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martedì 27 maggio 2014

Lo scatto sinuoso, in mostra Mario Rossi alla Camera dei Deputati




Una mostra di fotografia sarà inaugurata oggi all’interno di una suggestiva struttura sorta in età paleocristiana e attualmente collocata all’interno degli spazi della Camera dei Deputati. Il Complesso di Vicolo Valdina in Piazza Campo Marzio a Roma, infatti, ospiterà (dalle 17) “Flussi geometrici”, una selezione di dodici elaborazioni fotografiche di Mario Rossi, artista che vive e lavora nella capitale ed è rappresentato in Olanda dalla galleria Chiefs&Spirits dell’Aja.  
Un progetto, quello di Rossi, molto legato all’osservazione e allo studio degli spazi architettonici, basti notare la serie di immagini ispirate dalle forme sinuose del MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo realizzato dall’ “archistar” Zaha Hadid. Spesso gli scatti fotografici, nel lavoro del fotografo di origini napoletane, diventano moduli che si ripetono e intersecano tra loro formando strutture che sorreggono la composizione. Strutture che contengono persone, viste dall’alto, che perdono la propria dimensione umana e si confondono in un flusso uniforme. 

““Flussi geometrici” – spiega il curatore Loris Schermi - è una sorta di ossimoro che mette insieme due aspetti contrapposti del lavoro di Rossi: l’essenza fluida del tempo e la necessità di arginare il disordine attraverso la ragione e quindi la geometria. Nelle sue fotografie traspare il richiamo alla storia dell’arte, alle linee perpendicolari di Mondrian e alla diagonale di Van Doesburg. Gli spazi reali che accolgono questo processo, diventano nelle sue elaborazioni fotografiche, luoghi mentali nei quali l’artista torna in momenti diversi del proprio percorso.” 

FONTE: FLAVIO ALIVERNINI (lastampa.it)

lunedì 2 dicembre 2013

Leica Photographers Award 2013


Vince Paolo Marchetti con Saudade Moon

Leica ha indetto un concorso fotografico dedicato a fotografi professionisti ed il vincitore è stato proclamato, sabato 23 novembre, nell’ambito della PhotoLux Night, la serata di inaugurazione della prima edizione del Festival Internazionale di Fotografia di Lucca.
La prima edizione del Leica Photographers Award è stato vinto daPaolo Marchetti, con il progetto Saudade Moon, un affascinante reportage in bianco e nero che mostra la sua personale visione “lunare” del Brasile.
Ben 1.711 i lavori ammessi alle selezioni, su oltre 3.500 candidature pervenute in un solo mese. A visionare gli 11 portfolio finalisti la giuria costituita da Lorenza Bravetta è dal 2010 Development Director di Magnum Photos per l’Europa continentale, Alice Gabriner è dal 2011 Senior Photo Editor del National Geographic e Alessia Glaviano photo editor a Vogue. Accanto a Marchetti ecco infatti i lavori di Giovanni Cocco, Anna Da Sacco, Olivier Fermariello, Edvard Frank, Paolo Galletta, Fabio Itri, Nicola Angelo Mangia, Fabio Moscatelli, Filippo Mutani e Valentina Piccinni, mostrati al pubblico dell’Auditorium prima della proclamazione del vincitore.
“Saudade Moon: è la prima grande stazione di un lungo viaggio, la ricerca sulla mia geografia emotiva, uno strumento per saper piangere dal ridere, di ciascuna terra vissuta. In fondo allo stomaco del mio viaggio ho incontrato in Brasile il seme della saudade, il passaggio consapevole e riferito alla propria appartenenza, sentimentale, epocale, ideologica e definitivamente empatica. La terra Brasiliana mi è ancora molto distante, come la luna, coi suoi colori urlati in faccia o bisbigliati da molto lontano. “Saudade Moon” è la mia visione lunare del Brasile, il pretesto per riconoscermi negli occhi di uomo qualunque, rivendicare me stesso come figlio del mondo e restare fertile alla vita.”
Paolo Marchetti sono andati una Leica M con obiettivo Summilux M 50 mm e l’esposizione delle 30 foto dello stesso portfolio nel corso della prossima edizione di PhotoLux, insieme alla pubblicazione di un libro dedicato.

FONTE: luxgallery.it

domenica 24 novembre 2013

Calendario Pirelli, per i 50 anni gli scatti inediti di Helmut Newton


Calendario Pirelli, per i 50 anni gli scatti inediti di Helmut Newton

Sono quelli che il grande fotografo fece per l'edizione del 1986 e che poi non furono pubblicati. Con corollario di illazioni sui motivi della bocciatura, inchieste e un libro monografico. Il ricordo di Manuela Pavesi, che lavorò con il maestro in quel periodo

Il Calendario Pirelli celebra i suoi primi 50 anni con un inedito di rara forza e bellezza. Tira fuori dalla cassaforte le immagini scattate da Helmut Newton per l'edizione 1986 e mai pubblicate e le impagina per il calendario 2014, presentato in pompa magna nel lussuoso e avvenirstico quartier generale della Bicocca.

Il calendario di Newton per qualche motivo non piacque, il che certo incrinò i rapporti tra il maestro della fotografia, all'epoca già un mostro sacro, e l'azienda di pneumatici. Non stupisce dunque che nell'albo d'oro dei grandi fotografi che hanno firmato il Pirelli - da Elgort a Herb Ritts, da Avedon a Lindberg, da Bruce Weber ad Annie Leibovitz, da Testino a De Marchelier, da Richardson a McCurry - il nome di Newton brilli per la sua assenza.

