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lunedì 2 novembre 2015

Il cibo nell'arte di Daniel Spoerri: la mostra a Modena


Con Daniel Spoerri, classe 1930, il nutrimento diviene un motore d’azione divertente che ci fa riflettere sul connubio tra arte e vita. Giocando ed assemblando il cibo, lasciandosi guidare dall’istinto e dalle sensazioni, come si farebbe con gesso, calchi e pennelli, l’artista ha creato tantissime deliziose opere, provocatorie quanto basta, che mettono lo spettatore davanti l’apoteosi degli ingredienti che solitamente giacciono nei nostri piatti, prima di esser divorati.


Fondatore della Eat Art, la corrente creata nel 1967 con l’intento di avviare una riflessione critica sui principi fondamentali della nutrizione (esiste anche la Eat Art Gallery di Düsseldorf), l’artista, che fu anche danzatore, coreografo e ristoratore, la sa lunga riguardo l’inventare e il reinventarsi. E’ lui il creatore dei gustosissimi - solo per la vista, però - Brotteigobjekte, ovvero degli oggetti di pasta di pane, dei ferro da stiro ricolmi di impasto per il pane, di insolite tavole apparecchiate e di una serie di lavori cotti nel forno. Opere che possiamo ammirare all’interno della mostra Daniel Spoerri. Eat Art in transformation, curata da Susanne Bieri, Antonio d’Avossa e Nicoletta Ossanna Cavadini, ed aperta fino al 31 gennaio 2016 al Palazzo Santa Margherita e alla Palazzina dei Giardini in corso Canalgrande a Modena.

La retrospettiva, in linea con il tema dell’ormai quasi tramontato ExpoMilano 2015, ci trasporta nel mondo di Spoerri, facendoci riflettere sull’ancestrale attrazione dell’uomo nei confronti del cibo, e ripercorrendo la carriera dell’artista, da un primo periodo di sperimentazione, ai multipli cinetici, ai tableaux-pièges - "quadri trappola" ottenuti da assemblaggi di oggetti di uso quotidiano incollati a supporti e ribaltati nell'orientamento –, alle composizioni casuali di residui di cibo e stoviglie usate, fino alla scultura e alla ricerca in campo grafico.

FONTE: ilmessaggero.it

lunedì 16 giugno 2014

Sarmento dialoga con Morandi e Lewitt


Alla Gam di Torino un riconoscimento del lavoro dell’artista portoghese, terzo capitolo di Dialoghi

Fino al 31 agosto, la Gam di Torino dedica un particolare tributo all’artista portoghese Julião Sarmento, con l’allestimento di una mostra, che costituisce un riconoscimento del lavoro dell’artista, ad oltre 15 anni dalla sua prima ed unica esposizione in uno spazio museale in Italia, la Galleria d’Arte Moderna di Bologna. 

Lo sviluppo della ricerca artistica di Sarmento - nato nel 1948 a Lisbona, dove vive e lavora - è presentato secondo un rigoroso taglio curatoriale sviluppato con criteri tematici, che ne analizza con occhio critico l’opera, dalle sequenze dei lavori che ruotano intorno al tema della figura femminile e dell’oggetto, per concludere con le opere dedicate all’architettura, tra cui i due video Cromlech del 2010 e R.O.C. (40 plus one) del 2011 dove si ricompone il binomio donna-architettura. 

In mostra una selezione di circa 30 opere, tra le più significative nella sua produzione artistica, danno conto della visione totalizzante del mondo, offerta da Sarmento attraverso differenti mezzi: la fotografia, la pittura e, in tempi recenti, la scultura. Le opere esposte coprono l’intera produzione dell’artista, dalla fine degli anni 70 fino ai lavori più recenti. 

