Visualizzazione post con etichetta Mostre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mostre. Mostra tutti i post

sabato 9 luglio 2016

Tivoli, a Villa d'Este una mostra su l'Orlando Furioso


Tornano alla ribalta le vicende amoroso di Orlando e Angelica, protagonisti del poema epico più conosciuto della letteratura italiana, l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto (1516). Sono passati ben cinquecento anni dalla prima edizione del poema epico che tratta, tra i temi principali, oltre alle peripezie sentimentali e al bel modo di corteggiare, la guerra tra musulmani e cristiani che si conclude con la vittoria dei cristiani sugli acerrimi nemici. In occasione di questo grosso compleanno la Villa d’Este di Tivoli ospita una mostra, intitolata I voli dell'Ariosto. L’Orlando furioso e le arti, che racconta l’impatto esercitato dal racconto di Ariosto, da quando fu scritto fino ad oggi, sulle arti figurative.

Lo scenario della villa, con gli ambienti affrescati e i bei giardini, è l’ideale per una mostra di questo tipo. Inoltre, il cardinale Ippolito II d’Este, che la fece costruire, frequentò l’Ariosto durante gli anni giovanile trascorsi presso Ferrara. Le opere selezionate per la mostra (dipinti, sculture, arazzi, ceramiche, incisioni, disegni, medaglie, libri illustrati) narrano il meglio dell’Orlando Furioso e come i protagonisti dell’opera siano divenuti soggetti molto amati dai pittori delle epoche a seguire. Ad integrazione della mostra, Villa d’Este proporrà durante il periodo di apertura diverse manifestazioni ed eventi collegati: percorsi nel territorio, concerti, proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali, conferenze e letture ariostesche.

FONTE: Mariapia Bruno (ilmessaggero.it)

mercoledì 22 giugno 2016

RomaEuropa Festival 2016: per una "Storia contemporanea", da Baricco alla mostra Par tibi, Roma, nihil


Al via l'anteprima estiva di RomaEuropa Festival 2016 con due appuntamenti assolutamente imperdibili

Roma Estate 2016 è alle porte e il calendario degli eventi e delle cose da fare e da vedere è ricco e variegato. Uno degli appuntamenti imperdibili è sicuramente il RomaEuropa Festival, ricchissima kermesse che metterà la cultura al centro di una nutrita agenda tutta da scoprire, all’interno della quale spiccano certamente la mostra Par tibi, Roma, nihil e lo spettacolo Palamede, la storia, di Alessandro Baricco.

RomaEuropa Festival 2016, cosa ci sarà

Il RomaEuropa Festival 2016 aprirà il sipario con un’anteprima estiva dal 24 giugno al 18 settembre e animerà la capitale dal 21 settembre al 3 dicembre, facendone rivivere spazi culturali dalla suggestiva e struggente bellezza, come l’Area Archeologica del Palatino, che non a caso ospiterà sia la mostra Par tibi, Roma, nihil sia l’attesissimo spettacolo di Alessandro Baricco, due dei main events della kermesse. Ma RomaEuropa Festival non sarà solo questo: nella versione invernale infatti sono previsti 524 artisti per 145 giorni di attività, e ancora 51 appuntamenti dedicati alla creazione contemporanea e tantissime attività collaterali per vivere Roma da un punto di vista diverso, spettacolare, unico.

RomaEuropa Festival 2016, Par tibi, Roma, nihil

Nulla è a te comparabile, o Roma. Questo il senso (e la traduzione) di Par tibi, Roma, nihil, mostra che unirà antico e contemporaneo per un tripudio di cultura e arte imperdibile, che animerà la Capitale dal 24 giugno al 18 settembre 2016, dalle ore 8:30 alle 19.
Non è facile spiegare cosa sia Par tibi, Roma, nihil: una mostra, un laboratorio, un momento di unione e fusione per generare un percorso nuovo e meraviglioso, in grado di stupire, colpire e catturare lo spettatore. Un percorso costruito su tre linee tematiche, tre direzioni da seguire e tre esperienze in cui immergersi: così avremo “memoria”, dove spazio antico e resti si trasformano in laboratorio linguistico, e poi “storia”, fra antiche rovine che diventano sfondo di laboratori linguistici del futuro in un connubio spiazzante e innovativo.
Chiude i percorsi “spazio”, cioè il Palatino, così tipico eppure in grado di reinventare sé stesso negli occhi di questi artisti contemporanei che per l’arco di una mostra ne saranno per certi versi re-inventori. Par tibi, Roma, nihil è stata curata da Raffaella Frascarelli: il costo del biglietto varia da € 7,50 a € 12 per l’accesso all’area archeologica di Colosseo/Foro Romano/Palatino.
FONTE: pianetadonna.it
Visualizzazione di

giovedì 2 giugno 2016

"Simbolismo in Evoluzione", Giangaetano Patanè in mostra a Palazzo Cisterna

Il vernissage promosso dalla Fondazione Ducci e allestito negli storici spazi espositivi del Cenacolo de l’Erma fino al 10 giugno

La Fondazione Ducci di Roma, al fine di promuovere l’arte in tutte le sue espressioni, presenta nell’ambito della terza edizione della rassegna d’arte contemporanea "ArtInFondazione" la personale di Giangaetano Patanè intitolata "Simbolismo in Evoluzione", a cura di Claudio Strinati. La mostra sarà inaugurata venerdì 13 maggio 2016 alle 18.30 presso gli storici spazi espositivi del Cenacolo de l’Erma a Palazzo Cisterna (via Giulia 163) nel cuore della Capitale alla presenza dell’artista e del presidente Paolo Ducci.

La mostra propone un gruppo di ventuno opere che testimoniano il percorso dell’artista. Nato a Roma nel 1968, nel 1994 frequenta il College of Art of Edimburgh , nel 1996 colloca un monumento in bronzo in S. Maria in Ara Coeli-Roma, nel 2000 e nel 2002 è vincitore di borse di studio che lo portano rispettivamente in Sydney e a Colonia. Nel 2003 incarico di Private Banking BNL. Nel 2013 entra nella collezione del museo di Arte Contemporanea R. Bilotti Ruggi d’Aragona – Rende (CS). Attualmente risiede a Roma, all’Ex -Pastificio Cerere. Ha esposto a Roma (Chiostro del Bramante, GNAM, Complesso del Vittoriano), a Vienna e Berlino. In occasione dell’inaugurazione sarà presentato anche il catalogo a cura di Claudio Strinati. (La mostra è aperta al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18".

