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martedì 30 agosto 2016

Capitale italiana della cultura: 21 città candidate per il 2018

Capitale italiana della cultura: 21 città candidate per il 2018
Il ministero dei Beni culturali ha reso noto i nomi delle 21 città candidate al titolo di Capitale italiana della cultura 2018. Così dopo Mantova nel 2016, Pistoia nel 2017 e la designazione di Matera nel 2019 come capitale europea, si passa alla valutazione dei nuovi progetti per il 2018. L’individuazione della vincitrice avverrà entro il 31 gennaio 2017, ma prima sarà stilata una short list a metà novembre con le dieci finaliste. Come si legge nel bando, questi sono i punti di merito e gli obiettivi preposti da raggiungere: "Miglioramento dell’offerta culturale, rafforzamento della coesione e dell’inclusione sociale, lo sviluppo della partecipazione pubblica, incremento dell’attrattività turistica, utilizzo delle nuove tecnologie, promozione dell’innovazione e dell’imprenditorialità nei settori culturali e creativi, conseguimento di risultati sostenibili nell’ambito dell’innovazione culturale".

FONTE: repubblica.it

sabato 20 agosto 2016

Lapidarium, Aceves approda a Roma

Nei siti archeologici l'opera sull'eterna migrazione dell'uomo

Monumentale, enigmatica, in continua evoluzione: la grande opera scultorea "Lapidarium. Waiting for the barbarians" firmata dall'artista messicano Gustavo Aceves farà tappa a Roma, dove dal 15 settembre verrà installata nei siti archeologici più importanti della città. Dopo l'anteprima nel 2014 a Pietrasanta (dove Aceves risiede) e la prima presentazione a Berlino nel 2015, le imponenti sculture (40 lavori, dai 3 agli 8 metri di altezza e fino a 12 metri di lunghezza) dialogheranno con la grande storia della Capitale, invadendo il Colosseo, i Mercati di Traiano, i Fori Imperiali e l'Arco di Costantino.
    L'obiettivo dell'artista è rappresentare, con la grande potenza visiva del suo 'esercito' di cavalli scolpiti in bronzo, marmo, legno, ferro e granito, l'eterna migrazione dell'uomo, al di là di epoche e contesti, e permettere di rileggere in chiave critica la storia occidentale. Un modo per riflettere su soprusi e violenze di popoli verso altri popoli, e dare voce a chi è costretto a subire una continua diaspora, a quel popolo di "perdenti" che, emigrando, spesso è considerato "barbaro" e invasore. La mostra, curata da Francesco Buranelli e allestita fino al 7 gennaio, dopo Roma approderà a Istanbul, Parigi e Venezia nel 2017 fino a concludere il tour mondiale a Mexico City nel 2018.(ANSA).


   

venerdì 12 agosto 2016

Da Napoli ad Agrigento, mezzo miliardo per la cultura al Sud


Franceschini, investiamo sul patrimonio per rilanciare economia


Quasi 20 milioni di euro per il Museo archeologico di Napoli, quasi 25 per la Reggia di Caserta, 17 e mezzo per Paestum, 5 per Cuma, 4,5 per Velia. Oltre 7 milioni per il museo nazionale d'arte medievale e moderna della Basilicata e 5 per quello archeologico di Metaponto. E poi in Calabria 5 milioni per l'area archeologica e il museo di Locri e 2 per il castello di Palizzi. Spostandosi in Puglia 3 milioni per Castel del Monte, 10 per i castelli svevi di Trani e Brindisi, oltre 3 per il castello di Carlo V a Lecce. E poi giu' in Sicilia con 6,5 milioni per il parco della Valle dei Templi di Agrigento e 4,3 per il parco archeologico di Gela. Sono solo alcuni dei tanti interventi - per la precisione 88, tutti concentrati nelle 5 regioni del Sud Italia - che saranno possibili grazie al mezzo miliardo di euro di fondi destinati ai "cantieri della cultura".
Il Cipe ha approvato il Piano di Azione e Coesione Complementare 2014-2020 che costituisce l'ultima tranche del Piano operativo nazionale Cultura e sviluppo del Mibact. Presentato nel marzo 2016, per un valore di 133.622.878 euro, il Pac appena approvato completa un intervento strategico di 493 milioni (i 133 del Pac si sommano infatti ai circa 360 milioni del Pon cultura). Insomma risorse per interventi sostanziali, non solo semplici cambi di look, che potrebbero - se uniti a interventi alle infrastrutture - "guarire" l'Italia del turismo dalla cronica malattia del sovraffollamento su Roma, Venezia, Firenze e Milano e della carenza di turisti che sorpassano la Capitale per bearsi delle meraviglie culturali del Sud. "I cantieri della cultura - spiega il ministro dei Beni e delle Attivita' culturali e del Turismo, Dario Franceschini - sono un'ulteriore dimostrazione di come e quanto il governo stia investendo per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-architettonico e archeologico del nostro Paese. Dopo un decennio di tagli, queste scelte confermano che per il governo la cultura e' la chiave per il rilancio economico dei territori e del Mezzogiorno".
E quindi via a riallestimenti, riqualificazioni, valorizzazioni, ammodernamenti, restauri, ma anche, come accade a Castel del Monte, alla realizzazione di centri di accoglienza per i turisti, oppure ad allestimenti multimediali (a Sibari) o a futuristici Musei 3.0 (al Marta di Taranto). O ancora interventi per il risparmio energetico come al parco archeologico di Scolacium o di messa in rete dei musei (come accade in Campania) o di sistemi museali integrati (in Basilicata). Grazie all'intervento sinergico del Pon Cultura e del Piano d'Azione Comunitario, in Campania vengono finanziati 32 interventi per 137.816.723 euro, in Calabria 6 interventi per 11.088.730 euro, in Puglia 20 interventi per 68.297.141 euro, in Basilicata 9 interventi per 26.448.242 euro, in Sicilia 19 interventi per 57.073.267 euro. Oltre 300 milioni di risorse, circa 90 cantieri di immediata realizzazione, a cui si sommano le risorse per favorire la progettazione di qualita', l'assistenza tecnica alle stazioni appaltanti e 33 milioni di euro ancora da programmare.
FONTE: ansa.it

mercoledì 20 luglio 2016

Boldini e l’avanguardia figurativa a Pechino

La mostra ripercorre il percorso creativo del pittore da Ferrara alla lunga stagione francese

Giovanni Boldini e l’avanguardia figurativa fanno l’atteso esordio in Cina, al World Art Museum di Pechino. La mostra, dal titolo «Boldini, maestro della belle epoque» e aperta fino al 9 ottobre, si compone di 54 opere, tra cui l’autoritratto custodito dalla Galleria degli Uffizi, che ripercorrono il percorso creativo del pittore di Ferrara dall’esperienza fiorentina alla lunga e articolata stagione francese, con tanto di una selezione dei lavori fatti dai principali protagonisti italiani della stagione che, come Boldini, scelsero Parigi quale patria ideale della modernità e del filone artistico figurativo: da Giuseppe de Nittis a Federico Zandomeneghi, da Paolo Troubetzkoy a Vittorio Corcos. 

