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sabato 24 ottobre 2015

Le cortigiane al Museo d’Orsay In mostra la Parigi peccaminosa.

Nana (1877) di Édouard Manet (1832-1883)

«Splendori e miserie», il mestiere più antico ritratto fra Secondo impero e Belle Époque

Nella Parigi Secondo impero-Belle Époque come possono distinguersi, fra le coppie che frequentano l’Opera, i teatri e sfilano sui boulevard, moglie e fidanzate «titolari» dalle cortigiane, parimenti eleganti, e magari dotate di un fascino maggiore? Ed ecco il «gioco delle ambiguità» cui partecipano artisti come Carolis-Duran, Béraud, Falguière, Armaury-Duval, Anquetin, Valtat. Dai palcoscenici ai caffè-concerto, dalle birrerie ai cabaret, dalle sale da tè ai bordelli (popolari o di lusso), le donne scatenano la fantasia di pittori, scultori, romanzieri e poeti. E anche dei fotografi, che scandagliano il loro corpo anche nei dettagli più intimi. Diverso il discorso per il cinema: va avanti man mano che si perfezionano le impressioni sulla pellicola.

Il fascino del proibito, del peccato è qualcosa di cui non si riesce a fare a meno. Prostituzione? In senso lato, sì («Prostituirsi letteralmente vuol dire mettersi in mostra, esporre al pubblico»). E il sesso si traduce in una sorta di laboratorio da cui attingere a piene mani. Per dare un’idea di quanto accadeva nella Ville Lumière, fra il XIX e il XX secolo, due musei hanno deciso di fare, prima a Parigi (Museo d’Orsay, sino al 17 gennaio) e poi ad Amsterdam (Museo Van Gogh) la mostra Splendeurs et misères. Images del la prostitution 1850-1910 (Splendori e miserie. Immagini della prostituzione), a cura di Isolde Pludermacher, Marie Robert, Nienke Bakker e Richard Thomson (catalogo Flammarion). Esposti dipinti, sculture, grafiche e fotografie. Grandi autori e qualche illustre sconosciuto. In accordo con modelle e clienti, i fotografi, tranne casi rarissimi, restano anonimi, per evitare guai. I dagherrotipi diventano depositari di avventure libertine.

La mostra tira. Il giorno dell’inaugurazione a Parigi pioveva a dirotto e c’era un forte vento. Nondimeno centinaia di visitatori si sono presentati alle 9 del mattino, ma sono rimasti delusi. Uno sciopero bloccava le entrate e a nulla sono serviti urla e fischi. Bisognava ritornare un’altra volta. Splendori e miserie è uno spaccato di storia del costume. Ai dipinti «specifici», se ne affiancano altri che illustrano i cambiamenti. Come il ritratto di Agostina Segatori, proprietaria del Café du Tamburin, eseguito da Van Gogh, con cui la modella italiana — che aveva posato per Manet e Corot — ebbe una relazione nel 1887.

Nella nuova Babilonia s’avanza un esercito composito di professioniste e avventizie. Alle giovani che frequentano l’Opera e i teatri - in genere per iscriversi alle scuole di ballo o a quelle di canto, pur non sapendo fare né l’uno, né l’altro, ma per trovare un ricco protettore -, si affiancano le cortigiane di lusso, lepierreuses («lavorano» in edifici abbandonati), le filles en carte (schedate dalla polizia), le verseuses (servono bevande alcoliche nei locali), le avventizie (modiste, fioraie, lavandaie che si concedono saltuariamente per sbarcare il lunario). Gli scenari: Parigi moderna, ma anche Roma e Atene antiche. I personaggi? Accanto alle immagini delle Folies Bergère (Boldini, Van Dongen), del Moulin Rouge e del Moulin de la Galette (Toulouse-Lautrec), si stagliano quelle dei teatri (Forain), dei ginecei (Vallotton), dei café (Degas, Evenepoil), delle lesbiche (Stuijters), dei boulevard di notte (Béraud, Giraud).

Non mancano i protagonisti di alcuni romanzi. Ecco Nanà di Zola nei dipinti di Manet e di Gervex; Marguerite, la Signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, interpretata da Sarah Bernhardt di Mucha. Ecco cortigiane famose: Marguerite Bellanger, amante di Napoleone III, è l’ Olympia di Manet e Cléo de Mérode , amante di Leopoldo del Belgio, è ritratta da Falguière. Non mancano soggetti storici: Maria Maddalena (Bérain e Mossa), le Tentazioni di Sant’Antonio (Cézanne), la Frine greca (Gérôme). E ancora: balli mascherati (Monet), nudi (Van Gogh, Degas), Il monumento alle cortigiane (Dalou), Les demoiselles d’Avignon (Picasso). 