Mentre oggi, per la meraviglia dei collezionisti e la gioia degli intenditori, prende finalmente corpo questo calendario fantasma su cui molto si è ricamato con inchieste e addirittura con un libro monografico, e con l'inevitabile giallo sui (non facilmente spiegabili) motivi della bocciatura. Atmosfere troppo torride? Si direbbe di no. "Io ho la fortuna che allora non c'ero. Escludo però che ci sia stata censura contro Newton - afferma Marco Tronchetti Provera - direi piuttosto si sia trattato di rivalità fra la consociata inglese che aveva affidato la realizzazione del calendario a Bert Sterne, ultimo ritrattista di Marilyn Monroe, e quella italiana che aveva affidato il compito a Newton. Alla fine fu scelto il calendario inglese, non certo privo di nudo".

Un iter davvero molto movimentato quello del calendario 1986 firmato dal grande maestro tedesco, tenuto chiuso in cassaforte e pubblicato solo oggi. Durante lo shooting, che avvenne prima a Montecarlo e poi nel Chianti e nella campagna senese, quando era a tre quarti dell'opera Newton dovette abbandonare il set per gravi motivi famigliari, un malore della moglie. "Mi chiese di finire il lavoro per lui, dandomi istruzioni molto precise fin nel più piccolo dettaglio. Dei 12 scatti del calendario lui ne ha fatti otto e io quattro, e lui fu molto contento del prodotto finito", racconta ancora emozionata dopo tanti anni Manuela Pavesi, tuttora una delle stylist più apprezzate nel mondo della moda.

Fra vigne, case coloniche sbrecciate, squarci bucolici, poggi, cipressi, tabernacoli, ruderi medievali ma anche immense e minacciose ruote di camion, di trattori, di macchinari agricoli, le foto di Newton sono un racconto suggestivo dove il nudo esplicito è assente, un racconto all black and white permeato di atmosfere neorealiste.

"E' molto facile dire che era neorealista ma lui andava molto al di là - ricorda la Pavesi - Avevamo fatto insieme un servizio di moda per Vogue sul tema la donna ricca e la donna povera. Un tema che gli era piaciuto moltissimo, lui che era abituato a ritrarre soprattutto la donna altoborghese che ha tutto e di più. Così quando fu incaricato di fare il calendario Pirelli mi disse che voleva tornare su quel tema, che decisamente lo intrigava."

La modella italiana Antonia Dell'Atte, che nel calendario impersona la donna ricca, tacchi a spillo e macchina da corsa, non nega che siano circolate "voci secondo cui c'erano immagini un po' osé, il calendario non uscì e nessuno ci dette spiegazioni", mentre la sua collega Susie Bick, nel calendario una delle ragazze povere, è incredula che qualcuno possa parlare di censura e si commuove fino alle lacrime ripensando a quei giorni e all'emozione di aver lavorato con "un artista così speciale".

FONTE: Laura Laurenzi (repubblica.it) 

venerdì 8 novembre 2013

Danzando tra le immagini surreali di Kylli Sparre


L’artista dell’Estonia realizza foto concettuali dal sapore allegorico e surreale

Dopo anni di formazione per divenire una ballerina professionista, l’artista Kylli Sparre decide si sperimentare altri canali creativi: inizia cosi a dedicarsi alla fotografia con particolare attenzione a quella concettuale.
La sua anima da danzatrice l’accompagna con eleganza attraverso tutto il suo lavoro; Kylli, in arte Sparrek, infatti immortala corpi femminili protesi alla danza della realtà, e all’armonia con gli spazi della fantasia e della creatività.
Le sue protagoniste anelano l’infinito del mare e la grazia del vento: davanti alle sue opere si resta estasiati, meravigliati, ma anche smarriti inquieti. Sparre lascia, infatti, l'osservatore libero di interpretare le sue creazioni dichiarando la volontà di voler andare oltre, di voler scavare sotto la superficie per studiare le relazioni tra le persone e stimolare l’immaginazione più profonda che liberi la mente a passi di danza. Ed è proprio attraverso la danza che i corpi flessuosi delle protagoniste celebrano la gioia di vivere, al ritmo dei propri desideri, negli spazi onirici e surreali della fantasia.

Il linguaggio fotografico dell’estone Kylli Sparrek si insinua attraverso la manipolazione delle forme e dei contenuti, grazie agli scatti di una Canon 5D Mark II e dell’obiettivo Canon 24-105mm, insieme a lunghe esposizioni come quelle delle acque al chiaro di luna di "Moonlight waters". 

FONTE: GIORGIA GARBUGGIO (lastampa.it)

