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venerdì 5 febbraio 2016

Palazzo Reale di Milano apre il 2016 con il Simbolismo

Fino al 5 giugno la mostra dedicata al movimento di passaggio dall’800 al ’900 mette a confronto artisti italiani e stranieri grazie a circa un centinaio di dipinti

La prima grande mostra del 2016 di Palazzo Reale è dedicata al Simbolismo, uno dei movimenti artistici che hanno marcato il passaggio dall’Ottocento al Novecento, segnando il superamento della rappresentazione oggettiva della realtà e approdando a una dimensione più intima e soggettiva del reale. 

Con oltre 2.000 mq di superficie espositiva e 24 sale site al piano nobile di Palazzo Reale di Milano, Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra mette per la prima volta a confronto i simbolisti italiani con quelli stranieri grazie a circa un centinaio di dipinti, oltre alla scultura e una eccezionale selezione di grafica, che rappresenta uno dei versanti più interessanti della produzione artistica del Simbolismo, provenienti da importanti istituzioni museali italiane ed europee oltre che da collezioni private. 

La mostra, oltre a permettere un approfondito e aggiornato studio del periodo, che vede la pubblicazione di importanti saggi di approfondimento nel catalogo edito da 24 Ore Cultura, ha reso possibile il restauro, la pulitura e la manutenzione di oltre dieci opere provenienti da Ca’ Pesaro di Venezia, dell’Autoritratto di Arnold Böcklin, della Galleria degli Uffizi di Firenze e delle cornici de L’Eroica di Gaetano Previati, dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, e del polittico di Giulio Aristide Sartorio, Le Vergini Savie e Le Vergini Stolte, di proprietà della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma. Si tratta di un’importante operazione che dimostra come le mostre temporanee, oltre a valorizzare le opere, possano essere anche l’occasione per una partecipazione attiva alla conservazione del patrimonio artistico italiano grazie ai finanziamenti che da esse ne derivano. 

Il Simbolismo è, al tempo stesso, un momento di chiusura al progresso e a una società dominata dall’imperio della quantità e di apertura per affermare una modernità che, sulla scia della poesia di Baudelaire, fa della resistenza al moderno il proprio segno di riconoscimento.  

Dal punto di vista figurativo, si avvia un recupero delle immagini di quel «paradiso perduto» identificato nella pittura dei primitivi italiani e, in generale, dei miti originari. Grande tramite di questa rivoluzione delle immagini è la letteratura, in cui il tema del sogno, del delirio indotto dagli oppiacei, della follia sembra unificare quella cultura europea che verrà rivoluzionata dal volume dell’Interpretazione dei sogni pubblicata da Sigmund Freud a Vienna nel 1900. 
Ne deriva il recupero della dimensione onirica, del mondo eroico della mitologia, di temi scabrosi come l’amore erotico, la morte e il peccato. 

Promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale, 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore e Arthemisia Group, la mostra è a cura di Fernando Mazzocca e Claudia Zevi in collaborazione con Michel Draguet. 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 17 giugno 2015

Il blu di Yves Klein colora l’estate del Maca

 
La retrospettiva sarà in calendario dal 27 giugno al 25 ottobre ad Acri
 
Una mostra di respiro internazionale e colorata di blu oltremare, un’occasione per riscoprire il fascino e l’influenza di uno degli artisti più importanti del Novecento. Il Maca (Museo di Arte Contemporanea) di Acri (Cosenza) presenta «Nel Blu dipinto di Blu. Da Yves Klein, la magia di un colore nell’arte contemporanea», la retrospettiva dedicata al celebre pittore francese Yves Klein che negli anni sessanta segnò una rivoluzione con la sua serie di dipinti monocromi, i più importanti dei quali sono quelli blu, ispirati dalla visione della volta del Mausoleo di Galla Placidia di Ravenna. La mostra sarà in calendario dal 27 giugno al 25 ottobre.  
 
Partendo dalla riproduzione della `Venus Blue´ (1960) di Klein, la mostra segue l’enorme influenza che il maestro francese ha avuto sui suoi contemporanei e sugli artisti successivi, sino ai giorni nostri, trovando nell’utilizzo del colore blu il filo conduttore. Fu nel 1956 che Klein creò quella che egli stesso definì come «la più perfetta espressione del blu», un oltremare saturo e luminoso, privo di alterazioni, in seguito brevettato col nome di `International Klein Blue´ (Ikb).  
 
La mostra traccerà una storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni attraverso l’utilizzo che alcuni dei più importanti nomi della scena contemporanea hanno fatto del blu oltremare, come Daniel Spoerri, César, Raymond Hains e Mimmo Rotella, partecipi con Klein del movimento `Nuoveau Réalisme´, e ancora Pierre Alechinsky, Victor Vasarely, Osvaldo Licini, Hans Hartung, Lucio Fontana, Mimmo Paladino, Mario Schifano e Jan Fabre, fino alle interpretazioni più contemporanee dell’utilizzo del blu monocromo, come nel caso del Cracking Art Group e del giovane Giuseppe Lo Schiavo.  
 
I solisti della Magna Graecia Flute Choir inaugureranno l’esposizione con i brani di Modugno, Strauss e Rino Gaetano (AdnKronos) - Si tratta di opere provenienti da importanti collezioni private italiane ed europee, oltre che da alcune collezioni pubbliche, come nel caso delle opere di Hartung, Licini e Fontana, della Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno. La mostra è promossa dall’associazione Oesum Led Icima, che cura le attività e gli eventi del Maca, e realizzata in collaborazione con l’associazione De Arte-progetti e servizi per l’arte.  
 
«Il blu è l’unico mezzo artistico adatto a rappresentare ciò che è fisicamente invisibile, una sorta di virus che attacca e distrugge il corpo - afferma Francesco Poli, storico dell’arte e curatore della mostra - Un campo monocromo fa da contrappunto visivo, un intenso poema ne scaturisce, un vero e proprio documentario in cui l’interiorità dell’artista è resa visibile dall’istanza pratica veicolata dal colore, il blu, offrendoci uno sguardo sublime della sua anima». L’esposizione offrirà ai visitatori anche una serie di incursioni nella cultura popolare, in particolare in ambito musicale, come suggerisce il titolo stesso della rassegna. In occasione dell’inaugurazione, inoltre, si svolgerà la performance musicale dei solisti della Magna Graecia Flute Choir, che eseguiranno i brani `Nel blu dipinto di blu´ di Domenico Modugno, `Il cielo è sempre più blu´ di Rino Gaetano, e `Il bel Danubio blu´ di Johann Strauss.  
 