Per questo terzo capitolo di Dialoghi, il progetto espositivo che punta a instaurare un dialogo tra artisti affermati e attivi sulla scena contemporanea internazionale e opere scelte delle collezioni permanenti, Julião Sarmento ha scelto, tra le opere della collezione del museo, due differenti “modelli” ispiratori della sua ricerca artistica: il pittore italiano Giorgio Morandi e l’artista americano Sol Lewitt, due artisti apparentemente distanti ma che conservano entrambi una solida ricerca formale, caratteristica che Sarmento considera sia punto di partenza, sia punto d’arrivo necessario.  

Al centro dell’allestimento il confronto con i due maestri è testimoniato dal grande trittico White Veil, realizzato appositamente per la mostra alla GAM, posto in dialogo con Complex Form #52 di Sol Lewitt e, sulla parete di fronte, con una selezione di 12 opere di Giorgio Morandi – delicate e intense pagine ad acquerello e a matita – e a una coppia di Nature morte dipinte.  

FONTE: lastampa.it

venerdì 27 dicembre 2013

Fine anno da passare al museo Quelli statali gratis per un giorno


Il 28 dicembre ingresso libero fino a mezzanotte nei luoghi d’arte di tutta Italia. E a Reggio Calabria in mostra i Bronzi di Riace

Domani, 28 dicembre, tutti i luoghi d’arte statali saranno aperti gratuitamente per l’intera giornata fino a mezzanotte. L’iniziativa coincide con la sesta edizione di “Una notte al Museo”, l’appuntamento mensile che prevede l’apertura dei siti prorogata fino alle ore 24: sono previsti in tutta Italia eventi di musica, danza, teatro e attività dedicate a tutti i tipi di pubblico. Lo comunica il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.  

A Reggio Calabria, presso il Nuovo Museo Archeologico Nazionale, sarà possibile ammirare i Bronzi di Riace. A Torino, all’Armeria Reale, saranno letti brani tratti dal carteggio Freud-Einstein, mentre presso il Museo dell’Antichità sarà allestita la performance “Tocca la barba all’imperatore”, dedicata ai disabili visivi; a Milano, nella splendida cornice della Pinacoteca di Brera, sarà possibile assistere a un concerto di musica medievale. A Firenze, presso le Cappelle Medicee, andrà in scena lo spettacolo teatrale dal titolo “1492: libri di Lorenzo”. A Roma, nella sede di Palazzo Altemps, il cantautore Edoardo Vianello presenterà una conversazione sul “Suono delle fontane di Roma”. Infine, in Sardegna, al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, si terranno eventi dedicati anche ai più piccoli con racconti di Charles Dickens.  

Le informazioni sui luoghi della cultura statali e sugli eventi del progetto, ideato dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del Patrimonio culturale del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, sono consultabili sui siti www.beniculturali.it e www.valorizzazione.beniculturali.it. 
 
FONTE: lastampa.it

venerdì 13 dicembre 2013

Zurbarán. A Ferrara il mistero della luce plastica

Zurbarán, la grande mostra di Ferrara


Palazzo dei Diamanti ospita la monografica, la prima in assoluto dedicata in Italia all'artista. Cinquanta opere di una delle voci più alte e originali della scena del XVII secolo,  dipinti sostenuti da un'impostazione monumentale e teatrale potentemente comunicativa. Capace di apportare spunti innovativi anche a generi tradizionali come quello devozionale e la ritrattistica.


Anche i grandi classici possono riservare delle sorprese inaspettate. E' il caso della mostra che ospiterà ancora per poco Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dedicata a Zurbarán. Sono alcuni mesi che Ferrara ha aperto le sue porte al genio spagnolo, e la proposta prosegue fino a metà gennaio. Da segnalare subito le aperture notturne dal 31 dicembre al 6 gennaio, l'incontro potrebbe essere molto speciale soprattutto per chi ha dell'autore una conoscenza prevalentemente scolastica. 