FONTE: iltempo.it

venerdì 25 marzo 2016

I capolavori di Edward Hopper in mostra a Bologna

L’antologica resterà allestita dal 25 marzo al 24 luglio negli spazi di Palazzo Fava

Il genio di Edward Hopper è al centro di una grande antologica allestita dal 25 marzo al 24 luglio a Bologna, negli spazi di Palazzo Fava. Esposti circa 60 capolavori provenienti dal Whitney Museum di New York, che custodisce l’intera eredità dell’artista americano, tra i più famosi e celebrati del `900 per la sua capacità unica a fermare l’attimo, come fosse cristallizzato nel tempo, di un panorama o di una persona. 

«Edward Hopper », prodotta e organizzata da Arthemisia Group, congiuntamente con la Fondazione Carisbo e Genus Bononiae. Musei nella Città e con il comune di Bologna e il Whitney Museum of American Art di New York, è stata curata da Barbara Haskell, responsabile della sezione dipinti e sculture dell’istituzione museale americana, e da Luca Beatrice, che hanno selezionato le opere in modo da offrire al visitatore italiano l’intero percorso creativo del grande pittore. Al Whitney Museum, grazie al lascito della vedova Josephine avvenuto nel 1968, si trovano infatti oltre 3.000 opere tra dipinti, disegni e incisioni, relative a tutta la produzione hopperiana. 

La mostra bolognese, suddivisa in sei sezioni, segue un ordine tematico e cronologico al tempo stesso della carriera dell’artista che, nella sua lunga attività, ha affrontato quasi tutti i motivi e generi della pittura figurativa e rappresentato i tratti salienti e gli stereotipi del mito americano, in seguito ereditati in molteplici campi dell’espressione visiva dal cinema alla fotografia e alla pubblicità. 

FONTE: lastampa.it

sabato 2 gennaio 2016

Il 'museo dei cuori infranti'

A Zagabria, una collezione di cimeli che raccontano la fine delle storie d'amore

Quante volte aprendo una vecchia scatola, un cassetto, un diario, riemergono fotografie, oggetti, lettere di amori passati. A volte troppo ingombranti per restare con noi, ma troppo preziosi per essere buttati: ora questi ricordi hanno un nuovo luogo di appartenenza, addirittura un museo ad essi dedicato. AZagabria, in un palazzo settecentesco del centro storico, ha sede uno dei musei più curiosi d'Europa: "Muzej prekinutih veza" o Museum of broken relationships, noto come "museo dei cuori infranti". Qui gli oggetti appartenenti a relazioni finite vanno a far parte di una grande opera d'arte partecipata, un rito di esorcizzazione collettivo, ma anche un monumento a ciò che è stato. L'idea nasce proprio da una storia di amore finita, quella tra l'artista Drazen Grubisic e la produttrice Olinka Vistica; una volta separati, i due decisero di creare qualcosa perché quello che era finito non sparisse del tutto, realizzando così una mostra nel 2006. Presentata per la prima volta al 40° Salone dell'arte applicata e del design di Zagabria, la mostra è stata ospitata con enorme successo in moltissime città d'America, d'Europa e d'Asia. Da New York a Città del Capo, Istanbul, Londra e Singapore, e ad ogni tappa acquisiva cimeli e ricordi di relazioni sentimentali finite. Il pubblico infatti poteva donare un oggetto all'esposizione, prendendo parte alla creazione che così cresceva e cambiava ad ogni tappa. Ancora oggi la mostra viaggia nelle maggiori città del mondo, ma è a Zagabria che ha trovato la sua fissa dimora dal 2010. 
 Il museo è articolato in tre parti. La prima è virtuale: www.brokenships.com è il sito dove è possibile condividere in rete la propria esperienza, i ricordi e i luoghi dell'amore finito; c'è poi lo spazio fisico del museo, dove gli oggetti vengono esposti e sostituiti ciclicamente con i nuovi arrivi; infine c'è una parte interattiva, la 'Stanza delle Confessioni', nella quale i visitatori lasciano dichiarazioni personali (in formato audio) legate alla loro vita di coppia. Il percorso espositivo mostra centinaia di reperti sentimentali provenienti da tutto il mondo. Totem di amore e di rabbia, dai classici pelouche, ai bigliettini, passando per anelli, fotografie, fino a feticci più bizzarri: nani da giardino distrutti durante una lite, un'ascia, una gamba artificiale di un reduce, un sacchetto di pasticche di ecstasy. E ancora: telefoni, scarpe, compilation romantiche, collezioni intere di dischi. Pezzi di vita che possiamo ritrovare nelle nostre storie individuali, spesso simili, al di là dei confini geografici e delle nazionalità, ricordi universali in cui tutti possono riconoscersi. L'idea che ispira questo progetto non è legata al sentimentalismo o alla malinconia, ma ruota totalmente intorno al superamento del senso di fallimento che lasciano le relazioni amorose finite. Alla base c'è il desiderio di andare oltre il puro dolore, c'è l'elaborazione della sofferenza e quindi la rinascita e il conforto che questi oggetti, piccolo tesori perduti, posso portare una volta raccolti ed esposti. Si offre la possibilità di liberarsi del concetto di fallimento grazie alla creazione e alla partecipazione: che sia per una sorta di liberazione terapeutica o per semplice curiosità, le persone decidono di esibire la loro storia in un rito, in una sorta di cerimonia collettiva e solenne.  

FONTE: lastampa.it

lunedì 21 dicembre 2015

L’arte del futuro: dai libri che diventano quadri all’algoritmo che crea installazioni artistiche digitali

Displaying Electric Objects   A Computer Made for Art foto presa dal sito di electric objects.png

Sperimentazioni, invenzioni, arte e tecnologia: tutti aspetti che grazie alle innovazioni digitali hanno portato alla realizzazione di idee che, qualche anno fa, in campo artistico erano pressocché impossibili da immaginare. Ancora oggi quando parliamo di arte, di quadri e di mostre ci vengono in mente scenari classici come luoghi d’esposizione in cui passeggiare e ammirare opere del passato.

La tecnologia, però, ha ampliato questo concetto e ci ha permesso di comprendere che, se ben utilizzata, può portare a risultati sorprendenti. Tutto, ovviamente, nasce dalla ricerca, dallo studio e dall’impegno di persone che vogliono sconvolgere il concetto di arte e riescono a farlo tramite progetti che vale la pena conoscere. Ecco i tre più interessanti:

1- EO1 di Electric Objects
Meno impegnativo di un Gauguin o un Dalì (proteggibili da malintenzionati solo attraverso raffinati e funzionali impianti allarme wireless), ma comunque d’impatto. Se sognate di sfoggiare nella vostra casa quadri sempre diversi, provenienti da rinomati artisti provenienti da collezioni di tutto il mondo, ecco che con EO1 di Electric Objects potrete farlo. EO1 è un computer connesso ad internet che mostra perennemente il quadro scelto e scaricato tra migliaia. Sono molte le partnership che in questi anni la startup americana è riuscita a stringere, per questo la scelta è davvero ampia. Un dispositivo che potrebbe sembrare una versione avanzata delle cornici digitali, ma che invece è molto di più: con EO1, ogni giorno, potrete ammirare un quadro diverso e renderete unica la vostra casa ogni volta che lo vorrete.

