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sabato 21 maggio 2016

Quando riprendere il vero è arte. A Roma World Press Photo Show

Quando riprendere il vero è arte. A Roma World Press Photo Show


Migranti e ambienti in pericolo. Scatti che evocano speranza e altri che immortalano la realtà nella sua crudezza. Le immagini vincitrici di uno dei più prestigiosi premi di fotogiornalismo in mostra a Roma, per un mese


Migranti, bambini, zone di conflitto, foto di speranza e di cruda realtà. Tutto questo si trova nella mostra World Press Photo 2016, allestita, come consuetudine, all'interno del Museo di Roma in Trastevere, dal 29 aprile al 29 maggio.

Si tratta dell'esposizione fotografica che raccoglie gli scatti premiati all'ultima edizione del World Press Photo, uno dei più autorevoli e famosi riconoscimenti fotogiornalistici creato dall'omonima Fondazione di Amsterdam, nata come organizzazione no profit nel 1955. Da allora, una giuria formata da esperti internazionali si riunisce per visionare e selezionare tra le migliaia di lavori inviati da fotogiornalisti di tutto il mondo: quest'anno sono arrivate oltre 82mila immagini. Le hanno scattate 5.775 fotografi, di 128 nazionalità diverse.

I lavori selezionati sono stati suddivisi in otto categorie, e tra tutti sono stati premiati quelli di 42 fotografi provenienti da 21 paesi: Australia, Austria, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Iran, Italia, Giappone, Messico, Portogallo, Russia, Slovenia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Svizzera, Siria, Turchia e Stati Uniti. “Più di mille foto per questa edizione sono state spedite da fotografi cinesi” precisa il fotografo Francesco Zizola, presente in mostra come vincitore del secondo premio della sezione attualità e, quest’anno, anche organizzatore della tappa romana dell'esposizione ora in corso al museo di Roma in Trastevere.

“L'Asia si affaccia al mercato mondiale delle notizie e lo fa con consapevolezza” osserva ancora Zizola che nel 1996 è stato anche l'autore della foto dell'anno del World Press Photo, con un lavoro sulla guerra in Angola. Osserva il fotografo: “Dal 1996 al 2016, in questi 10 annni sono successe tante cose, la prima è il notevole cambiamento del modo di pubblicare le notizie, già avvenuto e che sta compiendo il suo termine con la trasformazione dai vecchi e nuovi media. Altra novità è l'uso della tecnologie: il modo di rappresentare le notizie che abbiamo oggi era prima impensabile, lo stesso Warren Richardson, autore della foto dell'anno 2016, ha dichiarato che quando ha scattato la sua immagine vincitrice, illuminato solo dalla luna, ha potuto vedere quanto ha fotografato soltanto a posteriori. Le nostre macchine fotografiche, con la possibilità raggiunta dalla tecnologia, arrivano a vedere anche quello che l'occhio non vede” conclude Zizola, quest'anno premiato per le foto scattate ad agosto dello scorso anno in Sicilia. Più precisamente nel mare mediterraneo, dove è rimasto per tre settimane a bordo di un battello specializzato nella ricerca e soccorso, affittato da Medici senza Frontiere che ha salvato, con tre barche, migliaia di vite di migranti.

Il fotografo romano cita nel suo commento “Hope for new life” la foto vincitrice di quest'anno, scelta nella categoria Spot News. É stata realizzata la scorsa estate a Roske, in Ungheria dove il fotografo autore free lance Richardson vive attualmente, al confine con la Serbia. Anche questo scatto come quello di Zizola e di tanti altri è concentrato sulla situazione dei migranti e i rifugiati.

Ma al museo di Roma in Trastevere non si vedono soltanto immagini di triste attualità, o scatti sensazionali. Si possono ammirare anche diverse immagini a tema sportivo (notevole la foto di Greg Nelson su un campo da basket) o di natura, ma soprattutto ci si trovano sempre storie di straordinaria umanità. Una su tutte quella raccontata per immagini dalla fotografa statunitense Nancy Borowick che, con “A Life in Death”, ha fotograto per un anno i suoi genitori entrambi malati di cancro. Si tratta di scatti commoventi, di scene famigliari tenere e intime, tra le quali si vede anche la fotofrafa, in un autoritratto mentre lava i piatti. Con questo lavoro Nancy Borowick ha vinto il secondo premio nella sezione “Long Term Project” di questo World Press Photo 2016, promosso da Roma Capitale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con 10b photography e World Press Photo Foundation di Amsterdam. Organizzazione e servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

lunedì 23 novembre 2015

Photolux Festival, fermo immagine tra sacro e profano

Apre oggi la Biennale di Fotografia di Lucca tra grandi autori, dibattiti, workshop ed eventi. Il fondatore: vogliamo divulgare la cultura visiva

Sacro e profano, spirito e materia, ci viviamo dentro ma è sempre difficile farci i conti fino in fondo. Il tema è nato con l’uomo e gli artisti non hanno mai smesso di rappresentarlo, ma per quelli di oggi, specie quelli che si esprimono con la fotografia, c’è un rischio in più di toccare i nervi scoperti della contemporaneità.  
Per questo le 29 mostre su «Sacro e profano» del Photolux Festival che apre oggi a Lucca (fino al 13 dicembre) faranno discutere per i linguaggi scelti, ma sono un mezzo di indagine importante per leggere la realtà in cui siamo immersi, oltre la riflessione artistica o estetica.  