Francisco di Zurbarán nasce alla fine del '600, fu l'artista che meglio seppe rappresentare la religiosità controriformista della chiesa spagnola del 17° secolo. E' il rappresentate, con Velázquez e Murillo, del secolo d'oro della pittura spagnola, in particolare di quel naturalismo che lasciò un'eredità che seppe contagiare tutta l'arte europea. Capace di invenzioni grandiose ma semplici al tempo stesso, riuscì a creare una poetica essenziale e pura, delle forme. Il suo approccio coloristico decisamente innovativo, fatto di delicati contrasti, influenzò tutti i movimenti moderni a partire dagli Impressionisti, fino alle Avanguardie del Novecento. A distinguersi per assoluta originalità fu la fase finale della sua attività, durante la quale si dedicò prevalentemente allo studio della natura morta, che seppe reinventare stravolgendo i canoni dell'epoca, e proponendo una ricerca di volumi ottenuti isolando o raggruppando oggetti della vita quotidiana. 

La mostra è stata organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Centre for Fine Arts di Bruxelles con la speciale collaborazione del Museo Nacional del Prado di Madrid e del Museo de Bellas Artes di Siviglia, e offre l'occasione di ammirare per la prima volta in Italia i capolavori del grande maestro del barocco spagnolo. Le opere provenienti da musei e collezioni private europee e americane, permettono di ripercorrere i principali cambiamenti della vicenda artistica di Zurbarán. La mostra è articolata in 8 sezioni, ognuna dedicata a un contesto specifico, e il  percorso è cronologico e tematico. Prende il via dai dipinti con cui si afferma sulla scena di Siviglia, "la Firenze spagnola", come lo splendido San Serapio (1628, Hartford, Wadsworth Atheneum Museum of Art), la Visione di San Pietro Nolasco (1629, Madrid, Museo del Prado) o il più tardo San Francesco (c. 1635, Milwaukee Art Museum). Si prosegue poi con le figure di santi e profeti, che assurgono a simboli di intensa spiritualità, fino alla produzione degli ultimi anni, come ad esempio nel San Giovanni Battista (c. 1659, Collezione privata), o la Madonna col Bambino e San Giovannino (1662, Bilbao, Museo de Bellas Artes), ultima opera firmata dall'artista.

Affascinante è lo Zurbarán  più tenebroso, quello delle tele più originali, che gli fecero guadagnare l'appellativo di "Caravaggio di Spagna", dove il confine tra sacro e profano è sottile e la luce gioca un ruolo determinante nel dialogo tra le due dimensioni. San Francesco con teschio nella tomba, è l'esempio più vivido di questo linguaggio fatto da composizioni apparentemente semplici, ma profondamente coinvolgenti. Nel dipinto del santo in estasi, la luce compie un miracolo: permea lo spazio d'intensa spiritualità, modella il volume scultoreo del protagonista e lo  immobilizza contro il fondo neutro che ne sottolineano il carattere austero ed esemplare.

L'esposizione è curata da Ignacio Cano con la consulenza di Gabriele Finaldi, con questa mostra la città di Ferrara vuole rilanciare il proprio progetto culturale, che consiste nel portare al pubblico italiano autori di altissimo livello, non particolarmente noti nel nostro paese come è il caso del  percorso, molto personale, di Zurbarán che seppe trasformare l'arte figurativa sacra medievale in una nuova iconografia, assolutamente originale.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it) 

domenica 8 dicembre 2013

Arte e Design a Miami

 