FONTE: Alessia Mohamed (Nomesia)

mercoledì 14 ottobre 2015

HENRY MOORE, LA MOSTRA ALLE TERME DI DIOCLEZIANO FINO AL 10 GENNAIO


Henry Moore, la mostra alle Terme
di Diocleziano fino al 10 gennaio

Acquerelli, disegni, litografie e, ovviamente, sculture, anche monumentali per illustrare le commissioni per spazi pubblici. Sono settantasette le opere che compongono il percorso della mostra, inaugurata ieri, Henry Moore, alle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano fino al 10 gennaio.

A vent'anni di distanza dall'ultima esposizione italiana dedicata all'artista, tenutasi a Venezia, Roma celebra lo scultore ripercorrendone temi e ispirazioni, nel viaggio che dalle forme classicamente intese lo ha portato fino alla scomposizione delle figure, per riflettere sulla natura, tra uomini e paesaggio. O meglio, dalla figura umana alla sua metamorfosi in paesaggio. Scomposto.
 
Cuore del percorso sono proprio le figure scomposte in più elementi, cifra della sua ricerca e del suo stile, che prendono le mosse dalle forme della donna per riflettere sull'identità femminile prima come soggetto sensuale, poi come madre e, infine, perfino come madre Terra. È in quest'ultima manifestazione che la femminilità “spezzata” si fa prova della perenne metamorfosi della natura, tra esseri viventi e contesto.
 
La frammentazione della figura è però frutto di una lunga e articolata ricerca che prende le mosse dalle composizioni tradizionali poi rilette in chiave modernista e, infine ripensate alla luce delle ferite che la guerra ha lasciato sul singolo e sulla comunità. La mostra ricostruisce questo percorso, dalle prime figure, quasi abbozzate, ai “ritratti” della Londra bellica, che usa le sue metropolitane come rifugi antiaerei per la gente, fino ad arrivare alla riflessione sul rapporto madre-figlio che, abbandona la serenità dell'iconografia classica, anche sacra, per mostrare gli individui in lotta tra di loro, pronti a consumarsi vicendevolmente.
 
Un bronzo del 1953 mostra l’astrazione della madre stringere il collo del figlio che tenta di divorarla. La cicatrice della paura lasciata dalla guerra si sana proprio quando, in realtà, la materia si spezza. Nascono così le grandi figure distese, femminilità che regalano curve all’orizzonte, finendo per farsi roccia - rifugio solido e rassicurante - sotto lo sguardo dell’osservatore.
 
DOVE, COME, QUANDO Henry Moore fino al 10/01/16 alle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano,v.le E. De Nicola 79, ore 9-19,30, no lun.,13 euro, 0639967700.

FONTE: Valeria Arnaldi (leggo.it)

martedì 29 settembre 2015

Mostra a Roma con risvolto charity

Visualizzazione di SnapCrab_NoName_2015-9-29_10-52-49_No-00.jpg

Per la prima volta si apriranno le porte del Chiostro di Michelangelo a Roma per una Mostra di Beneficenza.
Dopo il grande successo ottenuto ad Art Monaco, l'Artista vincitrice del premio “International Artist of the Year Award for 2014” CLAUDIA HECHT www.claudiahechtart.com e Lorenzo De Medici, dopo aver vinto il premio come migliore pittore artista barocco che include lo stile pop, si presentano entrambi in Italia sabato 3 ottobre per una occasione veramente speciale all'interno della Chiesa di San Silvestro al Quirinale.
Sabato 3 ottobre alle ore 17, per la prima volta si apriranno le porte del Chiostro di Michelangelo in una veste speciale, sara' inaugurata la copia della Pieta' di Michelangelo nella Cappella Bandini dove si terra' un piccolo concerto con la Star internazionale cinese LU YE.
Successivamente il percorso si spostera' al Chiostro di Michelangelo, aperto anche questo per l'occasione speciale, dove lo stesso Michelangelo lavorava alla Cappella Sistina.
Nel Chiostro alle ore 18 verra' inaugurata la Mostra di Beneficenza delle Opere d'arte realizzate dalla Artista  Claudia Hecht e da Lorenzo de Medici, 2 Cavalieri 2 Stili e 2 Continenti uniti per l'Arte e la Philantrophia dove lo stile Reinassance Pop incontra la Scultura Pittorica Il valore delle opere degli Artisti spazia dai 5.000 a 80.000 euro. Parte dei proventi dell'asta serviranno per sostenere le attivita' di beneficenza dell'ordine di San Martino e una parte andrà come contributo per restaurare la Chiesa di San Silvestro al Quirinale, in particolare per rifare il tetto.
La Mostra sarà poi aperta al pubblico Domenica 4 Ottobre dalle 10 alle 19 . Alla mattina è possibile assistere all'investitura dei nuovi Cavalieri dell' Ordine di San Martino che avverrà nella Chiesa intorno alle ore 11.

FONTE: Barberini press

giovedì 2 aprile 2015

La Capitale celebra la Meraviglia del suo Barocco

La Capitale celebra la Meraviglia del suo Barocco
 
Dalla sede della Fondazione Roma, Palazzo Cipolla, una mostra sullo stile del Seicento, che coinvolge tutta la città
 
Santi e medaglie, progetti di chiese e dipinti su tela: il barocco, a Roma, ha vissuto uno dei suoi periodi migliori per tutto il '600. Quello splendore (fino alla scomparsa del Bernini) è "raccontato" ora dalla mostra: "Barocco a Roma. La meraviglia delle arti", in corso dal 1 aprile al 26 luglio 2015, nella sede di Fondazione Roma Museo Palazzo Cipolla. Duecento opere che raccolgono gli artisti più rappresentativi del movimento storico culturale arrivato dopo il Rinascimento, a cominciare da nomi come Annibale Carracci, Pieter Paul Rubens, Domenico Zampieri (detto Domenichino), Giovanni Lanfranco, Guido Reni, Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Pietro da Cortona.

La prima opera che si può ammirare, nell'allestimento di Palazzo Cipolla, è "Santa Margherita", un olio su tela del 1599 dipinto da Annibale Carracci e genericamente conservato presso la Chiesa di Santa Caterina della Rosa ai Funari, a Roma. È una raffigurazione che ci racconta del rapporto col divino, aspetto a cui il barocco ha guardato con maggiore attenzione rispetto alle epoche precedenti. Molti i prestiti da musei internazionali, dall'Albertina Museum di Vienna (tra cui opere di Borromini) all'Ermitage di San Pietroburgo (principalmente bozzetti): tutti pezzi che ci raccontano quanto sia stata centrale la città di Roma nella nascita e diffusione del barocco. Il percorso espositivo è composto da quattro sezioni: "Le radici del Barocco", "L'estetica barocca sotto Urbano"; 
la "Teatralità e scenografia nell'arte della metà del secolo" e, infine, "Il paesaggio e il grande spettacolo della natura".