Il percorso è suggestivo e il ministro dei Beni culturali e del Turismo Dario Franceschini, presente all’inaugurazione, lo ha rimarcato. «Conosciuto in Europa, sconosciuto in Cina: è l’occasione per puntare su arte e cultura», ha rilevato alla cerimonia d’apertura. «Nel 1931, quando Boldini morì a Parigi, una delegazione da Ferrara partì per partecipare ai funerali. Di quella delegazione faceva parte anche mio nonno», ha raccontato Franceschini a conferma dei legami stretti tra la città estense e il suo illustre concittadino. 

Non a caso, sono ben 37 le opere esposte «provenienti dalla Galleria di Arte Moderna e contemporanea di Ferrara-Museo Boldini», ha detto il sindaco della città estense Tiziano Tagliani, approfittando anche dei lavori di consolidamento della struttura resisi necessari dopo il terremoto dell’Emilia. 

Da parte cinese, la direttrice del museo Wang Limei ha voluto esprimere tutto il suo entusiasmo per le opere dal «grande fascino», simbolo di una continua collaborazione e del rafforzamento dei rapporti tra Italia e Cina. 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 22 giugno 2016

RomaEuropa Festival 2016: per una "Storia contemporanea", da Baricco alla mostra Par tibi, Roma, nihil


Al via l'anteprima estiva di RomaEuropa Festival 2016 con due appuntamenti assolutamente imperdibili

Roma Estate 2016 è alle porte e il calendario degli eventi e delle cose da fare e da vedere è ricco e variegato. Uno degli appuntamenti imperdibili è sicuramente il RomaEuropa Festival, ricchissima kermesse che metterà la cultura al centro di una nutrita agenda tutta da scoprire, all’interno della quale spiccano certamente la mostra Par tibi, Roma, nihil e lo spettacolo Palamede, la storia, di Alessandro Baricco.

RomaEuropa Festival 2016, cosa ci sarà

Il RomaEuropa Festival 2016 aprirà il sipario con un’anteprima estiva dal 24 giugno al 18 settembre e animerà la capitale dal 21 settembre al 3 dicembre, facendone rivivere spazi culturali dalla suggestiva e struggente bellezza, come l’Area Archeologica del Palatino, che non a caso ospiterà sia la mostra Par tibi, Roma, nihil sia l’attesissimo spettacolo di Alessandro Baricco, due dei main events della kermesse. Ma RomaEuropa Festival non sarà solo questo: nella versione invernale infatti sono previsti 524 artisti per 145 giorni di attività, e ancora 51 appuntamenti dedicati alla creazione contemporanea e tantissime attività collaterali per vivere Roma da un punto di vista diverso, spettacolare, unico.

RomaEuropa Festival 2016, Par tibi, Roma, nihil

Nulla è a te comparabile, o Roma. Questo il senso (e la traduzione) di Par tibi, Roma, nihil, mostra che unirà antico e contemporaneo per un tripudio di cultura e arte imperdibile, che animerà la Capitale dal 24 giugno al 18 settembre 2016, dalle ore 8:30 alle 19.
Non è facile spiegare cosa sia Par tibi, Roma, nihil: una mostra, un laboratorio, un momento di unione e fusione per generare un percorso nuovo e meraviglioso, in grado di stupire, colpire e catturare lo spettatore. Un percorso costruito su tre linee tematiche, tre direzioni da seguire e tre esperienze in cui immergersi: così avremo “memoria”, dove spazio antico e resti si trasformano in laboratorio linguistico, e poi “storia”, fra antiche rovine che diventano sfondo di laboratori linguistici del futuro in un connubio spiazzante e innovativo.
Chiude i percorsi “spazio”, cioè il Palatino, così tipico eppure in grado di reinventare sé stesso negli occhi di questi artisti contemporanei che per l’arco di una mostra ne saranno per certi versi re-inventori. Par tibi, Roma, nihil è stata curata da Raffaella Frascarelli: il costo del biglietto varia da € 7,50 a € 12 per l’accesso all’area archeologica di Colosseo/Foro Romano/Palatino.
FONTE: pianetadonna.it
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giovedì 2 giugno 2016

"Simbolismo in Evoluzione", Giangaetano Patanè in mostra a Palazzo Cisterna

Il vernissage promosso dalla Fondazione Ducci e allestito negli storici spazi espositivi del Cenacolo de l’Erma fino al 10 giugno

La Fondazione Ducci di Roma, al fine di promuovere l’arte in tutte le sue espressioni, presenta nell’ambito della terza edizione della rassegna d’arte contemporanea "ArtInFondazione" la personale di Giangaetano Patanè intitolata "Simbolismo in Evoluzione", a cura di Claudio Strinati. La mostra sarà inaugurata venerdì 13 maggio 2016 alle 18.30 presso gli storici spazi espositivi del Cenacolo de l’Erma a Palazzo Cisterna (via Giulia 163) nel cuore della Capitale alla presenza dell’artista e del presidente Paolo Ducci.

La mostra propone un gruppo di ventuno opere che testimoniano il percorso dell’artista. Nato a Roma nel 1968, nel 1994 frequenta il College of Art of Edimburgh , nel 1996 colloca un monumento in bronzo in S. Maria in Ara Coeli-Roma, nel 2000 e nel 2002 è vincitore di borse di studio che lo portano rispettivamente in Sydney e a Colonia. Nel 2003 incarico di Private Banking BNL. Nel 2013 entra nella collezione del museo di Arte Contemporanea R. Bilotti Ruggi d’Aragona – Rende (CS). Attualmente risiede a Roma, all’Ex -Pastificio Cerere. Ha esposto a Roma (Chiostro del Bramante, GNAM, Complesso del Vittoriano), a Vienna e Berlino. In occasione dell’inaugurazione sarà presentato anche il catalogo a cura di Claudio Strinati. (La mostra è aperta al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18".

