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martedì 21 ottobre 2014

TIEPOLO E SIRONI, AI MUSEI CAPITOLINI E AL VITTORIANO LA GRANDE ARTE IN MOSTRA


Abramo e i tre angeli

Lo studio, prova su carta in pochi tratti a sintetizzare una visione. Ma anche, la caricatura, salvifica lettura di una società rigida. E ancora, l'impressione, con luci che accarezzano il foglio e movimento ritratto nell'istante. Poi, la decorazione, trionfo d'attenzione, mai banale virtuosismo.
 
È il disegno, come strumento dell'opera e chiave di accesso all'universo emotivo e culturale che l'ha generata, il protagonista della mostra Tiepolo. I colori del disegno. Obiettivo, mostrare la grandezza del lavoro e della personalità del Maestro attraverso il progetto che è alla base dei suoi lavori, elemento fondante della sua arte dunque, ma pure eccellenza della grafica veneziana settecentesca. Articolato in quattro sezioni, il percorso corre attraverso oltre novanta disegni perlopiù da fogli d'album, ospitando anche una piccola selezione di dipinti dello stesso Giambattista e dei figli Giandomenico e Lorenzo, dai più noti La tentazione di Antonio di Brera e Abramo e i suoi figli dalle Accademie di Venezia, fino a lavori scoperti di recente.
 
Dal tratto leggero delle Carte settecentesche alla monumentalità novecentesca. Il fine settimana espositivo accende i riflettori su Mario Sironi. 1885- 1961, grande mostra al Vittoriano. L'iter riunisce novanta opere pittoriche, oltre a un'ampia selezione di bozzetti, riviste e documenti, per illustrare la grandezza, nel pieno senso del termine, del suo sguardo e della sua intuizione.
Futurista, con slanci metafisici e il sentimento di una classicità ritrovata come ordine, Sironi espresse il suo talento anche in grafica, scenografia, scultura, architettura, mosaici e pittura murale. Dimostrando un talendo multiforme e innovativo.
 
DOVE, COME, QUANDO Tiepolo. I colori del disegno, fino al 18/01 Musei Capitolini, piazza del Campidoglio, ingr. 15 euro 060608.
Mario Sironi, fino all’8/02 al Vittoriano, via di San Pietro in Carcere, 12 euro, 066780664.

mercoledì 30 aprile 2014

Botticelli, Antonello da Messina e il Verrocchio "architetti" a Londra


Il pubblico sarà così incoraggiato ad osservare con nuovi occhi gli edifici e gli spazi reali o immaginari raffigurati nei dipinti. 

Mentre prosegue la granderetrospettiva su Veronese, che a luglio arriverà anche a Verona, dal 30 aprile al 21 settembre 2014 la National Gallery di Londra presenterà al pubblico un approfondimento sulle architetture rinascimentali italiane. 
Building the Picture: Architecture in Italian Renaissance Painting" accompagnerà l'occhio verso l'orizzonte, gli edifici, le ambientazioni e i paesaggi urbani tra il XIV e il XVI secolo, andando oltre i personaggi della scena. 

In mostra saranno presenti alcuni grandi capolavori del museo, opera di artisti come Duccio di Buoninsegna, Botticelli, Crivelli e Antonello da Messina. Il pubblico sarà così incoraggiato ad osservare con nuovi occhi gli edifici raffigurati nei dipinti e a domandarsi come gli artisti abbiano inventato spazi immaginari capaci di trascendere la realtà di mattoni, malta e marmo. 

L'evento è inoltre il risultato di un accordo di ricerca tra la National Gallery e la University of York, e offrirà un'interpretazione innovativa di alcune opere, sia della collezione rinascimentale italiana della galleria, sia di altre raccolte. Oltre agli artisti già citati, infatti, il percorso includerà anche il "Giudizio di Salomone" del maestro veneto Sebastiano del Piombo, che arriverà dalle collezioni di Kingston Lacy a Londra per la prima volta dopo 30 anni, e la "Madonna Ruskin" di Andrea del Verrocchio, proveniente dalla National Gallery of Scotland. 

Accanto alla mostra sono stati realizzati cinque cortometraggi, che presenteranno architetture reali ed immaginarie in chiave moderna. La produzione di questi video ha coinvolto l'architetto svizzero Peter Zumthor, la regista e produttrice inglese Martha Fiennes e alcuni esperti e storici dell'arte e del cinema. 

FONTE: E. Bramati (arte.it)

martedì 7 gennaio 2014

Anatomia di un genio: mostra al Vittoriano su Verdi


Tra gli ultimi fuochi del bicentenario verdiano, e notevole soprattutto per il suo valore educativo, si apre il 7 dicembre, al Complesso del Vittoriano (fino al 19 gennaio, ingresso gratuito), la mostra Giuseppe Verdi. Musica, cultura e identità nazionale.L’esposizione - dice il coordinatore generale, Alessandro Nicosia - «ha l’obiettivo di dare risalto al legame tra Verdi e il contesto politico e culturale italiano ed europeo del suo tempo». Tra i curatori, con Marco Pizzo e Massimo Pistacchi, c’è Gaia Maschi Verdi, parente del compositore delle Roncole di Busseto. Nel Comitato d’onore, presieduto da Riccardo Muti, figurano Bruno Vespa, Paolo Gallarati, Paolo Isotta, Leo Nucci e Renata Scotto.