Più che di semplice esposizione però sarebbe meglio parlare di operazione culturale, perché oltre alla mostra in corso a Palazzo Cipolla, curata da Mariagrazia Bernardini e Marco Bussagli, sono previsti tanti eventi "satellite" che andranno avanti nelle prossime settimane in diversi luoghi barocchi della città, sedi di solito non aperte al pubblico, come, ad esempio il Complesso di Sant'Ivo alla Sapienza (coinvolto in un percorso tematico da fine aprile ) e la "Sala Borromini", nell'Oratorio dei Filippini.

Il calendario degli appuntamenti paralleli comincia con una mostra contemporanea a quella di Palazzo Cipolla: "Feste barocche" al Museo di Roma Palazzo Braschi, con olii e incisioni seicentesche che narrano il gusto per la festa del periodo barocco. Si prosegue, dal 15 aprile, con una mostra di approfondimento nel Palazzo Chigi di Ariccia. Ad essere coinvolte anche la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini; l'Archivio di Stato di Roma; la Galleria Doria Pamphilij; Palazzo Colonna; i Musei Vaticani. In programma, infine, anche diversi convegni e concerti.

Informazioni utili
Roma, Fondazione Roma Museo  -  Palazzo Cipolla, via del Corso, 320
1 aprile  -  26 luglio 2015
Orari lunedì ore 15.00 - 20.00 dal martedì al giovedì e domenica ore 10.00 - 20.00
venerdì e sabato 10.00 - 21.30 La biglietteria chiude un'ora prima
Biglietti: intero 13 euro, ridotto 10 euro
www. mostrabaroccoroma.it - www.fondazioneromamuseo.it
 
FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

domenica 25 gennaio 2015

Pizzi Cannella, prima personale in terra d’Irpinia

 
Ad Avellino l’artista presenta oltre venti opere, tra sculture e carte
 
Dal 19 gennaio al 9 febbraio 2015 l’Irpinia torna a parlare di arte contemporanea con la mostra «Pizzi Cannella. La Fontana Ferma - Fusioni in bronzo 1987 – 2013», la prima personale dell’artista romano in terra irpina. L’adesione dell’artista, uno dei maggiori tra i contemporanei italiani, si affianca alla partecipazione al progetto “Irpinia: un sistema fra cultura e memoria” di importanti personalità del panorama culturale italiano, da Ettore Scola a Gianni Fiorito, da Toni Servillo a Paolo Sorrentino, da Moni Ovadia a Andres Neumann a Fabrizio Gifuni.  
 
Pensata appositamente per le stanze del Complesso Monumentale Carcere Borbonico di Avellino, il principale polo museale della provincia avellinese, la mostra presenta oltre venti opere, tra sculture e carte. In questa occasione, Piero Pizzi Cannella svela alcuni dei suoi lavori più intimi: l’artista ha più volte intrecciato alla sua attività pittorica quella scultorea dando vita, con quest’ultima, a piccoli oggetti preziosi e segreti.  
 
Nucleo della mostra è l’installazione La Fontana Ferma, composta da quattro grandi anfore all’interno delle quali è previsto un sistema di irrigazione che consente un gioco specchiante di acqua sempre a filo con la bocca dei vasi. Attorno ad essa, ruotano 14 sculture inedite, realizzate nell’arco di quasi 30 anni: i Gioielli, le Conchiglie, i Fiori secchi e le Lucertole che lo stesso artista definisce i suoi “personaggi immaginari”, sempre presenti nelle sue tele, compaiono qui per la prima volta sotto forma di scultura.  
 
Alle sculture, si aggiungono alcune grandi carte che approfondiscono la tematica dei vasi e delle anfore. La prima scultura in creta realizzata dall’artista risale al 1978; ad essa, nel corso dei decenni, si sono aggiunte numerose piccole opere, alcune delle quali raggruppate in questa mostra per la prima volta.  
 
FONTE: lastampa.it
 
 

sabato 6 dicembre 2014

Eroticando, in mostra a via Veneto il lato “positivo” dei sette peccati capitali



E se la lussuria non fosse solo carnalità sguaiata ed eternamente insoddisfatta ma consapevolezza piena delle proprie sensazioni e coraggio di sorprendersi in dimensioni traboccanti di gioia? 

E se la gola fosse un modo quasi pittorico di “naturalizzare” la rotondità delle proprie forme trasformandole in frutti rosei, in acini succosi, in liquori che strappano il primato al nettare degli dei? E se la superbia fosse arte dell’eleganza e della seduzione senza urgenze; l’accidia una molle predisposizione verso un mondo che non capisce e che non ci dà gli stimoli giusti per esaltare il nostro io, le nostre risorse; l’avarizia un modo soave di gestire i propri doni perché non vengano sprecati dalla ruffianeria e dalla rapacità di chi ci osserva; l’invidia una croce e una delizia che ci sfianca dentro ma ci fa sentire presenti in mezzo alla differenza ingovernabile degli altri, e l’ira un prezzo da pagare a una serenità che non teme le prevaricazioni ma le morde o le previene?

Se i peccati capitali fossero “anche” questo, ci troveremmo senz’altro nel pieno del progetto artistico, ideativo, spirituale di Sandra Inghes, artista “visionaria”, come si diceva un tempo, quando l’esercizio artigianale dei pennelli e dell’acrilico, delle masse e dei contorni, era anche legato a una concettualizzazione pura e audace della vita, e non a una rimasticazione di stilemi e di deliri di onnipotenza, servi della provocazione fine a se stessa, dello star system.

Sandra Inghes, progettista d’interni e apprezzata pittrice, romana, classe ’58, ha inaugurato proprio ieri una mostra intitolata “Eroticando” (promossa dalla Apas, Accademia per le Arti, le Scienze e lo Sport), presso il Caffè Veneto di via Veneto, storico locale della Dolce Vita. Una mostra che intende proprio rivisitare i sette “peccati capitali”, dogma inaggirabile della cristianità, in chiave femminile, trovando in quelli che la fede cattolica ha sempre considerato come l’abbandono della retta via e l’allontanamento, volontario e colpevole, dalla luce di Dio, un motivo, invece, di riscatto, di slancio morale, paradossalmente di virtù.