FONTE: iltempo.it

lunedì 30 maggio 2016

Arte che cammina: strandbeest, le sculture cinetiche

A tu per tu con gli strandbeest, famiglia di animali semoventi mossi dal vento e dotati di "vita autonoma", creata dall'artista olandese Theo Jansen.

Si muovono come ragni, ma somigliano a creature mitologiche: sono strandbeest (animali della spiaggia), sculture "cinetiche", ossia fatte per spostarsi sospinte del vento, da aria compressa e in qualche caso anche da spettatori attivi.

Questa famiglia di bestie artificiali, talmente agili e autonome da sembrare robot, è stata creata dallo scultore olandese Theo Jansen, fisico e artista, che lavora agli animali semoventi da 20 anni e che, di solito, li sperimenta sulle spiagge del suo Paese. Proprio oggi a San Francisco inaugura una mostra con alcuni strandbeest e molti dettagli sul processo creativo: un'occasione per rivedere alcuni video (come quello in apertura, realizzato da Business Insider) di questi esseri "alieni". 


ANATOMIA. Le ossa degli animali sono ottenute da tubi in PVC assemblati con nastro adesivo, elastici e fascette da elettricista. Ma le bestie da spiaggia incorporano anche stracci usati come ali, e bottiglie di plastica come serbatoi di aria compressa per potersi spostare anche in assenza di vento.

FONTE: focus.it

sabato 14 maggio 2016

Ravenna, da Picasso a de Chirico la Seduzione del Passato

Ravenna, da Picasso a de Chirico la Seduzione del Passato

Al Mar un ricco sguardo sull'intera storia del Novecento documenta artisti e vicende che testimoniano una ripresa della tradizione, attraverso modelli e valori dell’antico. Con opere di grandi maestri italiani e stranieri di generazioni, aree culturali e tendenze diverse


"Le opere dei nostri antenati sono indebitate nei confronti dei successori, se non diminuite, al punto che se i morti ritornassero vestirebbero i nostri colori e parlerebbero con le nostre voci”. Così, ci ricorda Marco Tonelli nel suo contributo al catalogo Mandragora (firmato anche da Spadoni, Pontiggia e Bazzocchi) citando "L’angoscia dell’influenza" di Harold Bloom e ci aiuta ad entrare in contatto e a capire lo spirito con cui "gli artisti creano i loro precursori".

Infatti, quali sono le armi di seduzione dei più grandi artisti italiani e moderni? Oltre ad uno sguardo diverso sulle cose che ha reso unica la loro produzione, al di là dei movimenti di appartenenza, sembra che ad unirli possa essere stata la necessità di attingere alla memoria storica e mostrarci la nostra tradizione anche la più antica, rivisitata. Così, La mostra “La seduzione dell’antico. Da Picasso a Duchamp, da de Chirico a Pistoletto“, al MAR, Museo d’Arte della città di Ravenna, racconta in otto sezioni, di quell’insopprimibile richiamo che il passato esercitò sugli artisti del Novecento e anoi più vicini.

Il viaggio, c'è tempo di farlo fino al 26 giugno, si scandisce in sezioni tematiche, la prima dal particolare titolo “Quel non so che di antico e di moderno” ripreso da una citazione di Carrà e, prosegue  con i generi della tradizione: "la Natura morta", "il Paesaggio", "il Ritratto", "Turbamenti barocchi", "Il mito e il sacro", "Archeologie", "Citazioni” e “L’attualità dell’antico”. Sono oltre 130 le opere di artisti del calibro di de Chirico, Morandi, Carrà, Martini, Savinio, Casorati, Sironi, De Pisis, Campigli e Severini. Per il Barocco si incontrano artisti come Scipione, Fontana e Leoncillo. Si passa successivamente alle icone pop come Schifano, Festa e Ceroli. L'antico e il post-moderno sono raccontati con le opere di Salvo, Ontani, Mariani e Paladino. C'è spazio anche per il ‘Realismo magico', da Sciltian a Clerici e Guttuso, e per la Pop Art e l'Arte Povera, con artisti come Paolini e Pistoletto. Molte poi le presenze di colonne portanti dello scorso secolo tra cui Picasso, Duchamp, Man Ray, Dalí, Klein e per avvicinarci alla contemporaneità segnaliamo Christo.

La mostra, curata da Claudio Spadoni, ripercorre l’intera vicenda artistica del Novecento partendo dalle Avanguardie storiche, fino alle neoavanguardie e alla stagione del postmoderno che segna in qualche modo l'affievolirsi di questa “seduzione”. Documenta artisti e vicende che testimoniano una ripresa della tradizione in una restituzione moderna di modelli e valori dell’antico, talora attraverso la citazione esplicita, o in forma evocativa, o attraverso una rilettura inedita di opere e figure mitizzate del passato, che diventano icone contemporanee, fino a operazioni ironiche o dissacratorie ormai a loro volta diventate classici della storia dell’arte. Una mostra ricca di spunti speculativi e di capolavori che oltre al gioco della Seduzione, mette in atto una rivalutazione del concetto del tempo, in grado di stabilire un'estensione del presente che contagia il passato.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

giovedì 12 maggio 2016

Le opere di Jan Fabre invadono Firenze


L’arte contemporanea torna in piazza della Signoria a Firenze con due opere in bronzo dello scultore belga Jan Fabre, 57 anni, uno dei più innovativi e rilevanti artisti del panorama attuale. Una di queste, dal titolo «Searching for Utopia», è una tartaruga di eccezionali dimensioni ed è esposta vicino al monumento equestre di Cosimo I, capolavoro rinascimentale del Giambologna; la seconda, dal titolo «The man who measures the clouds (American version, 18 years older)», è collocata sull’Arengario di Palazzo Vecchio, tra le copie del David di Michelangelo e della Giuditta di Donatello. In entrambe le opere c’è l’autoritratto dell’artista, nella doppia veste di cavaliere e guardiano, come tramite tra terra e cielo, tra forze naturali e dello spirito.  

