale, Massa e potere. Avvertiva questo impegno come una specie di ossessione: sentiva in sé un’oppressione che acquistava dimensioni pericolose; e diventò indispensabile per lui crearsi una valvola di sfogo. Al principio del 1941 la trovò nei suoi quaderni di appunti, dove elaborava aforismi. La loro libertà, la loro spontaneità, la convinzione che i quaderni non servissero ad alcun scopo, l’assenza di responsabilità per cui non li rileggeva mai, lo salvarono dall’irrigidimento quotidiano. A poco a poco divennero un indispensabile esercizio. Respirava: respirava con assoluta libertà e naturalezza.



Viveva senza nessuno scopo, neppure pensando all’eternità. Lasciava liberi gli altri, abbandonando qualsiasi forma e desiderio di potere. Leggeva, leggeva insaziabilmente: sempre nuovi scrittori, sempre nuovi libri; e questa attitudine apparentemente passiva diventò il cuore e lo spunto della sua attività. Non era distante da Leopardi: solo ciò che aveva letto gli permetteva di captare la vita; e senza ciò che aveva letto non esisteva. Amava soprattutto i miti: lo scopo della sua vita era di conoscere profondamente i miti di tutti i popoli. Studiava la Bibbia: la sua terribilità lo consolava e lo liberava dall’ossessione del nazismo, che allora avvolgeva e costringeva tutte le menti. Ciò che lo toccava sempre da vicino era la fede, di qualsiasi genere: si sentiva tranquillo in ogni fede finché sapeva di poterla abbandonare. Si legava ad ogni fede e poi giocava con essa; e non riusciva neppure a dire quanto divenisse lieto e sicuro nel farlo. Ammirava sé stesso mentre giocava col tutto e con il sacro. La sua gioia non aveva fine, e si sentiva superiore a sé stesso, superiore a qualsiasi tema e argomento. «Io voglio andare sempre più avanti», commentava. Ma temeva che la possibilità di ampliamento del proprio spirito fosse limitata. Sopra ogni cosa, evitava lo spirito di sistema: aveva bisogno di conoscere tutti i costumi, i pensieri e le abitudini e le vicende degli uomini, recuperando la verità trascorsa perché quella ulteriore era vietata. Teneva separati i pensieri, a forza: essi formavano troppo facilmente un intrico, una capigliatura. 



Non si legava mai a un solo metodo: sfuggiva l’angustia delle discipline stabilite. Si guardava dalle chiusure: che ci fossero aperture, che ci fosse spazio, questo era il suo pensiero dominante. Detestava il solido e il corposo: disprezzava la realtà, sebbene fosse fortissimo, in lui, il desiderio di descriverla e di raccontarla. Amava il vento — «l’unica cosa libera nel mondo» —: tutto ciò che si muove, si sposta, si aggiunge. Adorava il silenzio. Ma, al tempo stesso, lo spirito aforistico dominava la sua mente che cercava di fissare e fissava tutto ciò che, in lui, era mobile e agitato. La verità doveva venire fermata. Un pensiero dominava, in lui, tutti gli altri pensieri: quello della morte. Voleva cancellare la morte: voleva che nessun uomo morisse più; non accettava la morte, mentre tutti la accettavano. «Nella vita la cosa più audace — scriveva — è odiare la morte: sono disprezzabili e disperate le religioni che attenuano questo odio». «Bisogna odiare la morte, quella di chiunque come la propria, far pace una volta con tutto, mai con la morte». Cercava di raggiungere l’immortalità per gli uomini: un obiettivo concreto, serio, riconosciuto, che inseguiva con tutte le proprie forze. Quando, un giorno, gli uomini riusciranno a cacciare la morte dal mondo, non possiamo prevedere ciò che saranno in grado di immaginare, di credere, di essere.