In un melting che unisce nelle tele della Inghes l’astratto e il figurato in un impasto molto onirico e suggestivo, linee che richiamano delicatamente Botero, accostamenti cromatici alla Klimt e urti quasi espressionisti che ci turbano nei “folli” della pittura come Ligabue, ritroviamo una donna che si consegna, allo sguardo di chi si affaccia sul bordo di queste tele-abisso, come in una perenne metamorfosi, come se cercasse di uscire dal viluppo di organi e sangue e materia per ritrovare un divenire, una identità, una libera profferta di sé. Quella che la Storia le ha spesso negato, e con essa la nitidezza di un rapporto alla pari con l’uomo e un fiorire fuori dalle etichette normalizzanti e soverchianti delle religioni, dei poteri costituiti, dei mondi patriarcali, delle sopraffazioni moralistiche cieche e cicliche.

«La Lussuria, legata alla quantità del piacere, all’esaltazione della libidine, è nata per caso - dice l’autrice che quasi ci aiuta a passeggiare fra le sue opere-, da un accenno di onde marine che poi mi hanno dato lo spunto nel rappresentare il sesso femminile ben evidenziato, quasi trasfigurato, violentato ed un sesso maschile che può essere quasi scambiato per una mammella. L’Avarizia, l’ho rappresentata grazie a un corpo femminile graffiato e circondato da mille cose tra cui delle calle nere, sorta di imbuti per travasare non solo le cose materiali ma anche i sentimenti. La Superbia, con una donna nuda, di spalle, quindi già in atto di sprezzo, che si sistema vezzosamente un cappello e che, attraverso le sue autoreggenti, fa nascere il senso del peccato, della tentazione, rendendosi però inavvicinabile, inespugnabile e che gode nel degradare gli altri per emergere, ricercando la propria superiorità, per costringere a svilire o a negare l’effettività delle doti di beltà di altre donne e contrastarle come se fossero antagonisti pericolosi. La Gola rappresenta il piacere fine a se stesso attraverso una donna che si nutre di fichi maturi tanto da vomitarne l’eccesso che ha ingerito. L’Invidia: una croce di colore rosso che delimita la tela in quattro riquadri ognuno dei quali viene occupato dagli organi della digestione (fegato, bile e pancreas) e da un cuore trafitto da chiodi di ferro».

Nell’Accidia e nell’Ira è ancora più direttamente tratteggiato questo dolente contendere la vita da parte della donna ai condizionamenti esterni che sembrano sempre metterla a regime, disattivarla, privarla di scintille e focolai di rivolta. L’adagio dell’accidia è appunto un esserci, un essere lì, pronta a fare, a tessere le passioni, a manipolare il mondo, se solo ci fosse un abbraccio fatale e non una consegna di morte. E l’Ira stessa, simboleggiata dalle spire del drago e da una lingua infuocata, è come ponderata e pareggiata da una pozione di tranquillità e moderazione, di comprensione umana avvolgente, che aspetta lì nell’ombra della bestialità del mitico rettile per ridare la giusta misura a quel patire che ritrova bellezza, equamente nella battaglia come nell’ascolto.

“Eroticando” è la vera “mostra”, quella che ci riconcilia con i “mostri” che ci portiamo dentro, con le vertigini dell’anima, e che solo nella nobile arte del vedere possono trovare un guinzaglio o un nuovo paradiso dove pascolare docili e fruttuosi.

FONTE: Carmine Castoro (ilmessaggero.it)

sabato 8 marzo 2014

Due secolo d'oro degli Estensi


A Venaria gli splendori della corte di Ferrara e Modena. Capolavori della provincia che divenne capitale del Barocco
L’occasione, certo drammatica, è stata la chiusura della Galleria Estense di Modena per il terremoto del 29 maggio 2012: «Speriamo di riaprirla entro l’anno» spiega il soprintendente ai Beni storici, artistici ed etnoantropologici di Modena e Reggio Emilia, Stefano Casciu, curatore anche della mostra Splendori delle corti italiane: gli Este, che si inaugura sabato 8 marzo nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria, quelle che avevano già ospitato il Cavalier calabrese Mattia Preti, Veronese e Bassano.
Una quarantina di opere sulle novantuno presenti, divise in nove sezioni, arriva appunto dalla Galleria Estense: «Siamo stati molto generosi , ma ne valeva la pena» ammette Casciu. Ci sono però altri prestiti eccellenti: dalla Collezione dei principi Liechtenstein arriva l’Apoteosi di Ercole del Garofalo; da Cracovia Il Giove pittore di farfalle di Dosso Dossi; dalla Palatina di Firenze il Ritratto di Tommaso Mosti di Tiziano; dagli Uffizi il Riposo nella fuga in Egitto del Correggio.
Il risultato è un itinerario artisticamente sospeso tra Umanesimo, Rinascimento e Barocco; geograficamente in bilico tra Ferrara (sede originaria e capitale del primo dominio estense) e Modena (che ne diventerà la capitale dal 1598, dopo la restituzione forzata dei territori ferraresi al dominio diretto del Papa); criticamente giocato sul collezionismo e il mecenatismo di un casato (uno dei più longevi d’Italia) che nelle sue stanze, più o meno private, aveva saputo riunire capolavori di Cosmè Tura, Tintoretto, Guercino, Velázquez, Antonio Lombardo, i Carracci, Guido Reni, Salvator Rosa.
Si tratta di opere uniche nel loro genere anche quando non si parla di tele dipinte o di marmi scolpiti, destinati a raccontare la storia degli Este (detti anche Estensi) come mecenati e collezionisti nei due secoli d’oro della loro committenza (il Cinquecento e il Seicento). E se a Venaria non ci sarà il bellissimo busto di Francesco I del Bernini che resterà nella Galleria modenese, chiuso in uno scrigno di legno, ci saranno invece i volumi e i codici che documentano lo strettissimo legame dei duchi con l’Ariosto e altri abitualmente inamovibili da Modena, che a loro volta ne celebrano la passione musicale (Gesualdo da Venosa e Girolamo Frescobaldi composero per gli Este madrigali, capricci, concerti). Come il violoncello barocco di Domenico Galli e l’arpa in legno d’acero e pero verniciato, commissionata dal duca Alfonso II per il concerto delle dame principalissime di Margherita Gonzaga, la stessa arpa riprodotta, tra il 1969 e il 1981, sulle banconote italiane da mille lire.
Questa mostra (che apre la stagione 2014 della Reggia di Venaria e che sarà la prima di una serie interamente incentrata sulle corti italiane), assicura Casciu, «rappresenta una buona possibilità per far conoscere e promuovere non solo i tesori della Galleria di Modena, uno dei più importanti musei nazionali, una collezione amatissima da Adolfo Venturi, padre nobile modenese della storia dell’arte, ma anche di tutto il territorio, come il Palazzo Ducale di Sassuolo ». La chiusura di un museo, d’altra parte, è ormai diventata un’opportunità di promozione: lo dimostra il tour mondiale della Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer (fino al 25 maggio a Bologna, Palazzo Fava) scaturito appunto dalla chiusura temporanea della Pinacoteca Mauritshuis de L’Aia. Più volte Casciu (55 anni, «un giovane rispetto alla media dei soprintendenti italiani») ribadisce però «che le mostre non devono mai dimenticare il loro compito didattico-educativo, mentre oggi sempre più spesso si tratta di eventi, dione man show, che privilegiano l’aspetto economico».
Dunque, gli splendori della corte estense. Splendori che sembrano aver spesso guardato ben oltre l’orizzonte del proprio tempo. In mostra c’è, ad esempio, il Libro dei diversi terremoti di Pirro Ligorio (1513-1583), napoletano trapiantato alla corte di Alfonso II d’Este, «un vero diario, ancora attualissimo», dello sciame sismico che colpì Ferrara dal novembre 1570 al gennaio 1571 (le scosse durarono fino al 1574), distruggendo il 40 per cento delle abitazioni e la maggior parte degli edifici pubblici e delle chiese. Secondo Casciu «un momento di riflessione, magari non gioioso, ma necessario». Un’esposizione scientifica «che farà conoscere le vicende che hanno trasformato una piccola città di provincia in una capitale del Barocco».
Charles de Brosses, ministro francese e connoisseur, nel suo Il viaggio in Italia (1739) descrive così la Galleria al suo massimo splendore: «Il Duca possiede indubbiamente la più bella galleria d’Italia, non la più ricca, ma la meglio conservata, la meglio ordinata, quella sistemata con gusto migliore. Qui tutto è squisito; in ogni stanza un piccolo numero di quadri, mirabilmente incorniciati e appesi in modo ben visibile su stoffe di damasco. Essi sono sistemati in ordine crescente di bellezza: in ogni nuova stanza Lei troverà quadri più belli che nella precedente».
Pochi anni dopo, nel 1746, per risanare le esauste finanze del Ducato dopo le guerre di successione polacca e austriaca, il duca Francesco III d’Este avrebbe poi venduto (per 100 mila zecchini) i cento più pregiati quadri della Galleria ad Augusto III re di Polonia e principe elettore di Sassonia, che li avrebbe trasferiti a Dresda, creando il nucleo dell’attuale Gemäldegalerie. Anche in questo caso la storia — se osserviamo che cos’è successo a Detroit e Lisbona in bancarotta — sembra ripetersi.
FONTE: Stefano Bucci (corriere.it)