domenica 6 ottobre 2013

I nudi di Walter Chappell a Modena


Dopo i nudi fotografici di Helmut Newton, sono quelli di Walter Chappell a fare tappa quest’anno in Italia.
La mostra Walter Chappell. Eternal Impermanence, in scena dal 13 settembre 2013 al 2 febbraio 2014, porta in anteprima mondiale negli spazi espositivi dell’ex Ospedale Sant’Agostino di Modena, oltre 150 fotografie vintage realizzate tra gli anni Cinquanta e i primi anni Ottanta da uno dei protagonisti più controversi della fotografia americana del XX secolo.
Il pensiero e la visione del mondo di Chappell (1925-2000) muovono dallericerche spirituali ed intimiste sviluppate tra gli anni Cinquanta e Settanta da artisti come Minor White, di cui Chappell fu allievo, e Paul Caponigro, per poi approdare a un territorio personalissimo, in cui la fotografia diventa la narrazione di un’esperienza di vita a stretto contatto con la natura e il mondo, intesi come campo d’azione e specialmente d’interazione.
Prototipo dell’artista hippie, Chappell ha sempre rifiutato il concetto di arte come business, tenendosi lontano da gallerie e circuiti commerciali. Ha condotto un’esistenza appartata, bohemien e primitiva, all’insegna della celebrazione dell’amore come energia che regola il cosmo e della vita come flusso ciclico, nella sua fattoria di Velarde, nel New Mexico, costante approdo di artisti e figli dei fiori.
Chappell ha fotografato numerosi soggetti, ma a stimolare più di ogni altra cosa la sua visione interiore è stata la natura evocativa del corpo umano, spesso in associazione alle forme del paesaggio e della vegetazione.
L’esposizione è accompagnata da un catalogo edito da Skira, corredato da tutte le immagini delle opere in mostra e da testi critici di approfondimento. In occasione della mostra è stata inoltre pubblicata e tradotta in italiano, sempre da Skira, la lunga intervista a Walter Chappell realizzata da uno dei figli, che ne raccolse le memorie biografiche poco prima della morte.
Ecco un passo: “Penso di essere stato un bambino abbastanza particolare, almeno stando alle storie che mi raccontavano. Mi mettevo a fissare le cose, fuori in cortile, e gli altri dicevano: ‘Walty è fuori a contemplare le cose’. Me ne stavo lì a guardare intensamente qualcosa che mi interessava. Cadevo in questo stato fin dalla tenera età”.

venerdì 16 agosto 2013

La realtà alternativa di Francois Dourlen


Il fotografo francese utilizza lo schermo dell'Iphone per sostituire la realtà di tutti i giorni con immagini senza tempo

Un Iphone, qualche immagine cult e molta fantasia: ecco come si crea la serie intitolata " Réalité revisitée"( “Realtà Rivisitata” ) di Francois Dourlen, fotografo amatoriale e professore di professione, che attraverso lo schermo del telefonino inserisce personaggi e dettagli ai suoi scatti, in un divertente gioco improntato sulla prospettiva. 
Grazie allo smartphone e ad una macchina fotografica Dourlen mette in scena la realtà sostituendo porzioni di luoghi con immagini d’effetto recuperate su internet o grazie a frammenti di film cult come “Ritorno al futuro”, il “Titanic” passando per “Il Signore degli Anelli”. 

Il  progetto ha preso vita per gioco quando l’artista francese -  in un momento goliardico con gli amici - ha deciso di sostituire la statua di Napoleone a cavallo nella sua città di Cherbourg, in Francia nord-occidentale, con una foto del giocattolo My Little Pony . Il fotomontaggio ha suscitato subito molte risate ma soprattutto ha stuzzicato interesse e ammirazione per l’utilizzo di una tecnica insolita e divertente. Così Dourlen ha continuato a creare immagini simili, sovrapponendo foto attraverso metodi sempre più creativi: da un funambolo che attraversa i cavi elettrici ad uno zombie che si fa spazio tra le tombe, l’artista francese trasforma la realtà a testa in giù, donandogli un tocco umoristico e surreale. 
Ma la fantasia non ha confini e questo Dourlen lo sa, ecco perché con lo stesso metodo è riuscito a realizzare anche la serie dal titolo "Réalité diminuée" ovvero sostituzione di vecchie fotografie di Cherbourg nel loro contesto attuale: il telefono diventa così un portale che collega realtà lontane, verso un realtà magica e immortale. 

FONTE: lastampa.it

lunedì 17 settembre 2012

Edward Weston: quando l'immagine si tiene in forma


A Modena la grande retrospettiva del fotografo americano che andava alla ricerca della «quintessenza delle cose»

Il mezzo fotografico deve essere usato per registrare la vita, per rendere la vera sostanza e la quintessenza delle cose in sé, si tratti di un lucido acciaio o di carni palpitanti»: avendo Edward Weston simili intenti è facile capire come le immagini del fotografo americano fossero, nello scorso fine settimana, il giusto corollario al Festival di Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo dedicato proprio alle «cose». Perché un viaggio nelle fotografie di Weston è proprio un viaggio «nelle cose», dove queste però sono scandagliate nelle loro forme a tal punto che finiscono talora per diventare pura astrazione, si tratti delle foglie di un cavolo, delle ali di un gabbiano, delle dune del deserto o delle curve sinuose di un corpo femminile.

Il bello è che ai suoi esordi, negli Anni 10 del ‘900, Weston, dopo aver fatto per un po’ il sorvegliante alle ferrovie, si era inventato il lavoro di ritrattista da strada: girava per la California, offrendo i suoi servizi porta a porta, per immortalare soggetti che erano bambini, animali o funerali. Poi gli studi, l’abbandono del flou e dello stile pittorialista allora in voga, la conoscenza a New York del gruppo di Stieglitz, la permanenza in Messico con Tina Modotti (assistente, musa e amante: le donne hanno un ruolo fondamentale nella sua vita e sovente segnano anche periodi professionali, come sarà per Margrethe Mather, Sonya Noskowiak e Charis Wilson, con lui negli anni felici della borsa di studio Guggenheim), l’amicizia con

Ansel Adams e la fondazione del gruppo «f/64» (indica la chiusura del diaframma dell’obiettivo che gli aderenti al gruppo usavano per ottenere la massima profondità di campo e quindi la maggior nitidezza possibile). Per un certo periodo questa pattuglia di «talebani» dell’immagine fu la punta di diamante dell’avanguardia fotografica americana: per loro ogni immagine non perfettamente a fuoco, non stampata a contatto, non montata su cartoncino bianco e che non avesse come scelta del soggetto un legame con la realtà era impura.