LE SEZIONI

Sei le sezioni, pensate e organizzate con materiali iconografici e audiovisivi che mettono in relazione la vita di Verdi con gli avvenimenti del periodo storico, estremamente movimentato, in cui il musicista è vissuto. Dipinti, disegni, incisioni, giornali satirici, cimeli, rare edizioni d’epoca si dipanano in un percorso che racconta Verdi sia alla luce delle ispirazioni e delle inquietudini di un’Italia ancora occupata dallo straniero, sia nel più ampio contesto del Romanticismo europeo.
Il primo settore, Vedere Verdi, parte dal cosiddetto Album Verdi, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, un quaderno in cui Ercole Alberghi raccolse, nel 1913, un’ottantina di autografi risalenti agli ultimi anni della vita del compositore e sottratti all’oblìo grazie alla governante del musicista. Poi, in una serie di ritratti, il racconto dei primi anni del nostro maggiore operista. Fa da sipario di fondo il film muto di Giuseppe De Liguoro (1913) Giuseppe Verdi nella vita e nella gloria, conservato alla Cineteca Nazionale di Roma e recentemente restaurato.
La seconda sezione, Verdi e il Romanticismo, si occupa dei titoli verdiani. La vasta produzione è presentata attraverso incisioni, locandine, programmi di sala, documenti. La cultura romantica dominante dava largo spazio al teatro d’opera, diffuso e popolarissimo soprattutto in Italia, terra natale del maestro.
Scene e primi interpreti del melodramma verdiano, terzo step, tratta invece gli interpreti del melodramma verdiano tra Ottocento e Novecento attraverso immagini provenienti da diversi archivi storici.
Tema di Requiem, la quarta delle sezioni espositive, è il rapporto Verdi- Manzoni. Il bussetano ammirava molto lo scrittore e poeta dei Promessi sposi e dell’Adelchi e in occasione della sua morte scrisse la Messa da Requiem, eseguita a Milano un anno dopo la scomparsa di Don Lisander. Interessante il filmato dei funerali dello stesso Verdi, proiettato in parallelo con la diffusione della registrazione del concerto diretto da Arturo Toscanini nel 1944, al termine della seconda Guerra Mondiale.
Quinto reparto, Sentire Verdi, che spiega come sia stato possibile “catturare” la musica per ascoltarla a casa propria. La rivoluzione procurata, alle soglie del Ventesimo secolo, dall’avvento della fonoriproduzione, si concretizza qui, per i visitatori, in macchine originali e supporti capaci di restituirci voci storiche fissate su cilindri di cera, dischi a settantotto giri e altre diavolerie antecedenti la smaterializzazione digitale.
Verdi al cinema conclude il viaggio con brani di film ispirati alle opere del maestro: un montaggio di documentari delle prime celebrazioni verdiane fatto con i materiali dell’Istituto Luce.

INTERATTIVITÀ

La mostra, in tutte le sue parti, sarà resa interattiva grazie alle risorse digitali del progetto internazione CulturaItalia: non solo la si potrà vistare sul web, ma sarà anche possibile interagire con essa. Prevista una fitta e, come detto all’inizio, preziosissima attività didattica. Riccardo Muti vi collabora con i filmati in cui, durante le lezione riservate agli studenti in occasione delle grandi “prime” verdiane all’Opera di Roma, ha illustrato, anche con esempi al pianoforte e avvalendosi della collaborazione di cantanti, la grandezza del compositore e i valori identitari dai lui veicolati in anni essenziali per la nascita della Nazione.

SUGGESTIONI

Suggestioni a raffica per una vita, quella di Verdi, che ha attraversato l’Ottocento e si è affacciata al Secolo Breve segnandoli entrambi, profondamente e indelebilmente. Una fiaba nella realtà che la pronipote del maestro racconta, in uno scritto, proprio come tale: «Giuseppe Fortunino Francesco Verdi è stato battezzato a Roncole l’11 ottobre 1813 nella Chiesa di San Michele Arcangelo. Qui fu poi istruito dal Magister Parvulorum Don Baistrocchi, nella canonica che si trovava a pochi metri da casa, compì gli studi elementari e fece il chierichetto. Da questa Chiesa parte la processione che ogni anno fa tappa alla Maestà Orlandi e arriva al Santuario di Madonna dei Prati della Colombarola dove il giovane Verdi cantava nel coro e suonava l’armonium.

FONTE: Rita Sala (ilmessaggero.it)

giovedì 12 dicembre 2013

Da Modigliani a Soutine, in mostra a Roma gli artisti "maledetti"

Da Modigliani a Soutine, in mostra a Roma
gli artisti "maledetti"

Passionalità, tormento, energia, disordine. Soprattutto, genio e sregolatezza in quello che poi sarebbe divenuto lo stereotipo dell’artista.
Tra Montmartre e Montparnasse, talenti e difficoltà economiche, il primo Novecento culturale parigino, bohémien ante litteram, è protagonista della mostra Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti: la collezione Netter, a Palazzo Cipolla fino al 6 aprile.     Oltre centoventi opere raccontano il fermento di epoca e contesto in una panoramica che spazia da Modigliani a Soutine appunto, senza dimenticare Utrillo, Suzanne Valadon, Kisling e molti altri.  Di opera in opera, la “maledizione” di un’ispirazione ricercata senza tregua. Così, tra i capolavori di Modì, giunto a Parigi nel 1906 convinto di poter lì “salvare il suo sogno”, ecco il ritratto di Jeanne Hébuterne, amore travolgente che si concluderà con la morte di entrambi. Modì malato, Jeanne suicida per il dolore della perdita.  Poi, Utrillo, alcolista sin da giovane, ossessionato dalla figura della madre, Suzanne Valadon, e dalle sue opere, anche queste esposte.  Mostra nella mostra per Soutine, con oltre venti oli. E ancora Krémégne, Kikoine, Hayden, Ebiche, Antcher e Fournier.  È una Parigi multiculturale, senza confini e regole, quella ricostruita da Netter e divenuta una sorta di suo ritratto. Ebreo alsaziano, sostenne molti artisti, Modì incluso, contribuendo alla rivoluzione estetica della Scuola di Parigi. Tra intuito e profezia.