Su uno sfondo di veri e finti scandali, la Parigi moderna si veste di crinoline. Nel pomeriggio, c’è l’«ora dell’assenzio» (Degas, Picasso). E, di sera, l’ora dei lampioni. Scrive Flaubert nel 1842 all’amico Ernest Chevalier: «Ciò che mi piace di Parigi sono i boulevard. Quando i lampioni iniziano a riflettersi negli specchi e i coltelli a tintinnare sui tavoli di marmo, io me ne vado a passeggio, in pace, lasciandomi avvolgere dal fumo del mio sigaro e scrutando le donne che passano. È quella l’ora in cui si sparge la prostituzione, l’ora in cui brillano gli occhi».

FONTE: Sebastiano Grasso (corriere.it)

venerdì 27 marzo 2015

Nasce MUDEC, il museo delle culture

Nasce MUDEC, il museo delle culture


Taglio del nastro in anteprima per il Museo delle Culture all'ex Ansaldo. Due mostre, "Mondi a Milano" e "Africa", pensate per Expo2015, danno il via all'attività. Grande assente all'evento il progettista David Chipperfield, in polemica con l'amministrazione locale


Il Museo delle culture di Milano o meglio il MUDEC, l’acronimo funziona ed è già in bocca a molti, apre ora, ma l’inaugurazione vera e propria si terrà tra sei mesi. L’Expo2015 alla porte mette fretta e le due mostre con cui prende il via la sezione dedicata alle esibizioni temporanee “Mondi a Milano” e “Africa. La terra degli spiriti”, sono state pensate proprio per mettere in dialogo la città con l’esposizione universale. Da troppi anni si aspettava questo momento, nell’ormai lontano 2001 lo Studio David Chipperfield vinse il concorso internazionale per «La Città delle Culture», bandito dall'allora assessore alla Cultura e Musei Salvatore Carrubba con il direttore centrale Alessandra Mottola Molfino, artefici anche del Museo del Novecento all'Arengario. A causa di molti ritardi, l'apertura prevista nell'autunno 2014 è slittata, ma l’attuale assessore Filippo Del Corno ha  riorientato il progetto museologico, facendolo diventare  un “luogo dedicato all'interculturalità, dove le culture planetarie e quelle locali potranno confrontare le loro differenze e sintonie”, proseguendo il pensiero di Stefano Boeri, che della riconversione è stato il promotore e nonostante altre difficoltà, stavolta non si poteva rimandare. Su tutte la seria possibilità che la britannica archistar David Chipperfield si rifiuti di firmare il progetto. L’architetto starebbe intentando una azione legale contro l’amministrazione rea di non aver rispettato gli accordi su opere di finitura, in particolare le discromie riscontrate nella pavimentazione di pietra vulcanica dell’Etna. In effetti non tutte le lastre hanno la medesima tonalità e  alcune sono già leggermente scheggiate.

Detto ciò, architettonicamente il museo è molto accattivante. Distribuito su 17.000mq dell’ex complesso industriale dell’Ansaldo acquistato dal comune di Milano nel 1990, è uno spazio “leggero” non monumentale, non affaccia direttamente sulla strada, ma è all’interno di un cortile. Il piano terra accoglie i visitatori con bookshop, caffetteria, didattica, biblioteca, mediateca e ha al centro la grande scala. Percorrendola si inizia a vedere la cupola irregolare, avvolgente e spettacolare, corpo quadrilobato di vetro opaco, una sorta di bellissimo "fiore", e si giunge nella corte centrale, snodo di percorsi che portano all'auditorium, agli spazi per le esposizioni temporanee e a sale destinate ad ospitare piccoli nuclei delle raccolte etnografiche. La missione del Mudec sarà la ricerca e la divulgazione dell’arte proveniente da tutti i continenti, attraverso la programmazione espositiva, gli eventi collaterali e i laboratori creativi e multimediali, che garantiscano una crescita del patri8monio cognitivo rivolta soprattutto alle nuove generazioni. Nei suoi depositi, aperti al pubblico con visite guidate, confluiranno le Raccolte Etnografiche del Comune comprendenti oltre settemila opere, tessuti e strumenti databili dal 1.500 a.C. ai primi anni del XX secolo. Il percorso museale sarà allestito in autunno, dopo la conclusione dell’Expo.

Intanto, come dicevamo, si potranno visitare le due mostre inaugurali. “Mondi a Milano”, fino a metà luglio racconterà come le culture non europee sono state presentate al pubblico nel corso delle mostre di arti industriali ospitate nel capoluogo lombardo nella seconda metà dell’Ottocento, concepite come Esposizioni Universali, divenute poi Biennali e Triennali degli anni Venti e Trenta del Novecento. L’esposizione “Africa. La terra degli spiriti”, fino alla fine di ottobre, farà conoscere l’arte africana dal Medioevo a oggi, con un percorso espositivo che presenta oltre 200 pezzi tra opere della tradizione culturale e religiosa. L’intera attività del Mudec sarà gestita da una “governance mista”,  una partnership pubblico-privata tra il Comune e 24 Ore Cultura del Gruppo 24 Ore. Al soggetto privato spetterà la produzione delle esposizioni temporanee, mentre il comune curerà la collezione permanente. « 24 ORE Cultura amplia la propria offerta culturale affiancando il Comune di Milano nell'ambizioso progetto di un Museo di nuova concezione che ancora non esisteva. Si tratta di una sfida impegnativa - in termini di risorse umane ed economiche - che abbiamo consapevolmente deciso di accettare e che ci auguriamo possa diventare una case history di successo» ha dichiarato Natalina Costa, Amministratore Delegato di 24 ORE Cultura. «Quella del MUDEC è una storia lunga e travagliata - ha aggiunto Del Corno - costellata da ritardi e polemiche. Oggi diciamo basta perché Milano non vuole attendere oltre alla vigilia di Expo. Le ultime discussioni con i rappresentanti dell'architetto Chipperfield sono state molto faticose. Ecco perché abbiamo deciso di partire con un evento speciale: un’illuminazione incantevole per l'edificio e inviti gratuiti a disposizione della città».

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

domenica 29 dicembre 2013

Stagione Liberty alle porte

Dal 1 febbraio i Musei San Domenico ospitano la più completa rassegna mai presentata prima in Italia dedicata all’arte floreale del primo Novecento.

La stagione Liberty sarà oggetto d’indagine di una grande mostra che andrà a completare dal prossimo 1 febbraio il trittico di esposizioni che il San Domenico di Forlì ha dedicato al Novecento, inaugurato nel 2012 con Wildt e proseguito lo scorso anno con “Novecento. Arte e vita in Italia fra le due guerre”.

L’ampia rassegna (la più completa mai realizzata prima d’ora su scala nazionale) si avvarrà della presenza di circa trecento opere di 160 artisti per descrivere l’impulso al rinnovamento e al superamento delle espressioni del XIX secolo che attraversò l’Europa e l’Italia. Nel nostro Paese da poco unificato, in particolare, il movimento si fece interprete della ricerca di un linguaggio artistico nazionale in cui identificarsi, che trovò i suoi riferimenti in due figure fondanti del Rinascimento come 
Michelangelo e Botticelli e strinse legami con esponenti della letteratura e della musica del tempo come D’Annunzio, Pascoli, Puccini e Mascagni creando un'illusione sognante e sinuosa.

Il percorso sarà costruito sul dialogo tra arte italiana e arte europea e metterà in mostra opere pittoriche, sculture, manifesti, ferri battuti, vetrate, ceramiche, mobili, abiti (di Eleonora Duse), merletti, arazzi, evidenziando temi e soluzioni formali comuni ai diversi campi espressivi.

La cosiddetta arte decorativa o floreale in tutte le sue accezioni si affaccia insomma sulla nuova stagione culturale come un appuntamento per la città di Forlì e non solo. 

FONTE: L. Sanfelice (arte.it)

venerdì 27 dicembre 2013

Fine anno da passare al museo Quelli statali gratis per un giorno


Il 28 dicembre ingresso libero fino a mezzanotte nei luoghi d’arte di tutta Italia. E a Reggio Calabria in mostra i Bronzi di Riace

Domani, 28 dicembre, tutti i luoghi d’arte statali saranno aperti gratuitamente per l’intera giornata fino a mezzanotte. L’iniziativa coincide con la sesta edizione di “Una notte al Museo”, l’appuntamento mensile che prevede l’apertura dei siti prorogata fino alle ore 24: sono previsti in tutta Italia eventi di musica, danza, teatro e attività dedicate a tutti i tipi di pubblico. Lo comunica il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.  

A Reggio Calabria, presso il Nuovo Museo Archeologico Nazionale, sarà possibile ammirare i Bronzi di Riace. A Torino, all’Armeria Reale, saranno letti brani tratti dal carteggio Freud-Einstein, mentre presso il Museo dell’Antichità sarà allestita la performance “Tocca la barba all’imperatore”, dedicata ai disabili visivi; a Milano, nella splendida cornice della Pinacoteca di Brera, sarà possibile assistere a un concerto di musica medievale. A Firenze, presso le Cappelle Medicee, andrà in scena lo spettacolo teatrale dal titolo “1492: libri di Lorenzo”. A Roma, nella sede di Palazzo Altemps, il cantautore Edoardo Vianello presenterà una conversazione sul “Suono delle fontane di Roma”. Infine, in Sardegna, al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, si terranno eventi dedicati anche ai più piccoli con racconti di Charles Dickens.  

Le informazioni sui luoghi della cultura statali e sugli eventi del progetto, ideato dalla Direzione Generale per la Valorizzazione del Patrimonio culturale del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, sono consultabili sui siti www.beniculturali.it e www.valorizzazione.beniculturali.it. 
 
FONTE: lastampa.it

mercoledì 3 aprile 2013

Mosca, un nuovo museo. Firma Fuksas


L'architetto romano vince il progetto per il Museo Politecnico che sorgerà entro il 2017. Un'opera audace che "spezza" lo stile del classicismo socialista nella Collina dei Passeri, a 10 chilometri dalla Piazza Rossa. Era dai tempi della grande stagione di Caterina la Grande a San Pietroburgo che un italiano non edificava in Russia

Un nuovo museo a Mosca. E con la firma del design italiano. Quello di Massimiliano e Doriana Fuksas, che hanno vinto il prestigioso concorso internazionale per la progettazione del "Moscow Polytechnic Museum and Educational Centre" di Mosca che dovrebbe sorgere entro il 2017. A distanza di tre secoli, dopo la stagione storica degli architetti italiani, quella in particolare di San Pietroburgo e di Bartolomeo Rastrelli, un architetto italiano torna a realizzare un'importante opera pubblica in Russia e nella capitale in particolare.

"È uno dei miei progetti più belli ed è una vittoria italiana, il museo e il centro educativo devono diventare una pietra miliare luminosa e rispecchiare l'immagine della nuova generazione - dice l'architetto romano Massimiliano Fuksas. Il " Moscow Polytechnic Museum and Educational Centre" di Mosca (circa 40.000 mq) sorgerà nell'area delle Colline dei Passeri, a 10 km circa dalla Piazza Rossa, per un costo di 180 milioni di dollari. Adiacenti al sito, una serie di edifici realizzati in puro "classicismo socialista", edifici monumentali tra i quali spicca quello che ospita la biblioteca dell'Università Statale di Mosca.

Il progetto è composto da quattro elementi. Una scultura dalla geometria irregolare, come tagliata dal vento, interamente rivestita in rame preossidato, che rimanda screziature tra il verde e l'azzurro. Gli elementi, collegati tra loro attraverso i livelli interni, si sviluppano trasversalmente e poggiano su una teca trasparente aperta verso la città. L'idea motrice dell'autore è quella del dialogo e allo stesso tempo del contrasto tra passato e presente, tra una monumentalità se vogliamo più statica e una "in movimento".

La teca trasparente si compone di due livelli. Il piano terra, dove si sviluppa l'area aperta al pubblico, comprende la hall che può accogliere diverse installazioni artistiche, un caffè, uno shop, due auditorium di diversa capienza (tra i 500 e gli 800 posti) disegnati come parallalepipedi in legno rosso e tre giardini d'inverno con copertura apribile. Al livello superiore, il mezzanino, trovano posto gli uffici.

La copertura in pietra della teca, sulla quale poggia la parte sculturale del progetto, è concepita come una "piazza sospesa" per il pubblico. Gli elementi scultorei rivestiti in rame preossidato si sviluppano su tre livelli principali, ad ognunoo corrisponde una funzione. Al primo livello si sviluppa l'area dedicata alla comunicazione, con diverse sale conferenze/auditorium e lo Science and Technology Media Center con i servizi di supporto. Il secondo livello consta nell'area espositiva: sale, science/art gallery, la collezione del Museo, area Maths (matematica), cinema/auditorium.

Il terzo livello ospita laboratori, la biblioteca, il laboratorio didattico, l'area espositiva dello Science and Technology Museum Center. La luce naturale penetra nel Museo attraverso tre tagli principali, due disposti in verticale, uno sulla facciata principale e un altro sul lato posteriore che affaccia sul parco adiacente, mentre in copertura un grande lucernario domina tutti i livelli del Museo.

Come detto, era dai tempi della grande stagione di San Pietroburgo, dal Settecento, che nessun architetto italiano costruiva in Russia. E se a Mosca lo stesso Cremlino è stato in buona parte modellato da nostri antenati, ma solo fino al Cinquecento, la città più segnata dall'italian design è la capitale voluta da Pietro il Grande, e poi forgiata da Caterina. Prima Domenico Trezzini (Ticinese), cui si devono la fortezza e la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nell'isola che costituisce il nucleo originario del progetto, poi soprattutto Francesco Bartolomeo Rastrelli, architetto di corte di Caterina. Sono opera sua l'Ermitage, la cattedrale Smolny, le due residenze estive di Peterhof e - capolavoro assoluto - lo Tsarskoe Selo (o Palazzo di Caterina) a Puskin: il cosiddetto Barocco russo, in realtà made in Italy. Poi ci furono ancora Rinaldi, Quarenghi e, nell'Ottocento, il napoletano Carlo Rossi, che però visse nella capitale degli zar sin da tenerissima età, tanto da essere considerato russo. E, curiosità che quasi evoca il concetto di corso e ricorso storico, Rastrelli, italiano nato a Parigi da padre scultore, visse la sua (dorata) gavetta fatta di piccoli capolavori come il palazzo Rundale e lo Jelgava, in Lituania. Il paese di origine di Massimiliano Fuksas.

FONTE: repubblica.it





martedì 29 maggio 2012

Chieti, ha un nuovo museo Tre secoli d'arte a Palazzo de' Mayo



La struttura inaugura il 2 giugno, con le collezioni d'arte dell'800 e '900. Dai capolavodi di Michetti, a Fattori, Sassu e Ortega. Tra le chicche, raffinati argenti inglesi. E per il vernissage, De Chirico in versione sacra


A volte aprono. Fenomeni sempre più rari in Italia, ma che possono ancora verificarsi. Per offrire al grande pubblico non solo un illustre edificio storico riportato ad antico splendore dopo un complesso intervento di restauro durato otto anni, ma anche una collezione d'arte vasta e poco conosciuta. Accade a Chieti dove dal 2 giugno inaugura il nuovo museo di Palazzo de' Mayo, uno degli esempi più significativi dell'architettura barocca abruzzese, che sfoggia i tesori della Fondazione CariChieti, tre raccolte permanenti dedicate all'arte dell'800, del '900 e di pregiati argenti dal '700. 

Ecco allora che lungo le sale del secondo piano, si può ammirare l'allestimento permanente del museo con la collezione d'arte della Fondazione Carichieti e della Carichieti Spa, dove sfilano oltre 40 opere dell'800, punteggiata da capolavoro come l'imponente "La figlia di Jorio" di Francesco Paolo Michetti, protagonista di un nuovo realismo italiano. E' lui l'artista-chiave di questo nuovo museo, pioniere di una pittura dal vero, sulla lezione di Morelli e Palizzi, che ha conquistato la fama europea con le sue scenografie inondate di un descrittivismo esuberante, a tratti superficiale (sotto l'influenza d'annunziana), ma testimoni di una sofisticata abilità tecnico fusa ad un colorismo vivido e tragico. Tra le sue numerose opere, c'è anche l'incantevole "Lungo il fiume paterno (Il dileggio)". 


Nel percorso dell'800 si trovano gioielli di maestri quali Giovanni Fattori, Luigi Gioli, Eduardo Dalbono, Ludovico Tommasi, oltre ad un altro illustre pittore del realismo abruzzese, Costantino Barbella. Insieme ai tre fratelli Cascella, Basilio, Tommaso e Michele, si incontrano anche autori contemporanei come Omar Galliani con la "Prima Neve", Luca Vernizzi con lo straordinario "Sguardo di Garibaldi" e Alberto Sughi con il "Volto di Cristo". A testimoniare L'attenta attività di acquisizioni della Fondazione è testimoniata anche dalle opere che sfilano nella mostra permanente dedicate al Ventesimo secolo, "Nel segno dell'Immagine". Un percorso attraverso 130 opere tra dipinti e sculture, di 90 artisti messo a disposizione da Alfredo e Teresita Paglione che occupa ben 14 sale del museo. 

Si parte da Aligi Sassu, di cui quest'anno ricorre il Centenario, per chiudersi, con un epilogo-omaggio di 14 opere del grande pittore spagnolo Josè Ortega. Nel mezzo, scorrono i lavori di Leonardo Cremonini, Floriano Bodini, Piero Guccione, Giuliano Vangi, Claudio Bonichi, Ruggero Savinio, Giuseppe Modica, Giuseppe Bergomi, Robert Carroll, Carlos Mensa, Matias Quetglas. Ad arricchire questa panoramica di due secoli di arte italiana ed europea, c'è anche la chicca degli argenti di Palazzo de' Mayo, una pregevole raccolta di 163 esemplari antichi frutto di un certosino e acuto lavoro di ricerca sul mercato. I manufatti, databili dalla fine del Seicento ai primi del Novecento, provengono da prestigiose botteghe di argentieri di tutta Europa, con una forte prevalenza di manifatture inglesi. 

E' qui infatti che incredibilmente, si può scoprire la storia dell'arte in "argento" inglese. In scena, esemplari provenienti da altre officine europee quali Francia, Russia, Olanda, Germania, Italia, Austria e Danimarca. Tra i pezzi più interessanti, la rara Alzata Carlo II Stuart (Inghilterra, 1678), le elegantissime Anfore (Inghilterra 1864/1865 e 1884), le Caffettiere (Russia 1845 e Inghilterra 1805), il Servizio da tè e Caffè (Inghilterra 1889), la Coppa per vino (Inghilterra 1870), fino al Piatto Liberty (Austria post 1867). Questo viaggio nell'arte parte però dal primo piano del Palazzo de' Mayo, spazio destinato in futuro a mostre temporanee. Per l'apertura, la Fondazione CariChieti riserva "De Chirico. L'Apocalisse e la luce", una rassegna d'eccezione, visitabile fino al 15 di luglio, che indaga per la prima volta in maniera ampia e sostanziale l'opera a tema sacro di Giorgio de Chirico.

Notizie utili - Museo Palazzo de' Mayo, Fondazione Carichieti, dal 2 giugno 2012. Corso Marrucino 121 - Chieti
Orari: dal martedì alla domenica ore 10.00 - 13.00, sabato e domenica anche dalle 16.00 alle 20.00.
Luglio e Agosto "visita in notturna": tutti i giorni dal martedì alla domenica ore 19.00 - 23.00
Ingresso libero (per tutto 2012), visite guidate su appuntamento.
Catalogo: Umberto Allemandi & C

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)

martedì 5 ottobre 2010

L'ora dei vigilantes laureati nuovi custodi dei musei italiani


Archeologi e storici dell'arte il 90% degli assunti. Superati i candidati diplomati. Allarme dei sindacati: siamo in carenza di personale


SONO  i "custodi laureati", ossia almeno il 90% dei 397 neo assistenti all'accoglienza che, dopo una selezione durissima (159mila le domande arrivate nel 2008), il ministero Beni culturali ha appena assunto per cercare di tappare la falla degli organici nei siti archeologici, nei musei, negli archivi, nelle biblioteche. Peccato che, al primo concorso interno, le sale si svuoteranno di nuovo: perché i "vigilantes-dottori" cercheranno di fare una progressione di carriera verso il posto per cui hanno studiato anche dieci anni. Con buona pace dei semplici diplomati, che si sono visti superare al concorso dai candidati super ferrati.

"Ho partecipato anche al bando per archeologo, in Lombardia, e sono la seconda idonea - racconta Martina Almonte, 34 anni, dottorato a Tubinga, in Germania - intanto ho vinto quello da custode e lavoro con altri tre neoassunti al Museo Pigorini di Roma, ma spero che non mi facciano solo controllare il pubblico. Lo stipendio? Circa 1300 euro al mese ma con l'indennità dei turni alla fine è vicino a quello di un funzionario, circa 1500 mensili". Dice Simona Contardi, 33 anni, dottoranda, una degli 8 nuovi "archeologi custodi" in Piemonte: "Attenzione, il nostro lavoro prevede anche attività di accoglienza e comunicazione". La possibilità di lavorare sul materiale che si deve controllare è, in realtà, a discrezione dei soprintendenti mancando una direttiva chiara da Roma. I vecchi custodi (l'età media è 58 anni) non vedono di buon occhio i giovani colleghi "secchioni". E anche i direttori chiedono spesso di rispettare le consegne: turni in sala e sicurezza, tanto che i neoassunti fanno anche un corso per il pronto intervento in caso di incendio.

A palazzo Barberini, a Roma, ne sono appena arrivati cinque, due però sono andate in maternità e non sono state sostituite. Intanto la Galleria nazionale da sabato ha aumentato le sale aperte: da 10 a 24. E la coperta è corta un'altra volta. "Ci sarebbe bisogno di più personale, certo, ed è anzi una fortuna che ci abbiano fatto bandire questa nuova gara per 397 posti" spiega Pietro Pasquali, funzionario dell'ufficio concorsi del ministero. Ma di quanti custodi c'è bisogno? Nelle strutture statali "oggi sono 8.917 - spiega Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil Beni culturali - ma ne servirebbero almeno 12mila, una stima fatta peraltro nel 1999 quando musei e siti aperti erano molti di meno". L'emorragia è continua. E le nuove assunzioni, una goccia nel mare. "Entro dicembre saranno 800 i custodi andati in pensione quest'anno" continua Cerasoli. Che pensa "alla difficoltà dei semplici diplomati nell'affrontare quiz ed esami duri ma anche ai laureati che, a causa della disoccupazione, si riversano su tutti i posti possibili". Il sindacalista propone: "Il ministro vari un piano per l'utilizzo straordinario del servizio civile nazionale: ne basterebbero duemila per garantire l'apertura dei musei".

Per guadagnare 19mila 372 euro lordi l'anno, la carica dei 397 ha dovuto superare un pre-esame con 100 quiz di cultura generale, uno scritto con 12 domande, anche di diritto, e una prova orale legata alla branca prescelta (ad esempio, archeologia), ma anche di inglese e informatica. "Nel Lazio - racconta una che ce l'ha fatta, Nadia, 29 anni, laureata di Napoli - ci siamo sentiti chiedere cosa è raffigurato nella tomba del Barone di Tarquinia o gli influssi dell'arte micenea in riva al Tevere". Quasi nessuno ha saputo rispondere.  

FONTE: Carlo Alberto BUCCI (repubblica.it)

martedì 6 aprile 2010

The Museum of Everything


Un labirinto molle, tortuoso e stipato fino all’inverosimile di oggetti,  follia e ossessioni materializzate. In mostra quasi 800 opere di artisti non convenzionali del XX secolo. In una parola: il museo di ogni cosa

Ricordate quel geniale, anche se un po’ pasticcione, film che si chiamava «Essere John Malkovich»? Si schiaccia il bottone d’un ascensore, in uno svettante grattacielo Usa, si finisce come per sbaglio o miracolo (le cose talvolta coincidono) in un infra-piano insospettato, la metà tagliata del mondo, una specie di fantastico e oppressivo universo «al di là dello specchio» della Modernità industriale, ove tutto è miniaturizzato. E bisogna camminare in ginocchio, per continuare a vivere o, almeno, alimentare il film. Ecco, se entrerete nella Pinacoteca Agnelli del Lingotto (e dovete farlo, perché si tratta di uno di quegli incontri che possono davvero cambiare la vita) scoprirete, proprio uscendo a sorpresa dall’ascensore, anzi, inciamperete felicemente in un iper-mondo del tutto alieno, imprevisto. Così poco piemontese, confusionario e alieno alle beghe terrene, una sorta di labirinto molle e tortuoso e stipato, sino all’inverosimile di oggetti, follia, e ossessioni materializzate. Però senza comunicare ansia o stucchevole saturazione.

Perché il troppo che stroppia, in questo caso, fatto proprio di qualsiasi cosa ti venga in mente, di stoppa, di stoffa o di stoppino (ed ecco che è già iniziato il cammino lietamente maniacale del riverbero enciclopedico) non solo non disturba, ma funziona benissimo. In questa non-mostra, tramata di stregati castelli in aria o sottomarini, spiritici o mistici, tutto purché non gelidamente, igienicamente museale. Te lo spiega bene un signore curioso, che pare uno gnomo cresciuto in un film di Tim Burton e scattato fuori da un automat dadà, che ha fatto (ma è difficile capire bene che cosa esattamente, in senso ovviamente felice e libero del termine, anche perché ha un’aria soddisfatta) anzi si è dedicato, in ordine sparso, a far l’operatore musicale, il produttore e sceneggiatore cinematografico, il documentarista, il curatore museale a Le Singulier des Arts, nel Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, e poi, elettivamente, soltanto il collezionista “fou” dell’Art Brut. Aprendo a Londra una sorprendente «occasione espositiva» che si chiama The Museum of Everyting. Letteralmente: Il Museo di Ogni Cosa, di Tutto. Che è ovviamente un paradosso borgesiano: perché se il Museo, per definizione antica, dovrebbe ingabbiare nell’eternità solo i capolavori che son degni d’essere protetti e tramandati, separando il grano dal loglio, qui c’è tutto e di tutto, invece: il grano, il frumento, la stoppia, il loglio ed anche l’olio.

E così James Brett, questo signore eccentrico, che ha trasferito al Lingotto il suo museo, come se si imprestasse una poltroncina al vicino di casa, che ha un esubero improvviso d’ospiti (ed è lì che se lo rigoverna con gusto goloso, come un intruglio esotico, insieme a una truppa affiatata di collaboratori, che montano e smontano) ti si magnetizza davanti con un turbante di pelliccia, stile Atatürk, e, quasi avesse di fronte a sé tutta la vita e t’intromettesse in una fiaba, prende a raccontarti affabile. Di quella volta che ha trovato un pezzo strano di legno, misteriosamente manipolato, che lo ha attratto come un magnete e da allora la sua vita è cambiata. Come è successo a tanti medici o intellettuali, che incocciando l’opera auto-didatta di un folle o di un carcerato, d’un bambino-medium o di una domestica schnitzleriana del Kaiser, hanno scoperto via via quale immenso serbatoio di verità e d’intensità cova sotto questa pre-arte, che non è giusto ingabbiare nelle etichette di comodo strangolanti, che si vogliano chiamare Art Brut o Outsider Art, Arte Folk o non-arte di ispirati e autodidatti (che lavorano spesso sotto l’impulso medianico di forze superiori, o di pulsioni maniacali. Senza sapere che sono esistiti né Michelangelo, né Picasso, né il Doganiere Rousseau: loro santo protettore, pur senza aureola). Appunto, il “caso” clinico ma meravigliosamente fecondo, di Aloïse, istitutrice e governante che s’innamora follemente di Guglielmo II e sprofonda sempre più maestosamente nella schizofrenia, riempiendo segretamente fogli su fogli di vescovi e ciambellani, principi e ministri (che ha servito nella realtà della sua vita ancillare, ma ri-arieggiato e rimbombato nella sua creatività. Che per fortuna non sapeva di essere arte). Perché è questo il vero segreto: l’inconsapevolezza, ti ricorda anche James Brett, il quale pur abitando in una piccola casa londinese ha cominciato a stipare pareti e stipiti, armadi e anfratti, con capolavori della semplicità e della dedizione naïf. Sfruttando gioco-forza soffitti, scale, angoli ciechi.

«L’idea del museo m’è venuta quel giorno che ho letto sul The Guardian la storia d’un curioso eccentrico di 85 anni, che è sempre vissuto nell’isola di Wight, e ha incominciato a raccogliere tutto quello che gli capitava a tiro: dalle leve di mungitrice, ai tappi usati, all’artiglio di uccelli estinti». Esattamente come il nostro Guatelli, dalle parti di Ozzano Taro. «Si chiamava Brett, come me, l’ho chiamato e gli ho chiesto se potevo usare anch’io il titolo del suo Museo di Tutto». Confessa oggi: «Forse era sordo, mi ha detto di sì. Ora siamo diventati amici». L’idea d’invitare Brett a Torino è venuta a Ginevra Elkann, quando si è imbattuta in questa atipica collezione alla Fiera di Frieze, e le è apparsa come un’avventura «sorprendente, costituita di opere inaspettate e di forte impatto emozionale». Ha chiesto a un curatore-complice come Paolo Colombo, di trascegliere alcune opere-campione significative, e lui ha avuto la cura di non museificarle: «L’errore è di leggerle solo dal punto di vista estetico, tradendole. Sono opere chiuse in se stesse, che ad un tratto prendono a vorticare come macchine, che girano sul proprio asse a velocità sempre crescente». Non lo può dire lui, che è un curatore ufficiale. Ma non c’è dubbio che c’è molta più verità e intensità e sangue intellettuale in un trattino di Oskar Tschirtner, che in mille maestri della Minimal Art. Nei folli datari ossessivi di giorni maledetti di George Widener, che non nelle targhette asettiche ed inespressive del miliardario-concettuale On Kawara.
L'EVENTOThe Museum of Everything, mostra realizzata grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo (sponsor Terna e Piombo), sarà aperta fino al 29 agosto alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, via Nizza 230, nel complesso del Lingotto. Biglietti d’ingresso: 7 euro intero, 6 euro ridotto e gruppi, 3,50 euro scuole e bambini da 6 a 12 anni. È possibile prenotare visite guidate. La biglietteria è all’ingresso della Pinacoteca al livello della pista del Lingotto, al 4° piano. Orari: dalle 10 alle 19 da martedì a domenica. Chiuso il lunedì. Info: 011/0062713; www.pinacoteca-agnelli.it; www.musevery.com. (catalogo Electa)

FONTE: Marco Vallora (lastampa.it)