FONTE: lastampa.it

mercoledì 15 aprile 2015

La Capitale celebra la Meraviglia del suo Barocco

La Capitale celebra la Meraviglia del suo Barocco

Dalla sede della Fondazione Roma, Palazzo Cipolla, una mostra sullo stile del Seicento, che coinvolge tutta la città

Santi e medaglie, progetti di chiese e dipinti su tela: il barocco, a Roma, ha vissuto uno dei suoi periodi migliori per tutto il '600. Quello splendore (fino alla scomparsa del Bernini) è "raccontato" ora dalla mostra: "Barocco a Roma. La meraviglia delle arti", in corso dal 1 aprile al 26 luglio 2015, nella sede di Fondazione Roma Museo Palazzo Cipolla. Duecento opere che raccolgono gli artisti più rappresentativi del movimento storico culturale arrivato dopo il Rinascimento, a cominciare da nomi come Annibale Carracci, Pieter Paul Rubens, Domenico Zampieri (detto Domenichino), Giovanni Lanfranco, Guido Reni, Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Pietro da Cortona.
La prima opera che si può ammirare, nell'allestimento di Palazzo Cipolla, è "Santa Margherita", un olio su tela del 1599 dipinto da Annibale Carracci e genericamente conservato presso la Chiesa di Santa Caterina della Rosa ai Funari, a Roma. È una raffigurazione che ci racconta del rapporto col divino, aspetto a cui il barocco ha guardato con maggiore attenzione rispetto alle epoche precedenti. Molti i prestiti da musei internazionali, dall'Albertina Museum di Vienna (tra cui opere di Borromini) all'Ermitage di San Pietroburgo (principalmente bozzetti): tutti pezzi che ci raccontano quanto sia stata centrale la città di Roma nella nascita e diffusione del barocco. Il percorso espositivo è composto da quattro sezioni: "Le radici del Barocco", "L'estetica barocca sotto Urbano";  la "Teatralità e scenografia nell'arte della metà del secolo" e, infine, "Il paesaggio e il grande spettacolo della natura".

Più che di semplice esposizione però sarebbe meglio parlare di operazione culturale, perché oltre alla mostra in corso a Palazzo Cipolla, curata da Mariagrazia Bernardini e Marco Bussagli, sono previsti tanti eventi "satellite" che andranno avanti nelle prossime settimane in diversi luoghi barocchi della città, sedi di solito non aperte al pubblico, come, ad esempio il Complesso di Sant'Ivo alla Sapienza (coinvolto in un percorso tematico da fine aprile ) e la "Sala Borromini", nell'Oratorio dei Filippini.

Il calendario degli appuntamenti paralleli comincia con una mostra contemporanea a quella di Palazzo Cipolla: "Feste barocche" al Museo di Roma Palazzo Braschi, con olii e incisioni seicentesche che narrano il gusto per la festa del periodo barocco. Si prosegue, dal 15 aprile, con una mostra di approfondimento nel Palazzo Chigi di Ariccia. Ad essere coinvolte anche la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini; l'Archivio di Stato di Roma; la Galleria Doria Pamphilij; Palazzo Colonna; i Musei Vaticani. In programma, infine, anche diversi convegni e concerti.

Informazioni utili
Roma, Fondazione Roma Museo  -  Palazzo Cipolla, via del Corso, 320
1 aprile  -  26 luglio 2015
Orari lunedì ore 15.00 - 20.00 dal martedì al giovedì e domenica ore 10.00 - 20.00
venerdì e sabato 10.00 - 21.30 La biglietteria chiude un'ora prima
Biglietti: intero 13 euro, ridotto 10 euro

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

lunedì 1 dicembre 2014

La materia, i colori e il nero. A Mantova il meglio di Miró

La materia, i colori e il nero. A Mantova il meglio di Miró

A Palazzo Te in mostra oltre cinquanta opere, a celebrare l'"estro creativo" del grande artista di Maiorca. Oli su tela, sculture e arazzi che in gran parte provengono dalla "sua" fondazione delle Baleari

Nelle scuole di Barcellona, Joan non era visto come un buon allievo: solo le lezioni di disegno del professor Civil lo stimolavano. Così, pur seguendo i suggerimenti dei genitori artigiani, che lo volevano iscrivere alla scuola commerciale, lui scelse di studiare parallelamente anche alla Scuola di Belle Arti della Llotja. Mai decisione si rivelò più azzeccata, dal momento che ci ha regalato un artista ineguagliabile come Joan Mirò  (1893 -1983).

In questi giorni, una grande mostra, alle Fruttiere di Palazzo Te di Mantova lo celebra:  "Miró. L'impulso creativo", realizzata in collaborazione con la Fundació Pilar i Joan Miró a Mallorca e curata da Elvira Cámara López, direttore della stessa Fondazione. Sono esposte oltre cinquanta opere del maestro catalano, provenienti in gran parte dalla fondazione spagnola e raccolte in un percorso espositivo in cui, ad essere evidente, è tanto la sperimentazione che portò avanti l'artista, quanto i soggetti, i materiali e i colori preferiti da Mirò. Nella sezione "Il gesto" sono esposte opere - in genere tra i 130 e 195 centimetri di misura- che hanno come caratteristica principale e comune l'avvicinamento dell'artista alla materia. Molti oli e acrilici (quasi tutti senza titolo), sono stati realizzati su tela, su carboncino, con diversi modi di stendere il colore e per la maggior parte risalenti al '67.

Il rosso, il giallo, il blu, colori tipici di Mirò scompaiono nella sezione "La forza del nero", dove trovano spazio lavori che risentono dell'influenza di Mirò con la cultura giapponese.
Nelle sezioni "La sperimentazione con i materiali" e ne "Il trattamento dei fondi" si evince la grande sperimentazione che Mirò fece con i materiali: non solo olio e acrilico su tela ma anche elementi meno nobili come benzina, acqua sporca, succhi di fiori. Gessetti, cotone, iuta. Arazzi, terrecotte, bronzi, figure e forme, infine, lasciano spazio a pochi e minimali segni nella quinta sezione "L'eloquenza della semplicità" che raccontano in opere quello che fu un artista con grandi esperienze intellettuali e creative ma pur sempre semplice, lineare, non caotico, che seguiva e apprezzava le piccole cose quotidiane come ogni grande uomo è in grado di fare, nonostante la straordinarierà della sua vita.

