mercoledì 27 maggio 2015

Chagall, la vita e l'amore in 140 opere al Chiostro del Bramante

 
L'amore, ovunque. Dalla passione per la moglie Bella, la sua più grande fonte di ispirazione, alla nostalgia profonda per Vitebsk, fino allo stupore di fronte alla maestosità della natura: il mondo poetico e fantastico di Marc Chagall è raccontato nella mostra Love and Life, al Chiostro del Bramante fino al prossimo 26 luglio.

Centoquaranta opere provenienti dall'Israel Museum in un allestimento curato da Ronit Sorek e prodotto da Dart e Arthemisia Group, che raccontano uno Chagall «sconosciuto», che parla d'amore e di nostalgia. «Solo l'amore mi interessa - scriveva Chagall -. Sono a contatto solo con cose che hanno a che fare con l'amore».

«Il messaggio centrale che l'artista vuole portare - ha spiegato Sorek - è l'amore per la vita. Un amore che si esprimeva per il suo villaggio, la sua infanzia, l'ebraismo, sua moglie Bella, fino a quello per la natura».

«L'intento di questa mostra - ha spiegato ancora la curatrice - era proprio quello di far conoscere al visitatore uno Chagall inedito. Abbiamo esaltato aspetti diversi dell'artista rispetto a quelli che siamo abituati a vedere. Chagall usava molto i colori, noi qui abbiamo esposto soprattutto raffigurazioni in bianco e nero che esprimono il messaggio universale di Chagall, che è l'amore. L'amore per la vita - ha continuato - per la sua patria, la Russia, per l'ebraismo, per la Francia e soprattutto per sua moglie Bella, che da terreno diventa ideale».

La mostra ha anche una parte interattiva, opera del francese Fabien Iliou, che ha animato alcune illustrazioni in bianco e nero di Chagall con i colori con cui il pittore amava realizzare le sue opere. Nella sala centrale del Chiostro del Bramante è infatti installato uno schermo sul quale il visitatore può osservare le fasi di composizione dell'opera.

In un'altra sezione invece il visitatore può immergersi, e fotografarsi mettendo il suo viso al posto di quello dei due amanti, in uno dei dipinti più famosi e poetici dell'artista russo, La passeggiata (di cui alla mostra è presente una gouache del 1919).
 
FONTE: ilmessaggero.it

sabato 23 maggio 2015

Ebru: a Roma l'incredibile pittura sull'acqua

 
Partendo da una vasca piena di liquido e colore, Danilo Giannoni scrive, disegna e definisce nuove forme di "caos"
 
Un caleidoscopio di colori e di emozioni, colori che danzano soavemente, soggetti fluidi impressi per sempre, il tocco delicato di un artigiano che diventa passione, pennellate che sembrano infuocate, fiumi che sembrano rompere gli argini: soggetti in movimento che conquistano l'eternità, rabbia che diventa pace e silenzio. Sono queste alcune delle impressioni che si vivono osservando queste preziose opere, realizzate con una tecnica particolarissima e antichissima, unica al mondo, chiamata Ebru, parola turca che deriva dal persiano ebri "nuvoloso".

Sarà inaugurata giovedì 21 maggio presso gli spazi espositivi de Il Margutta RistorArte, in via Margutta 118 a Roma, la mostra personale di Danilo Giannoni “Caos liquido”, voluta ed interpretata dalla sensibilità di Tina Vannini, a cura di Francesca Barbi Marinetti e organizzata da Anita Valentina Fiorino. La mostra sarà visitabile sino al 9 luglio ad ingresso libero.  Nelle zone dell’India e dell’Iran quella Ebru era una tecnica applicata praticamente per la maggior parte dei libri ed è lecito supporre che tragga origine dalla zona di Bukhara (attuale Uzbekistan) e risalga ad almeno 3000 anni fa. La tecnica si è poi diffusa lungo la Via della Seta fino in Iran, India e nei Paesi Arabi, sino ad affermarsi in Turchia nel corso del XVII secolo. L'origine del nome allude poeticamente alla sua mutevolezza e labilità poiché, come una nuvola o un insieme di nubi, ogni quadro è unico e irripetibile.  Partendo da una vasca piena di acqua e colore, Danilo Giannoni, uno dei pochissimi seguaci di questo stile artistico in Italia, scrive, disegna, definisce linee e forme dipingendo in una grande massa di liquido. Il colore, grazie a sostanze esclusivamente vegetali che gli permettono di rimanere a galla, diventa fluido e soggetto a modifiche, permettendo la creazione di macchie, venature, onde, profili, sagome, che diventano tutto e niente, che ipnotizzano ma rilassano, creando una serie di emozioni contrastanti che colpiscono grazie al loro ordinato caos multicolore. Una volta terminato, un foglio di carta di riso renderà questo frenetico ed eterno “panta rei” immobile, ma incredibilmente soggettivo. “Quando vado in studio e sono ispirato a dipingere mi piace molto accendere la musica – spiega l’artista Danilo Giannoni - Ho una sound track del mio lavoro che è molto particolare parte da Mozart a Bach, da Pergolesi a Vivaldi, da Coldplay a Mina, dalla divina Callas a Renata Tebaldi. Mi lascio così trasportare da una routine artistica e meccanica, cercando di limitare, se non escludere in toto, la mia influenza nell'opera. Io sono la pioggia di colori che con l'aiuto del vento e del movimento dell'acqua crea questi mondi: ognuno di questi si muove, evolve, lotta, fino alla conquista del Caos. Forse l'ispirazione principale è sempre e solo stata la vita, cercare di riprodurre la creazione di un mondo con tutti i suoi tormenti, sviluppi, fallimenti, successi e paure”. Dopo una formazione d’eccellenza alla scuola orafa valenzana, che gli permette nella vita di avviare un’attività d’alto livello, Danilo Giannoni per soddisfare una sete creativa che lo portasse oltre il mestiere di fine artigianato, si accosta alla conoscenza dell’ebru ad Istanbul dove si ferma per apprenderne l’arte per ben cinque anni. Si mescolano qui motivazioni personali e la volontà di realizzare le visioni della propria ricerca interiore che nella vita lo aveva spinto allo sconfinamento estetico e culturale. “Pregno di storia e profondità simbolica, l’antica arte dell’ebru per Danilo Giannoni è stata una folgorazione sulla via di Damasco - afferma la curatrice Francesca Barbi Marinetti - tecnica e opera sono tutt’uno, connubio esemplare del percorso dell’artista e della sua poetica. Le dimensioni cercate sfuggono al tradizionale utilizzo dell’ebru, obbedendo invece al polso e alla sete creativa. È in questo passaggio che avviene la differenza, che l’opera d’arte si fa tale. In un viaggio del corpo e dell’anima attraverso territori e culture differenti Giannoni riconosce come denominatore comune gli elementi primari e primordiali. Acqua, Fuoco, Terra, Aria. Nella visione alchemica sono gli elementi alla base delle origini del mondo dal caos e dell’equilibrio che regola le leggi cosmiche”. Danilo Giannoni è un artista contemporaneo piemontese, attualmente residente a Hong Kong. L'antica tecnica pittorica turca della pittura sull'acqua è la sintesi della tradizionale tecnica ebru combinata a nuovi metodi e materiali, sino all'aggiunta di sagome e figure sulle tele. Danilo è stato protagonista di diverse mostre, dal 2002 al 2006, in Turchia, nel 2005 a Milano, dal 2010 al 2012 in Cina. Ma è anche il fondatore di Giamore, brand italiano di gioielleria di alto lusso. L’azienda di gestione italo-francese fondata nel 2012 è già una solida realtà nel panorama internazionale, con un laboratorio a Hong Kong e alcune collaborazioni in Italia. I suoi gioielli sono caratterizzati da una manodopera altamente specializzata nella ricerca e nell'acquisizione di pietre rare e nella creazione di pezzi unici, realizzabili su misura, secondo il gusto e la personalità della propria clientela e dei collezionisti.
 
FONTE: Francesco Salvatore Cagnazzo  (ilmessaggero.it)

sabato 16 maggio 2015

Camouflage per riflettere sull’identità

 
Le fotografie di Lucia Fainzilber pongono l’accento sul meccanismo di ‘mimetizzazione’ delle persone
 
Lucia Fainzilber è una fotografa e art director argentina che vive a New York, che ha realizzato un progetto fotografico con sé stessa come soggetto in una serie di immagini che ne dissolvono completamente l’identità. ‘Somewear' è il nome del progetto in cui Lucia si è autoritratta con abiti e accessori (lenzuola, scialli) che la mimetizzano con lo sfondo. Una sorta di camouflage inserito nei contesti più disparati, dal supermercato alla siepe, passando per la carta da parati al cielo terso.

Il suo intento non è tanto la precisione della mimetizzazione, che anzi appare volutamente poco curata, piuttosto alimentare una riflessione sul concetto di identità, su ciò che siamo e ciò che la società decide per noi. Mettere sé stessa di fronte all’obbiettivo è l’esercizio di partenza da cui scaturisce la riflessione, un modo per guardare la propria immagine da un punto di vista differente, mentre lo step successivo è il camouflage. Tecnica che utilizzano gli animali per cacciare o per non essere predati, e che utilizzano i soldati per non esporsi al fuoco nemico: anche Lucia Fainzilber ‘scompare’ sullo sfondo per creare l’illusione ottica di venirne inglobati, di non essere più quello che si è.

Le immagini sono interessanti e, se a prima vista appaiono come un esercizio di stile, ad un approccio più profondo riflettono il concetto di società che ci plasma, dello ‘scomparire’ nella massa, dell’uniformarsi esteticamente ma anche nel modo di pensare, per sentirsi parte di un tutt’uno piuttosto che emergendone. Rinunciare alle proprie peculiarità per mimetizzarsi con la società: Lucia Fainzilber trova un modo interessante per proporci una riflessione in merito. Per vedere tutte le immagini del progetto.
 
FONTE: lastampa.it

giovedì 14 maggio 2015

A Venezia per vedere tutti i futuri del mondo

 
La mostra curata dal nigeriano Okwui Enwezor si addentra con impeto nei problemi di un pianeta dove il tempo della storia non è lo stesso dovunque. Qualità e visibilità per gli italiani
 
Con il padiglione centrale dei Giardini listato a lutto la prima cosa che viene da dire è «Si comincia male!». Anche perché le bandiere nere sono opera del pessimo e sopravvalutato artista Oscar Murillo stella piangente, più che nascente, del mondo e del mercato dell’arte. Appena entrati la sensazione potrebbe essere confermata da una serie di opere con la parola «FINE». Nemmeno si è iniziato che già tutto è finito? Assolutamente no.  
 
Il vestibolo ottagonale con la cupola decorata agli inizi del ’900 da Galileo Chini è dedicato tutto al nostro Fabio Mauri. Chi si lamenta del numero scarso di artisti italiani selezionato da Okwui Enwezor, curatore di questa 56ma Biennale, qui si renderà conto che non è una questione di numero ma di qualità e visibilità. Se non ricordo male, non credo che il padiglione principale abbia mai avuto nelle ultime edizioni della Biennale la prima sala tutta dedicata ad un Italiano. Il funereo Murillo è già dimenticato. Enwezor con la sua mostra intitolata Tutti i futuri del mondo è riuscito a dire e a fare quello che né Expo né gli imbecilli dei Black Block sono stati capaci di fare e di dire. Il mondo o meglio i tanti mondi che compongono il nostro pianeta è fatto di problemi e delle loro possibili soluzioni.
 
Come un teatro  
Il curatore Nigeriano oggi direttore dell’Haus der Kunst di Monaco di Baviera le mette in scena con grande potenza ed eleganza aiutato nell’allestimento della mostra dall’architetto inglese David Adjaye. Dire che la mostra di Enwezor, almeno questa parte ai Giardini, sia una ventata di aria fresca sarebbe fuorviante. Il vento di Enwezor soffia violento e pesante non è certo un ponentino. I temi ed i protagonisti che mette sul suo palcoscenico (perché questa Biennale è un vero e proprio pezzo di teatro), arrivano da luoghi, società e culture dove la modernità sta ancora facendo i conti con diverse realtà, spesso contraddittorie e conflittuali: dall’Africa al Sud America all’Asia. 
 
Il fatto che la sala centrale tutta ricoperta di moquette rossa sia stata trasformata in un arena dove non si espongono le blu chip ovvero le opere d’arte più eclatanti, ma si narrano in vari modi i problemi presenti e passati del mondo è un segno chiaro di come il curatore abbia voluto trasformare l’esposizione in manifestazione, nel senso vero e proprio del manifestare in modo vocale lo stato delle cose.  
 
Si recita il Kapital Oratorio, dal Capitale di Karl Marx, diretto dall’artista inglese Isaac Julien o si ascoltano le canzoni dei lavoratori e degli schiavi cantate in modo emozionante dalla coppia di artisti Julian Moran e Alicia Moran Hall. Non sarà una Biennale facile da digerire, molti film e molti video e tanto tanto tanto da leggere, ma non solo. Ci sono anche sculture disegni e pitture. Bellissimi i quadri dell’americana Ellen Gallacher e quelli del pittore di Chicago Kerry James Marshall e pure le tele angosciantissime del giovane artista giapponese suicida Tetsuya Ishida. Delicatissimi i lavori dell’egiziana Inji Efflatoun a conferma che Enwezor ha scavato a fondo evitando il più possibile l’effettaccio biennalesco.  
 
Deserti e praterie  
Un’altra italiana alla quale è stato dedicato un bello spazio è Rosa Barba con un film, leggermente sul palloso, che mostra deserti e praterie, ma confesso di non averlo visto tutto, magari ad un certo punto ci si diverte pure con qualche azione a sorpresa. Lo svizzero Thomas Hirschhorn ha sfondato invece, o cosi sembra, il tetto di una delle stanze, facendo piovere in mostra pagine di testi di filosofia greca, possibile, ma non garantiamo, citazione alla crisi economica della Grecia. In un’altra sala tantissimi disegni a matita del tailandese Rirkrit Tiravanija, un veterano delle Biennale. I disegni sono presi da immagini di manifestazioni di protesta in giro per il mondo. In un disegno c’è un cartello che dice «Stop Arguing», smettete di litigare, che forse riassume il titolo della Biennale.  
 
I mondi potrebbero avere un futuro se si smettesse di litigare. Ma c’è un’altra opera simbolo di questa parte della Biennale. E’ di Hans Hacke artista iperpolitico che però in questa vela blu degli Anni 60 che galleggia sostenuta da un semplice ventilatore ci offre l’opportunità di sperare che anche nei problemi ci possa essere un lato poetico nel quale abbandonarsi e abbandonare le nostre preoccupazioni. In un video del francese Chris Marker, ecco che appare la scritta «Life is very long», la vita è molto lunga. Anche questa frase rappresenta bene questa Biennale, nel senso che per godersela tutta è necessario avere una vita molto lunga davanti. 
 
Un giorno libero  
Noi curatori siamo sempre ottimisti. Si esce dalla stanza dell’Inglese Jeremy Deller con uno stendardo che dice «Hello today you have a day off», salve oggi hai un giorno libero. Frase che va mano nella mano con quella di Marker. Una vita lunga e molti giorni liberi per poter capire una Biennale che ha il coraggio di raccontarci non solo il mondo dell’arte ma i mondi nell’arte dovrebbe aiutare a migliorare la vita e non a complicarla. 
 
FONTE: Francesco Bonami (lastampa.it)

martedì 28 aprile 2015

Catanzaro, arriva l'ALTrove Street Art Festival

 
Dal 30 aprile al 9 maggio arte e astrazione con i grandi artisti italiani, per dare nuovo valore allo spazio urbano...
 

Manca ormai pochissimo alla partenza della seconda edizione di  ALTrove Street Art Festival: ad ospitarlo è ancora la città di Catanzaro che, dal 30 aprile al 9 maggio, si riempirà di arte e di cultura, di astrazione e di subrealtà. Molti gli ospiti, di alcuni ne abbiamo parlato proprio in queste pagine: 108, Alberonero, Giorgio Bartocci, Clemens Beehr, Ciredz, Erosie, Grapich Surgery, Sbagliato, Sten Lex, Tellas. Un ricco programma e un ricco menu per questo festival di street art che nasce con l’obiettivo di rieducare al concetto di bellezza in contesti urbani trascurati e di contribuire alla creazione di una cittadinanza attiva e partecipativa nella cura degli spazi comuni. “Crediamo nella potenza dell’arte come strumento di riqualificazione urbana e nel valore della bellezza come elemento fondamentale nella formazione di una nuova coscienza civica”, spiegano i creatori della manifestazione.  Il titolo della seconda edizione “ABSTRACTISM space, spiegano gli organizzatori Edoardo Suraci e Vincenzo Costantino, nasce dalla ricerca sull’astrattismo italiano, accostando anche artisti internazionali; mettendo tutto in stretto contatto in una residenza artistica temporanea. “Nel sottotitolo c’è invece la nostra propensione a trasformare lo spazio urbano” - aggiungono - “e a migliorare le relazioni che i cittadini intrattengono con esso”. Ogni artista, oltre ad intervenire sul muro assegnato, produrrà 20 serigrafie in edizione limitata per ALTrove Festival, oltre ad esporre una o più opere all’interno della Casa ALTrove, sede della mostra collettiva che ospiterà anche i lavori di 2501, Domenico Romeo, Martina Merlini, Moneyless, astrattisti presenti alla prima edizione. Ma il Festival sarà arricchito da una serie d’eventi collaterali, per contribuire alla riscoperta dei luoghi dimenticati del territorio, alla contaminazione tra linguaggi differenti e alla formazione di un pubblico diversificato, attento e curioso.
 
FONTE: Francesco Salvatore Cagnazzo (lastampa.it)
 

lunedì 20 aprile 2015

Arts & Food: 10 menù per una mostra

Esibizionisti/5. Esposizione pantagruelica, per non rischiare il collasso da cibo vi diamo una mano a scegliere

Expo 2015 atto primo ed già da indigestione. Se l’Esposizione Universale è un misto di mondi e sapori Arts & Food è il prologo ideale: c’è dentro tutto, compreso il rischio abbuffata. Le suggestioni e i gusti sono infiniti. Tre sale più giardino sparsi per la Triennale di Milano e non c’è solo l’arte cibaria dal 1851 (anno della prima Expo a Londra) fino a oggi ma anche i film, le copertine dei dischi, i video. Dal pre-aperitivo all’ammazza caffè. Servirebbe una giornata intera per godersi a dovere ogni pasto ma se non l’avete vi aiutiamo noi a trovare la strada dell’assaggio. Per riempire gli occhi senza ingozzarsi e non perdere i sapori nascosti. A ognuno la sua tavola e ce n’è una pure per chi è a dieta. Dieci percorsi, dieci menù e qualche spuntino extra. Perché il piacere va nutrito.  

1. Tavola quattro stagioni. Il pranzo di Babette  

Il chilometro zero era un valore assoluto per la cucina di un tempo. Non c’era alternativa. Cavolo, cipolla, sedano e la trionfale anatra abbandonata sullo strofinaccio bianco con riga rossa, quello che a prescindere dal colore della riga abbiamo tutti in casa. Il belga James Ensor in Nature morte au canard (1880) prepara gli ingredienti ideali per Babette Hersant, la cuoca rivoluzionaria di Karen Blixen che seduce un intero villaggio con la cucina. Siccome il pranzo di Babette è elaborato, abbinare il quadro a qualche fugace immagine di Le repas du bébé (1985) filmino familiare di Louis Lumière, colazione d’epoca montata in un medley storico con altri titoli come Sorcellerie culinaire di George Méliès (1904). Li proiettano davanti al bar Vermouth a metà della prima sala. Gustare lentamente.  

2. Tavola frugale 

La mano davanti al piatto, la panca spoglia, il capotavola seduto sul davanzale e nessuna traccia di cibo sulla tovaglia bianca. Si mangia di fretta e poco nel Pranzo di Egger Lienz (1910) eppure nonostante l’inequivocabile povertà della zuppa, che si intuisce solo perché uno dei commensali si porta il cucchiaio alla bocca, c’è una decisa bellezza. La luce calda, la tovaglia immacolata che richiama camicie e grembiule, un’unione silenziosa nell’interno di inizio Novecento che restituisce una certa pace. Ci si conosce bene, ci si apprezza. Ognuno ha il suo posto. Ognuno la sua parte, probabilmente parlare è superfluo nella sbrigativa quotidianità. Come a volte capita in ogni famiglia. 

3. Tavola imbandita. Quel che resta del giorno 

Gli avanzi del pranzo di ieri: per quanto strano sia il verso di una canzone di Sergio Caputo (Bimba se sapessi) datata 1983 inquadra alla perfezione un quadro di Angelo Morbelli del 1888. Asfissia è l’opposto del Pranzo di Lienz visto sopra. Non ci sono persone, solo scarti di lusso intorno a candelabri e orologi. Bottiglie di champagne, bicchieri mezzi pieni: uno diverso dall’altro. Più che avanguardia di design sembra volontà di ostentazione. Le tazzine di caffè, la frutta secca, nessuna voglia di sparecchiare tanto qualche domestico se ne occuperà e il cibo sbocconcellato se ne sta lì, abbandonato dopo un festino di cui nessuno sa nulla eppure non lascia possibilità di buoni ricordi. Magari è solo pigrizia, gli invitati satolli saranno fuori a ridere, ma il quadro dà altri indizi: le persiane chiuse, i fiori a terra. Come da titolo, manca l’aria. 