sabato 15 febbraio 2014

Giacometti in mostra con i suoi bronzi alla Galleria Borghese



È la più grande mostra sull’artista mai organizzata in Italia: 40 sculture di Alberto Giacometti (1901 - 66) da mercoledì fino al 25 maggio alla Galleria Borghese, che è già un “regno” della scultura, ma di quella di Gian Lorenzo Bernini ed Antonio Canova. Sarà un confronto interessante: lo organizzano Anna Coliva, che dirige la Galleria, e Christian Klemm, uno dei massimi esperti dell’artista del Canton Grigioni. La classicità dei marmi degli autori più famosi si coniuga con l’essenzialità dei bronzi, divenuti ormai, anch’essi, tra i più celebri e osannati, resi tipici dal suo “segno” inequivocabile.

Precoce Giacometti comincia giovanissimo: a 18 anni è già a Parigi, alla scuola di Émile-Antoine Bourdelle. Fa parte del gruppo surralista, ma poi se ne va: alla ricerca di una dimensione tutta propria. Già alcune sue realizzazioni di quando aveva 30 anni e nemmeno, entrano presto nei maggiori musei, e in particolare al Modern Art di New York. Dal mito, passa alla diretta osservazione della realtà, e oltre a scolpire, non si stanca mai di disegnare, e di dipingere. Spesso rivisita i propri temi: gli oggetti che lo circondano, i paesaggi, e la madre ed il fratello. La sua Donna di bronzo, esile e filiforme, gli dà fama assoluta; L’uomo che cammina, del 1947, la ribadisce; un’edizione, rivista nel 1960, è forse ancora l’opera d’arte pagata a più caro prezzo al mondo (quadri esclusi): 100 milioni di dollari quattro anni fa, a Londra, pagati da una banca tedesca a un’asta a Londra. Sono lontani, ormai, i tempi dei suoi «oggetti invisibili», che coniugava negli Anni Trenta.

Tutta la vita A Roma, le opere copriranno tutta la sua intera esperienza artistica. Si va dalle forme sinuose della Femme couchée qui reve, Donna distesa che sogna, del 1929, alla Testa che guarda, quasi coeva, che dialogano con la Paolina Borghese», fino al primo Homme qui marche. Altri uomini e altre donne, altissimi e sottili, stilizzatissimi, saranno sparsi nelle sale. Ma sarà anche ricostruito l’incredibile “ensemble” del 1960, a New York, Chase Manhattan Plaza: tre Donne in piedi e un Uomo che cammina, I versione. Ci saranno anche la Donna cucchiaio e la Donna sgozzata, di tempi più antichi; con il Ritratto di Madina Visconti del 1932, laTesta di Annette, del 1959, e quella «del professor Corbetta» del 1962: Serafino Corbetta, medico a Chiavenna e collezionista morto nel 1976, era un suo caro amico. Nella sala dominata dall’enorme affresco di Giovanni Lanfranco, uno dei capisaldi assoluti del barocco, e non soltanto romano, i busti più noti dello scultore: Lothar III del 1965, l’Uomo del 1961, e Annette, 1961. La sposa, che se n’è andata nel 1993 a 70 anni, modella preferita, nella seconda Guerra crocerossina: si conoscono in una brasserie svizzera nel 1942; lei lo raggiunge a Parigi nel 1946; si sposeranno nel 1949; lei non lo lascia più fino alla morte. Oggi, a Parigi e Zurigo, la Fondazione del grande pittore è intestata a loro due.

Poco viste In mostra, anche opere poco viste, di collezioni private. Per esempio, la Femme de Venise V, del 1956, mentre le principali opere, e i più noti capolavori sono ormai sparsi nei maggiori musei del mondo: alla Guggenheim di Venezia (Peggy ne era una fan assoluta), al Pompidou di Parigi, nei maggiori istituti americani. Del suo surrealismo dei primi tempi ha mantenuto un concetto magico dello spazio; spesso, le sue realizzazioni interpretano alla perfezione anche la solitudine tipica dei tempi moderni. Per qualuno, non gli sono aliene nemmeno le ispirazioni tratte dai bronzetti preistorici. L’angoscia che si legge talora in lui è stata anche la molla di una lunga amicizia con Jean-Paul Sartre. Eppure, iniziata la carriera artistica giovanissimo, non è stato precoce nei successi, almeno quelli ufficiali: la Biennale di Venezia, per dirne una, ha atteso fino al 1962 per tributargli il Gran premio; e perfino tre anni in più la città di Parigi. Adesso, arriva a Roma, nella “reggia” della scultura classica: una mostra così, in Italia, non si era mai vista.