FONTE: Valeria Arnaldi (leggo.it)

domenica 1 dicembre 2013

La Moka Bialetti si mette in mostra

 

Per gli 80 anni dell’iconica caffettiera

L’azienda di Coccaglio festeggia 80 anni di storia, celebrati da una nuova Moka Express Glossy e da una mostra allestita dal 27 novembre all’8 dicembre 2013 nelle sale de La Permanente di Milano.
La rassegna “La Moka si mette in mostra – Ottant’anni di un’intuizione geniale diventata mito” ripercorre 80 anni di storia e cultura del caffè in Italia raccontata dalla prospettiva del celebre Omino con i Baffi.
Allestita nella sede della prestigiosa istituzione museale milanese, in via Turati 34, l’esposizione si snoda lungo un percorso che ha inizio con curiosità e racconti legati alla scoperta e diffusione del caffè, per passare alla sezione dedicata alla produzione del caffè: dalla pianta alla tostatura, dal chicco alla tazzina, per poi arrivare ad una esclusiva selezione di antiche caffettiere e strumenti utilizzati per la preparazione del caffè.
Cuore della mostra l’area centrale, di forma ottagonale – richiamo all’ inconfondibile silhouette della Moka Express, che custodirà la veneranda capostipite – la Moka Express edizione 1933 nata dal genio di Alfonso Bialetti – l’origine dell’idea e le sue successive evoluzioni che hanno portato alla sua versione moderna: oggetti unici mai esposti al pubblico, provenienti dall’Archivio Storico Bialetti Industrie.
La seconda parte della mostra invece ha due sezioni principali:
-Una racconta il complesso processo produttivo della Moka, dalla fusione dell’alluminio al confezionamento, dalla produzione artigianale con preziosi macchinari d’epoca, a quello industriale dei giorni nostri.
-L’altra è dedicata alla comunicazione e all’inventiva di Renato Bialetti, figlio di Alfonso, colui che per primo ebbe l’intuizione di puntare sul nascente Carosello e che divenne poi, grazie ad una caricatura disegnatagli da Paul Campani, il simbolo stesso della Moka: l’inconfondibile Omino coi Baffi. Si potranno così ammirare i bozzetti originali delle campagne stampa e le prime pubblicità, i caroselli televisivi e le pubblicazioni degli anni ’50 e ’60.
Completano il percorso, una selezione di Moke realizzate come pezzi unici e vari modelli evolutivi dagli anni 50 ad oggi delle diverse caffettiere Bialetti, con un’attenzione particolare alle soluzioni tecnologiche più innovative.
Il programma prevede, inoltre, un ricco calendario di appuntamenti: corsi di degustazione di caffè, esibizioni degli artisti della “Cappucino Art”, laboratori per i più piccoli e incontri con istituzioni, università e scuole. L’evento sarà, infine, l’occasione per esporre e premiare i progetti dei fortunati vincitori dei concorsi Moka Express Yourself e Moka Celebration lanciati da Bialetti per l’occasione.

FONTE: luxgallery.it

 

mercoledì 16 ottobre 2013

Lucian Freud per la prima volta a Vienna, In mostra: "Le persone come sono"


Esule a Londra durante il nazismo, ha sempre rifiutato gli inviti dei musei austriaci e tedeschi. E non ha mai voluto esporre nella città in cui suo nonno Sigmund, visse per quasi tutta la vita. Ha ceduto poco prima di morire, "per chiudere il cerchio"

Lucian Freud non ha vissuto  abbastanza per vedere i suoi quadri in esposizione a Vienna, la città in cui suo nonno Sigmund visse fino al 1938, quando fuggì dalle persecuzioni naziste. Un rapporto di odio-amore quello di Lucien, considerato il più grande pittore britannico della sua generazione, con la capitale austriaca. Nonostante lì fossero le sue radici il pittore rifiutò per tutta la vita di esporre le proprie opere nell'area dell'ex terzo Reich. Freud scappò da Berlino a Londra nel 1933 per sfuggire, come suo nonno, dall'olocausto che uccise parte della sua famiglia. Ma prima della morte avvenuta nel 2011 a 88 anni, l'anziano artista ha deciso di affrontare le sue paure e ha contrinbuito ad allestire la sua prima mostra viennese che aprirà oggi al Kungsthistorisches Museum di Vienna, per concludersi il prossimo 6 gennaio. 

" Lui - dice Jasper Sharp, curatore dell'esposizione e fidato amico dell'artista - non si è mai sentito a casa a Vienna, e in nessun modo avrebbe potuto esserla". " Fare una mostra lì - continua Sharp che ha conosciuto Lucian quando ancora il suo genio non era riconosciuto in tutto il mondo - rappresentava per lui quasi una guarigione, la chiusura del cerchio, è come se avesse guardato in faccia i suoi fantasmi". E così, dopo aver passato la vita a rifiutare le proposte arrivate da Germania e Austria, l'artista figurativo britannico ha improvvisamente accettato e aiutato a selezionare le 43 opere esposte.

"Ha approvato quest'esposizione - afferma l'amico di Freud - anche per l'amore dell'artista verso le collezioni del Kunsthistorisches Museum".  Il museo che ospita vaste collezioni appartenute alla famiglia reale degli Asburgo, tra cui opere di artisti come Tiziano, Velazquez e Rembrandt, che ha influenzato profondamente Freud, da sempre un assiduo frequentatore di musei. Una volta che per lui fare un giro al museo era curativo come andare dal medico.

La mostra ripercorre 70 anni di lavoro, dall'autoritratto in tempo di guerra del 1943  alla sua ultima opera rimasta incompiuta "Ritratto del segugio", che raffigura il suo assistente David Dawson e il suo whippet Eli e su cui Freud ha lavorato fino a due settimane prima di morire. "L'unica cosa che dovevi sapere durante la posa era che non dovevi assolutamente guardare l'orologio"  ha detto Dawson, che ha lavorato con Freud per più di 20 anni e le cui fotografie scattate in studio e a casa di Lucian saranno esposte nel Museo di Sigmund Freud , dove il fondatore della psicoanalisi ha vissuto e lavorato per anni .

Freud era abituato a lavorare intensamente, sette giorni su sette e fino a tredici ore al giorno. I suoi modelli potevano rimanere in posa per moltissime ore. Solo una volta fece un'eccezione e fu nel 2001 in occasione del ritratto fatto alla Regina Elisabetta II. A lei il pittore permise di posare solo due ore  a seduta. Il monarca è stato permesso di posare per due ore alla volta perchè lei disse che "aveva altre cose da fare". 