Con Art Basel Miami Beach e Design Miami 2013

Oggi si apre il sipario sulla 12esima edizione di Art Basel Miami Beach, la mostra d’arte contemporanea più prestigiosa d’America.
Dal 5 all’8 dicembre 2013 oltre 250 prestigiose gallerie provenienti da tutto il mondo, dal Nord America all’Europa, dall’America Latina all’Asia e all’Africa, si danno appuntamento nello terra a stelle e strisce.
Dipinti, sculture, disegni, installazioni, fotografie e film sono in mostra presso le sale espositive principali della città, ma le opere e gli spettacoli diventano parte integrante anche del paesaggio urbano che ha per sfondo le vicine spiagge, SoundScape Park e Collins Park, che ospiterà le installazioni fino a marzo 2014.
Non mancherà l’eccellenza made in Italy ad Art Basel.
Questa sera Anima Domus, principale punto di riferimento nel sud della Florida per chiunque sia alla ricerca di arredamenti dal design italiano, festeggia in compagnia di Clei i suoi 15 anni di attività.
L’evento, nel pieno Design District di Miami, presenterà i prodotti più interessanti di sei tra le più rinomate aziende del mobile italiano: ogni prodotto esposto coniugherà in sé progettazione artigianale, stile, arte e lusso. Clei per l’occasione proporrà Swing, il sistema componibile che si trasforma in un letto sempre pronto all’uso.
Altro evento da non perdere in questi giorni è Design Miami, kermesse dedicata al settore abitare in scena dal 3 all’8 dicembre.
La maison di lusso Louis Vuitton è tra gli ospiti più attesi in fiera: il brand francese prosegue infatti la liason con l’architetto Charlotte Perriand, una delle figure più all’avanguardia del design del XX secolo. Come evento collaterale di Design Miami, Louis Vuitton realizzerà il progetto de “La Maison Au Bord De L’Eau”, un vero e proprio appartamento nomade immaginato da Charlotte Perriand nel 1934 e mai realizzato fino ad oggi. La casa è costruita temporaneamente nel giardino sulla spiaggia dell’Hotel Raleigh di Miami Beach e successivamente messa in vendita.
Design Miami 2013 vedrà anche la collaborazione tra Louis Vuitton e Cassina per la presentazione della chaiselongue “LC4 CP”, prodotto icona del design internazionale disegnato da Charlotte Perriand, Le Corbusier e Pierre Jeanneret, in un’edizione limitata di 1000 pezzi.
Icona di stile e musa della Maison, Charlotte Perriand è la musa che ha ispirato anche la Collezione Icone per la primavera estate 2014 Louis Vuitton, un guardaroba essenziale, composto da pochi e preziosi pezzi, abbinati tra loro per creare 16 look inaspettati e senza tempo, giocando sull’eleganza e l’armonia delle forme e dei materiali e sul savoir-faire unico della Maison.
La collezione Icone P/E 2014 e alcuni tra i più celebri mobili disegnati da Charlotte Perriand e realizzati in esclusiva da Cassina, saranno presentati all’interno e nelle vetrine del temporary store Louis Vuitton nel Design District di Miami, aperto nel dicembre 2012. A partire da gennaio e fino a marzo 2014, le vetrine dedicate a Charlotte Perriand saranno visibili nei più importanti store Louis Vuitton del mondo, tra cui Roma Etoile e Milano Montenapoleone in Italia.
FONTE: luxgallery.it


domenica 1 dicembre 2013

La Moka Bialetti si mette in mostra

 