Le due opere fanno parte della mostra «Spiritual Guards» di Jan Fabre curata da Melania Rossi e Joanna De Vos con la direzione artistica di Sergio Risaliti, ospitata anche in Palazzo Vecchio e che dal 14 maggio si allargherà al Forte di Belvedere. Jan Fabre è il secondo artista contemporaneo, dopo Botero nel 2003, a presentare una sua opera in piazza della Signoria. L’artista statunitense Jeff Koons nel settembre scorso è stato il primo a `violare´ lo spazio classico dell’Arengario di Palazzo Vecchio con l’esposizione di una sua colossale statua.  


In Palazzo Vecchio ci sono una serie di sculture che andranno a dialogare con gli affreschi e i manufatti conservati in alcune sale del percorso museale del palazzo, in particolare quelle del Quartiere di Eleonora, assieme alla Sala dell’Udienza e alla Sala dei Gigli. Tra le opere esposte anche un grande mappamondo (2.50 m di diametro) rivestito interamente di scarabei dal carapace cangiante, a poca distanza dal celebre globo conservato nella Sala delle Mappe geografiche, opera cinquecentesca di Ignazio Danti.  

FONTE: lastampa.it

mercoledì 11 maggio 2016

Le meraviglie italiane della street art

Un viaggio da nord a sud dello Stivale, alla scoperta dei murales e graffiti più belli: un museo "en plein air"che coinvolge anche Millo, Blu, Peeta, Banksy e C215...

Un viaggio tra graffiti e murales, forme e colori, alla scoperta della street art più bella d’Italia. Skyscanner ha raccontato il meglio dell’arte urbana in Italia, tra capolavori di sempre e nuovi soggetti pop. Si parte da Torino, dove, grazie al bando B.ART, l’artista Millo ha realizzato tredici enormi murales in bianco e nero nel quartiere Barriera di Milano, incentrate sul rapporto tra umano e metropolitano. A Milano, nel quartiere Isola, potrete invece scoprire gli stencil iconici di Zibe, i piccoli animaletti di Microbo e le scene surreali di Santi.

A Venezia, attorno al Teatro Marinoni, potrete trovare il lavoro dell’artista Peeta, i cui graffiti diventano tridimensionali grazie a giochi di luce e sfumature. A Padova il Comune ha lanciato un progetto per colorare le periferie, mettendo a disposizione di una dozzina di artisti locali le superfici di quattro grandi palazzi nel quartiere Mortise. Inoltre qui è nata la prima “social graffiti photomap”, ovvero una mappa virtuale che raccoglie i lavori di arte urbana presenti in città.

A Bologna potrete gustarvi le grandi opere di artisti riconosciuti a livello internazionale, come Blu, Ericailcane, Mambo e Dado, tra animali surreali e colori sgargianti. Anche qui potrete utilizzare un utile strumento, la mappa di Bolognastreetart. A Firenze, invece, si può scoprire anche l’arte di CLET, i cui omini stilizzati hanno trasformato la segnaletica italiana, e quella di Exit Enter, tra palloncini e cuori rossi.

Nella Capitale partite dal Museo Urban di Roma, una mostra collettiva di opere urbane. E poi scoprite le chicche sparse per tutta la città, da Ostiense a Tormarancia, da Quadraro al Testaccio. Non solo architetture partenopee, invece, a Napoli: i lavori di Banksy, C215, Alice Pasquini e di tanti altri artisti hanno rivoluzionato gli spazi cittadini, da quelli degradati a quelli più famosi.

Spostandoci in Puglia, a Bari si possono ammirare le opere di artisti di fama internazionale come 108, Ozmo e Hell’O Monsters. Mentre a Palermo, tra i quartieri di Vucciria, Borgo Vecchio, ZEN e Kalsa, tante le iniziative che hanno coinvolto il Comune con gli artisti locali: spicca l’ispirazione dell’artista franceseC215, che ha riproposto i principali capolavori del Caravaggio.

FONTE: Salvo Cagnazzo (lastampa.it)


mercoledì 4 maggio 2016

A Firenze le foto e i disegni di Liu Xiaodong raccontano le migrazioni




Il fenomeno delle migrazioni cinesi nel mondo, osservato dall’occhio artistico di Liu Xiaodong: è l’oggetto della mostra che, fino al 19 giugno sarà accolta negli spazi della galleria Strozzina di Palazzo Strozzi a Firenze. L’esposizione è costituita da 182 tra disegni e fotografie; 11 dipinti e un video-documentario realizzati specificamente dall’artista cinese in seguito ad un periodo di residenza in Toscana tra l’autunno 2015 e questa primavera. 

I soggetti principali delle opere in mostra sono le città di Firenze e Prato e la campagna senese, luoghi vissuti dall’artista attraverso il contatto diretto con gli abitanti e con un particolare interesse per le locali comunità cinesi. La mostra a Palazzo Strozzi diviene inoltre l’occasione per una riflessione sulla migrazione dei popoli e il loro rapporto con nuovi territori e ambienti fisici, geografici e culturali, in riferimento anche ai fatti recenti di crisi ai confini dell’Europa, che lo stesso Xiaodong ha visitato a Bodrum in Turchia e a Kos in Grecia.  

Origine del progetto per Palazzo Strozzi è il particolare interesse dell’artista per la comunità cinese di Prato, la più popolosa d’Italia e una delle più importanti di Europa, ormai arrivata quasi alla terza generazione. La mostra è promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con la collaborazione di Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. 