L'esposizione è ricca di alcuni nudi "larger- than-life" per cui Freud è famoso. Con i suoi toni sanguignei e carnali, si coglie la ruvidezza emotiva che nel tempo è diventato il suo marchio di fabbrica.  La maggior parte dei ritratti sono di se stesso, familiari e amanti , o di persone che incontrava per caso, come Susan Tilley, un'assistente sociale sovrappeso che spesso ritrasse nuda. Freud evitava di definirli " nudi " , perchè diceva che la nudità gli dava un'idea di perfezione cui non aspirava. "Io - ripeteva Lucian - non voglio dipingere le persone come appaiono. Voglio dipingere le persone come sono".

Una delle opere di Freud, in cui è ritratta Tilley, del 1995, " Benefits Supervisor Sleeping ",  fu venduta per 33,6 milioni di dollari nel 2008, all'epoca cifra record per un'opera di un artista vivente. La mostra viennese sarà probabilmente l'ultima grande mostra del pittore inglese prima del 2022, anno del centenario della nascita. 

Dawson ha detto che lui era una delle poche persone che potevano incontrare la famiglia, gli amici e le amanti di Freud. Lui infatti, tendeva a tenerli separati. Addirittura arrivava a farli sedere separatamente nei ritratti che li ritraevano insieme. Lucian si sposò due volte ed ebbe 14 figli riconosciuti. Dawson, che è a sua volta un pittore, ha lavorato alle sue opere nei pomeriggi in cui Freud riposava e mai si è pentito della sua decisione di dedicare gran parte della sua vita a Freud dopo l'incontro attraverso un lavoro di galleria part-time. "Ero a pezzi quando sono entrato in quello studio per la prima volta. Ho pensato che ci fosse il mondo intero in quella stanza " ha detto .

FONTE: Chiara Nardinocchi (repubblica.it)

giovedì 3 ottobre 2013

In ricordo di Mario Lattes


Due mostre celebrano i novant’anni della nascita dell’editore e artista della Torino colta

A novant’anni dalla nascita di Mario Lattes, avvenuta il 25 ottobre del 1923 a Torino, la Fondazione Bottari Lattes si fa promotrice di due eposizioni che celebrano l’attività del fecondo artista che si dedicò alla sperimentazione di tecniche e linguaggi differenti nel campo della scrittura, dell’editoria, della cultura, del collezionismo e della pittura.

A caratterizzare la sua opera fu un’eleganza inquieta e sepolcrale, erudita e solitaria, misantropa e in un certo senso addolorata perchè pervasa da un sentimento di condanna all’esclusione.

Il doppio omaggio comincia con l’appuntamento alla galleria Massucco di Acqui Terme che, dal 3 ottobre al 9 novembre, presenterà una selezione di oltre quaranta olii su tela promuovendo in primo piano le opere più suggestive ed espressioniste che l’artista produsse tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta. Dall’8 ottobre al 9 novembre, anche Torino celebrerà la ricorrenza nello Spazio Don Chisciotte dove invece verranno esposti una ventina di fogli, piccola antologia della vastissima produzione incisoria di Lattes che dell’acquaforte apprezzava la “natura notturna”.

FONTE: LUDOVICA SANFELICE (ARTE.IT)

martedì 23 luglio 2013

Il mondo di Paz nel Porto Antico di Genova


Le opere di Andrea Pazienza approdano al Museo Luzzati che dedica al mito dell’artista un percorso antologico.



Nella cornice del Porto Antico di Genova, dal 25 luglio al 7 ottobre, il Museo Luzzati ospita una mostra su Andrea Pazienza.

Tra i percorsi antologici dedicati al celebre fumettista, questo rappresenta il più ricco omaggio che il nord Italia possa vantare da 15 anni a questa parte.

La selezione raccoglie 100 tavole originali che includono le storie ribelli di Zanardi, quelle in slang di Pentothal, il durissimo viaggio tossico di Pompeo, le ironiche avventure del Presidente partigiano Pert, e ancora le storie di Astarte, il cane da guerra di Annibale, e il delirio di Campofame.

Un’occasione per ripercorrere il febbrile ventennio compreso tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta dal punto di vista di Paz, che grazie al suo talento trasgressivo espresse un punto di vista alternativo e contribuì al movimento d’avanguardia con una cifra stilistica personalissima.

ARTE.it




mercoledì 5 giugno 2013

La Biennale di Gioni: l'arte è nella comunità


Il via alla 55ma edizione della rassegna dell'arte veneziana, siglata da Massimiliano Gioni, che è il direttore più giovane della kermesse. E si vede: dei 158 artisti presenti, 120 sono all'esordio assoluto. Tutto ruota intorno all'Enciclopedico Palazzo, quella Babele della cultura pensata nel 1950 da Marino Auriti e mai nato

Anni fa al Pac di Milano, Massimiliano Gioni, all'epoca sembrava un ragazzino, del resto ora, trentanovenne, è il direttore più giovane della storia della Biennale di Venezia, tenne un incontro che aprì con questa citazione: "Il bello non è nella forma, ma nella comunità". Frase che mi colpì, e che ha continuato a tornarmi in mente percorrendo le sale della ordinata mostra con cui firma la 55° edizione del più importante appuntamento mondiale con l'arte contemporanea. Finalmente ai Giardini e all'Arsenale, si respira l'esigenza di una conoscenza multiforme, che esplora con profonda concentrazione percorsi diversi, ma tutti significativi. Non ci sono autori che fatichi a collocare e ci sono esperienze che se pur inizialmente respingenti, riesci ad avvicinare perché "L'arte per essere critica, deve prima essere dolce", diceva Charles Baudelaire.

Emerge un lavoro fatto con grande discrezione, non urlato ma raccolto in un buon arco di tempo con toni decisi, che guarda al percorso e alla forza del messaggio artistico. Da sempre Gioni si distingue per proposte valide, che valutano il lavoro di un autore nel suo insieme, non è un "giovanilista", non è ossessionato dalla novità, sa percepire e far scoprire sottili pieghe in cui si nascondo dedizione e ricerca. Nell'esposizione, che ha chiamato "Il Palazzo Enciclopedico", ha incluso in totale 158 artisti, di cui 120 non erano mai stati invitati alla Biennale, 40 addirittura non più viventi. Molti sono gli "outsider", intesi come "non professionisti", ma in grado di produrre opere d'arte, che si immettono nel flusso progressivo. Quindi si respira un dialogo tra presente e passato, che affascina come un gioco che spinge alla ricerca delle affinità, che concatena memoria, attualità e proiezioni futuribili, e che a tratti conforta e a tratti spiazza, rompendo inutili certezze. "Questa mostra - ha spiegato Gioni - è un tributo ai surrealisti e alla comunità transnazionale di artisti per questo non identifico un artista dalla sua nazionalità non chiedo mai la carta di identita di un artista".