Info utili
"Miró. L'impulso creativo"
a cura di Elvira Cámara López
Una mostra di: Comune di Mantova in collaborazione con Fundació Pilar i Joan Miró a Mallorca, 24 ORE Cultura, Arthemisia Group, Verona 83
Con il supporto di: Centro Internazionale d'Arte e di Cultura di Palazzo Te Fruttiere di Dove: Palazzo Te - viale Te, 19 Mantova
Quando: 26 novembre 2014  -  6 aprile 2015
Orari: Lunedì 13-19 Martedì - Domenica 9-19 Venerdì 9-23
Il servizio biglietteria termina un'ora prima

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)
 

mercoledì 5 novembre 2014

Tuyap Art Fair

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Si terrà dall’ 8 al 17 Novembre Tuyap Art Fair Istanbul, un incontro di artisti internazionali provenienti da tutto il mondo.
Parteciperà all’evento, con una selezione delle sue opere più rappresentative, l’artista Moreno Panozzo.
Designer di formazione Moreno Panozzo si occupa anche di architettura, design, moda, scenografia, grafica ecc. Lavora tra Milano e New York esprimendo la sua arte fortemente concettuale in tutto il pianeta. Attualmente la sua attività si concentra sulla bioarte mescolando materiali di riciclo a materiali nobili.
Concetti base della filosofia di quest’artista sono la ricerca dell’io interiore, la rappresentazione dell’anima in tutte le sue sfumature soprattutto quelle più impattanti e determinanti nella vita. Segni connotativi di questa esigenza espressiva sono i solchi, le tracce e le impronte simboli distintivi delle opere in continua mutazione che hanno reso famoso quest’artista nel mondo portandolo a collaborare anche con numerose riviste e a pubblicare diverse monografie.

 “…Ho la presunzione che le mie opere siano simili allo spazio siderale, lo spazio assoluto. Ho la presunzione che avvicinandosi alle mie opere ognuno possa vedere la propria anima riflessa. Ho la presunzione che ognuno di voi osservando le mie opere possa trovare ciò che va cercando…”. (Moreno Panozzo)


Tuyap Art Fair
Dal 8 al 17 novembre 2014
Tüyap Fair Convention and Congress Center, E-5 Karayolu Üzeri 
Gürpınar Kavşağı 
34500 Büyükçekmece - İSTANBUL
tel. +90 (212) 867 11 00



Moreno Panozzo  
Fabbrica Pensante
C/O EdificioSedici
Viale Sarca 336/f - 20126 - Milano (MI)
marta@morenopanozzo.com

mercoledì 27 novembre 2013

Torino a tutta performance. Ecco Artissima 2013


Torna l'appuntamento con la fiera d'arte che quest'anno compie 20 anni e raddoppia gli eventi. In tutta la città un ricco calendario di mostre, dal moderno all'antico, passando per i progetti alternativi


"Non ci sono, propriamente parlando, tre tempi, il passato, il presente, il futuro, ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro. ..." Con la citazione di Sant'Agostino che campeggia nero su bianco sul sito della nuova fieraFlashback, possiamo riassumere lo spirito del lungo week end artistico che si apre oggi, come da vent'anni, a Torino. Ossia: non solo arte contemporanea ma anche moderna e antica. Le installazioni di oscuro significato divideranno gli sguardi dei collezionisti e dei critici con i più rassicuranti pezzi di antiquariato, con buona pace di chi è sempre pronto a sentenziare "questa è arte e quella no" a seconda dei gusti e delle scuole di pensiero. A Torino la storia si ripete da venti anni, tanti quante le edizioni della più famosa fiera Artissima, appuntamento per il mondo dell'arte che, nei diversi corridoi della sede del Lingotto, può trovare le gallerie più note del panorama artistico mondiale (sezione Main Section) e quelle più giovani  (e spesso più interessanti, nella categoria New Entries). Ma c'è spazio anche per stand monografici dedicati ad artisti emergenti (Present Future) e mostre di artisti degli anni '60, '70 e '80 selezionati -e quindi  riscoperti- da un team di direttori di museo e curatori affermati a livello internazionale (Back to the Future).

Una fiera come sempre ricca di proposte e che, quest'anno, raddoppia proponendo in parallelo il progetto collaterale "One Torino". Più che raddoppiare sarebbe corretto dire quintuplicare dal momento che il progetto prevede cinque mostre. Sara Cosulich Canarutto, direttrice della fiera, lo ha presentato come appuntamento che si ripeterà ogni anno grazie anche all'impegno di istituzioni e sponsor. Oltre all'ex sede Fiat, si inizia dunque con il coinvolgimento di  una cinquantina di artisti e sette curatori per cinque collettive in altrettante sedi differenti: Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Fondazione Merz. Inoltre "One Torino" offre l'occasione per far riaprire le sale dello storico Palazzo Cavour, grazie a "Repertory",  mostra di quindici artisti internazionali.
Non finisce qui. Torna dopo il successo delle scorse edizioni anche "The Others", la fiera "alternativa" che deve la sua particolarità alla location in cui si trova, ossia un ex carcere in cui ogni cella diventa lo spazio espositivo per una galleria che propone i suoi artisti e per progetti curatoriali.

E poi ci sono anche "Photissima" e la più colorata "Paratissima" ma andare a Torino questa settimana non significa soltanto macinare kilometri tra i padiglioni delle fiere. Sabato 9 novembre c'è una nottata di opening di gallerie private, con eventi e progetti speciali che spaziano dalla musica alla danza. E non manca, infine, il cinema, sempre valutato con attenzione in una città come Torino. Questa volta a dargli spazio è la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli con la rassegna "I Love Collections", in cui sono proiettati film sul collezionismo di arte focalizzato su importanti personalità che provengono da diversi Paesi, dagli Stati Uniti all'Uzbekistan. Tutti uniti dall'amore dell'arte. 

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

domenica 15 settembre 2013

Pechino celebra Giuseppe Verdi


A Piazza Tienanmen una mostra multimediale festeggia il bicentenario della nascita del compositore italiano.

Nel bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, anche Pechino si unisce alle celebrazioni con la mostra “Verdi, l’invenzione del vero – ovvero l’alfabeto del sentimento umano”, che occuperà uno spazio di 800 metri quadri, messo a disposizione dal Museo Nazionale della Cina in Piazza Tienanmen. 