FONTE: lastampa.it

domenica 1 maggio 2016

VERMIBUS – L’affascinante arte del Subvertising

Dalla strada alla strada, passando per il suo studio. Il tragitto che compiono le opere di Vermibus, artista berlinese che ha fatto del Subvertising il suo lavoro, è breve quanto intenso. Inizia e finisce in strada. La sua arte? Recuperare gli annunci pubblicitari in giro per il mondo, sottoporli a un processo di trasformazione estetica e morale, dirottando completamente il loro messaggio, e riportarli in strada con tutto un altro significato, in un nuovo originale contesto, il suo. Un gesto che potrebbe sembrare simile alla pittura, ma non lo è. Vermibus non utilizza nuovi colori per creare un’immagine, lui stravolge i colori di quell’immagine, di un viso preesistente, per crearne, su carta lucida, uno nuovo. Una tecnica che ricorda un tipico trucco tribale, il volto di un fantasma, di una mummia, un ritratto d’arte vudù che utilizza parti umane come i denti e i capelli per creare delle figure antropomorfe. Così come la pittura vorticosa dell’artista irlandese Francis Bacon, che come Vermibus, lavorava il colore per rendere l’immagine più interessante, scomponendo il soggetto fino a generare un effettivo conflitto visivo. Nelle opere di Vermibus, i ritratti vengono disumanizzati e viene data loro una maggiore individualità, quella che prima, secondo lui, era stata privata dal brand, ma che grazie alla sua personale, parodistica, interpretazione torna ad avere una propria identità. Obiettivo centrato in pieno: le advertising ora si fanno notare. Le persone si incuriosiscono, si fermano a guardarle, le scattano una foto.

FONTE: Bookmoda.com

venerdì 22 aprile 2016

Le opere di Jan Fabre invadono Firenze




L’arte contemporanea torna in piazza della Signoria a Firenze con due opere in bronzo dello scultore belga Jan Fabre, 57 anni, uno dei più innovativi e rilevanti artisti del panorama attuale. Una di queste, dal titolo «Searching for Utopia», è una tartaruga di eccezionali dimensioni ed è esposta vicino al monumento equestre di Cosimo I, capolavoro rinascimentale del Giambologna; la seconda, dal titolo «The man who measures the clouds (American version, 18 years older)», è collocata sull’Arengario di Palazzo Vecchio, tra le copie del David di Michelangelo e della Giuditta di Donatello. In entrambe le opere c’è l’autoritratto dell’artista, nella doppia veste di cavaliere e guardiano, come tramite tra terra e cielo, tra forze naturali e dello spirito.  

Le due opere fanno parte della mostra «Spiritual Guards» di Jan Fabre curata da Melania Rossi e Joanna De Vos con la direzione artistica di Sergio Risaliti, ospitata anche in Palazzo Vecchio e che dal 14 maggio si allargherà al Forte di Belvedere. Jan Fabre è il secondo artista contemporaneo, dopo Botero nel 2003, a presentare una sua opera in piazza della Signoria. L’artista statunitense Jeff Koons nel settembre scorso è stato il primo a `violare´ lo spazio classico dell’Arengario di Palazzo Vecchio con l’esposizione di una sua colossale statua.  

In Palazzo Vecchio ci sono una serie di sculture che andranno a dialogare con gli affreschi e i manufatti conservati in alcune sale del percorso museale del palazzo, in particolare quelle del Quartiere di Eleonora, assieme alla Sala dell’Udienza e alla Sala dei Gigli. Tra le opere esposte anche un grande mappamondo (2.50 m di diametro) rivestito interamente di scarabei dal carapace cangiante, a poca distanza dal celebre globo conservato nella Sala delle Mappe geografiche, opera cinquecentesca di Ignazio Danti.  

Il 14 maggio aprirà poi la mostra al Forte di Belvedere, dove tra i bastioni e la palazzina saranno presentate circa sessanta opere in bronzo e cera, oltre a una serie di film incentrati su alcune storiche performance dell’artista. Sette scarabei bronzei saranno posizionati nei punti di vedetta del Forte mentre una serie di autoritratti dell’artista a figura intera andranno a popolare gli angoli dei bastioni. Gli scarabei rappresentano angeli di metamorfosi e simboleggiano nelle antiche religioni e nella tradizione pittorica italiana e fiamminga il passaggio tra la dimensione terrena e la vita eterna con il loro continuo movimento. 

Allo stesso tempo possiedono una bellissima corazza che mette in luce drammaticamente la vulnerabilità di quel corpo «regale». Tra pochi giorni Jan Fabre arriverà a Firenze, dove nottetempo realizzerà una performance in piazza della Signoria, che lo vedrà strisciare per terra come un «verme» tra i capolavori dell’arte del Rinascimento. L’happening sarà filmato e poi esposto a Forte Belvedere.

FONTE: lastampa.it

giovedì 21 aprile 2016

Cvtà: street art nell'antico borgo molisano

Dal 21 al 24 aprile a Civitacampomarano arriva l'arte di Biancoshock, David de la Mano, Pablo S. Herrero, Hitnes, Icks e Uno...

Un tocco di street art per far rinascere l’antico borgo molisano di Civitacampomarano, in provincia di Campobasso: la prima edizione del FestivalCVTà – Street Fest partirà giovedì 21 e andrà avanti sino a domenica 24 aprile. Sei gli artisti protagonisti: Biancoshock, David de la Mano, Pablo S. Herrero, Hitnes, Icks e Uno. La direzione artistica della manifestazione è firmata da Alice Pasquini, il coordinamento degli eventi è affidato a Jessica Stewart.

Tutto nasce da un’e-mail inviata ad Alice nel 2014 da Ylenia Carelli, Presidente della Pro Loco “Vincenzo Cuoco” di Civitacampomarano: un invito a fare tappa nel borgo molisano per dipingere i muri del centro storico ormai quasi completamente disabitato. L’artista realizza una serie di interventi pittorici, prendendo spunto da fotografie d’epoca della vita del paese, per rendere omaggio al passato di Civitacampomarano.

“Ho dipinto su vecchie porte, per ricordare quello che ora non c’è più – spiega Alice – molte case bellissime ora sono vuote, lo spopolamento è stato enorme e Civitacampomarano oggi conta poco più di quattrocento abitanti”. E prosegue: “Per me non è un paese qualsiasi – racconta – è il paese natale di mio nonno”. Il viaggio di Alice diventa così non solo un viaggio alla scoperta delle bellezze di un’Italia minore, ma anche un percorso nella sua memoria familiare.

Sono stati gli stessi abitanti di Civitacampomarano a fare a gara per mettere a disposizione degli artisti muri e scorci panoramici. Ciascuno dei sei artisti è invitato a eseguire il proprio intervento sulla pelle dell’antico borgo nell’arco dei quattro giorni in cui si svolgerà la manifestazione, lavorando a stretto contatto con gli abitanti del luogo. Ma il programma prevede anche una serie di iniziative ed eventi collaterali, che vanno dalle visite guidate, al dialogo con i bambini delle scuole, dalla gastronomia alla musica.