Al centro di tutto, il plastico dell'opera mai realizzata di Marino Auriti, il meccanico italoamericano che attorno al 1950 immaginò quell'Enciclopedico Palazzo, che sarebbe dovuto essere un museo da costruire nel mezzo di Washington, capace di raccogliere tutto il sapere del mondo. Il modello dell'Enciclopedico Palazzo del Mondo, dal quale la Biennale prende il titolo, arriva dall'American Folk Art Museum di New York, e apre le Corderie dell'Arsenale. Lo spazio delle Corderie è stato, tra l'altro, sistemato da Annabelle Selldorf , architetto che negli ultimi anni ha progettato tutti gli spazi dell'arte di Manhattan, comprese le gallerie di Chelsea. Qui si cammina tra le sculture fragili dai visi reali, di Pawel Althamer e alla fine si incontra il lavoro di Walter De Maria, artista americano maestro della Land Art qui in chiave indoor.

Il padiglione centrale ai Giardini, pone invece al centro il libro rosso, dello psicanalista Carl Gustav Jung, che diceva ''Non dobbiamo pretendere di conoscere il mondo solo con l'intelligenza, sarebbe necessario invece insegnare all'uomo l'arte di vedere''. Poi tanti big, da Cindy Sherman e Tino Sehgal; Jimmie Durham, Paul McCarthy e Steve McQueen. Non mancano, gli italiani: momento d'oro per Rossella Biscotti, reduce dall'ultima edizione di documenta, ha rinunciato all'amico Cattelan, ma ha dato spazio a Yuri Ancarani; Diego Perrone e Gianfranco Baruchello, ma anche Marisa Merz e Marco Paolini.

Ma a Gioni è spettato anche un altro lavoro, quello di riuscire a raccogliere praticamente la stessa quantità di denaro di quello messo a disposizione dalla Biennale. Il budget era di circa 1,8 milione di euro, miserrimo per non dire non sufficiente e Gioni l'ha raddoppiato coinvolgendo fondazioni e privati. Si è dato da fare senza lamentele, in America è la prassi da noi un'anomalia. "Documenta", per capirci, in Germania ha un budget di circa 15 milioni. Quindi, con grande rigore, Gioni ha agito come un architetto funzionalista, progettando e costruendo un organismo solido, in cui l'equilibrio d'insieme è dato dalla forza dei singoli, dove ogni individualità alimenta il senso di comunità e potenzia il "circolo completo delle umane cognizioni", mappando quelle che già si conoscono, ed eventualmente aggiungendo quelle che si possono scoprire anche dopo questa biennale.

Insomma, come ha sintetizzato lo stesso presidente della Biennale, Paolo Baratta, la Biennale è "una vecchia signora che dev'essere rigenerata". E in questo, il lavoro di Gioni tra l'Arsenale e i Giardini dove si dipana l'esposizione, è stato fondamentale in una sorta di viaggio tra immagine e ciò che essa è in grado di evocare. Anche perché, in tempi di pesante crisi economica "la Biennale è un antidepressivo, un'iniezione di energia e di fiducia in un momento di crisi in cui l'economia non riesce a trovare soluzioni", ha detto il presidente.

Tra le novità-curiosità di quest'anno per la prima volte la Santa Sede partecipa alla Biennale, riprendendo la tradizione del mecenatismo che contraddistinse i papi del Rinascimento e dei secoli successivi. Costato 750mila euro, di cui 300mila stanziati dalla Biennale è suddiviso in tre sezioni, accomunate dal filo conduttore del racconto biblico della Genesi. La prima parte, dedicata ala Creazione, è stata affidata al gruppo milanese Studio Azzurro; la seconda, De-Creazione, al fotografo ceco Josef Koudelka, che nel 1968 fotografò l'invasione di Praga da parte dei carri armati sovietici; infine, la sezione su Nuova Umanità o Ri-Creazione, è opera del pittore americano Lawrence Carrell, legato al movimento dell'"Arte Povera", che usa per la sua arte anche materiali di recupero.

La Biennale d'arte di Venezia rimarrà aperta fino al 24 novembre.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)






venerdì 10 maggio 2013

Zavattini e la passione "mignon" per l'arte

Zavattini e i Maestri del ‘900, una sfilata di autoritratti alla Pinacoteca di Brera

Bruno Munari e Giorgio De Chirico, Gillo Dorfles e Renato Guttuso, ma anche Mimmo Rotella e Fortunato Depero. Tutti in scala ridotta, incorniciati in mini-dipinti di 8x10 centimetri, sono esposti dal 7 maggio all'8 settembre nella Sala XV della Pinacoteca di Brera, a Milano, nell'ambito della mostra "Zavattini e i maestri del Novecento"

Ci sono alcuni dei più importanti protagonisti del mondo dell'arte nel XX secolo nella collezione di "autoritratti minimi" di Cesare Zavattini, che è ora in parte esposta nella Sala XV della Pinacoteca di Brera, a Milano. Il titolo della mostra è Zavattini e i maestri del Novecento,  lo scrittore e sceneggiatore neorealista, era infatti, un grande appassionato di pittura e nel corso della sua vita commissionò e raccolse quasi 1.500 dipinti di piccolissime dimensioni. Diceva di non potersi permettere opere grandi e di dover quindi ripiegare su quelle piccole. In particolare, chiese a quasi tutti i grandi artisti dell'epoca di realizzare un autoritratto per la sua collezione. Venduta nel 1979 da Zavattini per problemi economici, è stata in parte dispersa, ma nel 2008 la Pinacoteca di Brera ha acquisito 152 autoritratti, oggi restaurati e per la prima volta presentati al pubblico. La mostra é realizzata in collaborazione con l'Archivio Cesare Zavattini, prodotta da Skira, è stata curata da Marina Gargiulo, che presenta il percorso. "Si tratta di un gruppo di dipinti - dice - che viene dalla collezione di Cesare Zavattini che amava tantissimo ed è noto universalmente come sceneggiatore del neorealismo, ma aveva una passione incredibile per la pittura era lui stesso pittore e collezionista. Era appassionatissimo di questa raccolta che continuava ad alimentare. Ci sono autori famosissimi da Burri, de Chirico, Guttuso, Balla e artisti anche più recenti come Pistoletto, Plessi, Tullio Pericoli. Accanto ai 152 quadri, sono esposte una serie di lettere di risposta dei pittori alle insistenti richieste di Zavattini in cui i maestri fanno anche delle considerazioni sulle difficoltà che hanno nell'autoritrarsi in un formato minuscole.