Il percorso espositivo che aprirà al pubblico dal 15 settembre al 17 novembre, prevede l’installazione di 21 schermi incorniciati come opere d’arte. Ogni televisore corrisponderà ad una lettera del nostro alfabeto, a sua volta associata ad un concetto o ad un sentimento esplorato dall’opera verdiana. A di amore, B di bandiera, C di costrizione, D di dolore e via dicendo, fino a costruire un vero e proprio lemmario. Sugli schermi scorreranno intanto immagini di repertorio fornite dalla Rai, partner della mostra. 
Al Va’ Pensiero, di cui verrà presentato anche il manoscritto originale, la mostra multimediale dedica un’intera sala al centro dell’allestimento. 

Le previsioni sull’affluenza di visitatori sono molto positive: l’ambasciata d’Italia a Pechino è impegnata nell’organizzazione di un tour della mostra in dieci città cinesi, e nel corso del 2014 sono già in agenda altre tappe sparse sul continente asiatico a partire da Singapore. 

FONTE: arte.it

martedì 16 ottobre 2012

Canottieri, finestre e forchettoni. A Venezia l'universo Capogossi



La Guggenheim Collection celebra il pittore romano protagonista della stagione informale. Oltre 70 opere ripercorrono tutta la parabola artistica, dal tonalismo figurativo all'astratto, con opere inedite e raramente esposte


VENEZIA - Giuseppe Capogrossi conquista subito l'immaginario collettivo come artista "del segno". Delle "superfici", per usare il suo termine scientifico, ma anche dei "forchettoni" e dei "pettini" che più "volgarmente" hanno apostrofato i suoi capolavori. Protagonista monumentale della stagione informale (a braccetto con i "tagli" di Fontana e i "sacchi" di Burri), il romano Capogrossi (1900-1972) ha però tutta una corposa parabola figurativa precedente e preparatorio alla svolta astratta, alimentata dagli anni '30 alla fine dei '40 (galeotto anche un viaggio a Parigi) da una sua personale ricerca nel tonalismo pittorico, molto vicino al figurativismo della Scuola Romana. Per restituire una visione profonda del talento di Capogrossi, entrambe le maniere pittoriche devono essere analizzate.

Ed è il percorso che offre la mostra "Capogrossi. Una retrospettiva", fino al 10 febbraio alla Peggy Guggenheim Collection con la sagace cura scientifica di Luca Massimo Barbero, realizzata in collaborazione con la Fondazione Archivio Capogrossi di Roma. Alla base della rassegna c'è una lunga ricerca in collezioni private e istituzioni museali (Centre Pompidou di Parigi, la Gnam di Roma, da cui proviene un significativo nucleo di opere, il Mart di Rovereto, la Gam di Torino, oltre al Guggenheim di New York) per mettere insieme un repertorio di oltre settanta opere tra dipinti e lavori su carta. Il risultato è un fine lavoro di ricostruzione della carriera di Capogrossi. Anno chiave, il 1933 quando il pittore partecipa, insieme a Corrado Cagli ed Emanuele Cavalli, alla stesura del "Manifesto del primordialismo plastico". 
 
Quasi un prologo alla sua produzione. Al '33 si riferiscono capolavori figurativi come I canottieri, Il temporale, La piena sul Tevere e L’Annunciazione. Quest'ultima grande tela, conservata al Pompidou, ritorna per la prima volta in Italia, dopo essere stata esposto a Parigi nel 1933 e in quell'occasione donata dal governo italiano al museo Jeu de Paume (acquisita dalle collezioni statali francesi). Lavori, questi, dove si respira, per dirla con Luca Massimo Barbero "un’atmosfera mistica e atemporale". Una vera chicca, poi, è la serie di Studi per finestre (1948-’49), rarissime prove pittoriche, esposte per la prima volta, che lasciano decifrare quelle gustose fasi sperimentali di transizione dalle forme naturali alla sintesi. Un cambiamento in atto che come un fantasma aleggia anche nel dipinto Le due chitarre (1948, Gnam di Roma). Gradualmente, e non inaspettatamente, ecco che si entra nella dimensione astratta più riconoscibile di Capogrossi, quando l'aura simbolista echeggia più vivida, come nelle Superficie 011 e Superficie 016 (soggiorno viennese del '49). Il "caso Capogrossi", come venne definito dalla critica dell'epoca, scoppia con la serie in bianco e nero, tra cui Superficie 021 (1949) e Superficie 678 (Cartagine, 1950), dove compare il suo segno universale, l'elemento "lunato dentato - come dice Barbero - articolato nello spazio talvolta in segmenti a catena, talvolta in macro-segni costituiti dal colore". Dal '51 in poi il segno di Capogrossi acquista una sua personalità strutturata, si dispone secondo ritmi accelerati, occupa la tela con sequenze dinamiche, si anima di cromatismi variegati, muta di dimensione e fluttua secondo giochi di incastri. Come ad orchestrare primitivi simboli o scritture generate da civiltà aliene. Sfilano tele presentate alla storica Biennale di Venezia del 1954, a opere come Superficie 28 (già Superficie 25), appartenuta al gallerista Leo Castelli, fino al monumentale ovale di 3 metri, Superficie 385 (1960), concepito per la turbonave Leonardo Da Vinci. Altro gioiellino, i rilievi e monocromi bianchi, quasi sconosciuti al grande pubblico.

Notizie utili
 - "Capogrossi. Una retrospettiva", dal 29 settembre al 10 febbraio 2013, Peggy Guggenheim Collection, Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701, Venezia
Orari: 10.00 – 18.00, chiuso il martedì
Ingresso: intero €12, ridotto €10 (studenti €7)
Informazioni: 041.2405440
Catalogo: Marsilio Editori

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)

lunedì 15 ottobre 2012

Kandinsky nell’anima russa



I sogni di un ribelle prima dell’esilio. La nascita dell’astrattismo nei dipinti che riflettono la cultura della sua terra

Al di là della soglia - che dalla luminescenza solare dei lungarni pisani ci introduce in un atipico corridoio di luci artificiali e ombre - c'è un mondo antico ed esoterico, simbolico e folcloristico. Filatoi contadini, giocattoli di legno, vestiti tradizionali, ataviche novelle con rappresentazioni grafiche, personaggi mitici. E colori, con quelle tonalità così intense da inebriare il visitatore incantato e smarrito per questo salto quantico verso una Russia inattesa.
È la rappresentazione allegorica di quel plancton culturale del quale Wassily Kandinsky si cibò elaborando e trasmutando l'ormai insostenibile leggerezza della cultura europea (che aveva ammaliato e permeato la Grande Madre Russia e, dopo l'invasione napoleonica, aveva iniziato ad appassire) per guardare all'io individuale e all'io sociale, nascosti, rimossi, cancellati, sbiaditi forse come colori amorfi.
È lo stesso cibo che assaggia il visitatore, se pur in un frammento dell'anima piccolo e fugace ma così intenso da restare indelebile, immergendosi nella straordinaria e unica mostra sul padre dell'astrattismo che si inaugura da sabato sino al 3 febbraio del 2013 a Palazzo Blu di Pisa.
È un evento perché per la prima volta in Italia si svela il Kandinsky del periodo russo (1901-1921) e lo si mette a confronto con l'avanguardia del suo tempo, quella del suo Paese natale e quella della Germania, dove Wassily fuggì perseguitato dal regime sovietico. Così le opere di Alexej Jawlensky, Marianne Werefkin e Gabriele Munter (solo per citare alcuni nomi) si intersecano in questo cammino dell'arte, simbolica prima e astratta dopo, di un genio trafitto dal demone dell'arte fin da bambino ma rapito completamente, da avvocato, durante quel viaggio fondamentale, nella regione della Vologda, in Siberia, tra le izbe, le case rurali russe, decorate e colorate e i paesaggi, tanto da aver la sensazione, come scriveva entusiasta e commosso, di «vivere dentro un quadro».
Ed è proprio questa sensazione di realtà virtuale che si percepisce nel corridoio che ci introduce alle tredici sale della mostra in un percorso artistico (e anche un po' metafisico) alla scoperta di un pittore che da un simbolismo, se pur già diverso da quello dei suoi contemporanei, si proietta verso l'astrattismo di cui è l'artefice. Sono 150 le opere esposte a Palazzo Blu, una cinquantina di Kandinsky e le altre di contemporanei (russi e tedeschi), ma ci sono anche dipinti di Arnold Shöenberg (tra i quali un magico autoritratto), amico di Wassily, il genio austriaco inventore della musica dodecafonica. Che anch'essa, probabilmente, può essere in parte paragonata all'astrattismo di Kandinsky, una frattura epistemologica nell'arte del '900.
In una sala, accanto a «Macchia nera», il dipinto del 1912 con il quale l'artista abbandona ormai ogni riferimento figurativo, si sfiorano strumenti sciamanici tra i quali un tamburo, riprodotto (la macchia) nello stesso capolavoro. E sembra quasi di sentirlo vibrare, questo tamtam rituale, insieme a un'orchestra impossibile, che diffonde le cascate di note (e colori) della Sagra della Primavera di Igor Stravinskij.
Si cammina tra le sale che ripropongono i primi dipinti di Kandinsky, in quell'atmosfera simbolista del periodo di Murnau. Si scivola, senza accorgersene, incontro alle grandi tele dell'avanguardia russa e occidentale, intorno al Der Blaue Reiter, e i maggiori protagonisti della sperimentazione russa, da Michail Larionov alla Goncharova. E infine ecco i capolavori, prima della sua fuga dal regime sovietico, quando accetterà da Walter Gropius l'insegnamento al Bauhaus.
Nella sala del drago, se così possiamo chiamarla, l'emozione è al culmine. Ci sono le iconografie di San Giorgio nell'eterna lotta contro il mostro. E c'è la magia di un capolavoro di Wassily: «San Giorgio» (1911). Così, mettendo a confronto icone e dipinto, tradizione e astrattismo, si percepisce quel processo di decostruzione della realtà.
Poco più avanti, ecco la «sala delle barche»; e anche qui un dipinto di un pittore simbolista con le vele sul fiume serve a entrare in «Improvvisazione» (1910) e nell'«Improvvisazione» del 1917 con le «stesse» barche, gli uomini che remano, l'acqua, il cielo.
«È stata una sfida difficile quella di spiegare forse l'artista più concettoso nel Novecento», spiega Claudia Beltramo Ceppi, co-curatrice della mostra insieme Eughenia Petrova, direttrice del museo russo di San Pietroburgo.
Ma perché proprio Kandinsky? «Ci ha affascinato proporre questo periodo particolare della sua vita che segna la definitiva e totale immersione nella pittura - risponde Cosimo Bracci Torsi, presidente della Fondazione Palazzo Blu -. Inoltre, dopo il ciclo dedicato al Mediterraneo con mostre di grandissimo successo su Chagall, Mirò e Picasso, pensiamo a una serie di mostre dedicate all'astrazione».
FONTE: Marco Gasperetti (corriere.it)

giovedì 4 ottobre 2012

Urban contest, grande mostra di street art a Roma


Sarà inaugurata a metà ottobre con i pannelli realizzati nell’estate scorsa dai partecipanti alla gara

Roma si prepara ad ospitare l’Urban Contest Gallery 2012, una grande mostra internazionale sulla street art. L’iniziativa è frutto dell’ accordo tra 21 Grammi, la società romana che ha ideato la manifestazione sull’arte urbana Urban Contest, e il Lanificio, la realtà che in 5 anni ha convertito parte dell’ex-Lanificio Luciani, stabilimento industriale nel quartiere Pietralata, in un contenitore di idee e progetti trasversali di musica, sperimentazioni visuali, arti performative. 

La mostra, ad ingresso gratuito, sarà inaugurata a metà ottobre. Vi saranno esposte oltre 50 opere realizzate da altrettanti giovani writers noti ed emergenti. Si tratta dei pannelli realizzati nell’estate scorsa a piazzale San Lorenzo dai 50 artisti italiani e stranieri che hanno partecipato alla gara, svoltasi nell’ambito della manifestazione San Lorenzo Estate.  

Le opere sono state create con le più diverse tecniche pittoriche: spray, pittura acrilica, olio, colori naturali, pennarelli, terra cruda, cartone, gesso, collage, stencil, poster, aerografia e molto altro ancora. Questa mostra sarà seguita da un’asta pubblica delle 50 opere, che si svolgerà a Roma ai primi di dicembre in collaborazione con la casa d’aste Minerva Auctions. 

FONTE: lastampa.it


domenica 30 settembre 2012

«Aria» nuova a Palazzo Roverella


Il centro espositivo di Rovigo, ora gestito dalla Fondazione Cariparo, presenta la programmazione triennale: si parte a fine ottobre con una mostra dedicata all'illustrazione dell'etereo elemento

Rovigo. Partirà a fine ottobre la nuova stagione espositiva diPalazzo Roverella sotto il segno di una nuova gestione, come stabilito dalla convenzione stipulata tra la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e il Comune di Rovigo. In base a quanto stabilito dall’accordo decennale, la Fondazione si fa carico della programmazione artistica del Palazzo, dopo aver già sostenuto, con uno stanziamento di oltre 300mila euro, la realizzazione di lavori urgenti di manutenzione del Palazzo, nell’ottica di migliorare l’offerta di servizi ai visitatori.
«La presa in gestione del Palazzo è un’operazione significativa, poiché avviene in un momento di contrazione generalizzata delle risorse, spiega Antonio Finotti, presidente della Fondazione.Siamo tuttavia convinti della necessità di rafforzare l’impegno sul fronte della promozione, gestione e organizzazione di progetti culturali. Ciò significa creare benefici per l’intero territorio. La programmazione degli eventi espositivi, condivisa con il Comune e l’Accademia dei Concordi, si muoverà lungo due direttrici: da un lato verrà ripreso il filone dell’illustrazione per l’infanzia, già proposto negli anni passati con “Pinocchio” e “Il gatto con gli stivali”; dall’altro verrà ulteriormente indagata la pittura italiana tra fine 800 e inizio 900».
Pianificata l’attività espositiva del primo triennio: oltre ad «Aria» (dal prossimo 27 ottobre al 13 gennaio 2013), mostra dedicata all’illustrazione, è in programma «La Maison Goupil e l’Italia. Il successo degli italiani a Parigi negli anni dell’Impressionismo» (dal 22 febbraio al 23 giugno 2013), a cura di Paolo Serafini. Attraverso l’analisi degli inventari, dei registri e dei documenti conservati presso il Musée Goupil di Bordeaux e il Getty Research Institute di Los Angeles, saranno ricostruite le vicende storiche e la fortuna della galleria francese fondata nel 1829 da Adolphe Goupil insieme a Henry Ritner e degli artisti italiani, un centinaio circa, che vi gravitarono a partire dagli anni ’70 dell'Ottocento. Primo fra tutti Giuseppe De Nittis, che visitò Parigi per la prima volta nel 1867, attraverso il quale molti artisti italiani giunsero nella capitale francese andando incontro al successo. In mostra anche le opere di ambientazione orientaleggiante di Alberto Pasini, i ritratti di grande formato di Giovanni Boldini, tra cui quello, splendido, di Marthe Regnier, «Il piccolo scolaro» di Francesco Paolo Michetti, proveniente dal Musée d’Orsay, insieme ad alcuni dipinti della serie «Saltimbanchi». Oltre a quelli di Antonio Mancini, Edoardo Dalbono, Domenico Morelli, solo per citarne alcuni.
Seguirà, da febbraio a giugno 2014, una mostra a cura di Giandomenico Romanelli, dedicata «all’ossessione nordica», ossia all’influenza della pittura nordeuropea sugli artisti italiani, prevalentemente veneti e lombardi, che parteciparono alle prime edizioni della Biennale di Venezia. Da febbraio a giugno 2015, sarà la volta di «Lega, Fattori e Signorini: lavoro e vita quotidiana nella pittura italiana dell’Ottocento».

La Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in base a quanto stabilito dalla convenzione, provvederà anche alla valorizzazione della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e delSeminario Vescovile. Si tratta per lo più di opere di arte veneta che vanno dal XV al XVIII secolo, tra cui si segnalano «Cristo Portacroce» e «Madonna col Bambino» di Giovanni Bellini, «Madonna col Bambino tra i santi Gerolamo ed Elena» di Palma il Vecchio, «Madonna col Bambino e Santi» di Dosso Dossi, «Ritratto di giovinetto vestito all’orientale» di Fra Galgario, «Autoritratto» di Rosalba Carriera, «San Giovanni Battista» di Giambattista Piazzetta, «Ritratto di Antonio Riccobono» di Giambattista Tiepolo.
L’apertura della Pinacoteca sarà garantita in tutti i periodi dell’anno, assicurando una costante fruizione delle opere e promuovendone la conoscenza attraverso una selezione «ragionata», sempre diversa. Già con la mostra «Aria» il pubblico potrà ammirare 80 importanti dipinti provenienti dalla collezione permanente dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile.

FONTE: Anna Saba Didonato (ilgiornaledellarte.it)

venerdì 28 settembre 2012

L’arte di De Chirico in mostra a Bergamo



“Omaggio a De Chirico” è l’esposizione dedicata al pittore italiano scomparso nel 1978, che si terrà a Bergamo presso il Palazzo de La Fondazione Credito Bergamasco, dal 29 settembre al 14 ottobre 2012.L’ingresso è libero.

Undici i dipinti selezionati, con una datazione compresa tra il 1923 e il 1969, provenienti tutti da sedi privatee generalmente non fruibili da un vasto pubblico. Le tele - che documentano le fasi che vanno dal “ritorno all’ordine” degli anni venti del Novecento fino alla tarda stagione della “neo-metafisica” - illustrano un ventaglio di temi e di soggetti in grado di presentare l’eccentrica personalità dell’inventore della pittura Metafisica.

Oltre a un intenso "Busto di donna in verde" (1924), una sorta di omaggio al grande pittore del realismo francese Gustave Courbet, e a due autoritratti, rispettivamente del 1931 e del 1953, i visitatori potranno ammirare la tavola del 1928 intitolata "Conversazione" e la straordinaria veduta di Venezia, dipinta tra il 1950-1955.

FONTE: lospettacolo.it

lunedì 24 settembre 2012

L’avanguardia dei conservatori


Alla Tate Britain si riunisce la Confraternita dei preraffaelliti

Londra. È spesso difficile, se non impossibile, datare con precisione l’inizio di un movimento. Invece, le date di fondazione e lancio della Confraternita dei preraffaelliti e il suo programma artistico sono note con estrema esattezza: venne formata nel settembre del 1848 in Gower Street, a Londra, da John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Holman Hunt, ai quali presto si aggregarono James Collinson, F.G. Stephens, Thomas Woolner e William Michael Rossetti. I loro lavori furono esposti per la prima volta nel marzo successivo alla Royal Academy, mentre ora la mostra «Preraffaelliti. Avanguardia vittoriana» li celebra alla Tate Britain dal 12 settembre al 13 gennaio.
Nonostante la partenza enfatica (le loro opere furono immediatamente e decisamente denigrate da molti critici fino a quando John Ruskin non solo le difese, ma le legittimò e le consacrò), come tanti «movimenti», il Preraffaellitismo resta difficile da definire. I fondatori erano piuttosto vaghi rispetto ai loro obiettivi e la confraternita iniziò a disgregarsi già dopo 18 mesi dalla sua fondazione. Intorno alla metà degli anni Cinquanta dell'Ottocento gli artisti originari se ne erano andati ciascuno per la propria strada. Tuttavia, i preraffaelliti riuscirono a stabilire un linguaggio visivo, al principio sostanzialmente privo di ombre e con una spoglia semplicità di gesto, in seguito dai colori brillanti da dettagli riprodotti con accanimento. Il movimento rivoluzionò l’arte religiosa rispolverando il linguaggio medievale per simbolismo e tipologia, rappresentando personaggi biblici e santi come gente «qualunque» e introducendo soggetti tratti dalla vita contemporanea, spesso con una dimensione sociale o morale.
Lo stile e i soggetti preraffaelliti arrivarono, in una varietà di modi e tecniche, a dominare la arti per il resto del XIX secolo e gli inizi del XX. Una seconda generazione di artisti, che si formò intorno a Dante Gabriel Rossetti, portò il Preraffaellitismo in una nuova direzione con William Morris ed Edward Burne-Jones. Il movimento «Arts and Crafts», il Movimento Estetico e il Simbolismo furono diretti discendenti del Preraffaellitismo. La messa in evidenza e la condanna dei mali dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione e dell’immoralità che essi esprimevano erano basate sulla nostalgica nozione di un passato migliore e traevano sostentamento dai sempre più potenti e reazionari movimenti di riflusso cattolico e gotico nella Chiesa d’Inghilterra. L’arte preraffaellita fu derisa dai modernisti che dominarono la cultura occidentale d’élite dalla fine della prima guerra mondiale alla fine degli anni Sessanta, quando, principalmente grazie a una serie di mostre concepite da Mary Bennett, responsabile per l’arte britannica alla Walker Art Gallery di Liverpool, i preraffaelliti vennero riabilitati, fino all’enciclopedica mostra del 1984 alla Tate Gallery. L’attuale mostra alla Tate Britain è considerevolmente più piccola con 150 opere in confronto alle 250 del 1984 e si propone di reinventare il Movimento preraffaellita come «avanguardia», enfatizzando le idee politiche di Morris (in realtà il suo «socialismo» non attaccò mai l’ordine sociale di base) e l’opera socialmente impegnata del pittore.

FONTE: ilgiornaledellarte.com

mercoledì 11 gennaio 2012

Scianna, ritorno in Sicilia con sentimento


Feste popolari, scrittori, moda e vita quotidiana. In vetrina nel cuore della città la carriera del fotografo

La linea retta che porta dal mare al cuore di Palermo è Corso Vittorio Emanuele, la strada principale zeppa di negozietti di souvenir, di armi e di santi, con settanta banner bifacciali che svolazzano in aria per celebrare il fotografo siciliano Ferdinando Scianna (Bagheria 1943). Tornato nella sua terra d’origine con una doppia mostra - «Ferdinando Scianna e la Sicilia, da Porta a Porta», curata da Doretta e Laura Landino - il fotografo espone una settantina di immagini della Sicilia al Loggiato San Bartolomeo e all’Oratorio S.S. Elena e Costantino. Le sedi - poste alle due estremità della via, a Porta Nuova (Palazzo d’Orleans) e a Porta Felice (Foro Italico) e i banner fatti da artisti che hanno partecipato a un concorso per realizzare opere attorno alle immagini di Scianna - uniscono idealmente le due zone di Palermo. Le mostre non si limitano però alle foto, si completano con installazioni multimediali che riportano frasi dell’autore.

«Penso - afferma Scianna - che la mia fotografia sia una fotografia contaminata. Che abbia bisogno di essere arricchita, accompagnata da esperienze mentali, rituali, letterarie filosofiche o esistenziali che la nutrono. La mia struttura formale ha sempre una motivazione altra cui fa eco sempre una parola». Ogni suo scatto è un racconto antropologico che raggiunge la profondità dell’animo umano. Lo sono le immagini sgranate, grandi o piccole in bianco e nero, delle feste religiose di Bagheria con quell’umanità compatta e impaurita, tenera e superstiziosa, che sfila nei vicoli della città. Lo sono i volti penitenti, supplichevoli, stupefatti, che scivolano in processione, immersi surrealmente in quel misterioso incontro tra mondo materiale, metafisica e teatro. «I momenti che mi piace ricordare - affermato l’autore - sono quelli, purtroppo rari, nei quali, magari sotto casa, la realtà mi sembrava miracolosamente organizzarsi in modo che io potessi coglierne un istante significativo e irripetibile».

E’ così che la realtà, nel suo obiettivo, diventa poesia. Le foto riportano atmosfere ancestrali, come la lava che solitaria carezza e brucia la terra. Il mondo immobile dei riti, che affiora nei volti di sempre, si anima in un contesto che riemerge dalle macerie della guerra per scoprire l’esistenza del cinema. È il grande racconto dell’umanità contadina, povera, violenta, ignorante e sublime che si rialza. Quel racconto amato, e a sua volta raccontato, da Leonardo Sciascia, il quale nel 1963, visita la prima mostra del giovanissimo Scianna. È così entusiasta delle foto che gli lascia un biglietto di complimenti. Dopo qualche giorno nascerà tra loro una profonda amicizia e in seguito, lo scrittore farà il testo per il primo libro del fotografo, Feste religiose in Sicilia, che otterrà il premio Nadar. Quando nel 1966 Scianna si trasferirà a Milano, comincerà a collaborare per l’Europeo come fotoreporter e inviato speciale.

«Imparai il mestiere a colpi di stroncature - racconta in un’intervista -. Il commento più frequente alle prime foto era “che cos’è sta cacata?”. Per l’Europeo sono stato ovunque, a San Remo per il Festival, per le strade di Milano a seguire i cantanti popolari, in Bangladesh per l’alluvione. A metà Anni Settanta il direttore Giglio mi mandò a Parigi». E a Parigi conobbe Henry Cartier-Bresson. Grazie al suo incoraggiamento si presentò all’agenzia Magnum e fu il primo fotografo italiano a farne parte. Per Scianna la foto è scrittura di luce o scrittura con la luce, è «sia il mondo che scrive, sia tu che scrivi». E’ un campo senza gerarchie: un’immagine di cronaca, un’opera, una pubblicità. Può essere il ritratto della miseria, un capo indossato dalla top model Marpessa o il ritratto dell’illuminata cecità di Jorge Luis Borges. Può essere terra arida, mare, spazio, o il volto di Martin Scorsese che tiene in mano, con sguardo perso, la foto della madre in fasce. In queste due mostre Scianna racconta i legami di sangue tra uomini e uomini, nel rapporto viscerale e drammatico, tra loro, la terra e le divinità.