Street artist e pittrice, ma anche illustratrice e scenografa, la romana AliCè ha portato nelle più importanti città del mondo la sua arte che mescola narrazione della vitalità femminile. Il milanese Biancoshock definisce i suoi interventi urbani temporanei, amplificati attraverso la fotografia, i video e i media, con il termine Effimerismo, da lui stesso coniato. Arriva da Montevideo in Uruguay David de la Mano, che approda alle pitture murali e all’arte pubblica a partire dagli studi in Spagna dedicati alla scultura e dai progetti installativi e di land-art.

Il linguaggio pittorico dello spagnolo Pablo S. Herrero è legato al codice degli alberi e delle foreste. La sua attività come muralista si concentra soprattutto fuori dai centri urbani, abitando periferie, aree marginali e zone rurali. In primis disegnatore e poi pittore su parete, con una predilezione tematica per il mondo animale e vegetale, Hitnes da Roma gira il mondo disseminando al suo passaggio figure di un bestiario e di un erbario in continua evoluzione.

Unico artista molisano, ICKS lavora con la tecnica dello stencil e attinge a un immaginario pop, riletto con ironia e una critica costante agli stereotipi consolidati, affrontando spesso anche tematiche sociali. Attualizzando la lezione di Warhol, di Debord e di Rotella, UNO gioca con la tecnica pubblicitaria, cambiandola di segno, attraverso la ripetizione all’infinito e l’uso di spray e pitture fluorescenti in abbinamento alle tecniche del poster, del collage, del decoupage e in generale della manipolazione della carta.

FONTE: Salvo Cagnazzo (lastampa.it)

mercoledì 6 aprile 2016

Gli acquerelli di Hermann Hesse esposti a Cecina

L’amore del letterato per pennelli e tavolozze in mostra fino al 15 maggio

Scorci di vallate e dolci colline, cieli tersi e piccole abitazioni colorate sparse qua e là come le illustrazioni di una fiaba. Sono i paesaggi di Montagnola, in Svizzera, dove lo scrittore tedesco naturalizzato svizzero Hermann Hesse si ritirò alla fine della prima guerra mondiale e dove rimase fino alla morte, nel 1962, alternando alla scrittura una passione più nascosta ma altrettanto forte, quella per la pittura. Oggi, ad oltre cinquant’anni dalla sua scomparsa, l’amore per pennelli e tavolozze del Premio Nobel 1946 per la letteratura è al centro della mostra «Hermann Hesse. Acquerelli», che la Fondazione Culturale Hermann Geiger porta a Cecina (Livorno), in piazza Guerrazzi 32, fino al 15 maggio.  

Protagonisti saranno una selezione di 36 acquerelli raffiguranti paesaggi ticinesi (tre vengono mostrati al pubblico per la prima volta), un autoritratto a matita ed alcuni disegni inediti. Completeranno la mostra diverse fotografie d’epoca ed alcuni oggetti appartenuti ad Hermann Hesse, celebre autore di «Siddharta», tra i quali il bastone e il bauletto da viaggio con i pennelli, che sempre accompagnavano l’artista nelle sue passeggiate. Questi oggetti personali provengono dalla collezione di Eva Hesse, nipote dello scrittore naturalizzato svizzero La mostra, che viene promossa e realizzata dalla Fondazione Geiger e curata dal direttore artistico Alessandro Schiavetti, offrirà al pubblico un volto poco conosciuto di Hesse: quello di pittore. Eppure questa attività è stata parte preponderante della sua vita, tanto da fargli affermare nel 1924 «non sarei giunto così lontano come scrittore senza la pittura». 

FONTE: lastampa.it


venerdì 25 marzo 2016

I capolavori di Edward Hopper in mostra a Bologna

L’antologica resterà allestita dal 25 marzo al 24 luglio negli spazi di Palazzo Fava

Il genio di Edward Hopper è al centro di una grande antologica allestita dal 25 marzo al 24 luglio a Bologna, negli spazi di Palazzo Fava. Esposti circa 60 capolavori provenienti dal Whitney Museum di New York, che custodisce l’intera eredità dell’artista americano, tra i più famosi e celebrati del `900 per la sua capacità unica a fermare l’attimo, come fosse cristallizzato nel tempo, di un panorama o di una persona. 

«Edward Hopper », prodotta e organizzata da Arthemisia Group, congiuntamente con la Fondazione Carisbo e Genus Bononiae. Musei nella Città e con il comune di Bologna e il Whitney Museum of American Art di New York, è stata curata da Barbara Haskell, responsabile della sezione dipinti e sculture dell’istituzione museale americana, e da Luca Beatrice, che hanno selezionato le opere in modo da offrire al visitatore italiano l’intero percorso creativo del grande pittore. Al Whitney Museum, grazie al lascito della vedova Josephine avvenuto nel 1968, si trovano infatti oltre 3.000 opere tra dipinti, disegni e incisioni, relative a tutta la produzione hopperiana. 

La mostra bolognese, suddivisa in sei sezioni, segue un ordine tematico e cronologico al tempo stesso della carriera dell’artista che, nella sua lunga attività, ha affrontato quasi tutti i motivi e generi della pittura figurativa e rappresentato i tratti salienti e gli stereotipi del mito americano, in seguito ereditati in molteplici campi dell’espressione visiva dal cinema alla fotografia e alla pubblicità. 

FONTE: lastampa.it

sabato 12 marzo 2016

L'arte anonima di Aubusson

Tra dipinto e tessuto: l’arte dei peintres cartonniers di Aubusson in mostra a Milano