«Il nostro festival nasce dalla volontà di diffondere la cultura fotografica nel nostro Paese», spiega Enrico Stefanelli, fondatore e direttore artistico del Festival, «facciamo vedere come un tema - in questo caso “Sacro e profano” - possa essere sviluppato in diversi linguaggi espressivi». Come è noto, uno di questi (una foto di Andres Serrano dell’87) è stato giudicato blasfemo o comunque offensivo della sensibilità dei cristiani e non sarà esposto. «Dell’autore però ci saranno gli altri lavori, compresi gli ultimi “Holy works”, da cui verrà fuori come si esprima sul sacro con pietà». 

Di certo il tema è delicato, urgente e merita di essere osservato, come le mostre tutte, oltre la logica della contrapposizione e dello choc.  

L’ATTUALITÀ DRAMMATICA  
Uno dei lavori più interessanti in questo senso è quello della fotografa francese France Keyser, che nella rassegna «Nous sommes français et musulmans» presenta la stessa realtà in due parti: prima e dopo Charlie Hebdo. Nel 2010 infatti aveva incontrato parigini che desideravano conciliare l’essere francesi con il credo religioso islamico e li ha fotografati, a colori, nella loro vita quotidiana. Poi, dopo la strage del 7 gennaio 2015, la fotografa è tornata dalle stesse persone e ha realizzato una nuova serie di ritratti in bianco e nero. 

Dalla Francia all’Italia, negli ultimi cinque anni Nicolò Degiorgis ha esplorato e fotografato i musulmani del Nordest nei loro luoghi di preghiera improvvisati: garage, palestre, negozi, vecchie fabbriche. «Un lavoro che ha vinto un importante premio a Arles e recensito da Martin Parr», spiega Enrico Stefanelli, che ci tiene a ricordare come questa Biennale internazionale di fotografia sia unica per il suo «mix fra reportage e arte».  

L’italiano Michele Borzoni invece ha viaggiato in Medio Oriente per tre anni, per fotografare la vita delle comunità cristiane là dove il cristianesimo è nato.  

FONTE: Sara Ricotta Voza (lastampa.it)

lunedì 5 ottobre 2015

McCurry. "La fotografia mi dà l'onore di poter raccontare il mondo"

McCurry. Gli scatti in mostra a Forlì


Il grande reporter americano è di scena ai Musei di San Domenico di Forlì con una mostra su  "Icons and Women". Tra monaci buddisti e ritratti femminili, con l'immancabile Sarbat Gula che l'ha reso celebre. "Ora è il momento di pensare ai rifugiati siriani"


La sensazione che si prova entrando al primo piano del complesso dei Musei di San Domenico a Forlì è quella di un’estraneazione. Sarà perché si passa improvvisamente dalla luce al buio, da pareti bianche a pareti nere…o forse semplicemente perché le fotografie di Steve McCurry, lì raccolte per la mostra Icons and Women, (sino al 10 gennaio) ci catapultano in un altro mondo, anzi, in tanti mondi.

Quello delle donne in Afghanistan, dei monaci buddisti, delle vittime della Guerra del Golfo, dei bambini soldato e dei villaggi indiani devastati dai monsoni. Piccole luci puntate ad illuminare solo le foto e l’effetto è quello di tante esplosioni di colore nelle stanze scure. Il rosso degli abiti dei monaci buddisti, il blu delle acque profonde dello Sri Lanka, l’arancione delle barbe tinte con l’henné dei nomadi indiani e, naturalmente, il verde degli occhi di Sharbat Gula, la bambina afghana che Steve McCurry ha incontrato nel 1984, in un campo di rifugiati a Peshawar, in Pakistan. Quella foto sarebbe diventata la copertina del numero di giugno 1985 della rivista National Geographic e quindi il più iconico tra tutti gli scatti del fotografo americano. Ma guai a chiedere di raccontare ancora una volta quella storia: “Basta andare su Google, c’è scritto tutto”. No, Steve McCurry non ne vuole proprio sapere: “Please, not today”, “per favore, oggi no”.

Il suo pensiero, infatti, è al futuro, ai “rifugiati siriani”. Sono loro quelli che Steve McCurry vorrebbe diventassero i protagonisti della sua prossima storia. “Ma non voglio andare in Siria. Pensavo piuttosto a un reportage dalla Turchia, dalla Giordania o da altre parti in Europa”.

Ha sempre desiderato essere un fotografo?
Sì, fare il fotografo è il desiderio che ho da quando frequentavo la scuola. Volevo viaggiare, visitare paesi e culture diverse e documentare tutto con la macchina fotografica. È sempre stata la mia ambizione.

Fa questo lavoro da oltre quarant’anni, ciò significa anni trascorsi in viaggo…qual è il posto che più stimola la sua creatività?
In oltre quarant’anni di viaggi posso dire che i luoghi che preferisco sono sicuramente l’India, l’Afghanistan, l’Etiopia… sono davvero splendidi paesi da visitare. Ma anche le Filippine e Taiwan sono stati importanti per il mio archivio fotografico. Poi il Perù, New York…la possibilità di aver visto e raccontato storie da tutte queste parti del mondo è per me un onore. Mi sento privilegiato nel fare questo lavoro.