FONTE: ilmessaggero.it

giovedì 6 febbraio 2014

Al Vittoriano in mostra da febbraio 65 capolavori del museo d'Orsay

Le repas di Gauguin 
 Tra le “vedette”, ci saranno sicuramente L’Italiana di Vincent Van Gogh, del 1887, che è Agostina Segatori, già modella per Degas e proprietaria del cabaret Tambourin a Boulevard de Clichy a Parigi, dove l’artista s’incontra con i suoi amici Emile Bernard, Paul Gauguin, Henri de Toulouse Lautrec: tra il pittore e la modella nasce una storia, lui decorerà le pareti del cabaret con propri dipinti e stampe giapponesi.
Ma anche Il pasto del 1891: uno dei magnifici quadri che Gauguin realizza a Papeete; vende all’asta 30 dipinti per pagare il viaggio, incassa 9.860 franchi, due mesi esatti fino a Tahiti. O il Cortile di fattoria del 1879, paesaggio fondamentale per Paul Cézanne dopo il tonfo alla mostra degli Impressionisti di due anni prima, nella ricerca di una cifra personale: «Lavorerò in silenzio - scrive - finché non sarò capace di difendere teoricamente i risultati delle mie prove».

Età dell'oro Tre capolavori tra le 65 opere provenienti dal parigino Musée d’Orsay e scelte dal direttore Guy Cogeval, che saranno a Roma, al Vittoriano, dal 22 febbraio all’8 giugno (cat. Skira). Illustreranno una stagione essenziale dell’arte: quella che spazia dal 1848 al 1914: Degas, Manet, Pissarro, Seurat, Monet, Corot, Sisley, per citare soltanto i maggiori nomi. Si passa dalla pittura ancora accademica dei Salon, alle avanguardie del nuovo modo di dipingere, fino ai Nabis e al Simbolismo. Un’autentica rivoluzione. Ma allora, non del tutto accettata. Precursore del Museo d’Orsay è quello del Luxembourg, creato nel 1818 e dismesso al termine della II Guerra: «Quei dipinti davano scandalo», ricorda Cogeval. I primi Impressionisti, accettati appena nel 1894, grazie al lascito di Gustave Caillebotte, uno di loro; ma il pittore Jean-Léon Gérôme protestava, continua Cogeval: «Perché lo Stato accetti simile spazzatura, dobbiamo proprio essere alla degenerazione». E ancora: «Il primo paesaggio di Monet comperato dallo Stato all’artista, è appena del 1907, una delle Cattedrali di Rouen»; ma è acquistato esclusivamente per l’insistenza di Georges Clemenceau, suo amico e primo ministro, grazie al quale noi ora abbiamo anche il tesoro inestimabile delleNinfee. Per queste difficoltà, prima del 1914, tanti collezionisti, sia americani, sia russi, riescono a comperare numerose opere degli Impressionisti; soltanto Albert Coomb Barnes avrà, a Philadelphia, 180 Renoir, 69 Cézanne, 60 Matisse e 44 Picasso, tutti e soltanto del periodo blu e rosa.
Il tesoro è qui Ma la parte più ingente dei tesori di questa stagione sono qui, al Musée d’Orsay, dopo essere stati nel dopoguerra al glorioso Jeu de Paume, divenuto del tutto insufficiente per ospitare i quadri di questo periodo d’oro. Sono al Louvre i dipinti precedenti al 1848, e al Centre Pompidou quelli dei tempi più recenti: successivi al più famoso e celebrato tra i movimenti artistici. E la Capitale mostrerà del museo una completa panoramica cronologica. Dai tempi dell’Accademia e della «nuova pittura», per esempio con Gustave Courbet (la Donna nuda con cane), ai paesaggi, che già preannunciano l’Impressionismo: i pastori e le greggi di Jean-François Millet, una Regata a Argenteuil di Monet, del 1874.
La vita È la vita contemporanea, assai spesso, il soggetto delle opere, di solito eseguite “en plein air”: c’è anche il “nostro” Giuseppe De Nittis, con la Piazza delle Piramidi a Parigi, che si stava rinnovando; o ancora Monet, che eterna, sulla Senna, Gli scaricatori di carbone. Il Simbolismo sarà poi rappresentato, per citarne un paio, dalla Pianta verde in un’urna di Odilon Redon, come da un Ritratto di Félix Vallotton opera di Edouard Vuillard: i pittori d’allora usavano assai spesso ritrarsi a vicenda. La mostra, che giustamente s’intitola Musée d’Orsay, capolavori, spazia dall’alba della modernità ai quadri più ricercati, ormai, da tutto il mondo; dipinti, come ricorda ancora Cogeval, nell’era industriale, in cui nascono il socialismo, i sindacati, gli imperialismi, la corsa agli armamenti, in cui la medicina compie immensi progressi. Insomma, è il mondo che cambia, e la pittura con lui.
Perde la classicità, scopre il moderno; l’arte contemporanea non vi sarebbe sicuramente stata, o non sarebbe stata la stessa, senza l’Impressionismo; e in particolare, senza Cézanne, che, spiegava già Giulio Carlo Argan, ne è senza dubbi il padre. Il Musée d’Orsay porta a Roma, in una città i cui musei sono assai deficitari sotto questo profilo, le basi da cui, pittoricamente, nasce il nostro essere, oggi.

FONTE:  Fabio Isman (ilmessaggero.it)

domenica 22 dicembre 2013

Magie di vetro


Il Belgio celebra l’arte muranese con un’esposizione dedicata alla Seguso Vetri d’Arte.

Il Design Museum di Gentaccoglie in Belgio una grande esposizione dedicata all’arte di Murano e in particolare alla fornace Seguso Vetri d’Arte. 

La mostra, in programma fino al 2 marzo 2014, ospiterà 190 opere provenienti da collezioni private che illustreranno attraverso le curve e i colori del vetro la storia e la tradizione artigianale della dinastia Seguso dal 1932 al 1973, ovvero dalla fondazione alla cessione dell’attività, mettendo a frutto i dieci anni di ricerca che il belga Marc Heiremans ha dedicato ad una delle eccellenze produttive del XX secolo italiano.