Weston, come scriverà nei suoi diari, riteneva che «registrare la forma fisica delle cose in modo oggettivo non preclude l’originalità né la soggettività del fotografo». E lo dimostrano proprio le 105 immagini selezionate da Filippo Maggia, nell’ex ospedale di Sant’Agostino, nella mostra realizzata per la Fondazione Fotografia. Immagini che talora creano una sorta di corto circuito temporale, perché le foto di Weston hanno questo di sorprendente: alcuni ritratti soprattutto della stagione messicana, con i soggetti di profilo e in posa quasi «monumentale», non puoi non collocarli negli Anni 30, e pur nella loro perfezione tecnica ti paiono datati, ma altri scatti (pensiamo a Brooklyn o alle altre strutture industriali, dai serbatoi della Gulf Oil alle ciminiere della Armco del 1941) ti sembrano fatti oggi e più contemporanei di molta fotografia contemporanea.

Così come il «duello» con Ansel Adams (una cui grande retrospettiva fu ospitata in questi stessi spazi un anno fa), che si tratti di dune del deserto, di cactus o di gran canyon, finisce per essere vinto da Weston, la cui capacità di «penetrare» le forme risulta indubbiamente superiore. Forse perché era «filosoficamente» più attrezzato: teorizzava che in realtà il fotografo deve avere già nella sua testa l’immagine che poi scatterà, che deve essere frutto del mix tra «svelamento del soggetto, consapevolezza del fotografo e prontezza della macchina».

Pur essendo sostenitore di una fotografia legata alla realtà, e in qualche modo in sintonia «politica» con la generazione di fotografi della Farm Security Administration, Weston non è però interessato all’indagine sociale. Così, se Dorothea Lange & C. girano, negli anni della Grande Depressione, per l’America a fotografare le difficili condizioni di vita dei migranti in cerca di un lavoro, lui collabora con il Governo per una campagna dedicata alle architetture di Monterey nel Nuovo Messico. E più delle persone sembrano affascinarlo le forme delle nuvole o quelle dei cipressi o dei peperoni o la terra «desolata» e crepata dalla siccità.

Weston fu il primo fotografo a ricevere una borsa di studio per poter sperimentare la sua arte dalla Fondazione Guggenheim: nel 1937 e nel ‘38 scattò per quel progetto oltre 1500 negativi. Si ritirò a stamparli a Carmel, in una casa in riva al mare che diventerà il suo ultimo rifugio. Nel 1944 sarà colpito dal morbo di Parkinson, l’ultima foto la scatterà nel 1948. Nel 1956 viene consacrato da una grande omaggio che Beaumont e Nancy Newhall gli rendono alla Smithsonian Institution di Washington. Il primo gennaio del 1958, settantunenne, morirà guardando l’alba sull’Oceano e le sue ceneri verranno disperse nel Pacifico, da quella spiaggia di Point Lobos le cui rocce e i cui anfratti aveva fatto entrare nella storia della Fotografia.

EDWARD WESTON
UNA RETROSPETTIVA
MODENA, EX OSPEDALE SANT’AGOSTINO
FINO AL 9 DICEMBRE

venerdì 14 settembre 2012

I reportage di Gilardi, il sole e Fukushima. La "nuda" verità in mostra a Svignano



Dal 14 settembre apre la 21esima edizione del "Si Fest", il festival dell'immagine nel borgo romagnolo. Tra anteprime nazionali e internazionali, spicca la prima antologica dedicata al grande maestro italiano scomparso lo scorso 5 marzo


La prima memorabile antologica dedicata ad Ando Gilardi il "fotografo scalzo", uno dei grandi maestri della fotografia italiana, nell'anno della sua morte, avvenuta lo scorso 5 marzo, all'età di 91 anni. Ma anche una retrospettiva sulle immagini "polarizzate" del sole fotografato nei due emisferi dal tedesco Hans Christian Schino, l'inquietante reportage sul disastro di Fukushima dei Mastodon, o il progetto itinerante di Ute e Werner Mahler dell'Agenzia berlinese Ostkreuz, dedicato a giovani donne fotografate in cinque diverse città europee e colte in un beffardo sorriso che ricorda la "Monna Lisa" di Leonardo. Sono solo alcuni degli eventi espositivi che raccoglie per la sua 21esima edizione il "Si Fest", il Savignano Immagini Festival che inaugura con il suo carnet fitto di mostre tra il 14 e il 16 settembre (visitabili nei weekend fino al 7 ottobre), sotto la cura di Stefania Rössl e Massimo Sordi. 

Puntuale, spicca un repertorio di anteprime nazionali e internazionali, sul filo rosso di un tema "primitivo" "Learning from Photography / Imparando dalla fotografia", a riportare la fotografia, come dicono i curatori, all'originario strumento per una riflessioni diretta, pragmatica e profonda sul mondo, a strumento d'indagine e conoscenza del  paesaggio, dei luoghi, delle persone. E nel borgo romagnolo fioccano importanti rassegne, che chiamano a raccolta fotografi provenienti da dieci paesi (Stati Uniti, al Messico, Sudafrica, Inghilterra, Olanda, Germania, Svezia, Austria, Repubblica Ceca e Croazia), per mostre, convegni, workshop, letture in piazza dei portfolio e di book fotografici, conferenze con gli autori e atelier. 

Evento clou è sicuramente l'esposizione "L'immagine di un'immagine è  sempre immagine. Ando Gilardi", allestita presso l'ex Monte di Pietà, dove si raccolgono fotografie e documenti (tra scritti e libri) che restituiscono la fervente attività di uno dei più estroversi personaggi che hanno scritto la storia della fotografia italiana (Arquata Scrivia 1921 - Ponzone 5 marzo 2012)che ha cominciato la sua attività dietro l'obiettivo negli anni '50 coi reportage sui "maciari" della Lucania e sulla famiglia italiana per poi indagare  -  se non scavare - i grandi cambiamenti sociali, culturali, economici della società, tenendo sempre testa alla tecnologici, seguendo con intuito il mutare del ruolo della fotografia, tra la seconda metà del Novecento e il primo decennio del Duemila. 