FERDINANDO SCIANNA
PALERMO LOGGIATO SAN BARTOLOMEO E ORATORIO S.S. ELENA E COSTANTINO
FINO AL 22 GENNAIO

martedì 4 maggio 2010

Dai Nazareni al Bauhaus tre secoli di grandi utopie


A Venezia, la Collezione Peggy Guggenheim celebra le "Comunità" artistiche dal '700 al '900. Dai Nazareni al Bauhaus, oltre settanta opere ripercorrono sogni e ideali dell'arte moderna


Le grandi Comuni dell'arte, sognatrici e fricchettone, velleitarie e naif, dissidenti e vegetariane, capellone e barbute, trincerate dietro ideali sperimentali e ambiziosi, ma anche romanticamente legate e vezzi e mode d'un glamour ante litteram. Molto prima degli hippie in fondo c'erano loro, figli dei fiori di un piccolo grande universo di ricerca creativa ed estetica. Come racconta la bella mostra "Utopia Matters: dalle confraternite al Bauhaus" che dall'1 maggio al 25 luglio va in scena alla Collezione Peggy Guggenheim sotto la cura di Vivien Greene. Il fil rouge del percorso è quello dell'utopia come pensiero guida dominante che accomunava più artisti a tal punto da farli ravvicinare e vivere in una sorta di comunità, di centro sociale, che fosse un bosco, un convento, un villaggio, un istituto, una scuola, un salotto. Un fenomeno che viene ripercorso attraverso una settantina di opere, tra dipinti, sculture, disegni, oggetti di design, fotografie e stampe, che dalla fine del Settecento arrivano fino agli anni Trenta del Novecento, fino appunto a quella portentosa scuola di architettura, di design, arti e mestieri che fu il Bauhaus soffocato dal nazismo. 


Non altro che un affascinante viaggio lungo gli ideali utopici nel pensiero e nella pratica artistica occidentale, ma soprattutto un modo originale di ripercorrere la storia dell'arte moderna. A partire dai Primitifs francesi, passando per i Nazareni tedeschi, i Preraffaelliti inglesi, l'inglese William Morris stratega del movimento internazionale dell'Arts and Crafts, la Cornish Colony americana, il Neo-Impressionismo francese, il De Stijl olandese, il Bauhaus tedesco, per arrivare al Costruttivismo russo. Ecco i Primitivi, alla fine del '700, studenti dissidenti, insofferenti alle regole accademiche, seguaci di David, che scelgono il buen retiro in convento, lontano dalla ribalta di Parigi, guardando all'arte dei padri, la Grecia, gli Etruschi, il Quattrocento italiano, ma inseguendo un ideale estetico morbido e sensuale. Rappresentano un esperimento proto-bohémien di pochi anni, con regole dettate da una ricerca di semplicità, dalla dieta vegetariana, ai capelli e barbe lunghe all'abbigliamento lungo. A catalizzare le loro fantasie estetiche, i racconti di Omero, i poemi di Ossian, l'Antico Testamento. 

Simile la scelta dei Nazareni tedeschi, che nel 1809 in disaccordo con gli insegnanti dell'Accademia, creano il loro sodalizio da confraternita sul modello medievale. Fratellanza, moralità, sincerità, sembrano gli ideali che guidano la produzione artistica di questi artisti che nell'aspetto ricordano l'immagine di Gesù di Nazareth (da qui il nome). Si ispirano al primo Rinascimento, dipingono scene religiose allo scopo di risvegliare la fede attraverso l'arte, e si lasciano sedurre dalla perfezione equilibrata e sapiente di Raffaello, tanto da scegliere Roma come residenza comunitaria, nel monastero francescano di San Isidoro, dove adottano uno stile di vita quasi  ascetico. Come Friedrich Overbeck e Franz Pforr (in mostra con "Il Conte d'Asburgo e il prete", 1809-1810). 

Devoti all'arte e alla filosofia del periodo antecedente Raffaello, anche i Preraffaellliti confraternita nata a Londra alla fine del 1848 sotto la spinta di sette artisti, guidati  da William Holman Hunt, John Everett Millais e Dante Gabriele Rossetti, in affinità elettiva con le teorie del critico e storico dell'arte John Ruskin. Convinti che il Gotico rappresenti il paradigma della libertà artistica, scavano nella storia e nella letteratura medievali, dai drammi di Shakespeare alle epopee religiose, per evocare un'età aurea in cui la cavalleria, la purezza di spirito e la moralità regnavano sovrane. Nel gruppo si distinguerà poi il designer e critico d'arte William Morris, che col suo movimento internazionale Arts and Crafts propone una concezione nuova, utopistica appunto, del design come pratica artigianale socialmente utile sul modello delle corporazioni medievali. 

Sullo sfondo di un secolo che avanza macinando fermenti tecnologici, un'avanzata industriale, le velleità utopistiche di alcuni gruppi di artisti sposano ideali politici, e l'arte diventa una strategia estetica impegnata, come i neo-impressionisti, da Signac a Cross e Pissarro, che, tra 1880 e '90, vedono nella loro tecnica di pittura ottica, lontanamente basata su principi scientifici, un veicolo per raffigurare scene del pensiero progressista. In contemporanea, dall'altra parte dell'oceano, un gruppo di artisti, architetti e scrittori americani crea una comunità nel Cornish, regione rurale nel New Hampshire, proponendo uno stile di vita armonioso che fonde insieme arte, cultura e paesaggio. Dopo la prima Guerra Mondiale, il sogno utopico di ripensare la vita sociale dilaga. Dalla speranza del movimento De Stijl capitanato da Theo van Doesburg e Piet Mondrian, di rivoluzionare le relazioni sociali e la cultura mediante un linguaggio artistico di forme ridotte, all'ambizione del Bauhaus, con l'opera di Kandiskij, Klee, Moholy- Nagy, di ricostruire la società del dopoguerra attraverso l'arte e il design.

Notizie utili  -  "Utopia Matters: dalle Confraternite al Bauhaus", dal 1 maggio al 25 luglio 2010, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia.
Orari: 10.00  -  18.00, chiuso il martedì
Ingresso: intero €12, ridotto €10, studenti €7.
Informazioni: tel. 041.2405440, www. guggenheim-venice. it/peggyg. mobi
Catalogo: Guggenheim Museum Publications (New York).

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)