Per gli 80 anni dell’iconica caffettiera

L’azienda di Coccaglio festeggia 80 anni di storia, celebrati da una nuova Moka Express Glossy e da una mostra allestita dal 27 novembre all’8 dicembre 2013 nelle sale de La Permanente di Milano.
La rassegna “La Moka si mette in mostra – Ottant’anni di un’intuizione geniale diventata mito” ripercorre 80 anni di storia e cultura del caffè in Italia raccontata dalla prospettiva del celebre Omino con i Baffi.
Allestita nella sede della prestigiosa istituzione museale milanese, in via Turati 34, l’esposizione si snoda lungo un percorso che ha inizio con curiosità e racconti legati alla scoperta e diffusione del caffè, per passare alla sezione dedicata alla produzione del caffè: dalla pianta alla tostatura, dal chicco alla tazzina, per poi arrivare ad una esclusiva selezione di antiche caffettiere e strumenti utilizzati per la preparazione del caffè.
Cuore della mostra l’area centrale, di forma ottagonale – richiamo all’ inconfondibile silhouette della Moka Express, che custodirà la veneranda capostipite – la Moka Express edizione 1933 nata dal genio di Alfonso Bialetti – l’origine dell’idea e le sue successive evoluzioni che hanno portato alla sua versione moderna: oggetti unici mai esposti al pubblico, provenienti dall’Archivio Storico Bialetti Industrie.
La seconda parte della mostra invece ha due sezioni principali:
-Una racconta il complesso processo produttivo della Moka, dalla fusione dell’alluminio al confezionamento, dalla produzione artigianale con preziosi macchinari d’epoca, a quello industriale dei giorni nostri.
-L’altra è dedicata alla comunicazione e all’inventiva di Renato Bialetti, figlio di Alfonso, colui che per primo ebbe l’intuizione di puntare sul nascente Carosello e che divenne poi, grazie ad una caricatura disegnatagli da Paul Campani, il simbolo stesso della Moka: l’inconfondibile Omino coi Baffi. Si potranno così ammirare i bozzetti originali delle campagne stampa e le prime pubblicità, i caroselli televisivi e le pubblicazioni degli anni ’50 e ’60.
Completano il percorso, una selezione di Moke realizzate come pezzi unici e vari modelli evolutivi dagli anni 50 ad oggi delle diverse caffettiere Bialetti, con un’attenzione particolare alle soluzioni tecnologiche più innovative.
Il programma prevede, inoltre, un ricco calendario di appuntamenti: corsi di degustazione di caffè, esibizioni degli artisti della “Cappucino Art”, laboratori per i più piccoli e incontri con istituzioni, università e scuole. L’evento sarà, infine, l’occasione per esporre e premiare i progetti dei fortunati vincitori dei concorsi Moka Express Yourself e Moka Celebration lanciati da Bialetti per l’occasione.

FONTE: luxgallery.it

 

mercoledì 18 settembre 2013

Dai tombaroli a Napoleone a Peruggia. L'arte di rubare arte

Capolavori e furti d'arte. Lo speciale "Archeo"


Il prossimo numero di Archeo, in edicola il 19 settembre, è una monografia sulla storia dei furti dei capolavori. Si va dalla Mesopotamia alla Grecia, sino al nazismo, tra razzie dei potenti e imprese di singoli. Li racconta il docente Marco di Branco


Il giro d'affari del traffico mondiale di opere d'arte rubate sfiora le decine di milioni di dollari ogni anno. L'Italia, che costituisce il più grande giacimento di beni culturali del Pianeta, è oggi il Paese più esposto a questo saccheggio. Fin dall'antichità "possedere la bellezza"  è sempre stato un desiderio a volte irresistibile. Dal 19 settembre la rivista Archeo sarà in edicola con uno speciale interamente dedicato a questo tema, che ripercorre la storia e le ragioni dei furti d'arte, attraverso i casi più clamorosi.

Quello del traffico d'arte è diventato uno dei capisaldi del nuovo crimine transnazionale, secondo solo al traffico di droga. Aree archeologiche importantissime vengono depredate non solo in Italia, ma anche in Grecia, Turchia, Africa settentrionale, Asia. In Cina sono state svuotate oltre 40 mila tombe dell'epoca imperiale, in Perù e in Messico si continuano a saccheggiare le vestigia delle antiche civiltà precolombiane; nei Paesi dell'Europa dell'Est vengono presi di mira i luoghi di culto e rubati oggetti, icone, immagini sacre. L'Unione europea segnala però l'emergenza Italia, poiché essendo il nostro Paese il più grande giacimento di beni culturali esistente al mondo, si trova al centro delle attenzioni dei ladri professionisti che dei "tombaroli" e dei ricettatori. Risalendo nel tempo e percorrendo il passato, l'opera d'arte ha sempre attratto, i furti ci sono sempre stati, prima ancora della nascita del mercato dell'arte: è il potere della seduzione esercitato dalla bellezza, dal mistero e dall'unicità dell'opera ad indurre alla necessità del possesso. 