Sperimentazione e progresso, soprattutto nel fertile periodo che vide collaborare i maestri vetrai Archimede Seguso e Alfredo Barbini sotto l’innovativa direzione artistica di Flavio Poli, accompagnarono molto rapidamente al prestigio internazionale la vetreria muranese che fece il suo ingresso nella sfera dell’arte contemporanea già negli anni Cinquanta, quando importanti musei come il Victoria & Albert di Londra, il MoMA di New York, il Neue Sammlung Museum di Monaco e il Royal Ontario Museum di Toronto cominciarono ad acquistare e ad esporre creazioni forgiate qui. 

Di quel periodo saranno in mostra esemplari rarissimi di Valve, per la cui complessa lavorazione a freddo la Seguso sperimentò il riutilizzo della tecnica a incalmo, e i Sommersi, i cui spessi strati sovrapposti diedero vita ad alchimie di colori mai viste prima. 

FONTE: L.SANFELICE (ARTE.IT)

martedì 10 dicembre 2013

Van Gogh diventa extralarge: show alla Fabbrica del Vapore

Tremila immagini proiettate in altissima definizione, da osservare da vicino con dettagli delle opere del grande artista. Luci, colori e suoni accompagnano la visita alla mostra "Van Gogh Alive", per un'esperienza multimediale di grande suggestione. Un museo impossibile, un viaggio attraverso l'universo creativo e visionario dell'artista, dagli intensi cromatismi, alla tumultuosa vicenda esistenziale.

Prendono il volo i corvi neri del "Campo di grano", dell’ultimo dipinto che ha realizzato.  Si accendono le luci nella "Notte stellata", ad illuminare il manicomio di Saint Remy, che ben conosceva. Vivono di Van Gogh le pareti della Frabbrica del Vapore di Milano che fino al prossimo marzo ospita quella che è stata chiamata "un'esperienza visiva". “Van Gogh Alive”, questo è il nome del progetto australiano che arriva ora in Italia dopo aver circuitato in altre capitali. Proiezioni gigantesche mostrano i dipinti del grande maestro olandese, divisi per tematiche, con rare animazioni e colonna sonora. Non ci sono opere in mostra. Nessun disegno, nessun dipinto, solo riproduzioni in dimensioni alterate. 

La cultura pop si è impossessata delle forme, dei colori delle composizioni di Van Gogh e inebria la vista, creando una scenografia molto suggestiva e godibile perché in continuo movimento. Spettacolo, intrattenimento o cultura? L’abbiamo chiesto al curatore Fabio Di Gioia.

“Qualcuno ha scritto che è un Van Gogh senza Van Gogh, è come se si guardasse un catalogo della mostra dopo averla vista e si dicesse che l’autore non c’è, ci sono solo le foto. Questa è un’esperienza viva. Si è cercato di restituire la potenza di Van Gogh in grandi dimensioni, cercando di esplorare quella che è poi la dimensione nostra, del nostro animo umano, che si emoziona vedendo certe cose. Questo valeva la pena di farlo partendo da opere straordinarie, suggestive, create da un artista molto amato e tormentato, morto poverissimo suicida, e che vende ancora nel mondo, ad aste, raggiungendo cifre record”.

Senza dubbio l’operazione permette di entrare nel mondo di Van Gogh attraverso una dimensione multimediale sostenuta da una sofisticatissima tecnologia, che solo qualche anno fa non sarebbe stato possibile concepire. Riletture simili sono state già fatte, anche da grandi artisti, come la scomposizione visiva realizzata da Peter Greenaway de "L’ultima cena" di Leonardo, o "Le nozze di Cana" di Paolo Veronese scomposta e ridipinta, in una mostra itinerante di qualche anno fa.

“L’uomo va avanti progredisce e cerca di fare cose nuove" – continua a spiegare Fabio Di Gioia – "Quindi, quando la tecnologia ci aiuta perché non andare a riscoprire certi capolavori, in questo caso ovviamente Van Gogh, ma può essere l’arte antica, possono essere la vita a Pompei, possono essere quelle cose in cui vale la pena ricalarsi per capire di più. Questa mostra visitata dai ragazzi crea interesse e quindi poi quando si va a visitare il museo di Van Gogh a Amsterdam, o si vede un’opera originale, la si affronta con più consapevolezza, perché qui il visitatore passa in quelle atmosfere”.

Rimane però il dubbio che nel nome degli effetti speciali, della percezione suggestiva, della grande abbuffata di immagini e colori, qualcosa vada perso. Ad esempio, è difficile avvertire l’anima tanto tormentata e cupa dell’artista, travolto da una follia che lo distrusse. 

“La positività che queste luci calde trasmettono provengono da un personaggio che aveva dentro di se una vicenda instabile"– conclude il curatore - "Si è discusso sulla sua follia per capire che cosa fosse, probabilmente una somma di lati caratteriali assolutamente imprevedibili, schizofrenici. Quindi, il contrasto è tra quello che si vive come bellezza, sintesi delle atmosfere, e questo tormento interiore penso che nell’esposizione si avverta, noi lo abbiamo avvertito”.  
Sicuramente l'essere avvolti da immagini virtuali di grandi dimensioni in alta definizione, provoca un notevole piacere astrattivo, ma bisogna ricordare che l’autentica forza, quella reale, risiede solo nell’ originale.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

lunedì 9 dicembre 2013

DA DOMANI AL 9 FEBBRAIO LA MOSTRA 'RE-MADE IN ITALY' ALLA GALLERIA D'ARTE MODERNA A ROMA

 
 
È il “rigore dell’immaginazione” come filosofico punto di arrivo e in realtà partenza della “nuova” arte contemporanea, attraverso i ready-made dell’artista, il protagonista della mostra Duchamp Re-made in Italy. Scandaloso per epoca e definizione, Duchamp diede una violenta scossa all’intero sistema artistico, rivoluzionandone visioni e codici. In un giro di ruota, come quella di bici montata su uno sgabello in Roue de Bicyclette. Era il 1913 e Duchamp vedeva l’arte dove non era previsto che fosse, o la costruiva dove era impensabile immaginarla.
A cento anni dal suo primo ready-made e a cinquanta dal viaggio in Italia, un percorso nell’attualità del lavoro di Duchamp per riflettere sul peso della sua ricerca nello scenario artistico internazionale, in generale, e italiano in particolare. Prendendo le mosse dalla mostra milanese del 1964 e da quella romana del 1965, l’iter illustra vita, carriera e sguardo dell’artista, dal primo olio realizzato a quindici anni alla Boîte en valise, museo portatile che creò riunendo settanta pezzi in miniatura in una valigia Louis Vuitton, dai dischi ottici precursori dell’optical art nei film come attore e regista - uno per tutti, Anémic Cinéma con Man Ray e Marc Allégret - ai ready-made appunto, che replicò nel 1964-1965. Ecco allora il più noto Fountain accanto a Air de Paris, fino a Pulled at four pins, acquaforte che ne ricorda uno del ‘15 andato perduto.
 
FONTE: