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sabato 23 gennaio 2016

Il 2016 in 12 mostre

Da Umberto Boccioni a Piero della Francesca, da Hieronymus Bosch a Jean Dubuffet una carrellata tra le esposizioni da vedere nell’anno che si apre

Finita la sbornia delle biennali che hanno segnato, da Venezia a Istanbul, il 2015 l’anno che ci attende vede in primo piano mostre e fiere legate ad anniversari: i cent’anni di Boccioni a Milano, i cinquecento di Bosch, tra l’Olanda e il Prado, i seicento di Piero della Francesca a Forlì e ancora i quaranta di Arte Fiera a Bologna, con un ricco cartellone di iniziative collaterali. Ferrara si accinge a celebrare tra arte e letteratura il mezzo millennio di Ludovico Ariosto. Nel campo del contemporaneo in Italia è senz’altro una buona notizia la riapertura, il prossimo autunno, del Centro Pecci di Prato, così come si attendono i programmi di Carolyn Christov-Bakargiev per Rivoli e Gam di Torino. A Torino l’anno si apre con gli scatti dagli archivi di polizia a Camera, il neonato centro per la fotografia. 

Meritano un viaggio a Venezia nel 2016 sia la retrospettiva di Polke a Palazzo Grassi, sia l’esposizione dei vetri di architetti viennesi di primo novecento in arrivo da Vienna alla Fondazione Cini. A Roma ci aspetta alle Scuderie del Quirinale la mostra su Correggio e Parmigianino, ma anche la grande rassegna sui rapporti tra Italia e Giappone. La Fondazione Beyeler di Basilea inizia l’anno con una retrospettiva sui paesaggi di Jean Dubuffet e lo finisce con una mostra su Kandinsky e il Cavaliere Azzurro. Al Centre Pompidou di Parigi da non perdere l’esposizione sull’ironia di Paul Klee in primavera ma anche quella su Magritte in autunno. Sempre a Parigi il Jeu de Paume propone in primavera l’artista portoghese Helena Almeida e in estate Jan Sudek. Alla Tate Modern di Londra in arrivo Georgia o’ Keeffe, alla Royal Academy i ritratti di David Hockney. Il Whitney Museum di New York apre con gli emergenti di Flatlands.  

PIERO DELLA FRANCESCA  
Indagine su un mitoè il titolo della mostra che i Musei di San Domenico di Forlì dedicano a Piero della Francesca dal 13 febbraio al 26 giugno per i 600 anni dalla nascita.

FONTE: Rocco Moliterni (lastampa.it)


giovedì 26 novembre 2015

A ROMA “ESPAI D’ART FOTOGRÀFIC”, LA MOSTRA FOTOGRAFICA DI 3 MAESTRI


Si inaugura a Roma oggi nella nuova sala esposizioni dell’Istituto Cervantes in piazza Navona intitolata a Salvador Dalí, la collettiva “Espai d’art fotogràfic”. Per la prima volta in Italia, la mostra raccoglie 70 opere appartenenti ai tre lavori fotografici vincitori del master della prestigiosa scuola internazionale di Valencia, Espai d’art fotogràfic: “Consumismo e abbandono. Impatto dell’uomo nel suo habitat” di Emilio Andrés Codina (20 foto, 2010), “The Unknown” di Sandra Sasera Cano (30 foto, 2011) e “New York. Lato B” di Jaime Belda (20 foto, 2012). I tre lavori selezionati da Francesc Vera, Romà della Calle e Tomàs Llorens, che resteranno esposti a Roma fino al 7 gennaio 2016, hanno come filo conduttore la visione critica dell’iconosfera contemporanea occidentale. I tre fotografi analizzano gli elementi sui quali si fonda il discorso della post-modernità, ognuno con le proprie idee estetiche e preoccupazioni, offrendo una chiave di lettura, capace di arricchire e decodificare la nostra visione del mondo.

FONTE: leggo.it 


mercoledì 18 novembre 2015

Mattia Preti, a Roma le opere di uno dei protagonisti della scuola napoletana del Seicento

 
Mattia Preti, protagonista di una mostra romana attualmente aperta presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini, fu uno dei più importanti esponenti della scuola napoletana del Seicento: nato a Catanzaro e per questo detto Cavaliere Calabrese, fu fatto effettivamente Cavaliere da Papa Urbano VIII durante la sua permanenza tra il 1630 e il 1649 a Roma, in quella Roma ancora impregnata dall’impronta indelebile di Caravaggio, con cui Preti ebbe, in qualche modo, a che fare.
Si intitola infatti Mattia Preti, un giovane nella Roma dopo Caravaggio la mostra che ha come intento quello di approfondire la vicenda artistica romana del catanzarese che molto apprese dal Merisi, punto di riferimento morto vent’anni prima del suo arrivo con il quale condividerà anche l’esperienza maltese, e dai suoi seguaci.

Nel percorso espositivo sono messi per la prima volta a confronto i dipinti giovanili di Preti, come il Soldato del Museo Civico di Rende, il Sinite Parvulos e il Tributo della moneta di Brera, con il Tributo della Galleria Corsini, la Negazione di Pietro di Carcassonne, la Fuga da Troia di Palazzo Barberini, il Salomone sacrifica agli idoli, la Morte di Catone proveniente da collezione privata, e il Miracolo di San Pantaleo, probabilmente la sua prima committenza pubblica romana.

Rafforzano la narrazione una serie di opere facenti parte dell'allestimento storico della Galleria ospitante, realizzate dai pittori ai quali il Cavaliere Calabrese si ispirò: dal San Giovannino di Caravaggio, al Trionfo d'Amore di Poussin, dall'Erodiade di Vouet alla Salomé di Guido Reni, dal Presepe e l'Ecce homo di Guercino al Miracolo di Sant'Antonio di Sacchi.

La mostra, aperta fino al 18 gennaio 2016, è stata ideata da Vittorio Sgarbi e Giorgio Leone, attuale direttore della Galleria Corsini e curatore dell'esposizione, ed organizzata dal Segretariato Regionale Mibact per la Calabria e dal Segretariato Regionale Mibact per il Lazio con il finanziamento della Regione Calabria.
 
FONTE: Mariapia Bruno (ilmessaggero.it)

lunedì 2 novembre 2015

Il cibo nell'arte di Daniel Spoerri: la mostra a Modena


Con Daniel Spoerri, classe 1930, il nutrimento diviene un motore d’azione divertente che ci fa riflettere sul connubio tra arte e vita. Giocando ed assemblando il cibo, lasciandosi guidare dall’istinto e dalle sensazioni, come si farebbe con gesso, calchi e pennelli, l’artista ha creato tantissime deliziose opere, provocatorie quanto basta, che mettono lo spettatore davanti l’apoteosi degli ingredienti che solitamente giacciono nei nostri piatti, prima di esser divorati.


Fondatore della Eat Art, la corrente creata nel 1967 con l’intento di avviare una riflessione critica sui principi fondamentali della nutrizione (esiste anche la Eat Art Gallery di Düsseldorf), l’artista, che fu anche danzatore, coreografo e ristoratore, la sa lunga riguardo l’inventare e il reinventarsi. E’ lui il creatore dei gustosissimi - solo per la vista, però - Brotteigobjekte, ovvero degli oggetti di pasta di pane, dei ferro da stiro ricolmi di impasto per il pane, di insolite tavole apparecchiate e di una serie di lavori cotti nel forno. Opere che possiamo ammirare all’interno della mostra Daniel Spoerri. Eat Art in transformation, curata da Susanne Bieri, Antonio d’Avossa e Nicoletta Ossanna Cavadini, ed aperta fino al 31 gennaio 2016 al Palazzo Santa Margherita e alla Palazzina dei Giardini in corso Canalgrande a Modena.

La retrospettiva, in linea con il tema dell’ormai quasi tramontato ExpoMilano 2015, ci trasporta nel mondo di Spoerri, facendoci riflettere sull’ancestrale attrazione dell’uomo nei confronti del cibo, e ripercorrendo la carriera dell’artista, da un primo periodo di sperimentazione, ai multipli cinetici, ai tableaux-pièges - "quadri trappola" ottenuti da assemblaggi di oggetti di uso quotidiano incollati a supporti e ribaltati nell'orientamento –, alle composizioni casuali di residui di cibo e stoviglie usate, fino alla scultura e alla ricerca in campo grafico.

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 30 ottobre 2015

“VIVEREDARTE” CHIAMA A RACCOLTA GLI ARTISTI E SCENDE IN PIAZZA A PESCARA DAL 3 AL 5 NOVEMBRE


Pescara  protagonista della quarta tappa del laboratorio artistico viveredarte promosso da smart.  Appuntamento in Piazza della Repubblica da martedì 3 a giovedì 5 novembre.

Milano, 28 ottobre – Arriva anche a Pescara il laboratorio itinerante di viveredarte, il sistema cross-mediale che promuove l’arte accessibile a tutti e una nuova forma di mecenatismo.
La città è stata scelta, infatti, come tappa abruzzese del tour “smart in the city”, durante il quale verrà realizzata una collezione privata composta da opere a tema, commissionata dal celebre brand automobilistico a giovani talenti.
Nel corso dell’intera iniziativa, oltre 20 artisti provenienti da tutta Italia realizzeranno così più di 50 opere davanti al pubblico, che li potrà seguire nei 6 laboratori allestiti in altrettante città italiane. Un giro per l’Italia che è partito da Latina, Palermo e Salerno (dove sono già stati identificati i primi 9 artisti che hanno lavorato alla collezione), giunge ora a Pescara, proseguirà a Bari e si concluderà a Milano.
Il via ai lavori martedì 3 a partire dalle ore 10.00, fino a giovedì 5 novembre in Piazza della Repubblica.
Per partecipare alle selezioni e lavorare per tre giorni alla collezione privata smart occorre iscriversi in maniera gratuitasulla piattaforma viveredarte.it, caricando più opere del proprio repertorio.  Gli artisti più interessanti verranno invitati  martedì mattina in Piazza per presentare il proprio portfolio al Prof. Andrea Del Guercio, docente dell’Accademia di Brera e direttore artistico di viveredarte .
Solo 3 candidati potranno iniziare subito a creare le opere che entreranno nella prestigiosa collezione e, alla fine, saranno esposte a Brera e presso l’aeroporto internazionale di Milano Malpensa.
Una troupe sarà a disposizione di tutti gli artisti che, durante l’evento, vorranno presentare le proprie opere e realizzare video promozionali, che saranno pubblicati gratuitamente su tutti i canali raggiunti da viveredarte.
Tutte le opere presentate entreranno nella galleria virtuale di viveredarte che, grazie alla collaborazione con Kijiji.it, il sito di annunci gratuiti del gruppo eBay, consentirà agli artisti di farsi conoscere dal grande pubblico e vendere direttamente senza alcuna mediazione.

FONTE: Ufficio Stampa ECHO

lunedì 21 settembre 2015

Palermo. Se la mostra di oggi fa riaprire un'icona del passato

Palermo. Se la mostra di oggi fa riaprire un'icona del passato


Al via la 3° tappa de "Le stanze d'Aragona", serie di esposizioni con 36 artisti contemporanei giovani e affermati. Questa volta,  per vedere le opere, la città riapre il Villino Favaloro: un capolavoro liberty chiuso da 13 anni


Chi sono i pittori del nuovo millennio? Alla non facile domanda, stanno tentando di rispondere, con una trilogia di mostre, i due curatori Andrea Bruciati e Helga Marsala che, insieme, si apprestano ad inaugurare la tappa conclusiva delle tre esposizioni con cui hanno voluto fare il punto della scena pittorica italiana degli anni più recenti.

L'attenzione è stata concentrata sui "nuovi" artisti: tanto su quelli che fanno arte astratta quanto su chi lavora in maniera più concettuale. La mostra, che aprirà a Palermo sabato 12 settembre, dove rimarrà allestita fino al 14 novembre 2015, si terrà all'interno del Villino Favaloro, un luogo che riapre temporaneamente al pubblico dopo tredici anni di chiusura. Si tratta di un piccolo capolavoro esemplare dello stile liberty, situtato nel centro della città siciliana, progettato e costruito dall'architetto Giovan Battista Filippo Basile tra il 1889 e il 1891 per poi essere concluso a inizi '900 dal figlio Ernesto. L'occasione di "ridonarlo alla città" è proprio la visita dell'ultimo capitolo de "Le stanze d'Aragona", progetto espositivo promosso e organizzato dalla palermitana RizzutoGallery, in collaborazione con il Comune e la Soprintendenza Regionale Beni Culturali e Ambientali di Palermo.

Questa mostra arriva dopo due iniziali esposizioni con lo stesso titolo volutamente dal sapore quattrocentesco, per rifarsi all'epoca d'oro dell'arte in città. Le due collettive precedenti, che definiamo "minori" per il numero degli artisti presenti (ciascuna radunava otto artisti negli spazi di RizzutoGallery) si sono svolte la prima volta a marzo e la seconda a maggio 2015. Adesso il discorso si fa più ampio: oltre ai sedici artisti già visiti se ne aggiungeranno altri venti. Molte delle opere che saranno esposte sono inedite, realizzate apposta per la mostra o scelte insieme agli artisti, selezionando dalle produzioni più recenti (2001-2015). Giardino, serra in ferro e vetro, torretta ottagonale coi decori e i saloni affrescati faranno ora da sede per ben trentasei artisti che hanno lavorato con la pittura italiana, in diversi modi e con approcci differenti, a cominciare dall'età alla tecnica dell'artista.

Si va dalla pittura sulla terracotta, come quella fatta dall'artista Alessandro Roma con  "Salvia", pezzo del 2012, a quella di Pietro Roccasalva del 2001. Presenti  artisti emergenti ed alcuni affermati, come Nunzio che ha lavorato con carbone su carta e Domenico Bianchi, in mostra con un suo pezzo a cera su tavola. "La pittura è letta qui nella sua forma più rigorosa, persino tradizionale (una pittura-pittura), ma anche nell'esperienza di ibridazione con altri linguaggi  -  dalla scultura all'architettura, passando per il video e l'installazione  -  ponendosi più che altro come attitudine, vocazione, orientamento dello sguardo e del pensiero" affermano i curatori Andrea Bruciati insieme ad Helga Marsala. Non ci resta che aspettare un secondo ciclo di studi e mostre sulle pratiche pittoriche italiane, anche solo per riaprire luoghi - beni comuni della città immeritatamente chiusi ai propri cittadini. La mostra sarà accompagnata da un catalogo bilingue.