FONTE:  

sabato 18 aprile 2015

Arte e artisti della Grande Guerra, per riflettere sul presente

Arte e artisti della Grande Guerra, per riflettere sul presente
 
L'arte intorno agli anni della prima guerra mondiale, di cui ricorre il centenario, è ripercorsa nella mostra aperta fino al 23 agosto alle Gallerie d'Italia a Milano. La rassegna di circa 200 opere di pittura e scultura, allargata al periodo che va dal 1880 all'avvento del Fascismo vede anche due altre sezioni aperte a Napoli e Vicenza
 
L’Expo si avvicina e la città si prepara ad accoglierlo. Sono molte le iniziative pregevoli e tra queste, le Gallerie d’Italia hanno scelto di presentare una mostra dedicata alla Grande Guerra. Organizzata da Intesa Sanpaolo, comprende oltre 200 opere, tra dipinti e sculture, che coprono un periodo che va dal 1890 al 1935. Curata da Fernando Mazzocca e Francesco Leone, La Grande guerra. Arte e artisti al fronte, questo il titolo per esteso, va oltre la rappresentazione del conflitto e propone opere che ci spiegano come gli artisti hanno interpretato le fasi, gli umori e grandi difficoltà attraversate. La rassegna si sviluppa come un percorso espositivo iconografico e storico che insieme a Milano, è presente anche a Napoli e Vicenza. Un progetto complesso a cui hanno lavorato più di 150 persone tra studiosi, giovani storici dell’arte, architetti, restauratori, corniciai, grafici e traduttori. In Piazza Scala, sono esposte 200 opere, divise in quattro grandi sezioni: due si concentrano sugli anni che precedettero la guerra, le altre due sono dedicate agli anni durante e dopo il conflitto. “Un invito a riflettere sul percorso compiuto dalla cultura italiana, della guerra alla sua critica”, è stato il commento del presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli, che ha poi sottolineato, "è interessante vedere come la cultura dell'epoca, un periodo molto tormentato dopo la Belle Epoque, pensava che la soluzione dei problemi italiani potesse essere un conflitto bellico, tema che induce a molte riflessioni,
mentre oggi, di fronte al tema della guerra, per fortuna ha un atteggiamento diverso, su posizioni critiche".
L’esposizione è quindi da vedersi anche come una lezione storica che si trae da una grande tragedia. "Il percorso stesso della mostra”, ha continuato argomentando Bazoli, “induce a questa riflessione, in quanto parte dalla situazione in cui si trovava l'Italia prima della Grande Guerra per poi proseguire con i periodi successivi: durante e dopo la guerra stessa". Sempre secondo Bazoli, "è interessante vedere come il mito della Vittoria ha generato delusioni creando i presupposti per le dittature, appoggiate poi  da movimenti artistici, così come era stato per la guerra". Infine, ha constatato che "la vittoria ha sublimato la tragedia della povera gente che si è trovata a combattere tra le trincee, fino a dire che il popolo italiano è nato nella tragedia, perché in quelle trincee si è sviluppato un senso di fraternità". La mostra, come si diceva, apre in contemporanea a Napoli con una sezione sulla propaganda e il consenso e a Vicenza con una sezione dedicata ai luoghi d'arte feriti. Una mostra che parla della nostra storia e che allo stesso tempo ci permette di guardare al futuro con più fiducia. "Poter vedere qui, nelle Gallerie d'Italia, i capolavori che hanno raccontato la follia della guerra, è un modo eccellente per integrare una visita ad Expo con una apertura alla storia, e al futuro che vogliamo. Proprio negli anni che sono oggetto di questa mostra, che racconta anche il periodo precedente il conflitto mondiale, Milano viveva le sue prime Esposizioni Universali. Quella del 1906 in particolare nasceva con tutto l'entusiasmo per il progresso e per la pace che il Novecento sembrava promettere. Quelle promesse, come raccontano queste opere, non si avverarono. Ma quello slancio sì, quel desiderio di pace sì. Milano saprà esserne all'altezza", ha concluso il Sindaco Pisapia.
 
FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)