Quanto fu dispiaciuto di dover essere costretto a vendere la collezione ?

"Si. Dovette venderla per difficoltà economiche come racconta nel suo diario. E sempre lì descrive quanto gli costò in termini affettivi, ricorda come i suoi figli impararono i nomi dei grandi maestri, guardando i quadretti e balbettandoli fin da piccoli, del resto aveva, come lui diceva, un'enciclopedia della pittura tutta in una stanza. Ed è vero perché erano tutte le stanze del suo appartamento e studio che erano rivestire e nel video in mostra si vedono".

C'è qualche storia o aneddoto, dietro a questa passione per la miniatura di Zavattini?

"Zavattini racconta nel suo diario di aver ricevuto in regalo dal critico d'arte Raffaele Carrieri nel 1940, prima di trasferirsi da Milano a Roma, un bozzetto di Massimo Campigli della 'Ricamatrice' di dimensioni molto piccole, e poco dopo di aver visto un pittore che dipingeva un pacchetto di sigarette. Questi due incontri lo portarono a prendersi a cuore questa idea del formato piccolo, dove secondo lui l'artista era costretto a concentrare il meglio della sua cifra stilistica. E' poi simile alla cifra poetica anche di Zavattini: le piccole cose, quelle del quotidiano. Il collezionismo per casa, il collezionismo domestico, insomma".

Ha mai espresso preferenze o legami particolari nei confronti di alcuni di questi dipinti?

"No, Non ha mai espresso preferenze, nei suoi diari o nei suoi scritti una preferenza per un artista o per uno di questi dipinti. Piuttosto c'è l'apprezzamento per una persona. Nell'archivio Zavattini di Reggio Emilia c'è un quantità di materiale enorme e lì si trovano gli intensi scambi epistolari che lui intratteneva, e si capisce quanto fossero veri questi rapporti d'amicizia, infatti è per quello che abbiamo scelto come sottotitolo della mostra è Zavattini e i maestri del '900, per il profondo rapporto che aveva con il mondo dell'arte".

Ci può raccontare qualche aneddoto particolare che emerge dai carteggi esposti in mostra?

"Ci sono moltissime riflessioni e proteste di artisti che dicono non mi chieda più questi quadretti, e tra questi c'è ne è uno molto divertente del pittore Lugabue a cui Zavattini era molto legato, è stato uno dei suoi scopritori e grande sostenitore della pittura naif, Ligabue per Natale gli scrive una lettera in cui gli scrive 'mi dicono che mi vuole far fare un film' e Zavattini risponde 'Assolutamente NO, ma chi glielo ha detto!'".

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

sabato 29 dicembre 2012

La Roma che non c'è più: in mostra le opere di Agostino Muratori



Nessuno oggi è pittore più romano di Agostino Muratori. Le piazze, le ville, il Tevere, le viste dei tetti e del centro, attraversando ogni epoca, costituiscono il soggetto principale del suo lavoro da oltre quarant’anni.Ma la romanità non si esaurisce in ciò che racconta. Ogni suo dipinto è percorso da una vena ironica che si spartisce il dominio delle atmosfere insieme a quella specie di disincanto un po’ amaro e un po’ sornione che tutti i romani conoscono benissimo. E che è sempre più forte nelle ultime opere di questo pittore sessantasettenne, un passato di medico internista, un presente di botanico oltreché pittore, esperto in succulente (quelle che comunemente sono dette piante grasse), bonsai e giardini giapponesi.

LA MATURITÀ
«La vecchiaia porta evidenti limiti fisici e mentali» mi racconta mentre allestisce la sua ultima personale, Storie Dipinte (alla galleria Ca’ d’Oro, piazza di Spagna 81, da oggi fino al 4 gennaio). «Ma c’è anche un vantaggio enorme. Senti di non dover più dimostrare niente a nessuno. E vai per la tua strada in santa pace». Non so se sia questo il segreto che lo sta spingendo verso opere sempre meno calligrafiche e più pittoriche. Come il Giardino del Lago, uno dei luoghi ricorrenti di Muratori, che stavolta compare in tratti molto poco definiti: colori e luci tenui che sembra di essere in Francia. 

Lui si limita a spiegarla in termini tecnici, fedele all’odio tutto romano per la forma più vanitosa di autoindulgenza: «La vista cala. Ti porta più la mano che l’occhio. Questo aiuta a evitare molti orpelli. È tipico dei pittori al termine della loro carriera. Magari non si tratta di una scelta consapevole, però si liberano e innovano e in certi casi addirittura indicano una nuova strada. Prendiamo l’ultimo Poussin. Ci sono cose straordinarie che sembrano anticipare addirittura Cézanne. Alcuni dicono che fosse a causa della vista sempre meno buona e di altre ragioni dovute all’età. Be’, forse anche a me, nel mio piccolo, sta succedendo qualcosa del genere».

INNOVARE
Quel che è certo, per Muratori, è che gli ossessionati dalla dannazione di innovare producono «solo porcherie». E che il suo mestiere innanzitutto è una forma di artigianato. «Ogni quadro che faccio, scopro un trucco nuovo. I trucchi del mestiere sono decisivi e quelli buoni li trovi da solo, non te li insegnano, perché soltanto quelli che hai scoperto con l’esperienza formano la tua personalità, e dunque la riconoscibilità della tua opera». Indica i pini, le piante sulle dune di mare dalle parti di Anzio e Nettuno, l’altro polo privilegiato della sua pittura, in questi ultimi anni sempre più marina. Mi spiega come ormai sia velocissimo nella riproduzione delle schiere di soldati e cavalli, le battaglie a cui si appassionava da bambino e che ha riprodotto in moltissime opere. 