Info utili
Le stanze d'Aragona. Pratiche pittoriche in Italia all'alba del nuovo millennio A cura di Andrea Bruciati e Helga Marsala Inaugurazione: sabato 12 settembre 2015, ore 19.00 Apertura al pubblico: dal 12 settembre al 14 novembre 2015 Villino Favaloro, piazza Virgilio, Palermo Orari: da martedì al sabato, dalle 16.00 alle 20.00 ingresso: gratuito. rizzutogallery@gmail.com

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

mercoledì 27 maggio 2015

Chagall, la vita e l'amore in 140 opere al Chiostro del Bramante

 
L'amore, ovunque. Dalla passione per la moglie Bella, la sua più grande fonte di ispirazione, alla nostalgia profonda per Vitebsk, fino allo stupore di fronte alla maestosità della natura: il mondo poetico e fantastico di Marc Chagall è raccontato nella mostra Love and Life, al Chiostro del Bramante fino al prossimo 26 luglio.

Centoquaranta opere provenienti dall'Israel Museum in un allestimento curato da Ronit Sorek e prodotto da Dart e Arthemisia Group, che raccontano uno Chagall «sconosciuto», che parla d'amore e di nostalgia. «Solo l'amore mi interessa - scriveva Chagall -. Sono a contatto solo con cose che hanno a che fare con l'amore».

«Il messaggio centrale che l'artista vuole portare - ha spiegato Sorek - è l'amore per la vita. Un amore che si esprimeva per il suo villaggio, la sua infanzia, l'ebraismo, sua moglie Bella, fino a quello per la natura».

«L'intento di questa mostra - ha spiegato ancora la curatrice - era proprio quello di far conoscere al visitatore uno Chagall inedito. Abbiamo esaltato aspetti diversi dell'artista rispetto a quelli che siamo abituati a vedere. Chagall usava molto i colori, noi qui abbiamo esposto soprattutto raffigurazioni in bianco e nero che esprimono il messaggio universale di Chagall, che è l'amore. L'amore per la vita - ha continuato - per la sua patria, la Russia, per l'ebraismo, per la Francia e soprattutto per sua moglie Bella, che da terreno diventa ideale».

La mostra ha anche una parte interattiva, opera del francese Fabien Iliou, che ha animato alcune illustrazioni in bianco e nero di Chagall con i colori con cui il pittore amava realizzare le sue opere. Nella sala centrale del Chiostro del Bramante è infatti installato uno schermo sul quale il visitatore può osservare le fasi di composizione dell'opera.

In un'altra sezione invece il visitatore può immergersi, e fotografarsi mettendo il suo viso al posto di quello dei due amanti, in uno dei dipinti più famosi e poetici dell'artista russo, La passeggiata (di cui alla mostra è presente una gouache del 1919).
 
FONTE: ilmessaggero.it

mercoledì 4 marzo 2015

Luce e materia. A Milano il meglio di Medardo Rosso

Luce e materia. A Milano il meglio di Medardo Rosso
 
A trent'anni di distanza dall'ultima mostra a lui dedicata, il capoluogo lombardo torna a ospitare un'esposizione delle opere del grande scultore, protagonista dell'Impressionismo e artista di richiamo internazionale. Alla Gam le  più importanti sculture e gli scatti fotografici del maestro, torinese di nascita ma meneghino di adozione
 
"E' lui più grande scultore vivente". Così Apollinaire giudicava Medardo Rosso, l'artista che seppe rivoluzionare il linguaggio scultoreo, dissolvendo l'impatto materico in una costruzione in cui oggettività e soggettività si compenetrano, senza  barriere tra fisico e psichico. L'occasione per un incontro ravvicinato lo offre la mostra organizzata alla Gam, Galleria d'Arte Moderna, di Milano, all'interno del programma di Expo in Città: "Medardo Rosso - La luce e la materia", a cura di Paola Zatti, conservatrice della galleria d'Arte Moderna di Milano. Una rassegna che vede in esposizione anche l'opera "Madame X ", lavoro simbolo di Medardo Rosso che ha eccezionalmente lasciato la Veneziana Cà Pesaro, che se pur datato 1896, precorre con fascino e mistero la sintesi plastica estrema, anticipatrice della modernità a cui quest'autore aprirà le porte.

Medardo Rosso, artista a cavallo tra Otto e Novecento ha anticipato molte tendenze che sarebbero arrivate in seguito. Torinese di nascita, dopo aver esordito come pittore, nell'82 si iscrisse ai corsi di nudo e di plastica dell'Accademia di Brera dalla quale dopo nemmeno un anno fu espulso a causa della sua insofferenza per quell'insegnamento. I suoi primi lavori tendono alla "ricerca del vero" , comprensiva delle qualità psicologico-caratteriali del
ritratto, e si connotano subito per la scelta di temi contemporanei: emarginati, gente comune,  vita moderna. Il riferimento positivista al dato concreto e la ricerca della realtà prende forma nella fusione della figura con l'atmosfera, attraverso una sorta di abolizione dei contorni. "La materia da un lato - ha spiegato la curatrice - è ciò su cui lui si tormenta una vita intera e di cui la mostra cerca di restituirne tutti i diversi aspetti e declinazioni, presentando opere in bronzo, cera e gesso. E la luce, perché è il punto cui lui voleva arrivare, lui disse: 'Non c'è nulla di materiale, noi stessi siamo solo scherzi di luce. E' la sua frase più famosa". Il segno, la luce e le  ombre furono gli elementi che elesse a protagonisti principali  della sua arte, anche di grande fotografo. Tra le opere in esposizione il bellissimo "Enfant malade" e gli "Ecce puer", "L'enfant juif", le due versioni in gesso e bronzo della "Ruffiana" e "l'Enfant malade" nella versione in cera di Dresda e quella di bronzo dalla Gam. "Come tutti gli artisti che si sono tormentati su aspetti grandi della creazione artistica - ha concluso la curatrice - c'è ancora molto da scoprire su di lui".  La mostra è organizzata e prodotta dalla Gam, da 24 ore Cultura - Gruppo 24, insieme al Museo Rosso di Barzio, e resterà aperta al pubblico fino al 31 maggio.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

lunedì 20 gennaio 2014

Da De Chirico a Botero, sbarca a Milano un nuovo spazio espositivo



La Galleria Luigi Proietti apre un nuovo Showroom espositivo a Milano, in via Nicola Antonio Porpora 40/42, a 300 m da piazzale Loreto e Corso Buenos Aires, confinante con la casa dove è vissuto Lucio Fontana. Lo spazio espositivo si sviluppa su tre livelli per un totale di 850 mq, con un giardino esterno dove spiccano sculture di artisti come Botero, de Chirico, Mitoraj, Arman, Paladino, Spoerri e Norberto.