La rivista Archeo esce in questi giorni con un numero speciale: si tratta di un fascicolo monografico, in edicola il prossimo 19 di settembre intitolato La grande razzia. L'avventurosa storia dei furti d'arte dall'antico Egitto ad oggi. Quello che viene proposto ai lettori è un viaggio "nello spazio e nel tempo sulle tracce dei più celebri furti d'arte della storia". In modo approfondito e dettagliato, viene raccontato dall'autore Marco Di Branco, docente di storia bizantina alla Sapienza, un percorso che parte dalla Mezzaluna fertile del III millennio a. C, passa dalla valle dei Re dell'età della XX dinastia, si sposta nella Cina del III secolo  a. C. fino alla Grecia caduta sotto Roma. Ancora, va dall'Oriente Islamico alla Parigi di Napoleone, per finire con il XX e XXI secolo, tra il nazismo e le collezioni dei grandi musei. Si tratta di una "piccola storia globale" del furto d'arte, che ne spiega le ragioni storiche e sociali, passando in rassegna i casi più controversi e spettacolari. Sul fatto, ad esempio, che la nascita del Louvre si debba all'ingordigia d'arte di Napoleone sono stati scritti interi libri, per lui la grande arte fu presa a simbolo della nuova grandeur francese. 

Fu lo stesso Napoleone a confessare che l'idea gli era venuta proprio in Italia. Nel nostro paese come altrove, il saccheggio veniva studiato a tavolino da un team di specialisti che sapevano benissimo cosa rubare. Torino, Milano, Modena, Parma, Verona, Venezia, Firenze, Roma: nulla sfuggiva agli insaziabili e competenti predatori francesi. Nel maggio 1796 a Milano ancora si combatteva al Castello Sforzesco che già il commissario Tinet era all'Ambrosiana, dove requisiva il disegno preparatorio di Raffaello per la Scuola di Atene al Vaticano, dodici disegni e il Codice Atlantico di Leonardo, il prezioso manoscritto delle Bucoliche di Virgilio con le miniature di Simone Martini, e cinque paesaggi dipinti da Jan Brueghel per Carlo Borromeo e rimasero al Louvre per 17 anni, fino quando il Congresso di Vienna non sancì la restituzione di tutti i beni artistici trafugati dal Bonaparte ai legittimi paesi di appartenenza. Restando al Louvre, non si può non ricordare il furto della Gioconda. Il capolavoro fu rubato da Vincenzo Peruggia, un decoratore emigrato in Francia, che dichiarò di aver preso la Gioconda per patriottismo. 

Voleva appunto restituire alla sua patria il frutto dei saccheggi napoleonici, non sapendo invece che fu Leonardo stesso a regalare il quadro a Francesco I, in segno di riconoscenza per l'ospitalità che il Re di Francia gli aveva offerto nel castello di Cloux. Se siamo il paese più a rischio per l'immenso tesoro artistico che possediamo, al contempo siamo però fortunatamente all'avanguardia per essere la prima nazione al mondo ad essersi dotata di uno speciale organismo della polizia, specializzato proprio in questa tipologia di crimini. L'Unesco nel 1970 suggeriva agli Stati aderenti di adottare misure per impedire l'acquisto di opere d'arte trafugate e per recuperare quelle rubate. Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio artistico nasce già il 3 maggio 1969, e dal 13 settembre 1971 il reparto, venne elevato a Comando di Corpo. Secondo i dati riportati dall'Arma, dal 1970 ad oggi su 438.729 oggetti trafugati ne sono stati recuperati ben 134.614 grazie anche all'affiancamento di tutti i reparti territoriali. Anche il cinema sembra essere affascinato da questa tipologia di furti, come in "La migliore offerta" di Giuseppe Tornatore, dal mondo dell'arte e delle aste si muove un thriller che è ora nelle sale, si tratta di  "In Trance" del regista inglese Danny Boyle. Il film gioca sulla doppiezza e sulle trame più insondabili della psiche e all'origine di tutto c'è un quadro di Goya battuto all'asta a Londra e rubato con un colpo criminale. Peccato però che diversamente dalla realtà, la tela rubata sia introvabile per la stessa banda di delinquenti.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

venerdì 18 gennaio 2013

Allarme. I led oscurano il giallo di Van Gogh


Team internazionale di scienziati: i sistemi di illuminazione Led provocano una trasformazione chimica per alcuni pigmenti. Il famoso "chrome" del pittore olandese si trasforma in un marrone verdastro