LA COMMITTENZA
Eppoi mi confessa di quanto abbia imparato dipingendo su commissione. «Certe idee non le avrei mai avute» dice raccontando opere con cui abbandona Roma e l’Italia e si spinge in Oriente, in tempi lontani, tra la sensualità degli harem e l’Egitto che ha scelto come immagine di richiamo della mostra. «Molti colleghi si annoiano a dipingere ciò che il committente domanda. Io ci trovo sempre qualcosa che stuzzica la mia curiosità e mi spinge a percorrere strade su cui non mi sarei avventurato. Ci sono matti che chiedono cose impensabili e ti devi mettere lì a immaginare soluzioni. Ne esci con qualche strumento in più da utilizzare per quello a cui tieni». 

LA CAPITALE
E quello a cui Muratori tiene, nonostante finga distacco, è Roma. «Non è che fingo» mi fa «Il fatto è che la mia Roma non c’è più. I luoghi che amavo sono diventati sempre più turistici, di passaggio, caotici, privi d’identità. Tutti che corrono corrono corrono. E tu stai lì e je vorresti di’ «Ao’ ma che te corri? Ma te voi ferma’? Te voi guarda’ intorno?» Anche in questo, però, la vecchiaia mi aiuta. Il segreto infatti lo capisci con l’età ed è uno solo: fottersene. Io con le emozioni forti che vanno di moda adesso non vado d’accordo. Velocità, adrenalina, ma che me ne faccio? A me piace l’emozione moderata ma costante, quasi eterna di un albero secolare».

E così, forse, la Roma più nuova di Muratori in mostra è la città che la neve dell’anno scorso ha fermato in due giorni fuori dal tempo. Niente automobili, niente caos. Silenzio. Solo i rumori dei tonfi di neve caduta dagli alberi di villa Borghese e gli improvvisi crac di rami divelti. Due ragazze imbacuccate che se ne vanno verso il Pincio. Un campanile lontano. I mezzibusti sfregiati di scritte improvvisamente ripuliti dal bianco uniforme.

FONTE: Matteo Nucci (ilmessaggero.it)

sabato 10 novembre 2012

Artissima 2012


Dal 9 all’11 novembre a Torino

Torino è in questi giorni la capitale italiana dell’arte. Se ieri si è aperto il sipario su Photissima Art Fair, oggi prende il via la kermesse Internazionale d’Arte Contemporanea Artissima.
Per la prima volta sotto la direzione di Sarah Cosulich Canarutto, la fiera è in scena fino all’11 novembre negli spazi dell’Oval, Lingotto Fiere.
Artissima si conferma un appuntamento di alto livello, dinamico e coinvolgente, non solo per l’importante selezione di gallerie presenti, ma anche grazie a nuove iniziative in grado di allargare il raggio di azione della fiera dall’Oval fino alle numerose istituzioni artistiche e culturali della cittàI padiglioni della fiera ospitano 172 gallerie (53 italiane e 119 straniere) suddivise nelle tradizionali quattro sezioni: Main Section, New Entries, Present Future, Back to the Future. Art Editions, novità del 2012, propone un’interessante selezione di 5 spazi riservati alle edizioni d’arte.
Per una pausa a tema vi segnaliamo Con/TEXT, una nuova piattaforma che raccoglie le pubblicazioni, le edizioni d’arte, il bookshop e il book corner dove potersi rilassare, leggere, sfogliare riviste e libri, riflettere e condividere idee. In questa area sono gli arredamenti di lusso firmati Tisettanta a farla da padrone.
Se invece volete essere accompagnati da guide esclusive non resta che affidarsi alla competenza di collezionisti e curatori internazionali “prenotabili” nel calendario Art Walks.
Il programma collaterale si sviluppa interamente al di fuori dell’Oval attreverso due iniziative.
It’s Not the End of the World attiva una collaborazione tra Artissima e le più importanti istituzioni torinesi di arte contemporanea (Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Fondazione Merz e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo) per costruire insieme una mostra diffusa.
Artissima LIDO crea un percorso di progetti sperimentali in musei e spazi inusuali del Quadrilatero Romano, nel centro storico di Torino.

FONTE: luxgallery.it

mercoledì 7 novembre 2012

L’Italia verso la Grande Guerra al Vittoriano


Fino al 6 gennaio a Roma l’allestimento con oltre 200 documenti


"Verso la Grande Guerra", è la mostra visitabile da oggi al 6 gennaio al Vittoriano di Roma, che commemora la Prima Guerra Mondiale come momento fondamentale nella costruzione del Paese. Foto, documenti, dipinti, incisioni, filmati, oggetti per un allestimento che segna la prima tappa di un percorso triennale che culminerà nel 2014 con la rassegna "La Grande Guerra" in occasione del centenario dall'inizio del conflitto.

Oltre 200 testimonianze, attraverso i più svariati mezzi di espressione, dai documenti alle cartoline, dai giornali di trincea ai quaderni delle scuole del fronte, dalle lettere private alla famiglia ai volumi a stampa di memorie, per documentare l'approccio alla Grande Guerra. L'esposizione è stata curata da Romano Ugolini, presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano e da Marco Pizzo, vicedirettore del Museo Centrale del Risorgimento di Roma.

Organizzato in sezioni, il percorso espositivo parte dalla crisi che chiude il XIX secolo e attraversa l'età Giolittiana con la rivoluzione industriale, il colonialismo, l'Italia degli inizi del '900 tra socialisti e cattolici, arrivando a Gabriele D'Annunzio e alle sue imprese fino allo scoppio della guerra. L'ingresso è gratuito.