Di tutt'altro genere, con la suggestione della meraviglia, arrivano in anteprima le fotografie di Schink dedicate al sole frutto di esplorazioni e lunghe attese (Galleria della Pescheria). Ci sono il fotografo Magnum Mark  Power  col suo reportage di 50 immagini di grande formato frutto di sei anni in Polonia e lo svedese Gerry Johansson con le passeggiate  fotografiche. Le conseguenze ambientali e psicologiche dello tsunami e del disastro nucleare in Giappone dei Mastodon, e progetto fotografico "Sin_tesis: paesaggi, industria, società" avviato nel 2009 sul territorio di Savignano, con campagne affidate a sette autori di fama internazionale da Martin Parr a Simon Roberts. 

La mostra "Monalisen der Vorstädte", curata da Stefania Rössl e Massimo Sordi, espone per la prima volta nel nostro Paese il progetto dei due fotografi Ute e Werner Mahler. Sul filo del rapporto tra Collezionismo e  Fotografia, la mostra dedicata ad "Alfa Castaldi - Compagnia di stile popolare" presenta la ricerca del grande fotografo sulle origini dello stile maschile italiano, attraverso una collezione di ritratti di pastori e artigiani in diverse regioni italiane, ora in collezione privata.

Notizie utili  -  "Si Fest, Savignano Immagini Festival", dal 14 settembre al 7 ottobre 2012, varie sedi Svignano sul Rubiconde (Forlì-Cesena). Tutto il programma e le informazioni su www.savignanoimmagini.it 2, tel. 0541-941895

mercoledì 18 aprile 2012

Sanna Kannisto, "ricercatrice visiva"



METRONOM è lieta di annunciare CLOSE OBSERVER, prima mostra in Italia dell’artista finlandese Sanna Kannisto, che si inaugura sabato 14 aprile alle 18.30. In mostra una selezione di fotografie recenti, di grande e piccolo formato, che costituiscono un significativo percorso visivo sulla sua ricerca. La mostra è realizzata con il patrocinio dell’Ambasciata di Finlandia a Roma.
 
Il lavoro di Sanna Kannisto è un'acuta esplorazione del rapporto tra arte e scienza, e tra natura e cultura. Le sue fotografie sono frutto di lunghi periodi trascorsi nelle foreste pluviali dell'America Latina, vivendo in basi scientifiche e lavorando sul campo a fianco dei biologi. 



Prendendo le mosse dai modelli di rappresentazione visiva della flora e della fauna propri della cultura scientifica occidentale, l'artista presenta al nostro sguardo esemplari botanici e animali rari e spettacolari. Al tempo stesso, rendendo evidenti gli strumenti e i processi di studio delle specie e di costruzione dell'immagine, rivela l'artificio che ci permette di osservare e comprendere analiticamente la natura, dando vita a una potente metafora sul ruolo dell'arte e della scienza nella definizione del rapporto tra l'uomo e le altre specie viventi. Come lei stessa dichiara: “Con il mio lavoro  cerco di studiare i metodi, le teorie e i concetti attraverso i quali ci rivolgiamo alla natura, attraverso sia l’arte  che la scienza. Come artista sono attratta dall’idea che quando lavoro nella foresta pluviale agisco come una  ricercatrice visiva. Scattare foto “sul campo” è diventato quindi ben presto uno dei miei più importanti metodi  di lavoro. La “scatola” fotografica mobile che ho costruito, ha  le caratteristiche di un palcoscenico sul quale  va in scena la natura, con me come regista”. 


Sanna Kannisto (nata ad Hämeenlinna, Finlandia, 1974. Vive a Helsinki). Il suo lavoro è stato esposto in alcune delle più prestigiose  istituzioni artistiche internazionali: Centre Pompidou, 2009; Museum of Modern Art, New York, 2008; Maison Européenne de la  Photographie, Parigi, 2008; Fotomuseum, Winterthur, 2007; Finnish Museum of Photography, Helsinki, 2007. Recentemente le hanno  dedicato mostre personali la Aperture Gallery, New York (2011), e il Sørlandets Kunstmuseum, Kristiansand, Norvegia.  


FONTE: ilgiornale.it

mercoledì 29 febbraio 2012

Da Scampia alle carceri francesi Periferie "contro" al Maxxi


Nel museo romano, una mostra rilegge il "degrado". Dalle "Vele" del quartiere napoletano alle prigioni d'Oltralpe. Protagonisti, il tedesco Tobias Zielony e il franco-algerino Mohamed Bourouissa


Si fa presto a dire arte. Perché anche un viaggio notturno a Gomorra, attraverso le "Vele" di Scampia, il quartiere di Napoli che avrebbe dovuto essere un esempio positivo di urbanistica e invece è diventato tristemente noto per il suo degrado, può trasformarsi in un'esperienza artistica. Così come un anno di telefonate e messaggi con un detenuto in una prigione francese può "assurgere" ad una video-performance. Il filo rosso è l'indagine sulla condizione sociale della periferia. Ma il piglio da reportage giornalistico è del tutto assente. Lo dimostrano le opere dei due artisti, il tedesco Tobias Zielony, e l'algerino parigino Mohamed Bourouissa, che vanno in scena al Maxxi dal 16 febbraio al 27 maggio, nella mostra "Peripheral Stages". 
Due percorsi paralleli, articolati tra video, lightbox e fotografie, restituiscono la visione estetica, impegnata, ma lontani anni luce dai cliché, della società contemporanea più emarginata. Zielony, cresciuto tra l'Università del Galles e l'Accademia di Lipsia, protagonista due anni fa della settima Biennale Internazionale di fotografia e arte visuale di Liegi, porta avanti da anni una ricerca fotografica sui giovani negli spazi pubblici delle periferie europee e nord americane. 