Di quest’ultimo, grande Maestro umbro, è possibile ammirare la famosa scultura in bronzo di colore bianco “Il ritorno di Francesco dalla battaglia”, già presentata all’antologica realizzata ad Assisi (aprile- giugno 2013) e che verrà donata a Papa Francesco. All’interno delle due ampie sale espositive, si possono ammirare opere dei maggiori artisti italiani e stranieri del’ 900: opere di Fontana ( “concetto spaziale – attese”, idropittura su tela del 1959 cm. 73,5 x 75, prima opera di colore rosso realizzata dal Maestro e “Concetto spaziale-attese”, idropittura su tela, bianco del 1963/64 cm. 46 x 38), De Chirico ( “Le muse inquietanti” olio su tela del 1959 cm. 97 x 66 e “ Piazza d’Italia” del 1914 cm 40 X 50 ), Boccioni ( “Busto di signora” olio su tela del 1911 cm. 80 x 80), Botero ( “Donna con bambino” olio su tela del 1995 cm. 145 x 122), Balla, tre splendide opere di Massimo Campigli dagli anni ’30 al ’50, due bronzi di Mitoraj ( “Busto” e Dea Ferita”), tre opere di Burri ( “Cellotex” del 1980, “Combustione” del 1971 “ Bianco e nero” del 1969”), Rotella ( Decollage del 1957), tre dipinti di Afro tra cui una tecnica mista su tela “ Le fosse” del 1962 cm. 110 x 120, Warhol ( “Jacqueline Kennedy” opera unica degli anni ’80), Castellani, Bonalumi, Simeti, Plessi, Sironi, Carrà, Casorati, Dorazio anni ’60, Chia, Cucchi, Paladino, Dadamaino, Rabarama,Norberto ( dipinti e sculture degli anni ’60). La mostra sarà visitabile su appuntamento fino a Giovedì 19 dicembre e riaprirà dopo il 10 gennaio 2014. Nel periodo di chiusura è possibile comunque ammirare le opere nelle altre due sedi di Cortina d’Ampezzo in C.so Italia.

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 13 dicembre 2013

Zurbarán. A Ferrara il mistero della luce plastica

Zurbarán, la grande mostra di Ferrara


Palazzo dei Diamanti ospita la monografica, la prima in assoluto dedicata in Italia all'artista. Cinquanta opere di una delle voci più alte e originali della scena del XVII secolo,  dipinti sostenuti da un'impostazione monumentale e teatrale potentemente comunicativa. Capace di apportare spunti innovativi anche a generi tradizionali come quello devozionale e la ritrattistica.


Anche i grandi classici possono riservare delle sorprese inaspettate. E' il caso della mostra che ospiterà ancora per poco Palazzo dei Diamanti di Ferrara, dedicata a Zurbarán. Sono alcuni mesi che Ferrara ha aperto le sue porte al genio spagnolo, e la proposta prosegue fino a metà gennaio. Da segnalare subito le aperture notturne dal 31 dicembre al 6 gennaio, l'incontro potrebbe essere molto speciale soprattutto per chi ha dell'autore una conoscenza prevalentemente scolastica. 

Francisco di Zurbarán nasce alla fine del '600, fu l'artista che meglio seppe rappresentare la religiosità controriformista della chiesa spagnola del 17° secolo. E' il rappresentate, con Velázquez e Murillo, del secolo d'oro della pittura spagnola, in particolare di quel naturalismo che lasciò un'eredità che seppe contagiare tutta l'arte europea. Capace di invenzioni grandiose ma semplici al tempo stesso, riuscì a creare una poetica essenziale e pura, delle forme. Il suo approccio coloristico decisamente innovativo, fatto di delicati contrasti, influenzò tutti i movimenti moderni a partire dagli Impressionisti, fino alle Avanguardie del Novecento. A distinguersi per assoluta originalità fu la fase finale della sua attività, durante la quale si dedicò prevalentemente allo studio della natura morta, che seppe reinventare stravolgendo i canoni dell'epoca, e proponendo una ricerca di volumi ottenuti isolando o raggruppando oggetti della vita quotidiana. 

La mostra è stata organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Centre for Fine Arts di Bruxelles con la speciale collaborazione del Museo Nacional del Prado di Madrid e del Museo de Bellas Artes di Siviglia, e offre l'occasione di ammirare per la prima volta in Italia i capolavori del grande maestro del barocco spagnolo. Le opere provenienti da musei e collezioni private europee e americane, permettono di ripercorrere i principali cambiamenti della vicenda artistica di Zurbarán. La mostra è articolata in 8 sezioni, ognuna dedicata a un contesto specifico, e il  percorso è cronologico e tematico. Prende il via dai dipinti con cui si afferma sulla scena di Siviglia, "la Firenze spagnola", come lo splendido San Serapio (1628, Hartford, Wadsworth Atheneum Museum of Art), la Visione di San Pietro Nolasco (1629, Madrid, Museo del Prado) o il più tardo San Francesco (c. 1635, Milwaukee Art Museum). Si prosegue poi con le figure di santi e profeti, che assurgono a simboli di intensa spiritualità, fino alla produzione degli ultimi anni, come ad esempio nel San Giovanni Battista (c. 1659, Collezione privata), o la Madonna col Bambino e San Giovannino (1662, Bilbao, Museo de Bellas Artes), ultima opera firmata dall'artista.

Affascinante è lo Zurbarán  più tenebroso, quello delle tele più originali, che gli fecero guadagnare l'appellativo di "Caravaggio di Spagna", dove il confine tra sacro e profano è sottile e la luce gioca un ruolo determinante nel dialogo tra le due dimensioni. San Francesco con teschio nella tomba, è l'esempio più vivido di questo linguaggio fatto da composizioni apparentemente semplici, ma profondamente coinvolgenti. Nel dipinto del santo in estasi, la luce compie un miracolo: permea lo spazio d'intensa spiritualità, modella il volume scultoreo del protagonista e lo  immobilizza contro il fondo neutro che ne sottolineano il carattere austero ed esemplare.

L'esposizione è curata da Ignacio Cano con la consulenza di Gabriele Finaldi, con questa mostra la città di Ferrara vuole rilanciare il proprio progetto culturale, che consiste nel portare al pubblico italiano autori di altissimo livello, non particolarmente noti nel nostro paese come è il caso del  percorso, molto personale, di Zurbarán che seppe trasformare l'arte figurativa sacra medievale in una nuova iconografia, assolutamente originale.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it) 

giovedì 28 novembre 2013

Antonello da Messina a Rovereto


Il Mart di Rovereto ospita fino al 12 gennaio 2014 una mostra che mette sotto i riflettori i capolavori di uno dei massimi esponenti dellapittura siciliana del XV secoloAntonello da Messina.
L’esposizione curata da Ferdinando Bologna e Federico De Melispropone opere provenienti da prestiti internazionali e offre un’indagine articolata e uno sguardo originale sulla figura del grande artista messinese e sul suo tempo.
Questa rilettura di Antonello da Messina non offre solo la ricerca dellacollocazione cronologica delle opere, l’analisi dei rapporti con imaestri a lui contemporanei, delle similitudini e delle differenze, ma è concentrata anche su una profonda analisi dell’intelligenza poetica di un pittore che ha saputo cogliere le sfumature psicologiche e le caratteristiche più intime dell’esistere.
La mostra è stata resa possibile grazie a preziose collaborazioni con alcune tra le più importanti istituzioni culturali come i musei della Regione Sicilia, la Galleria Borghese di Roma, i Musei Civicidi Venezia, la Fundación Colección Thyssen Bornemisza di Madrid, il Philadelphia Museum of Arte il Metropolitan Museum di New York. La National Gallery di Washington, ad esempio, si priva per tutto il periodo della mostra roveretana di due opere appartenenti alla collezione permanente. Sono inoltre esposte alcune opere non presenti nella recente retrospettiva dedicata a Antonello da Messina come il “Ritratto d’uomo” appena restaurato, proveniente dal Philadelphia Museum of Art, il “Salvator Mundi” della National Gallery di Londra, la “Madonna Benson” custodita nella National Gallery di Washington.
Il percorso espositivo parte dalla formazione di Antonello, avvenuta nella Napoli di Alfonso d’Aragona tra esperienze provenzali-borgognone e fiamminghe, e si sviluppa con l’acquisizione progressiva della sintassi italiana, e l’aprirsi a una dimensione mediterranea europea, fino all’esito veneziano e post-veneziano che indica l’inizio di una nuova civiltà figurativa. La mostra riesamina anche il dibattito relativo al rapporto di Antonello con la Milano sforzesca, quasi in parallelo con le nuove ricerche di tipo spaziale lì condotte dal giovane Bramante, come indicano, tra le opere in mostra, il“Cristo alla colonna” e il disegno “Gruppo di donne su una piazza, con alti casamenti” entrambe provenienti dal Louvre.
Non manca al Mart anche il quadro più rappresentativo di Antonello da Messina: l’Annunciataproveniente dalla Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis di Palermo.