FONTE: lospettacolo.it

martedì 18 settembre 2012

Roma, Vermeer in mostra alle Scuderie del Quirinale


Evento per il maestro olandese che non dipingeva per le chiese


Da giovedì al 20 gennaio, Vermeer arriva a Roma con otto quadri: un numero mai visto in Italia, e una sola volta al mondo; alle Scuderie del Quirinale le prenotazioni sono già una marea. Per due secoli, fino a metà Ottocento, era stato dimenticato: nemmeno menzionato già a tre anni dalla morte, poi solo poche citazioni e Joshua Reynolds che ne elogia un quadro in un diario di viaggio; lo riscopriranno un critico francese e Marcel Proust; di lui, si sa pochissimo: e anche questo ha permesso che a inizio Novecento, fosse vittima di una falsificazione tra le più imponenti, poi scoperta (per fortuna) negli anni 50; forse, non si è mai mosso dalla sua patria: viveva a Delft, cittadina di solo 22 mila anime e tanti ponti quanti i giorni dell’anno, eppure (sarà il caso o che altro?) ricchissima di 52 pittori.

Giunge a Roma uno degli artisti più misteriosi e preziosi (un catalogo di 35 opere, era molto meditativo e lento), morto ad appena 43 anni, divenuto tra i più osannati ed ambiti: Johannes o Jan Vermeer (1632-75). Otto suoi autentici capolavori faranno compagnia ad altri 49 dipinti coevi, anch’essi del secolo d’oro della pittura olandese, la metà del Seicento: tempi di straordinaria floridezza, economica e non soltanto, una generazione dopo Rembrandt e due dopo Rubens.

Classe media, padre tessitore, mercante di quadri e dopo locandiere; come tutti gli olandesi, a differenza del resto d’Europa, rare occasioni di commissioni pubbliche, e poche possibilità di un posto fisso. Tanti quadri da cavalletto: dimensioni e prezzo ridotti; proposti alle fiere, venduti dagli ambulanti, sorteggiati come premi, o battuti in asta. Vermeer non se la passava bene: in tremende ristrettezze, lottava perfino per nutrire e vestire i figli. Alla morte, due dipinti importanti erano ancora in casa: L’atelier del pittore (oggi al Kunsthistorisches di Vienna), e La veduta di Delft (oggi ad Oslo), che la vedova cede alla madre per salvarla dai creditori, ma senza esito: con altri 25 suoi quadri va all’asta e non sappiamo né quali fossero, né chi li abbia allora acquistati.

Come non sapremo mai quanto egli conoscesse dell’arte italiana: da alcune sue opere, sembra parecchio. Ci sarà anche un quadro di Felice Ficherelli che certamente l’ha ispirato per Santa Prassede; certo, respira un po’ di Caravaggismo: corrente artistica tra le più sviluppate in Olanda, presto importata anche da Hendrick ter Bruggen, a Roma dal 1604 al ’14. La suocera di Vermeer, da cui stava con la famiglia, possedeva un quadro di Dirck Baburen: appare in due sue opere; e nel Seicento, tanti olandesi cercano fortuna a Roma: vivevano già a via Margutta e al Babuino. Forse, è la base di una autentica rivoluzione, nella raffigurazione prospettica e spaziale. Maestro gli è probabilmente Carel Fabritius (1622-54), il più originale discepolo di Rembrandt, giunto a Delft per eseguire pitture murali per Guglielmo II giovane nel 1650, morto presto per la devastante esplosione nel deposito di polvere da sparo del 1654: un dipinto di Egbert van der Poel, in mostra, la descrive; altri invece raccontano Delft come era.

Non dipinge per le chiese o i palazzi dei nobili: le intime scene di interni, i dialoghi serrati tra le figure, le rappresentazioni dei sentimenti, la luce che filtra dalle vetrate, le raffigurazioni della vita quotidiana della società borghese d’allora, sono per gli artigiani e il ceto medio: un suo collezionista era un ricco fornaio. Era in contatto con un mercante di Amsterdam, e suoi quadri finiscono pure all’Aja e ad Anversa; alcuni facoltosi si recano apposta a Delft, per ammirare (comprare?) quanto ha dipinto e realizzato, quanto ha pensato e inventato. 

Dall’inventario post mortem, ne conosciamo la casa, comune denominatore delle sue opere: due locali per la suocera; un seminterrato; un piano dove si soggiornava e cucinava (due stanze e due cucine); un altro piano con due camere, e una era il suo studio. Walter Liedtke del Metropolitan, che con Sandrina Bandera, la direttrice di Brera, e Arthur Wheelock (National di Washington) ha curato la mostra, dice: curioso pensare che il pittore di interni accoglienti e talora, almeno per gli standard olandesi, sontuosi (i pavimenti in marmo, ad esempio), dove vi sono oggetti rari, preziosi, strumenti musicali, tappeti turchi o persiani, brocche d’argento dorato e personaggi distinti, assai ben vestiti, non abbia mai avuto una casa tutta sua, né probabilmente posseduto nulla di più costoso che un dipinto minore di un altro artista.

Tra i quadri che vedremo a Roma, La stradina, un’immagine della sua Delft che è un suo raro esterno: per l’artista tedesco Max Lieberman, «il più bel quadro da cavalletto che esista», la cui tavolozza impressiona parecchio Van Gogh; per Longhi, erano nature morte di città. E’ ad Amsterdam, al Rijksmuseum. Mentre dalla National di Washington arriva La ragazza con il cappellino rosso, le cui piume invadono di splendore l’opera (Giuseppe Ungaretti), tra le sue poche firmate e datate: per Malraux, la sua prima figlia. Ci sono due Giovani donne con il virginale, una con un bicchiere di vino, e una con il liuto; la Santa Prassede e l’Allegoria della fede, con tele di artisti poco noti in Italia, però fondamentali non solo nel periodo: come Gerard ter Borch, Gerrit Dou (spesso, era scambiato per Rembrandt), Carel Fabritius, de Hooch, van der Heyden, van Loo, Maes, Metsu. Alcuni capolavori di Vermeer non si possono prestare: La fanciulla con l’orecchino di perle, La lettera, il Concerto della Frick di New York; ma guardando questi dipinti, si ha la sensazione di vivere quella città e quel mondo. Saranno l’unica, inevitabile mancanza di una mostra che, per Roma, promette d’essere certamente un altro evento da ricordare.

FONTE: ilmessaggero.it