Mohamed Bourouissa, con laurea alla Sorbona, specializzazione in fotografia all'École des Arts Décoratifs, mostre alla sesta Biennale d'Arte Contemporanea di Berlino (2010) e lo scorso anno alla 54esima Biennale di Venezia, affronta la società con un approccio più concettuale, lavorando sul tema dello "schermo televisivo distrutto" per criticare la dipendenza dai massmedia. Ad accomunarli, ora, è un linguaggio fotografico, che appare critico e poetico allo stesso tempo, che tenta una rilettura della periferia, setacciando le tensioni sociali, l'abbrutimento degli ambienti, i tormenti e le nausee di una quotidianità marginale, per trasfigurarli in qualcos'altro che sappia resistere al degrado. 

Complice l'architettura. Zielony, nel suo progetto "Vele" (composto in origine di settemila singoli scatti effettuati di notte a Scampia 2009-2010), tra fotografie e video, indaga le famose strutture architettoniche, col relativo sottobosco umano, di Scampia. Edifici solo apparentemente anonimi, che vengono trasformati in astronavi urbane, dove i giovani rimangono sospesi nel tempo, in bilico tra infanzia ed età adulta. Bourouissa porta la serie di fotografie Screens (Schermi) dove sfilano le superfici frantumate di schermi televisivi, ma anche il video Temps mort (Time Out) che documenta un anno di comunicazione via cellulare tra l'artista e un conoscente detenuto in una prigione francese. 

Scorrono frammenti di conversazioni telefoniche, messaggi di testo e immagini in movimento a bassa risoluzione, frammenti di vita all'interno e all'esterno del penitenziario che rivelano l'intimo rapporto che si è sviluppato tra artista e prigioniero. Lavori che restituiscono un ritratto duro della condizione di "periferia", ma che non scadono nella retorica o nel cliché della marginalità da cronaca nera. Non a caso, le "Vele" di Zielony sembrano evocare le "Carceri" di Piranesi", nel gioco labirintico delle scale, nel taglio sghembo delle architetture, nella suggestione delle prospettive. 

Notizie utili - "Peripheral Stages. Tobias Zielony e Mohamed Bourouissa", dal 16 febbraio al 27 maggio 2012, Maxxi-Museo nazionale delle arti del XXI secolo, via Guido Reni 4a, Roma
Orario: 11  -  19 martedì-domenica, 11.00  -  22 (sabato), chiuso lunedì 
Ingresso: €11,00 intero, € 8,00 ridotto
Informazioni: 06.399.67.350, www.fondazionemaxxi.it

giovedì 2 febbraio 2012

L'essenza dell'attesa negli scatti di Stefano Cioffi. La mostra a Roma


Scatti che catturano l'attesa. La esplorano, ne immobilizzano il senso (o non-senso).Stefano Cioffi, con il suo obiettivo, ferma il tempo, anzalizza, ontologicamente, la realtà intorno a sé. Una prospettiva, la sua, che diventa oggetto della personale in mostra da domani fino all'8 marzo 2012 al Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese.

Attraverso gli scatti della serie Stillwaiting, Stefano Cioffi indaga il vuoto, la pausa, il silenzio nell'attesa dell'evento, entrando in risonanza con il soggetto, lo fissa in un tempo indefinito di sospensione interiore che si manifesta all’esterno. Dalle sue fotografie chiare e impattanti di un bianco e nero incisivo, traspare l'attesa che non si attende nulla, solo uno stare in essa, senza maschera, illusione, sentimentalismo, conoscenza e verità predefinite.
L'attesa è parte stessa della fotografia, la sua creazione interseca e mette a fuoco, blocca o rinvia l'obiettivo dei desideri. L'incontro con l'immagine finalmente realizzata diviene via dell'attesa e del desiderio anche per chi la guarda. La fotocamera di Cioffi ne cattura l'essenza negli scorci delle città, nelle località marine, nelle discariche, nei luoghi di culto, nei non-luoghi: siti eletti dell'immobilità e del passaggio come le stazioni sotterranee o gli aeroporti.
Con la fotografia Stefano Cioffi rappresenta il mondo nella sua presenza inafferrabile, moltiplica il suo sguardo nella complessità delle cose, lo disperde nella folla. L'artista cerca di sfidare il trascorrere del tempo e della luce portando la sua indagine su più livelli, a partire da quello degli oggetti apparentemente banali e quotidiani che accompagnano la nostra vita e che spesso consideriamo inutili. Scopre la solitudine lirica degli oggetti abbandonati, una sedia, un divano, una giacca o una bottiglia che si rivestono di una presenza speciale nella relazione quasi architettonica con lo spazio che li ospita, trovata con ostinazione nelle pieghe solitarie dei luoghi, in un’attesa che spesso rivela un distacco senza alcuna possibilità di redenzione.
Stefano Cioffi, nato a Napoli e attivo a Roma, è artista e musicista. La sua mostra innesca riflessioni sul concetto di tempo e di pausa, sia come rappresentazione visiva che musicale. L'artista insegue storie narrate con semplici dettagli per restituire la musica segreta dei luoghi. A tal fine accosta all'esposizione di fotografie, un video diretto e musicato da lui stesso ed un'installazione di slideshow con 150 immagini in loop che riproducono l'intero progetto.
La mostra 'Stefano Cioffi. Stillwaiting' è promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico - Sovraintendenza ai Beni Culturali e curata da Lori Adragna e Lorenzo Canova. Il catalogo è pubblicato da Silvana Editoriale: testi di Lori Adragna, Lorenzo Canova e Fabio Castriota.