FONTE: Pietro Citati (corriere.it)

lunedì 23 febbraio 2015

Il Principe dei Sogni al Palazzo del Quirinale

 
I 20 arazzi cinquecenteschi commissionati da Cosimo I de’ Medici a Pontormo e Bronzino sono in mostra a Roma fino al 12 aprile, poi a Milano
 
Da 150 anni nessuno li aveva più visti insieme. Colpa dei Savoia, che avevano smembrato la collezione per portare con loro, a Roma, la parte che ritenevano essere più bella. Senza pensare che quei venti arazzi rinascimentali, raffiguranti la storia di Giuseppe venduto schiavo in Egitto, rappresentano un’unica narrazione di colori e di ori - e che il loro luogo naturale era Palazzo Vecchio, per il quale erano stati pensati e realizzati su ordine di Cosimo I de’ Medici, Granduca di Toscana. 
Oggi sono stati radunati in uno dei saloni più belli e importanti del Quirinale, il Salone dei Corazzieri, e vi resteranno fino ad aprile prima di prendere la strada di Milano, dove saranno al centro di uno degli eventi culturali portanti dell’Expò. 
 
Gli arazzi sono stati oggetto di un complesso e pluridecennale restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e il Laboratorio Arazzi del Quirinale. La loro storia parte con la commissione da parte di Cosimo I de’ Medici tra il 1545 e il 1553. 
I disegni preparatori furono affidati ai maggiori artisti del tempo, primo fra tutti Pontormo. Ma le prove predisposte da quest’ultimo non piacquero a Cosimo I, che decise di rivolgersi ad Agnolo Bronzino, allievo di Pontormo e già pittore di corte, e a cui si deve parte dell’impianto narrativo della serie. Tessuti alla metà del XVI secolo nella manifattura granducale, tra le prime istituite in Italia, furono realizzati dai maestri arazzieri fiamminghi Jan Rost e Nicolas Karcher sui cartoni forniti da Agnolo Bronzino, Jacopo Pontormo e Francesco Salviati. 
 
Cosimo de’ Medici nutriva una particolare predilezione per la figura di Giuseppe, nelle cui fortune vedeva rispecchiate le alterne vicende dinastiche medicee: Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, tradito e venduto come schiavo dai fratelli, fatto prigioniero in Egitto, riesce comunque, grazie alle sue rare doti intellettuali, a sfuggire alle avversità, a perseguire una brillante carriera politica e a raggiungere posizioni di potere. Abile parlatore, consigliere e interprete dei sogni del Faraone, mette in salvo un’intera popolazione dalla carestia e, infine, dà prova di clemenza e magnanimità, perdonando i fratelli che lo avevano tradito. 
 
Infine, una necessaria comunicazione di servizio: i visitatori possono accedere alla mostra con ingresso gratuito e senza bisogno di prenotazione nei giorni feriali da martedì a sabato dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 15.30 alle ore 18.30. L’orario di apertura domenicale è dalle ore 8.30 alle ore 12.00 in concomitanza e con le disposizioni dell’apertura al pubblico delle sale di rappresentanza. La mostra rimane chiusa tutti i lunedì, venerdì 6 e sabato 7 marzo, domenica 5 aprile ed eventualmente in occasioni di impegni istituzionali in programma al Quirinale di cui sarà data immediata comunicazione. 
 
FONTE: lastampa.it

giovedì 1 gennaio 2015

Il Novecento italiano in mostra a San Gimignano


Fino al 30 agosto, i più importanti pittori del secolo scorso in «`900. Una donazione»

Tredici opere di rilevante valore di dodici tra i più importanti esponenti della pittura italiana del secolo scorso in mostra a San Gimignano fino al 30 agosto. È «`900. Una donazione» l’esposizione allestita alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada e che documenta una preziosa collezione di opere d’arte di celebri artisti, Valerio Adami, Massimo Campigli, Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Renato Guttuso, Mario Mafai, Ennio Morlotti, Fausto Pirandello, Mario Sironi, Ardengo Soffici, che testimonia in particolar modo il gusto collezionistico medio-alto borghese fra anni Sessanta e Ottanta.  

La collezione si deve alla sensibilità e al gusto del suo appassionato donatore Gianfranco Pacchiani, scrittore fiorentino vissuto a Roma. La donazione è avvenuta su ideazione del raffinato storico dell’arte Gabriele Borghini, sangimignanese a lungo vissuto a Roma e già Soprintendente ai beni storici e artistici per le Province di Siena e Grosseto, alla memoria del quale, non a caso, i coniugi Pacchiani hanno voluto dedicare la donazione familiare complessiva.  