C’è un paesino nel cuore della Francia che si chiama Aubusson, ed è diventato famoso per la particolarissima disciplina che qui ha raggiunto livelli aulici: quello della tappezzeria, Patrimonio Immateriale dell’Umanità, veri capolavori che mescolano arte ed artigianato. Una mostra a Milano celebra l’unione tra pittura e tessuto che sta alla base del successo degli arazzi di Arbusson, intitolata ‘I dipinti dei peintres cartonniers o l’arte anonima del miracolo d’Aubusson’.
 Opere dipinte e opere tessute che rivelano come nel comune francese il legame tra le due arti vivesse in magnifica simbiosi. David Sorgato ha selezionato, dalla sua ricca collezione di dipinti dei peintres cartonniers de la Tapisserie Royale (i pittori che dipingevano i cartoni con i disegni preparatori per l’arazzo), 30 tele provenienti dalla vendita del 1995 della Collezione Hamot, storica maison francese che fu tra i fornitori preferiti di tessuti e arazzi di tutti i governi francesi, da Luigi XV al Generale De Gaulle. In mostra anche 10 Aubusson antichi e 6 moderni, alcuni arazzi eseguiti tra il Seicento e Settecento e una rarissima serie di arazzi del 1930.
 Dipinti e tessili dialogano tra loro, ma è ammirando in particolare i primi che s’intende quanto era stretto il rapporto tra l’idea, tradotta in pittura, e l’opera compiuta all’interno dei laboratori de la Manufacture Royale d’Aubusson. I cartoni dipinti, modelli fedeli in proporzione e colore ai manufatti finiti, spesso erano accompagnati da appunti o annotazioni tecniche lasciate dal pittore per guidare il tessitore; egli posizionava i cartons sotto al telaio al quale lavorava con la tecnica a basse lisse, cioè allargando i fili stessi sul retro del lavoro, senza mai vederne direttamente il risultato se non con l’ausilio di un piccolo specchio fatto scivolare tra i fili e i cartons: questo è il ‘miracolo’ d’Aubusson. I cartoni erano strumenti di lavoro, lungo i perimetri è ancora possibile vedere i piccoli fori dei chiodi con cui venivano fissati al telaio, e raramente portano la firma del pittore. Vere e proprie opere d’arte ‘anonime’, che potete ammirare fino al 30 aprile in Via Sant’Orsola 13. 

FONTE: lastampa.it

martedì 23 febbraio 2016

La passerella di Christo sul Lago d’Iseo

La passerella di Christo sul Lago d’Iseo

Christo “si ferma” a Iseo nel 2016.
Il celebre artista bulgaro-francese che di nome fa Yavachev sceglie illago lombardo, situato a 100 chilometri a est di Milano e 200 chilometri ad ovest di Venezia, come scenario d’eccezione per la sua prossima installazione.
Meteo permettendo, dal 18 giugno al 3 luglio il panoramico bacino lacustre lombardo ospiterà una passerella formata da 200mila metri cubi di polietilene ad alta densità e rivestita da 70mila metri quadri di tela gialla, lo stesso colore usato per i teli di The Gates, altra installazione realizzata a Central Park a New York nel mese di febbraio 2005.

Il pontile galleggiante, rinominato The Floating Piers, guiderà i visitatori lungo un percorso di 3 chilometri sospeso sull’acqua che partirà da Sulzano e raggiungerà Monte Isola passando per l’Isola di San Paolo, proseguendo per 1,5 chilometri di strade pedonali anche tra Sulzano e Peschiera Maraglio.
Ad accompagnare Christo in quello che si preannuncia l’evento artistico italiano dell’anno ci sonoVladimir Yavashev (Operations Manager), Wolfgang Volz (Project Manager), Josy Kraft (Curatore) e il Direttore del progetto Germano Celant.

The Floating Piers sarà finanziata interamente attraverso la vendita delle opere d’arte di Christo. Trascorsi i 16 giorni di esposizione, le componenti della passerella saranno rimosse e riciclate industrialmente.
A distanza di 48 anni dalla sua prima performance in terra italiana – nel 1968 ha incelofanato unafontana e la torre medievale di Spoleto – Christo è pronto a riportare il suo estro creativo nel Belpaese.


FONTE: luxgallery.it

lunedì 22 febbraio 2016

L’arte come ricerca mistica: Faig Ahmed

L’artista azero ha realizzato delle opere site specific per il MACRO con un tema curioso: il sufismo

'Points of Perception' è la prima mostra personale italiana presso un museo dell’artista azero Faig Ahmed, ospitata allestita al MACRO di Testaccio fino al 29 marzo 2016. Si tratta di una serie di opere site-specific, che hanno come filo conduttore il sufismo, forma di ricerca mistica che appartiene alla cultura islamica; la mostra è curata da Claudio Libero Pisano, promossa da Roma Capitale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dall’Ambasciata della Repubblica dell’Azerbaigian in Italia, e realizzata in collaborazione con la galleria Montoro12 Contemporary Art di Roma.
 Faig Ahmed ha realizzato delle opere che rappresentano la relazione tra coscienza e tutto ciò che c’è al di fuori di essa, intrecciandosi con il filo conduttore del sufismo come ricerca mistica. L’arte è uno strumento per ampliare i sensi, e l’artista sperimenta tecniche diverse collegandole a pratiche mistiche, trovando una sua peculiare soluzione all’interrogativo sulla percezione della verità. I percorsi dell’arte, sin dalle sue forme ancestrali, sono sempre serviti ad indagare il confine tra coscienza e percezione, tra misticismo e realtà, tracciando una sorta di mappa della comprensione umana. L’artista in questo contesto utilizza l’ascetismo Sufi per contrasto, interpretando la realtà nei suoi aspetti più concreti, e utilizzando l’arte come passe-partout per riconnettere passato e presente, tradizione e modernità. Infiniti linguaggi ed infinite tecniche che trovano il modo di mettere in relazione mente e corpo, e le opere che ne nascono condividono con lo spettatore interrogativi, meraviglia e stupore. 
 La mostra è composta da numerose opere, tra cui grandi installazioni, video, e i noti 'carpet works', con i quali l’artista trasforma oggetti dalla tradizione secolare in imponenti opere d’arte contemporanea, creando manufatti che sembrano proiettati nel futuro grazie a un’estetica azzardata e fuori dal tempo, nonostante l’esecuzione fedele ad antichissimi procedimenti. Partendo infatti dal design dei tradizionali tappeti dell'Asia centrale, Ahmed li manomette e li riprogetta in forma digitale sul computer. Il risultato è trasportato su disegni a grandezza naturale, che, come nella realizzazione dei tappeti tradizionali, vengono poi realizzati da artigiani locali su telai tradizionali, dando vita ad oggetti nei quali si è portati a perdersi, dove il segno viene continuamente spostato, pixellato, liquefatto. Al centro della sala, una monumentale installazione che sfida le leggi fisiche e dispone il pavimento tessuto di una moschea in una sorta di onda che travolgere lo spettatore.  