FONTE: luxgallery.it

martedì 22 ottobre 2013

Romero Britto, la pop art arriva a Palazzo Torlonia


Mostra Romero Britto

E’ venuto a Roma questa volta per conoscere Papa Francesco. Uno dei principali esponenti della pop art mondiale, Romero Britto, è in questi giorni nella Capitale e a Palazzo Torlonia, organizzato da Gloria Porcella della galleria d'arte Ca' d'Oro di piazza di Spagna, espone alcune delle sue opere.

Colorate, piene di vita, veri e propri capolavori contemporanei. Apprezzati in tutto il mondo. Oggi ha regalato la sua riproduzione della Vergine Maria al Papa.

“Se non avessi l’arte la mia vita non sarebbe così piena di significato”, dice.

Tutto è cominciato in Brasile, dove l’artista è nato. “Ho iniziato a disegnare a otto anni e con il tempo ho capito che era quello che volevo fare a tempo pieno”.

“L’arte per me significa tutto – ci racconta – è come respirare”.

Negli anni è diventato un artista conosciuto in tutto il mondo. Disney, Ford e Campari hanno chiesto a lui di rappresentare i loro marchi. Per il 41esimo Super Bowl, Romero Britto ha anche realizzato i costumi di scena. E’ uno dei pochi artisti contemporanei in grado di conciliare creatività e pubblicità, rendendo l’arte popolare.

Anche per questo, è stato nominato dalla FIFA come ambasciatore per il Paese del Brasile. Tanti i ritratti fatti da lui di persone conosciute in tutto il mondo, dalla Regina Elisabetta a Andre Agassi.

E’ possibile visitare l’esposizione delle creazioni di Britto su appuntamento presso gli uffici Methorios Capital di Palazzo Torlonia fino al 10 novembre.

ROMERO BRITTO - a cura di Gloria Porcella e Lamberto Petrecca - Dal 20 ottobre al 10 novembre
Uffici Methorios Capital - Palazzo Torlonia - Via Bocca di Leone, 78 - 87 Roma

domenica 20 ottobre 2013

Dalle statue Bantu al grande design Pad, cinque continenti in mostra


A Londra, nel cuore di Myfair, parte oggi la settima edizione della manifestazione che raccoglie artisti e designer di tutto il mondo

Ci sono pochi posti al mondo dove vedere raccolta una selezione di oggetti preziosi come al Pad London, in Berkeley Square, in pieno Myfair, il cuore chic della capitale. Alla settima edizione, la manifestazione, che si apre oggi, raccoglie gallerie di arte e design dai cinque continenti: un’esposizione di pezzi unici, che la maggior parte del pubblico potrà solo accontentarsi di guardare. 

Quest’anno ha una spazio particolare l’arte tribale, con la celebre collezione africana di Bernard Dulon che espone una deliziosa statua lignea di un guardiano del sepolcro, appartenuta alla tribù Fang, Bantù dell’Africa Centrale. Non mancano reperti egizi, romani e greci che potrebbero essere stare in un museo, e di fatto molti hanno lunghe permanenze nei musei nella loro storia. Per la prima volta è ospitata, alla galleria Jean Christophe Charbonnier, una collezione di armature giapponesi medievali. 

Gli americani della Van De Weghe Fine Art hanno un disegno femminile in acquerello e matita di Egon Schiele, “La ragazza con lo scialle giallo”, proveniente da una collezione privata, esposto per la prima volta. Per quel che riguarda l’arte, le gallerie italiane sono in prima fila: la Tega di Milano espone la scultura di una formosa donna di Botero a cavallo di un altrettanto formoso cavallo, insieme a De Chirico, Fontana, Morandi, Picasso e Basquiat. Gli espositori italiani sono concordi nel dire che per loro è il mercato straniero ad essere diventato strategico, dai noi la crisi non perdona. 

Particolarmente ricca la presenta di opere di designer del XX secolo, come la lampada da tavolo di Pietro Chiesa alla britannica 88-Galleria, destinata ad arredare una casa disegnata da Carlo Mollino nel 1938. Oppure la ormai classica “Egg Chair” di Arne Jacobsen alla galleria svedese Modernity. Pad London è un museo da non perdere e per qualcuno una boutique dove chiudere con il possesso il cerchio del piacere estetico. 

FONTE: Claudio Gallo (lastampa.it)

martedì 8 ottobre 2013

La stagione di Frida Kahlo


L’Orangerie dedica una mostra all’ artista messicana che sarà protagonista anche di una grande esposizione a Roma nella prossima primavera. 

L’arte come espressione della vita. Tragica e sofferta nel caso di Frida Kahlo che proprio attraverso la propria personalità e l’originalità di un lavoro che sfugge alle etichette si è trasformata in un’icona. Eppure malgrado l’affetto che tutto il mondo le riserva ogni volta che le sue opere vengono menzionate, le mostre a lei dedicate non sono poi così frequenti.

La nuova stagione culturale italiana sembra però voler porre rimedio a tale assenza con una grande esposizione alla Scuderie del Quirinale, attesa a Roma per la primavera del 2014. 
E nel frattempo, dal 9 ottobre al 13 gennaio, anche il Museo dell’Orangerie, in collaborazione con il museo Dolores Olmedo de Mexico, dopo 15 anni di silenzio porta a Parigi l’arte della Kahlo eccezionalmente esibita insieme a quella del compagno Diego Rivera, instaurando un dialogo tra i loro universi così differenti eppure complementari. 

Le opere di Frida, piccole e intime come diari, accostate ai murales di Diego, monumentali messaggi al pueblo negli anni successivi alla rivoluzione, offriranno l’occasione di mettere in luce il comune attaccamento alla terra che percorre le opere dei due artisti attraverso rimandi storici, mitici, simbolici, e anche la passione che li legò personalmente. 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 11 settembre 2013

Prato. Il laboratorio del Rinascimento


Una grande mostra fa tornare a casa molti capolavori per raccontare un'altra storia della genesi del Rinascimento. E restituire alla città una parte dei meriti della nascita del momento d'arte forse più alto della storia.  "Da Donatello a Lippi. Officina pratese" è ospitata a  Palazzo Pretorio, dal 13 settembre  al 13 gennaio 2014. Oltre 60 opere e un comitato scientifico top class


"In sul canto a Mercatale, pur di Prato, dirimpetto alle monache di Santa Margherita... fece in un tabernacolo a fresco una bellissima Nostra Donna, con un coro di serafini in campo di splendore... e il resto di tutta l'opera è colorita con tanta freschezza e vivacità, che merita perciò essere lodato infinitamente"

(Giorgio Vasari, Vita di Filippo Lippi, 1568)

E' La città di Prato con il suo splendore antico al centro delle parole del Vasari, ed ora il secondo comune della Toscana per popolazione, con una mostra eccezionale, torna ad offrire un'occasione imperdibile per uno sguardo nuovo al Rinascimento.  Ad essere ricostruito, attraverso opere provenienti da musei di tutto il mondo, è un preciso periodo storico, un momento circoscritto, che nel Quattrocento ha visto avvicendarsi nella città, gli artisti più importanti dell'epoca. La "Manchester della Toscana", definizione attribuitale a causa dell'impetuoso sviluppo industriale che dall'Ottocento la vede tra le capitali della produzione tessile, tradizione risalente all'epoca medievale e che l'attuale crisi ha messo a dura prova, dietro a questo aspetto predominante, la città  vanta una realtà di attrattive artistiche imperdibili, sia storiche che contemporanee;  è infatti giusto ricordare la ricca attività espositiva e di ricerca del Museo Pecci, capace di attirare pubblico anche internazionale.


L'esposizione "Da Donatello a Lippi. Officina Pratese", curata da Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli, mette insieme opere provenienti da alcuni dei maggiori musei internazionali, come il Musée del Louvre o la National Gallery di Londra, tutte opere pratesi, realizzate proprio per la città e il loro rientro permette non solo di farle dialogare fra loro , ma di ricomporre per raccontare quel nucleo di rapporti e relazioni su cui si basò un tragitto fondamentale del percorso della storia dell'arte con la A maiuscola. 

Prato nel Quattrocento era un luogo ricco e vitale, il forte legame con i Medici e la presenza di validi imprenditori, determinò la necessità di legittimarsi e di crearsi un'identità propria, per superare il provincialismo che la caratterizzava. Ciò passò attraverso l'arte e la possibilità di attrarre i maggiori artisti presenti sulla scena. La fabbrica della prepositura di Santo Stefano (la cattedrale), diventa il cantiere attorno al quale ruota il centro artistico della città, oltretutto qui è custodito uno degli elementi identitari di Prato, la reliquia del Sacro Cingolo (la cintola dell'Assunta). Fu così che artisti come Donatello, Paolo Uccello e Filippo Lippi, con il loro passaggio e le loro opere, fecero fare un grande passo in avanti a Prato, che fu allora un'officina sperimentale del Rinascimento. 

Nel 1428 a Donatello e Michelozzo fu affidata la realizzazione di un pulpito sulla facciata della Pieve per l'ostensione della reliquia, opera che rappresenta uno dei frutti più alti della collaborazione tra i due scultori fiorentini. Prato conserva anche un'altra opera del giovane Donatello, un rilievo in terra cotta con Madonna e Bambino fra due angeli, realizzata poco dopo il 1410. 

In parallelo col pulpito, un altro grande giovane artista realizzava la decorazione della  cappella dell'Assunta: Paolo Uccello. Il ciclo con Storie della Vergine e di Santo Stefano, appartiene alla fase giovanile dell'artista, in mostra  si possono vedere altri suoi dipinti del periodo, opere caratterizzate da ori tardogotici, nelle quali si percepire già l'interesse, che diventerà poi ossessivo, per la prospettiva. Tra questi la pala "San Giorgio e il drago", uno dei prestiti arrivati da più lontano, proveniente dalla National Gallery of Victoria di Melbourne.

L'artista che segna maggiormente il rinascimento pratese è però Fra Filippo Lippi, la cui permanenza nella città dura più di un decennio e si caratterizza con situazioni che vanno oltre la realizzazione di opere artistiche. Scandali, tra cui la nascita di un figlio avuto da una monaca.

Filippo Lippi fu  chiamato a metà del secolo, nel 1452, per la decorazione della cappella maggiore della Pieve, vi rimase fino al 1467 alternando altri impegni alla realizzazione. In esposizione si trovano infatti opere coeve anch'esse cariche di quell'innovazione teatrale, fatta di soavità e dolcezza, che mette in secondo piano la razionalità prospettica, come ben testimonia la pala con la Morte di San Girolamo, in arrivo dalla Germania dal Staatliche Lindenau Museum.

Tra gli altri in esposizione si può ammirare il Maestro della Natività di Castello, forse identificabile con Piero di Lorenzo di Pratese, che poco prima del 1450 dipinse la sua unica pala d'altare qui ricomposta con la predella, divisa fra Londra e Philadelphia. Di Maso di Bartolomeo, autore del candelabro per la Pieve,  per la prima volta si può vedere il confronto con il suo gemello fatto per il Duomo di Pistoia. Fra Diamante, allievo fedele di Lippi è presente in mostra con ci varie opere che testimoniano la precisione che dà ai suoi lavori un sapore quasi iperrealista.

La settima e ultima sezione della mostra è dedicata a Filippino Lippi, nato a Prato nel 1457 dall'unione tra Lucrezia Buti e fra Filippo Lippi. All'età di soli 11 anni perde il padre e dopo un periodo di affidamento a Fra Diamante, verrà educato artisticamente dal Botticelli , che a suo tempo fu allievo di del padre Filippo Lippi.  Questo intreccio di personalità, si ritrova nella mostra: in esposizione c'è una predella di Filippino, con un crocifisso attribuito a proprio al Botticelli.   

La mostra è un'occasione storica per vedere uno dei momenti più alti dell'intera storia dell'arte italiana. Il Quattrocento rivive in questa grande esposizione che oltre ad essere frutto di una rigorosa ricognizione, offre la possibilità di conoscere capolavori, alcuni arrivati per la prima volta in Italia. Ad ospitarla sono gli spazi di Palazzo Pretorio, monumento simbolo di Prato, che riapre dopo più di 10 anni di restauri, nel 1998 fu chiuso per problemi strutturali. A Firmare il progetto dell'allestimento, promosso dal Comune di Prato, gli architetti Adolfo Natalini, Marco Magni e Piero Guicciardini. 

"Da Donatello a Lippi Officina Pratese"
Prato, Museo Civico, Palazzo Pretorio 
13 settembre 2013  -  13 gennaio 2014

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

martedì 3 settembre 2013

A Villa Medici c'è Victor Man, il pittore della memoria



"Il mio lavoro ha molto a che fare con la memoria perché gli oggetti che dipingo, sebbene estrapolati dal loro significato originario, recano tracce del loro passato. E implicitamente essi si collegano con la memoria, che è già presente in loro, nel loro sangue”. Victor Man, quarantenne artista rumeno, usa queste parole per parlare della sua pittura che lo ha rivelato alla critica internazionale nel 2007, quando fu invitato a rappresentare il suo paese nel padiglione della Romania alla Biennale di Venezia.

Il suo particolare linguaggio stilistico, derivato dalla fotografia d’archivio, ma mescolato con influenze provenienti da ambiti culturali diversi, in particolare dalla letteratura e dal cinema, ma anche dalla pittura dell’Ottocento e dalla Pop Art. Ha aperto nuove possibilità alla pittura figurativa, sollecitando le sue relazioni con la storia e con la finzione.

Da alcuni giorni, l’Accademia di Francia a Villa Medici ha inaugurato una personale dedicata a Victor Man, dal titolo “In un altro aprile”, che chiude un ciclo di tre mostre intorno al concetto di Accademia e al rapporto degli artisti contemporanei con la tradizione, a cura di Alessandro Rabottini (fino al 1 settembre, viale Trinità dei Monti 1. Info: www.villamedici.it ).


Nelle sale della villa al Pincio, sono esposti, sia i dipinti elaborati da fotografie, che illustrano la prima fase della ricerca di Victor Man, che le opere più recenti, dove le immagini, le referenze iconografiche, sono allo stesso tempo letterarie, storico-artistiche e autobiografiche, mescolando i diversi livelli di lettura. Lo spettatore viene avvolto da un senso di ambiguità e spaesamento, che spesso, e volutamente, pervade le opere dell’artista. Le sue pitture dai toni cupi e gli assemblaggi di oggetti decontestualizzati, sono intrisi di malinconia e sottintendono preoccupazioni personali, legate a temi universali, quali l’identità declinata attraverso la figura dell’androgino.

I gesti delle figure, nelle sue opere, sembrano sospesi tra violenza e tenerezza. il mistico si sovrappone all’erotico e il sacro al violento, nella continua ricerca dell’eleganza della figurazione pittorica. Victor Man pesca nel “rimosso” della memoria collettiva e, osservando le sue opere, si ha la sottile percezione, a volte inquietante, di un “già visto”. L’artista non è mai esplicito, ma ci fornisce indizi, e le sue immagini risultano enigmi, che affiorano come stati d’animo e ricordi sfuggenti.

FONTE: Valentina Bruschi (ilmessaggero.it)

giovedì 16 maggio 2013

Dipinti, sculture e armi antiche: a Villa d'Este l'arte della caccia














ROMA - Daini e caprioli, spesso cinghiali, a volte addirittura orsi in fuga ansimanti inseguiti da mute di cani. Falconi che volteggiano nel cielo. E i fuochi dei servitori che stanano gli animali spingendoli verso i cavalieri armati, in attesa. Decine e decine di ettari di terra verde e lussureggiante, alberi, cascate, fiumi e stagni trasformati in un unico immenso parco giochi che evoca l’Eden ma che per gli animali braccati e in fuga si trasforma in un inferno di intere giornate di inseguimenti. Centinaia, anche migliaia di cavalieri e dame, servitori al seguito, abiti sfarzosi ricchi di piume e veli, cappelli e mantelli drappeggiati e cavalli dalle criniere pettinate e arricciate.

L’OSTENTAZIONE

Niente come la battuta di caccia principesca somigliava di più, nell’antichità, all’ostentazione di una ricchezza senza limiti, di un potere di vita e di morte valido anche in tempo di pace, dell’autocelebrazione di un’intera classe sociale. Ce lo racconta con una fastosa raccolta di dipinti e sculture provenienti dai musei pubblici romani tra cui Palazzo Corsini, Palazzo Venezia, Galleria Colonna e i Musei Capitolini, la mostra “Cacce principesche. L’arte venatoria nella prima età moderna” dal 17 maggio a Tivoli allestita nelle stanze affrescate a tema di Villa d’Este, sede perfetta per rievocare una tradizione nobiliare che la vide protagonista, sotto la guida del cardinale, mecenate e amante dell’arte Ippolito II d’Este, di cacce tanto principesche da raccogliere migliaia di ospiti e ricordate per la presenza di partecipanti illustri come Margherita de Medici, Scipione Gonzaga e i principi Sforza.

Non era un semplice passatempo ma un’arte complessa, con le sue regole e i suoi cerimoniali a rappresentare la stessa ragione d’essere di un’aristocrazia potente e ricchissima. La lunga preparazione, le ricchezze impiegate per ospitare migliaia di ospiti, l’organizzazione meticolosa degli spostamenti da una tenuta all’altra, la presenza di animali splendidi come cinghiali, daini o caprioli, e la lotta fra le corti d’Europa per accaparrarsi gli esemplari migliori di cani e cavalli appositamente addestrati, sono minuziosamente raccontati da lettere, registri spese e atti amministrativi conservati nell’archivio estense e studiati a fondo da Marina Cogotti, direttore di Villa d’Este, in occasione nel convegno che si è tenuto nel 2010 per le celebrazione del V centenario della nascita del cardinale Ippolito. «E dopo la mostra dello scorso anno dedicata all’arte del banchetto, stiamo lavorando a una terza esposizione per il prossimo anno che avrà come tema il paesaggio o il giardino tiburtino» spiega la Cogotti.

LEOPARDI COME PREDE

Che la caccia fosse il passatempo prediletto di Ippolito, figlio di Lucrezia Borgia, nipote di Cesare e esperto dell’arte venatoria imparata direttamente nello sfarzo delle corti francesi e della stessa Ferrara dove, secondo la tradizione, la caccia si praticava con i leopardi, lo testimoniano senza possibilità di equivoci proprio le carte. «Il primo atto di compravendita firmato da Ippolito non appena arrivato a Tivoli – spiega la Cogotti – fu proprio quello relativo ai terreni destinati alla sua personale riserva di caccia. Un’area immensa che includeva anche terreni lavorati dai contadini locali che ne vennero espropriati con la creazione di un vero e proprio muro di cinta».

Le oltre sessanta opere esposte nelle sale della villa in occasione della mostra promossa dalla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici del Lazio, testimoniano al meglio il grande potere evocativo che le scene di caccia seppero sempre rappresentare. «Dipinte e scolpite, le rappresentazioni delle arti venatorie sono figurate su arazzi e affreschi e, con l’avvento della stampa, riprodotte e diffuse in centinaia d’esemplari – spiega il curatore della mostra Francesco Solinas - verso la metà del Cinquecento, si afferma un’importante produzione di scene di caccia, un nuovo genere artistico che godrà di vasta fortuna sino all’Ottocento».

In mostra ovviamente le opere di Antonio Tempesta «massimo esegeta del genere venatorio ad affresco, su tela, su rame e su pietra» come spiega Solinas, ma anche dei fiamminghi Bril e Brueghel, e di coloro che raccolsero la loro eredità come Michelangelo Cerquozzi e Peter Boel. A completare la mostra una selezione di armi antiche, arrivate eccezionalmente per l’occasione dal Museo Stibbert di Firenze.

FONTE: Maria Grazia Filippi (ilmessaggero.it)


lunedì 25 marzo 2013

Quando l'abito fa il potente: mostra e libro sulla genesi del potere maschile



PARIGI - La toga del civile Giulio Cesare (e il meno civile Bokassa), il tre pezzi, culottes-gilet-giacca, dell’ingessato Luigi XIV (e, culottes a parte, del più disinvolto John Fitzgerald Kennedy), l’uniforme e, all’occasione, il mantello d’ermellino di Napoleone, le maniche di camicia di Barack Obama fino al nostrano loden di Mario Monti: l’abito non farà il monaco, ma può fare un papa (vedi le scarpe rosse dell’ex pontefice) e comunque, di sicuro, fa il potere. 
Se non bastassero millenni di storia, governanti e vestiti a dimostrarlo, lo attestano, in contemporanea, ben due mostre e un documentatissimo libro in Francia. “Fashioning Fashion” al museo delle arti Decorative del Louvre, “Costumer le pouvoir, opéra et cinema” al Centro nazionale del costume di scena a Moulins e “Les habits du pouvoir - Une histoire politique du vêtement masculin” (edizioni Flammarion), 280 pagine di immagini, vestiti e analisi storiche compilate dai fratelli Gaulme, François, storico e antropologo, e Dominique, giornalista. La tesi è una: il potere si conquista, si perde e soprattutto s’indossa. 