Buona parte delle opere, di cui un gruppo risale agli anni ´30, un secondo agli anni ’50, per concludersi con un dipinto di Valerio Adami del 1979, eseguito a New York al tempo del suo stretto dialogo con la Pop Art americana, provengono dalla celebre Galleria romana di Giuseppe Zanini, abile caricaturista, amico di Federico Fellini e di molti tra i massimi artisti italiani del periodo.  

La mostra voluta dal Comune di San Gimignano è inserita nei percorsi turistici di «Toscana verso Expo 2015» con l’organizzazione di Opera - Civita Group.  

Informazioni  
Tel. 0577/286300  

lunedì 1 dicembre 2014

La materia, i colori e il nero. A Mantova il meglio di Miró

La materia, i colori e il nero. A Mantova il meglio di Miró

A Palazzo Te in mostra oltre cinquanta opere, a celebrare l'"estro creativo" del grande artista di Maiorca. Oli su tela, sculture e arazzi che in gran parte provengono dalla "sua" fondazione delle Baleari

Nelle scuole di Barcellona, Joan non era visto come un buon allievo: solo le lezioni di disegno del professor Civil lo stimolavano. Così, pur seguendo i suggerimenti dei genitori artigiani, che lo volevano iscrivere alla scuola commerciale, lui scelse di studiare parallelamente anche alla Scuola di Belle Arti della Llotja. Mai decisione si rivelò più azzeccata, dal momento che ci ha regalato un artista ineguagliabile come Joan Mirò  (1893 -1983).

In questi giorni, una grande mostra, alle Fruttiere di Palazzo Te di Mantova lo celebra:  "Miró. L'impulso creativo", realizzata in collaborazione con la Fundació Pilar i Joan Miró a Mallorca e curata da Elvira Cámara López, direttore della stessa Fondazione. Sono esposte oltre cinquanta opere del maestro catalano, provenienti in gran parte dalla fondazione spagnola e raccolte in un percorso espositivo in cui, ad essere evidente, è tanto la sperimentazione che portò avanti l'artista, quanto i soggetti, i materiali e i colori preferiti da Mirò. Nella sezione "Il gesto" sono esposte opere - in genere tra i 130 e 195 centimetri di misura- che hanno come caratteristica principale e comune l'avvicinamento dell'artista alla materia. Molti oli e acrilici (quasi tutti senza titolo), sono stati realizzati su tela, su carboncino, con diversi modi di stendere il colore e per la maggior parte risalenti al '67.

Il rosso, il giallo, il blu, colori tipici di Mirò scompaiono nella sezione "La forza del nero", dove trovano spazio lavori che risentono dell'influenza di Mirò con la cultura giapponese.
Nelle sezioni "La sperimentazione con i materiali" e ne "Il trattamento dei fondi" si evince la grande sperimentazione che Mirò fece con i materiali: non solo olio e acrilico su tela ma anche elementi meno nobili come benzina, acqua sporca, succhi di fiori. Gessetti, cotone, iuta. Arazzi, terrecotte, bronzi, figure e forme, infine, lasciano spazio a pochi e minimali segni nella quinta sezione "L'eloquenza della semplicità" che raccontano in opere quello che fu un artista con grandi esperienze intellettuali e creative ma pur sempre semplice, lineare, non caotico, che seguiva e apprezzava le piccole cose quotidiane come ogni grande uomo è in grado di fare, nonostante la straordinarierà della sua vita.

Info utili
"Miró. L'impulso creativo"
a cura di Elvira Cámara López
Una mostra di: Comune di Mantova in collaborazione con Fundació Pilar i Joan Miró a Mallorca, 24 ORE Cultura, Arthemisia Group, Verona 83
Con il supporto di: Centro Internazionale d'Arte e di Cultura di Palazzo Te Fruttiere di Dove: Palazzo Te - viale Te, 19 Mantova
Quando: 26 novembre 2014  -  6 aprile 2015
Orari: Lunedì 13-19 Martedì - Domenica 9-19 Venerdì 9-23
Il servizio biglietteria termina un'ora prima

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)