Come sceglie i suoi soggetti? Sa con precisione chi o cosa fotografare già prima di iniziare o preferisce improvvisare?
In realtà sono i luoghi che mi ispirano, per ragioni personali o emotive. È difficile da esprimere a parole, ma dipende tutto dai posti in cui scelgo di lavorare.

Quando dice: “Questa è una buona foto”?
Ci sono momenti in cui lavori e momenti in cui senti di aver preso il massimo da una situazione. Ma non puoi esserne mai sicuro. A volte sei travolto da una circostanza e la sola cosa che puoi fare è reagire. Ogni situazione, ogni fotografia è differente: tutte le volte che prendo in mano la macchina fotografica è una nuova esperienza

Ha vissuto il passaggio dalla pellicola al digitale. Quale formato preferisce? Usa ancora la pellicola?
No, non uso più la pellicola da almeno dieci anni. Il digitale offre molte più possibilità nel nostro lavoro. Sì, sono un grande fan della rivoluzione digitale

Oggi tutti possiamo scattare foto e sentirci dei fotografi…abbiamo smartphone, ipad, abbiamo Instagram. Cosa pensa dell’abitudine di usare filtri e modificare le foto?
Credo sia meglio lasciare che la foto a rappresenti naturalmente i luoghi, il tempo, le situazioni. Per me le fotografie dovrebbero semplicemente riflettere i momenti vissuti

Tantissimi ragazzi la prendono come punto di riferimento per approcciarsi al mondo della fotografia. Cosa ne pensa?
Credo che la fotografia sia un ottimo modo per esplorare il mondo e per apprezzarne anche i minimi dettagli. La macchina fotografica ci permette di entrare in uno stato di meditazione, di estrema consapevolezza e sensibilità nei confronti del mondo che ci circonda

I ritratti sono uno delle sue specialità. Questa mostra, Icons and Women, si concentra soprattutto sulla figura femminile: le donne hanno avuto sempre un ruolo speciale nelle sue storie. C’è un motivo particolare? 
Le donne sono probabilmente la parte principale della famiglia umana: mettono al mondo la vita. Le donne sono ciò per cui viviamo, ci regalano bellezza. Sono decisamente il fulcro della nostra vita.

A volte le sue fotografie sono più riconoscibili del suo stesso volto. Quando vediamo la bambina afghana, ad esempio, diciamo subito: “quella foto è di Steve McCurry”, ma non tutti, vedendo il suo volto, dicono: “quello è Steve McCurry”. Crede che così debba essere per un buon fotografo o la cosa la infastidisce?
In realtà è una domanda che non mi sono mai posto, non è qualcosa di cui mi preoccupo. Quando fotografo e racconto storie mi aspetto che le persone reagiscano in modo positivo o negativo, ma non mi pongo altre domande

Che tipo di foto preferisce scattare quando è in Italia?
Mi piace fotografare ciò che fotograferei in qualsiasi altra parte del mondo: persone, paesaggi, comportamenti umani. Non faccio distinzioni tra Italia, Tibet, Cuba…per me facciamo tutti parte della stessa famiglia umana

Dove la porterà la sua prossima avventura?
La mia prossima avventura mi porterà a Milano, per trovare degli amici e lavorare. Milano è un altro dei miei posti preferiti al mondo.

FONTE: 


sabato 16 maggio 2015

Camouflage per riflettere sull’identità

 
Le fotografie di Lucia Fainzilber pongono l’accento sul meccanismo di ‘mimetizzazione’ delle persone
 
Lucia Fainzilber è una fotografa e art director argentina che vive a New York, che ha realizzato un progetto fotografico con sé stessa come soggetto in una serie di immagini che ne dissolvono completamente l’identità. ‘Somewear' è il nome del progetto in cui Lucia si è autoritratta con abiti e accessori (lenzuola, scialli) che la mimetizzano con lo sfondo. Una sorta di camouflage inserito nei contesti più disparati, dal supermercato alla siepe, passando per la carta da parati al cielo terso.

Il suo intento non è tanto la precisione della mimetizzazione, che anzi appare volutamente poco curata, piuttosto alimentare una riflessione sul concetto di identità, su ciò che siamo e ciò che la società decide per noi. Mettere sé stessa di fronte all’obbiettivo è l’esercizio di partenza da cui scaturisce la riflessione, un modo per guardare la propria immagine da un punto di vista differente, mentre lo step successivo è il camouflage. Tecnica che utilizzano gli animali per cacciare o per non essere predati, e che utilizzano i soldati per non esporsi al fuoco nemico: anche Lucia Fainzilber ‘scompare’ sullo sfondo per creare l’illusione ottica di venirne inglobati, di non essere più quello che si è.

Le immagini sono interessanti e, se a prima vista appaiono come un esercizio di stile, ad un approccio più profondo riflettono il concetto di società che ci plasma, dello ‘scomparire’ nella massa, dell’uniformarsi esteticamente ma anche nel modo di pensare, per sentirsi parte di un tutt’uno piuttosto che emergendone. Rinunciare alle proprie peculiarità per mimetizzarsi con la società: Lucia Fainzilber trova un modo interessante per proporci una riflessione in merito. Per vedere tutte le immagini del progetto.
 
FONTE: lastampa.it

sabato 4 ottobre 2014

Il rigore del Mare Nostrum nel Bianco e Nero di Iodice

Il rigore del Mare Nostrum nel Bianco e Nero di Iodice


Alla Fondazione Fotografia Modena la mostra sintesi della carriera del fotografo napoletano. Nelle stampe al carbone su carta cotone scenari distanti anni luce dalla cronaca attuale di sbarchi e clandestini



Dell'originario sapore romano di Mare Nostrum, stando soprattutto alle ultime tristi cronache che parlano di clandestini in costante aumento, non è rimasto niente. O quasi. Dipende dal punto di vista, e da chi guarda. Se è Mimmo Jodice (Napoli, 1934) a dirigere lo sguardo, allora ci si può certamente aspettare - e a garanzia ci sono oltre cinquanta anni di onorata carriera di cui si ricorda la recente tappa al Louvre nel 2011 - che il mare sia rappresentato in maniera evocativa e onirica, non trattato come argomento di mera cronaca. Lo testimoniano gli scatti raccolti nella mostra "Arcipelago del mondo antico", al Foro Boario di Modena dal 12 settembre 2014 all'11 gennaio 2015, a cura di Filippo Maggia. Gli scatti del fotografo napoletano in mostra sono cinquanta. 


Opere fotografiche per lo più inedite, che rievocano il rapporto dell'artista con la sua città natia (dove nel 2006 ha ricevuto la laurea Honoris Causa in Architettura dall'Università Federico II) ma anche il suo costante impegno tanto con i contenuti quanto con le tecniche. Ruderi, pietre romane, mare: soggetti che nel caso di Jodice sono sinonimo di identità e qualità. La maggior parte delle foto esposte è stampata al carbone su carta cotone, materiale a cui l'artista è fedele perché scelto compiendo un incessante lavoro di "ricerca per verificare tutte le possibilità tecniche oltre che quelle espressive" afferma Jodice, che lavora da sempre con la pellicola, realizzando foto di tipo tradizionale, senza rincorrere mode e cambiamenti. E poi c'è il rigoroso bianco e nero. "Quando io ho cominciato, più di 50 anni fa -racconta l'artista- non esisteva il colore. Iniziai a stamparmi le foto mettendo a punto la mia identità espressiva. Continuai su quella strada, perché rimane la modalità che mi appartiene di più: il colore è sinonimo di realtà; le mie fotografie, nate col bianco e nero, sono più suggestioni personali". Suggestioni, archetipi, i naviganti del mare di un tempo che fu, sono questi i soggetti cari all'artista, lo svelano scatti come "Amazzone ferita" e il "Compagno di Ulisse" del 1992 per citarne un paio tra quelli in mostra a Modena. Oltre a dedicare una personale a Jodice, la Fondazione Fotografia inaugura altre altre due esposizioni, quella di Kenzo Izu "Territori dello spirito" e la collettiva "Fotografia de los Andes", tutte e tre in apertura della stagione dello spazio modenese, all'interno del programma delfestivalfilosofia 2014.

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

giovedì 29 maggio 2014

FINISSAGE. CHIUDE A ROMA LA MOSTRA "LE VIE DEL SACRO", DEL FOTOGRAFO KAZUYOSHI NOMACHI


Tibet, uno degli scatti in mostra

Il deserto del Sahara, il Nilo, L’Etiopia, il Gange, il Tibet, le Ande e la Mecca nel primo reportage approfondito mai realizzato sul pellegrinaggio di oltre due miliardi di musulmani. Ma soprattutto, gli uomini. O meglio, i credenti, tra fedeli e pellegrini di ogni religione.“Le vie del Sacro” – non a caso, titolo della mostra - portano a Roma. Sono circa duecento gli scatti del fotografo giapponese Kazuyoshi Nomachi che chiude oggi alla Pelanda di Roma nella più grande antologica mai realizzata sul foto-documentarista.
 

E, molto di più, nella sua prima assoluta per l’Occidente.
 
Dopo oltre quarant’anni di lavoro, foto pubblicate in tutto il mondo e numerosi premi, Nomachi arriva finalmente in Italia per raccontare la sua storia e la sua ricerca sulle diverse forme di spiritualità.
 
Un’indagine che ha iniziato quasi per caso, alla ricerca di un orizzonte fisico che, presto, si è rivelato metafisico, “folgorato” dall’aspra bellezza del Sahara e ancora di più dalla tenacia dei suoi abitanti. “A 24 anni – ricorda Nomachi - ho iniziato la mia carriera come fotografo pubblicitario. L’anno successivo sono andato in Sahara. Sono stato sopraffatto dalla natura e ho iniziato a capire la tenacia della gente costretta a vivere in quei territori, ho gradualmente ho trovato la fede che sostiene quella tenacia”.
 
Proprio le condizioni di vita più dure e l’“affido” al Superiore, che spesso ad esse si accompagna, sono diventati i soggetti prediletti del suo lavoro. Nel tentativo di illustrare il Sacro, nelle sue maiuscole anche altisonanti, Nomachi ha “scolpito” i ritratti dei fedeli nel quotidiano della religione, fatto di riti e speranza, ma anche di sofferenza e sacrificio. Di luogo in luogo, di volto in volto, Nomachi ha così tracciato una mappa geografica e antropologica del Credo nelle sue molteplici espressioni, alla ricerca di quel sostrato comune che è prima di tutto tensione verso l’Alto.
 
Così se l’obiettivo era cercare dio, il traguardo è stato forse trovare l’uomo nella potenza, perfino, della sua fragilità. “Di fronte al Sacro – dice Nomachi – l’essere umano tende a mettersi a nudo e a confrontarsi con dio e con se stesso”.
 
Il confronto diventa l’eterna – e quotidiana appunto – battaglia dell’io, tra solitudine e umiltà, egotismo e coscienza della vanità dell’io stesso. Il risultato è una poetica della meraviglia, intesa come stupore primigenio dell’Altro. Ad essere raccontato in mostra, infatti, è l’orizzonte ricco di un mondo multiforme, che si regge sul concetto, più forse sentimento, dell’essere umano.
 
Articolato in sette sezioni, il percorso va dallo “sconfinato vuoto” del Sahara alle chiese rupestri e ai monasteri sugli altopiani dell’Etiopia, “dove la fede continua a essere professata come ai tempi della Bibbia”, dal Gange – “Chi si immerge nelle acque del Gange viene lavato dai suoi peccati, chi vi sparge le ceneri del caro estinto lo aiuta a rinascere nel cielo, liberandolo dalle sofferenze della reincarnazione” – al Nilo, dove una tribù di pastori vive “ a stretto contatto con il bestiame, come nella preistoria”, fino alle Ande.
Senza dimenticare il Tibet: “I tibetani sono devoti al buddismo, ereditato dall’India, ma rivisitato in base a una forte sensibilità originata anche dalla loro visione della vita in un territorio estremamente povero e improduttivo”.
 
Sotto i riflettori gli scatti dedicati alla Mecca. “Tutto è nato dalla commissione di un editore saudita – dice Nomachi - Per una persona che aveva “familiarizzato” con il deserto e si era interessata all’Islam a venti anni, era una vera opportunità. La Mecca è l'unico luogo sacro per i 1,4 miliardi di musulmani del mondo. Ka'ba che si trova nella moschea di al-Masjid al-Haram alla Mecca, è l'asse spirituale di quei 1,4 miliardi di persone. Vedendo l’Islam dal di fuori della Mecca si è portati a sentire la distanza. Ma nella Mecca ero certo di poter toccare l'essenza della fede islamica. I media tendono a diffondere pregiudizi sull'estremismo islamico. Visitando La Mecca, ho capito che l'estremismo islamico non ha nulla a che fare con l'essenza dell'Islam”.
 
Ecco il segreto della filosofia di Nomachi e il cuore della sua mostra: “documentare”, nel pieno senso della parola. Scatti e parole dello stesso fotografo sollecitano sguardo e pensiero alla ricerca di un Oltre, che forse può semplicemente e profondamente essere l’Altro.

FONTE: Valeria Arnaldi (leggo.it)

martedì 15 ottobre 2013

Fotografia, il festival internazionale di Roma celebra l'assenza



Un festival che celebra l’assenza. È iniziata a Roma la XII edizione del Festival internazionale della fotografia, promosso dall’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale, co-prodotto dal MACRO e Zètema Progetto Cultura.

Quest’anno, con un evento che durerà fino all’8 dicembre, è l’intera città ad accogliere le esposizioni e gli eventi. Fulcro dei tanti appuntamenti in programma è il museo MACRO di via Nizza.

Per l’occasione, il Festival animerà non solo gli spazi espositivi del museo, ma anche il foyer, l’auditorium e la Sala Cinema.

Obiettivo è creare una piazza vera e propria, in cui discutere e riflettere sulla fotografia contemporanea. Il tema di questa XII edizione è “vacatio”, vale a dire l’assenza e la sospensione nella fotografia, ma anche la condizione individuale di solitudine e l’identità. Particolare attenzione anche all’apporto dato dalle nuove tecnologie alla disciplina fotografica.

Tanti i protagonisti di un festival che invade molti spazi espositivi della città. La novità di questa edizione è la creazione di un comitato scientifico composto, tra gli altri, da Tim Davis e Guy Tillim.

Il programma prevede la partecipazione di 200 fotografi che esporranno le loro opere nelle oltre 100 mostre, lecture e workshop. Tra questi, Patrick Faigenbaum, vincitore dell’ultimo prestigioso premio Henri Cartier-Bresson e Guido Guidi, che terranno due delle otto lecture previste. Partecipano anche Adam Broomberk e Oliver Chanarin, vincitori del Deutsche Prize assegnato a Londra nel mese di giugno. Il Festival della fotografia ospiterà anche due personali degli italiani Paolo Pellegrin e Guido Guidi.

Presto il MACRO pubblicherà un catalogo dell’evento, in italiano e in inglese. E proprio alle tante case editrici coinvolte nel Festival sarà dedicata una sezione di approfondimento.

Queste le esposizioni:

ACCADEMIE E SPAZI ISTITUZIONALI:
Accademia di Francia a Villa Medici — Patrick Faigembaum, a cura di Jean-François Chevrier e Jeff Wall.
British School — Felix Davey, Possible Encounters, a cura di Jacopo Benci.
Fondazione Pastificio Cerere — Enrico Boccioletti, a cura di Alessandro Dandini de Sylva.
Museo di Roma in Trastevere — Horst Stein, Appearance, a cura del Forum Austriaco di Cultura.
Museo di Roma in Trastevere — Lee Jeffries, Homeless, a cura di Giovanni Cozzi.
Ex-GIL — aa.vv., Linee d’ombra, a cura di Stefano Simoncini.
Ex-GIL — Stefano Cioffi, Il fantasma della realtà, a cura di M.G. De Bonis.
GALLERIE E ALTRI SPAZI ESPOSITIVI:
Acta International — Karmen Corak, Ribi. Negli occhi dei pesci lacrime, a cura di Manuela De Leonardis.
Antonello Colonna Arte, Labico — Jochem Schoneveld, Rome Lost and Found, a cura di Marco Delogu.
Bgallery — Edoardo de Falchi, Displacements, a cura di Benedetta Cestelli Guidi.
Centro Luigi di Sarro — Pietrantonio, Emmanuel Rioufol, Yannick Vigouroux, Xavier Martel,Vacatio, a cura di Emma Ercoli, Xavier Martel.
Galleria 291 Est — Katrien de Blauwer, Where will we hide, a cura di Daniela Cotimbo, Paola Paleari.
Galleria Doozo — Yasuhiro Ogawa, Yuki – Winter Journey, a cura di Manuela De Leonardis.
Galleria Gallerati — Michele Cera, Domingo Milella, Urban Geographies, Valentina Isceri.
Il Mitreo – Arte Contemporanea Corviale — Saverio Maestrali, Said Bouterfa, Paesaggi dell’anima, a cura di Monica Melani.
Ilex — Nathalie Daoust, China Dolls, a cura di Deanna Richardson, Laura Mocci.
Laszlo Biro — Jessica Stewart, Erasure, a cura di Laszlo Biro.
MAAM Museo dell’Altro e Altrove Metropoliz — Carlo Gianferro, Ritratti di famiglia con opera, acura di Giorgio de Finis.
Museo Civico Zoologia Roma — Ludovica de Luca, Vedo doppio. Panorami a pellicola tra natura e città, a cura di Artnoise.
Officine Fotografiche — Francesco Minucci, Today – Tomorrow, a cura di Claudia Pettinari.
Libreria One Room — aa.vv., Vacatio Synthesis, a cura di Stefano Ruffa.
s.t. Foto Libreria Galleria — Lorenzo Castore, Notebook II, a cura di s.t.
Sala1 — Thomas Jorion, Timeless Islands, a cura di Emanuela Termine.
Spin / Laboratorio Fotografico Corsetti – Francesca Romana Guarnaschelli, Promessa Terra, a cura di Eugenio Corsetti e Niccolò Fano.

FONTE: Federica Ricca (ilmessaggero.it)

martedì 2 luglio 2013

Parks, la faccia nera del sogno americano



Si apre oggi ad Arles la mostra dedicata al grande fotografo che ha usato le sue immagini come un’arma contro il razzismo


Una delle tante leggende su Gordon Parks vuole che abbia iniziato ad amare la fotografia quando, nel 1934, poco più che ventenne, faceva l’inserviente sui treni Chicago-Seattle: la gente lasciava sui sedili Life e Vogue e lui, intelligenza sveglia di chi nasce ultimo di 15 figli in una famiglia nera e povera del Kansas, imparava da autodidatta, sfogliando quelle riviste patinate, cosa fosse e come si costruisse un’immagine. Certo poi avrà altri maestri come Roy Stryker, mitico direttore della Fsa (Farm Security Administration, culla della fotografia documentaristica americana), che l’accoglierà a Washington e lo porterà poi con sè alla Standard Oil. Alla Fsa il giovane Parks cerca di sbollire la rabbia per il razzismo di cui si sente circondato anche a Washingotn realizzando un reportage sulla vita della donna nera che fa le pulizie in quegli uffici: strizzando l’occhio al celebre quadro di Grant Wood la ritrae (siamo nel 1942) sotto una bandiera americana, con la scopa in una mano e nell'altra uno strofinaccio, e titola l’immagine American Gothic. Subito nessuno gliela pubblica, ma diventerà un’icona della fotografia americana del dopoguerra. 

A realizzare la prima grande retrospettiva italiana su Parks è stata nei mesi scorsi la Fondazione Forma a Milano e la stessa mostra, curata da Alessandra Mauro e Sara Antonelli, approda da oggi ai «Rencontres de la photographie» di Arles, che François Hebel dedica quest’anno al bianco e nero. La mostra segue l’evoluzione di Parks, dalle prime foto documentaristiche degli Anni 40 ai grandi reportage degli Anni 70 (dopo, il poliedrico Parks diventerà anche compositore di musica e regista cinematografico e, in una vita piena di record, sarà il primo nero a girare un film per le major hollywoodiane). Si può leggere la carriera di Parks fotografo come un proseguimento della sua fascinazione giovanile per Life e Vogue, perché Parks non sarà solo un grande documentarista ma anche un raffinato fotografo di moda e lavorerà da professionista per entrambe le testate.  

Ci sono, nella fotografia, vari modi di operare: c’è chi teorizza e pratica il distacco assoluto dai soggetti che riprende, e chi invece si fa coinvolgere al punto da viverci insieme per mesi e di andarli a cercare anche anni dopo gli scatti per vedere che fine hanno fatto e come se la passano e magari aiutarli a trovar casa o a risolvere problemi economici. Gordon Parks appartiene a questa seconda categoria: i suoi reportage - che abbiano per oggetto la donna delle pulizie della Fsa, le Pantere Nere e i movimenti antirazzisti Anni 60, Malcolm X o la famiglia Fontenelle che vive di stenti a Harlem, Cassius Clay o Luther King o i giovani delle gang di strada a New York - sono per lui fonte di incontri e amicizie che durano nel tempo. 

Il suo talento si manifesta anche nei ritratti di personaggi del mondo del cinema, artisti, musicisti o gente del jet-set: si va da Ingrid Bergman (celebre la serie a Stromboli sul set dell’omonimo film, quando lei viveva la sua storia d’amore con Rossellini) a Giacometti, da Carlo Levi (lo riprende nel suo studio mentre dipinge una modella) a Leonard Bernstein. Parks non si cimenta solo con il bianco e nero, ma lavora con risultati notevoli anche con il colore: basti pensare al reportage del 1957, «sporco» e cinematografico alla Cattivo tenente, in cui segue per un po’ di giorni la polizia di Chicago, o alle eleganti foto di moda dei primi Anni 50 o alle acciaierie della Pennsylvania o a The Learning Tree. C’è in Parks anche una vena letteraria: non solo scrive articoli e testi che accompagnano le sue foto, ma talora realizza reportage che si ispirano a celebri romanzi, come nel caso dell’Uomo invisibile di Ralph Ellison. 

Il taglio delle immagini, lo sguardo di Parks, il suo modo di comporre si possono definire classici: forse per valorizzare ancora di più gli emarginati o i discriminati di cui si occupa, il fotografo ha un’attenzione non comune per la forma, per i rapporti tra luce e ombra, e non mancano (non solo nel caso di American Gothic) i rimandi all’arte. E sono molte le immagini della mostra che rimangono scolpite nella mente: si tratti della fila di scarpe su un selciato di Harlem, della bambina che beve alla fontana per «coloured only» in Alabama, della donna nera che aspetta il tram su un marciapiede di Washington, delle modelle newyorchesi con taglio alla garçonne. E se pensiamo ai conflitti razziali di quegli anni possiamo davvero dar ragione a Parks (morirà 94enne nel 2006) quando diceva che la macchina fotografica è stata per lui «un’arma da usare contro tutto quello che non mi piace dell’America: la povertà, il razzismo, la discriminazione». 

GORDON PARKS, UNA STORIA AMERICANA  
ARLES MAGASIN ELECTRIQUE  
FINO AL 22 SETTEMBRE  

domenica 30 giugno 2013

"Cose viste" ad arte nel museo Alinari


Una mostra raccoglie cento scatti della fotografa Maria Orioli, recentemente scomparsa. Il suo archivio è stato donato alle Raccolte Museali Fratelli Alinari

"Come restare insensibili davanti alle immagini di Maria Orioli? Immagini che ci riportano a un tempo fuori dal tempo, a tutto ciò che ci affascina in questa Venezia minacciata dalla massa dei turisti, dalla fatiscenza degli edifici, dai distributore di panini, dai venditori di paccottiglia cinese, e dalla pubblicità incombente…" Così vengono presentate sul sito della Fondazione Alinari da Philippe Arbaïzar,  del Dipartimento Fotografia della Biblioteca Nazionale di Francia, le fotografie di Maria Orioli, alle quali è dedicata una mostra presso il MNAF, il Museo Nazionale Alinari della Fotografia. 

L'esposizione allestita a seguito della recente donazione dell’archivio Orioli alle Raccolte Museali Fratelli Alinari, raggruppa più di cento sue fotografie in bianco e nero dedicate non solo a Venezia ma a diversi altri luoghi del mondo. Il titolo,  " Cose viste", prende spunto dalle “Choses vues” di Victor Hugo in quanto la mostra, così come il volume dello scrittore francese, raccoglie il frutto del lavoro di diversi tanti anni di attività. 

FONTE: arte.it

lunedì 27 maggio 2013

I mostri di Witkin, il fotografo del proibito

 
 
Il bricolage spettacolare di Joel Peter Witkin porta in scena la fascinazione profonda del proibito. Ma in una maniera inquietante, frequentando una forma di bellezza diversa dal consueto, riproducendo l’indesiderabile, l’abnorme, il mostruoso. Eccoli i soggetti ritratti nelle sue fotografie: storpi, nani, ermafroditi, androgini, una serie di fantasmi provenienti dal rimosso, da una stanza distante che evoca le torture dell’inconscio. Un mosaico di corpi deformi, ricuciti in una scena iperrealista, barocca, dove la morte si accosta alla vita e la diversità si riappropria del palcoscenico, magari quello del M.O.M.A. di New York o del Victoria and Albert Museum di Londra. Witkin ritorna in Italia a distanza di diciotto anni dalla grande mostra di Rivoli, arriva questa volta a Firenze con 55 opere esposte al Museo Nazionale Alinari della Fotografia. Joel-Peter Witkin. Il Maestro dei suoi Maestri, dal 21 marzo al 24 giugno, ripropone un viaggio urticante e mistico riemerso dai bestiari medievali, partorito dalla letteratura moderna che attinge al Frankenstein di Mary Shelley. Le sue inquietanti creature lasciano pensare all’universo delle comparse felliniane, meglio ai protagonisti delle storie di Dylan Dog con uno sguardo ai mutanti cyberpunk.

ERMAFRODITI

Nato a New York nel 1939, padre russo ed ebreo, madre napoletana e cattolica, ad influenzare singolarmente la sua cultura religiosa. Comincia a fotografare professionalmente negli anni Sessanta, su commissione del fratello gemello, pittore e scultore: ritrae una “chicken lady”, un uomo con tre gambe e un ermafrodito nei paraggi di New York. Da allora l’universo dei freak diventa il suo circo privato, la realtà a cui attingere per scioccare e sedurre. L’America puritana gli ha rovesciato addosso le accuse di pornografia, blasfemia, psicopatia.

IPERREALISMO

Le sue immagini vanno ben oltre le trasgressioni di un Mapplethorpe – dal quale prende le distanze: presentano ciò che è inaccettabile alla percezione comune, rimuovono e indagano il tabù della pornografia della morte. L’impatto con l’occhio è iperrealista, l’immagine viene progettata a tavolino con disegni preparatori, elaborata con allestimenti scenografici di fondali e luci, stampata con graffi e trattamenti pittorici. Il suo lavoro diventa una singolare forma di preghiera, in grado di evocare lo strano meraviglioso o, come afferma lui stesso, provocare quel flash «dell’ultima cosa che una persona vede o ricorda prima di morire».

Demiurgo e voyeur, Witkin colloca il suo improbabile universo di supereroi da confine tra la vita e la morte, dove la fotografia ha ragione di esistere e forza per sconvolgere, attingendo alla storia dell’arte, all’iconografia cristiana del memento mori, citando in un bricolage fantastico il mondo di Bosch e le angosce religiose di Zurbaran, le ombre, le luci, i modelli di Caravaggio, gli abiti e la teatralità di Velazquez con i tableaux fotografici di Muybridge e Reylander, i giochi surreali di Arcimboldo con quelli delicatissimi di Mirò, il surrealismo di Dalì insieme ai sogni simbolisti di Kubin, Balthus e Beckmann. È la rivincita del corpo nell’era dell’immateriale digitale: ma del corpo deforme e postumano, della fisicità che per imporsi deve fa paura, della sessualità che riappare sotto forma di mostruosità, della bellezza disabile che nell’occhio di Witkin ha trovato un paladino visionario.

FONTE: Giovanni Fiorentino (ilmessaggero.it)

lunedì 11 marzo 2013

Il bianco e nero di Tina Modotti in mostra a Roma


L'AuditoriumArte espone dal 14 marzo al 7 aprile una sessantina di scatti della famosa fotografa di inizio Novecento

Imparò a fotografare da bambina, Tina Modotti, quando lavorava ancora come operaia di una filanda di Udine, la città dov'era nata nell'agosto del 1896. Un inizio tranquillo per un'esistenza che invece ben presto divenne straordinaria, fatta di vicende "romantiche e rivoluzionarie", come le sue foto migliori, che dal 14 marzo al 7 aprile prossimi, saranno esposte all' AuditoriumArte del Parco della Musica di Roma, in una mostra, "Tina Modotti, Fotografa", prodotta da CinemaZero e presentata dalla Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Contrasto.


Si tratta di una sessantina di scatti tra i più rappresentativi del suo percorso umano, politico e artistico che la portò prima ad emigrare in America e ad esordire nel cinema hollywoodiano e poi a trasferirsi nel Messico, quello di Dos Passos e Frida Kahlo, dove divenne un'attivista politica e nello stesso tempo raggiunse l'apice della sua carriera di fotografa. Fu allora che le immagini divennero per lei uno strumento di denuncia sociale. Solo con l'espulsione dall'America Latina e l'inizio della clandestinità, a cui seguì una misteriosa e prematura morte nel 1942, l'allontanarono da questa sua passione.

La mostra fa parte della rassegna che l'AuditoriumArte sta dedicando alle donne e all'obiettivo fotografico: dopo l'esposizione dedicata agli scatti che immortalano Charlotte Rampling, questa è la prima che documenta il lavoro di una donna dietro l'obiettivo. Protagoniste delle prossime mostre saranno le fotografe della mitica rivista americana LIFE e, a seguire, le giovani autrici italiane under 35 del collettivo Odd Days.

FONTE: Nicoletta Speltra (lastampa.it)