FONTE: lastampa.it 


giovedì 18 febbraio 2016

Pomodoro, i 90 anni dell'ultimo maestro del bronzo

Arnaldo Pomodoro, a Londra a 90 anni (e dopo 50)


L’artista italiano, che dal 10 febbraio torna in mostra a Londra dopo 50 anni, nella sede della galleria Tornabuoni Art, racconta della sua arte e del suo originale mix tra materiali pregiati e - letteralmente - avanzi. "Sedie, pezzi di ruote rotte: la mia argilla"


Sfere, archi, dischi, archi: trentacinque opere, tanto bronzo. Dopo cinquanta anni torna in mostra a Londra un artista italiano conosciuto in tutto il mondo: Arnaldo Pomodoro. La sua fama è proporzionale alla presenza delle sue opere nelle piazza di molte città, dentro e fuori i confini de nostro Paese, da Milano a Sorrento, passando per Torino, Copenaghen, Brisbane, Los Angeles, Dublino dove una sua opera è collocata di fronte al famoso Trinity College. Poi ci sono anche le sculture nei musei e nelle gallerie d’arte, dove torna in questi giorni. Pomodoro, nato quasi 90 anni fa (nel giugno 1926)  in un paese nel confine tra Marche, Emilia Romagna e Toscana, è  infatti, il protagonista di una grande personale che si tiene dal 10 febbraio al 16 aprile nella sede londinese di Tornabuoni Art, aperta ad ottobre 2015 da Ursula Casamonti, gallerista forte della sua esperienza acquisita lavorando al fianco di suo padre e suo fratello per oltre venti anni di gestione Tornabuoni Arte, galleria fondata a Firenze nel 1981 e che ha dato vita, nel tempo, a diversi spazi espositivi, tutti specializzati nell’arte italiana del dopoguerra.

La mostra, allestita sui due piani della galleria, inizia con la “Grande Tavola dei Segni”, opera del 1960, con cui Pomodoro esplora ciò che lui stesso descrive come "una lingua segreta”, citando l'influenza di Paul Klee. Questa prima opera, come la maggior parte delle sculture e dei bassorilievi esposti, è realizzata in bronzo. Ho chiesto all’artista di parlarci del suo lavoro, proprio a partire dal metallo che lo ha reso famoso.

Il materiale a cui è più legato il suo lavoro è indubbiamente il bronzo, come testimoniano anche la maggior parte delle opere in mostra nella galleria Tornabuoni di Londra.
Si, appena ho potuto ho usato il bronzo, che ho scelto perché è un materiale che risponde a ciò che desidero: lo posso patinare, lucidare e ha molte sfaccettature e ricchezza. Questo non mi ha fatto escludere comunque l’uso di altri materiali, che ho sperimentato, facendo ad esempio lavori di piombo molto grandi e anche di legno. Penso che tutti i materiali sono buoni per la scultura.

È cambiato il modo di lavorare manualmente il bronzo?
Il bronzo è un metallo bellissimo, come l’oro. Si camuffa anche da oro, è un può più grezzo ma fa ottenere superfici dello stesso effetto. Non è cambiato il modo di lavorarlo  ma oggi come oggi sono uno dei pochi rimasti a lavoraci ancora. Io mi avvicino alla vecchiaia, non resteranno in molti a lavorare con questo materiale, che è anche caro da morire, appunto come l’oro.

Quale è il suo metodo e quale la sua tecnica?
Il lavoro lo seguo sempre fino alla fine, senza preoccuparmi di farlo leggero o pesante, usando sempre quello che mi piace e che mi serve, e anche quello che trovo accidentalmente, qualche volta. Nei miei lavori troverà pezzi di ruote rotte, frammenti che trovo e pigio nella terra, riscattandoli e amalgamandoli tra loro. Ci sono anche pezzi di sedie, per esempio, o elementi trovati che, nel lavoro finito non si vedono: li pigio nella terra per poi fare una gettata con il gesso, al fine di creare un’impronta. Tutto quello che ho fatto l’ho creato inizialmente in “negativo”, quindi anche pensando in negativo. La cosa bellissima è che, molte volte, dopo aver gettato il materiale, nel momento di togliere tutto quello che è stato ormai coperto, ottengo lavori che stupiscono anche me. Si dice scultore dal “pollice felice” perché si usa il pollice, a me piace parlare di terra felice,  terra intesa proprio nel senso di argilla. Così come i materiali ci sono tecniche diverse: lavorare in negativo è stato il modo che più mi ha risolto le cose, il rilievo veniva da tutti gli elementi che io pigiavo. Così ho inserito nella terra tutto ciò che avevo intorno nella vita, come i ricordi, facendo una composizione di quello che trovavo: frammenti di elementi rigettati dal mare trovati sulla riva, altre volte cose buttate via, sempre poi composte con la mia fantasia in modo da ottenere i bassorilievi.

Alcuni suoi lavori hanno riferimenti alla cultura egiziana, a cominciare dalle forme piramidali; le sue opere collocate a Terni ricordano le sculture di fango a Djenné. Che rapporti ha con l’Africa?
Effettivamente le opere poi diventano un miscuglio dell’insieme, di tutto. Quando si viene influenzati da diverse culture e poi si cerca di mettere insieme i ricordi in materia personale, allora tutto diventa il mio segno,  quello pensato da me che è diverso da quello che pensa lei e chiunque altro. Più che con l’Africa il rapporto è con tutto ciò che accade nei Paesi sottosviluppati, dove esistono forme più primitive, nuove. Non solo l’unico che lavora nella scultura con i grandi bassorilievi che occupano lo spazio. Mark di Suvero, per esempio, è un altro artista che non ama molto il rilievo ma che crea anche lui grandi sculture. Lui ha usato spesso forme di piramidi, che ha persino messo insieme, con delle catene, facendole muovere con il vento, creando qualcosa di meraviglioso.

Prima dell’Africa c’è il Montefeltro, dove è nato lei e anche Piero della Francesca.
Non diciamola così. Ci è nato lui, io sono nato ai confini... Scherzo dicendo “Arnaldo Pomorodo da Moltefeltro”. La zona ha visto nascere i primi elementi sculturali, direi che il Rinascimento è nato lì; mi piace scherzare sull’essere originario di quelle parti che, sì, ci hanno effettivamente dato molto dal punto di vista artistico.

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)