FONTE: adnkronos.it

domenica 22 gennaio 2012

Quando la fotografia va oltre la realtà A Trastevere c'è Evgene Bavcar


A Roma, per la prima volta una mostra su uno dei più apprezzati fotografi della scena attuale, non vedente dall'età di 12 anni. Esposti, i suoi scatti più famosi guidati-consigliati dalla nipote


"Mi dovete chiedere non come faccio a fotografare, ma perché fotografo. Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e soprattutto in relazione alla mia esperienza della luce. Poi scelgo le mie foto facendomi consigliare da amici con lo sguardo libero da ossessioni personali". Ecco l'intima verità di Evgen Bavcar, racchiusa nella sincera e acuta risposta che tende a dare a tutte le persone che gli ripetono sempre la stessa domanda. Come fa a fotografare? Perché lo sloveno Bavcar, classe '46, considerato uno dei più grandi fotografi della scena contemporanea, è cieco dall'età di dodici anni, a seguito di due incidenti ravvicinati a distanza di un anno. 

E le sue immagini, una selezione delle stampe in bianco e nero più note, insieme ad un nucleo inedito a colori, vanno in mostra per la prima volta a Roma, al Museo di Roma in Trastevere, dal 18 gennaio al 25 marzo, nell'esposizione "Il buio è uno spazio", curata da Enrica Viganò, prodotta e organizzata da Admira in collaborazione con Galerie Esther Woerdehoff di Parigi. 

"Acuto, ironico e incantatore - ce lo racconta Enrica Viganò - riesce a spiegare con parole raffinate che il nostro istintivo pregiudizio non ha fondamenta alcuna: non dobbiamo chiedergli come fotografa, ma perché fotografa. Lo scrigno dei ricordi che ha raccolto fino ai 12 anni, quando la luce faceva ancora parte integrante del suo vedere, diventa il luogo dove attingere visioni. La sua esperienza di luce si fonde con i messaggi che gli arrivano dai sensi attivi: gli odori, i suoni, quello che tocca e quello che prova. Le immagini gli si formano in un gioco di rimandi all'interno di se stesso e nel dialogo con i suoi consiglieri-lettori, persone senza troppe sovrastrutture, che conservano ancora l'innocenza dei bambini. Tra questi preferisce da sempre sua nipote Veronica: angelo protagonista di alcune opere e voce narrante di molti scatti". 

E le sue scene sono avvolte da un'atmosfera onirica, quasi evocativa di suggestioni da "impero delle luci" di magrittiana memoria, dove la notte sembra invadere le figure lasciando baluginare un'essenza solare. I ricordi hanno il sapore della sua infanzia nella Slovenia, fluttuano e aleggiano come enigmatiche presenze incorporee. Le fotografie sembrano riportare alla luce, anzi trasmettere attraverso lo strumento tecnologico della macchina fotografica, l'immaginario il suo mondo emotivo personale. "La luce per Bavcar è una nostalgia ancestrale - riflette Viganò - che inevitabilmente si sovrappone alla nostalgia per la propria infanzia, quando correva nel paesaggio sloveno, quando il giorno era rappresentato dalle rondini e la notte arrivava e andava via". 

La Slovenia è divisa ora con la Francia, dove si è laureato in filosofia estetica alla Sorbona nel 1976, ed è diventato ricercatore presso il Cnrs francese, scrittore, poeta, conduttore radiofonico, conferenziere internazionale. Alle cinque lingue che parla correntemente, ha voluto aggiungere il linguaggio delle immagini. "L'evoluzione tecnologica gli ha permesso di superare ostacoli pratici e concentrarsi sui contenuti della sua arte - conclude Viganò - Dall'alto della sua mente sconfinata scatena una rivoluzione ricca di quesiti esistenziali, in controtendenza rispetto ai luoghi comuni dell'arte e del mondo".

Notizie utili - "Evgen Bavcar, Il buio è uno spazio", dal 19 gennaio al 25 marzo 2012,  Museo
di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1B, Roma.
Orari: Martedi--? domenica, 10.00--?20.00
Ingresso: €6,50 intero, €5,50 ridotto.
Informazioni: tel. 060608 

sabato 10 dicembre 2011

McCurry, l'Italia e l'Oriente Al Macro un maestro del clic


A  Roma, una grande mostra celebra una leggenda della fotografia contemporanea, il "Cartier Bresson a colori". Oltre duecento scatti raccontano tutti i suoi viaggi, compreso l'ultimo, in Italia. L'abbiamo intervistato


Ci sono i manifesti strappati da un muro di Venezia e i set deserti di Cinecittà, le processioni del venerdì santo in Sicilia e il mercato bric-à-brac di Porta Portese di Roma. I colori sontuosi, la perfezione dell'inquadratura, i dettagli virtuosi, rimangono gli stessi di sempre, ma spicca un nuovo orizzonte paesaggistico, una nuova umanità, nella grande mostra antologica di Steve McCurry che dal 3 dicembre al 29 aprile invade gli spazi de La Pelanda al MacroTestaccio. 