Il giallo per Van Gogh era come il blu per Kandinskij o l'oro per Klimt. Un colore vitale, una cifra stilistica, simbolo della propria arte. E' il giallo brillante a personalizzare molti dei capolavori sommi di Van Gogh, come i Girasoli. L'idea che i celebri gialli brillanti del pittore olandese possano "scurirsi" e deteriorarsi in un processo di alterazione sarebbe una "ferita" incalcolabile per la storia dell'arte. Eppure il rischio è altissimo. A provocare questa trasformazione chimica sono i sistemi di illuminazione Led, considerati fino ad oggi ultra-sicuri, e per questo installati in gallerie e musei d'arte in tutto il mondo. In sostanza, il pigmento giallo luminoso che caratterizza tante opere di Van Gogh dopo un'esposizione alle luci al Led cambia in uno spento marrone-verde olivastro. Ecco che i "Girasoli" di Van Gogh "appassiscono", come denunciava qualche giorno fa l'Indipendent.


A lanciare l'allarme è infatti un team internazionale di scienziati, di cui fa parte anche l'Istituto di scienze e tecnologie molecolari (Istm) del Cnr. Alla base della ricerca, pubblicata su "Analytical Chemistry", lo studio su una serie di dipinti di Van Gogh provenienti da musei olandesi e francesi, realizzati tra il 1887 e il 1890, anno della morte del pittore a 37 anni. Le opere-campione sono state sottoposte ad analisi ai raggi X.

 presso laboratori italiani e olandesi e presso l'Europen Synchrotron Radiation Facility (Esrf) di Grenoble (Francia) e il Deutsches Elektronen-Synchrotron (Desy) di Amburgo (Germania). Al centro dello studio, i pigmenti usati nei quadri da Van Gogh per testare gli effetti di cambiamento nelle condizioni di ore prolungate sotto un'illuminazione Led, caratteristica per emettere una luce con una componente spettrale blu molto elevata. Non tutti i pigmenti, e quindi non tutte le opere, sono soggette al fenomeno di degrado.

A risultare chimicamente instabile è il colore ad olio cosiddetto "giallo cromo", quanto mai prediletto dagli artisti della metà dell'800, e ritrovato anche in molte opere di Paul Cézanne e Paul Gauguin. Colore che dopo una serie di ore di esposizione a semplice luce verde o blu si trasforma in uno spento marrone-verde olivastro. I ricercatori però hanno individuato tre tonalità di colore giallo cromo. Il cosiddetto "Middle yellow", o cromato di piombo, è la forma di colorazione risultata chimicamente stabile. Ma le altre due variazioni, il "Lemon yellow" e il "Primrose yellow", prediletto dal pittore, cominciano a diventare marrone o verde olivastro dopo alcuni giorni di esposizione a semplice luce verde o blu emessa da alcune luci al Led. Le motivazioni sono da imputare alla diversa struttura cristallina e al più alto contenuto di solfati.

Ecco che i ricercatori hanno invitato le istituzioni museali a riconsiderare i sistemi di illuminazione con faretti Led, magari utilizzando dei filtri, e contestualmente a verificare se tra le opere d'arte esposte vi siano esempi di colori chimicamente instabili. L'appello da parte degli scienziati è rivolto a tutti quei quadri realizzati nell'epoca di Van Gogh. Il primo museo ad essere allertato è proprio il Van Gogh di Amsterdam, che custodisce i famosi "Girasoli" e il "Ritratto di Gauguin", un altro capolavoro di Van Gogh che utilizza il colore instabile. Certo, l'oscurità come cura risolutiva non può essere compatibile con la fruizione da parte del pubblico, ma, secondo gli scienziati, il museo dovrebbe trovare un giusto equilibrio rivedendo i progetti di esposizione in funzione dell'illuminazione.

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)