I SIMBOLI
Fin dall’origine, pelli e pellicce prima ancora dei tessuti, sono servite più ad affermare uno status che a coprire le nudità o a riscaldare. Primo tessuto in mostra a Parigi, un enorme pezzo di stoffa circolare di circa sei metri di diametro: la toga. Niente di meno pratico e più simbolico. Lasciava libero soltanto il braccio destro e impediva la maggior parte dei movimenti: abito per chi gli ordini li impartiva e non doveva eseguirli. Giulio Cesare fu il primo a farne un abito da capo. Un paio di millenni dopo, l’idea fu ripresa da Bokassa primo, incoronato imperatore del Centrafrica il 4 dicembre 1977. Dall’opera dei fratelli Gaulme scopriamo che Cesare fu un precursore anche per le scarpe. Ne indossava soltanto di rosse, colore di principi, sacerdoti e dei. Ispirò in questo modo Luigi XIV, che lanciò la moda dei tacchi rossi a Versailles, e qualche altro papa a Roma. Sempre il re Sole decise di farsi cucire addosso il potere assoluto in tre pezzi: culottes, gilet e giacca. L’insieme, intessuto con fili d’oro e pietre preziose, costringeva a mantenere una postura delle più altere e ieratiche, del tutto in linea con la moda, anche politica, del tempo. «C’era una silhouette da rispettare – spiega Denis Bruna – con i giromanica molto stretti sulle spalle, l’abito obbligava a stare molto dritti, con il busto spinto in avanti… una tenuta impossibile da portare per qualcuno che dovesse svolgere un qualsiasi lavoro». 

DISTENSIONE
Con la democratizzazione del potere, anche i vestiti si distendono. Se Napoleone sdoganò in Occidente l’uso dell’uniforme (oggi ancora cara al russo Putin), è grazie al dandy inglese George Brummel che i re prima, e i presidenti e altri capi poi, poterono lasciarsi andare a un’eleganza più decontractée. Sostituite le culottes con i pantaloni, il re Giorgio IV alleggerì il tre pezzi del monarca osando colori come il verde mela o il rosa. Se oggi sarebbe impensabile esibire il sigaro come faceva con ostentazione Winston Churchill e il più liberal John Fitzgerald Kennedy, ha invece fatto scuola il gilet e il mocassino indossati senza timore dal più giovane dei presidenti americani. Costretti a viaggiare, a cambiare continuamente fuso orario e clima, a dormire in aereo, a lavorare in treno, resistere a riunioni maratona, i leader di oggi si concedono abiti in cui il confort è il primo segno di potere. Per i fratelli Gaulme, la corona di leader più elegante va al segretario dell’Onu Ban Ki-moon, «discreto con molta classe». A dettare legge resta però il capo del mondo libero Barack Obama, che può contare non solo sulla forza della Casa Bianca, ma anche su una forma longilinea. E non sempre scegliere la cravatta è facile: sbagliò tutto per esempio il neo eletto presidente francese François Hollande, che si presentò in rigido tre pezzi e cravatta al suo primo G8 a Camp David. Errore: nonostante l’importanza delle decisioni, la riunione in campagna imponeva il maglioncino (come bene scelse Mario Monti) o al massimo una camicia aperta sul collo. «Da questo punto di vista – analizzano gli esperti – la Francia ha sempre avuto difficoltà con le regole non scritte».

FONTE: Francesca Pierantozzi (ilmessaggero.it)

mercoledì 9 gennaio 2013

C’è Serodine sulle orme di Caravaggio


Alla Pinacoteca Zust il grande del ’600 torna a casa

La prima mostra monografica di «Giovanni Serodine pittore d’Ascona» nel ticinese Palazzo delle Isole di Brissago risale al 1950 e precede di un anno il trionfo della mostra del Caravaggio nel Palazzo Reale di Milano. Le quattro opere del Serodine passate nel 1951 da Brissago a Milano, dove incontrarono il Tributo della moneta del Museo di Edimburgo e la Figura allegorica dell’Ambrosiana, fruttarono al pittore un’ammirata considerazione internazionale e una patente di sconvolgente eterodossia prerembrandtiana nel contesto del caravaggismo europeo di marca romana. Costituivano una sorta di tesoretto al quale andavano aggiunti altri capolavori esposti solo a Brissago, l’Invito ad Emmaus di Ascona, l’Elemosina di San Lorenzo dell’abbazia di Casamari, l’unica tela dell’artista esposta pubblicamente a Roma, e la colossale opera testamento del 1633, l’Incoronazione della Vergine della Parrocchiale di Ascona. Non era ancora stato scoperto il Cristo fra i dottori del Louvre, pubblicato solo nel 1986.

Intorno a questo tesoretto di uno dei massimi artisti del ’600, la cui nascita è ancora oggi dibattuta fra il 1594 ad Ascona e il 1600 a Roma da una famiglia immigrata, morto a Roma nel 1630 e del quale non c’è traccia documentale in patria, si sono susseguite le mostre ticinesi, a Locarno nel 1987 e a Rancate nel 1993, fino a questa con catalogo Silvana, a cura di Laura Damiani Cabrini e di Roberto Contini. Contini integra il tesoretto con due belle proposte, entrambe riferite alla metà degli Anni 20 del 1600 ed entrambe di collezioni private: una variante del Cristo fra i dottori del Louvre ribaltata da sinistra a destra e un Cristo deriso. Questo era stato esposto nel 1950 a Brissago come opera di Gerrit van Honthorst, detto Gherardo delle Notti, già appartenuta alla storica collezione ticinese Grecchi Luvini. In questa si trovavano originariamente e sono in mostra il formidabile Ritratto del padre del Museo Civico di Lugano, il San Pietro in carcere di Rancate e la Sacra Famiglia di Ascona, esposti. Una copia coeva del Cristo deriso proviene dalla parrocchiale di Gordola nel luganese. Qui emerge la succosa novità della mostra «territoriale» come spiega il sottotitolo «Brezza caravaggesca sulla Regione dei laghi».

Il radicamento profondo, carnale dello straordinario maestro nel suo ceppo famigliare e, per suo tramite, nella terra d’origine è testimoniato da molti segni, ben al di là dell’invio di capolavori in patria. Basta guardare l’emergere dall’ombra caravaggesca del possente, compatto gruppo della Chiamata dei figli di Zebedeo di Ascona. Questa presenta al centro la testa scolpita di luce del pittore, che la scritta dedicatoria dichiara ventitreenne. Intorno a questa si accalcano, di fronte al Cristo additante il cielo, che è il fratello Pietro, il padre con altri due fratelli in piedi e la madre che abbraccia Giovanni e il quarto fratello Bartolomeo inginocchiati. Le piante dei piedi di quest’ultimo firmano la discendenza dalla romana Madonna dei Pellegrini di Caravaggio. Si affiancano in mostra le specifiche consonanze coeve delle opere di Tanzio da Varallo, di Borgianni, di ter Brugghen e soprattutto dell’olandese Stom, oltre agli approdi caravaggeschi nel territorio ticinese e lombardo fra il Lario e il Cusio-Verbano. Domina all’inizio la stupenda pala con la Visione dell’Angelo e i santi Cecilia,Valeriano e Tiburzio, dipinta da Orazio Gentileschi nel 1607 a Roma per Santa Cecilia a Como e oggi a Brera.

SERODINE E LA BREZZA CARAVAGGESCA

RANCATE, PINACOTECA CANTONALE ZUST

FINO AL 13 GENNAIO

FONTE: Marco Rosci (lastampa.it)