Uno dei più grandi fotografi viventi, americano di Philadelphia, classe '50, firma di punta di riviste prestigiose come National Geographic, Time, Life, inviato da trent'anni a documentare l'universo Oriente, tra guerre, povertà, misticismi e natura, sfoggia per la prima volta i lavori più recenti, dal 2009 al 2011, tra buddhismo, Cuba, Birmania, fino all'Italia. Un omaggio frutto di sei mesi di indagini tra città e regioni in occasione dei 150anni dall'Unità. A impreziosire la mostra, l'allestimento di "igloo" hi-tech che accolgono le opere, firmato dall'architetto e designer Fabio Novembre. "Il lavoro di McCurry è sulle incertezze e debolezze - commenta Novembre - E l'umanità che ci restituisce McCurry è cosciente delle proprie debolezze. Io ho voluto trovare una casa a questa umanità. Gli igloo allora diventano il viaggio nomade dell'umanità". Ne parliamo con Steve McCurry.
Per la prima volta la forza e la bellezza delle sue fotografie non scorrono sulle pareti ma "abitano" uno spazio...
Rispetto alle mostre precedenti cambia completamente il concetto di visione. Si mettono in luce gli aspetti fondamentali dei luoghi ritratti proprio attraverso l'unicità del design.

Ogni fotografia ha una sua storia. Ma a quale di queste foto si sente più legato?
Domanda difficilissima. E' quasi impossibile avere una foto preferita (McCurry ci riflette a lungo, sfogliando le pagine del catalogo della mostra, ndr.) Sono come dei figli. Forse, in questo caso, penserei all'Italia. Con questa mostra ho avuto la possibilità di raccontare l'Italia con foto inedite.  

E qual è la sua Italia?
Si potrebbe cominciare a parlare della bellezza dell'Italia, ma non vorrei che suonasse come un cliché. L'Italia è probabilmente il paese dove il senso della bellezza è più evidente, perché tutto qui sembra un pezzo d'arte. Io non ho cercato la bellezza canonica, da cartolina. Ci sono luoghi fotografati milioni di volte, la grande sfida è stata quella di cercare di mostrare qualcosa di nuovo su luoghi bellissimi. 

Per esempio?
Il cimitero del Verano a Roma. Ho camminato ore e ore in questo luogo. La sua bellezza è frutto di una combinazione di più elementi. Offre un'esperienza emotiva molto forte. Si percepisce una sorta di profonda tristezza, ma allo stesso tempo emana una suggestiva bellezza che commuove. E' un luogo che vive di questo paradosso. Ne ha visitati tantissimi di cimiteri da ma questo è il più interessante del mondo. Mi ha affascinato come esperienza umana, non tanto come attrazione turistica. 

In mostra, molti scatti sono dedicati a Venezia e alla Sicilia
Venezia è una gemma, un concentrato di arte. Della Sicilia mi ha colpito molto la passione. Soprattutto nelle tradizioni religiose, nelle processioni per le festività di Pasqua. E sono rimasto colpito da come la forza delle tradizioni si senta anche nei luoghi più nascosti, nei paesini agli angoli dell'Italia. 

C'è un'immagine che l'ha fatto "soffrire" di più rispetto ad altre, in termini emotivi ma anche di realizzazione tecnica.
Soprattutto quelle realizzate in Afghanistan, per le difficoltà e i pericoli del momento. Ho passato molto tempo nelle zone di guerra e tutto diventa più complicato. Ma ora non so bene se voglio tornare a raccontare queste storie, forse in questa mia vita ora voglio dedicarmi ad altre storie. 

Pensa di guardare più all'Occidente?
No, affatto. Non è una questione di Oriente o Occidente. Il prossimo mese sto per andare in Turchia, poi Singapore e la Thailandia. 
    
Il volto della bambina afghana è il suo capolavoro. La Mona Lisa del Novecento. Ci racconta com'è nata quella foto, come scoprì quel volto?
Nel 1984 ero in Afghanistan, in un campo profughi, e stavo visitando una scuola femminile. Vidi questa bambina, in un angolo, aveva degli occhi brillanti. Per lei era la prima volta che incontrava uno straniero, ed era la prima volta che veniva fotografata da qualcuno. Lei era orfana, rifugiata. Mi guardava in modo curioso, anche perché non riuscivo a parlare la sua lingua. Era una sitazione in cui tanti elementi diversi si sono combinati tra loro. La sua espressione racchiude tutto il senso: lei era se stessa, aveva esattamente quello sguardo, non rideva, non piangeva, non si arrabbiava, era assolutamente se stessa. E' una foto  impossibile da rifare. Semplice ma potente.

Notizie utili - "Steve McCurry", dal 3 dicembre al 29 aprile 2012, Macro Testaccio La Pelanda, piazza Orazio Giustiniani 4, Roma. Organizzazione: Civita.
Orari: martedì-domenica 15-23. 
Ingresso €10, ridotto €8.
Informazioni: 06671070443, 060608

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)

lunedì 3 ottobre 2011

La fotografia è una terra madre


Il rapporto fra autori e luoghi di appartenenza è il filo rosso che lega mostre ed eventi del decimo Festival di Roma

Corpi flaccidi e strabordanti, ora sdraiati ora in piedi, che fanno pensare alla pittura di Lucian Freud ma talora alludono al Mantegna: le fotografie di grande formato riempiono la stanza più sorprendente della personale di Eric Poitevin, curata da Eric de Chassey all’Accademia di Francia a Villa Medici. Poitevin ha anche ripreso alberi e foreste e animali, ed è questa la sua interpretazione di «Terra madre», il tema filo conduttore del X festival di Fotografia di Roma, diretto da Marco Delogu. «”Motherland” - spiega - affronta il rapporto tra fotografia e territorio nella sua accezione più profonda, tra autori e appartenenza a un luogo». Così ad esempio l’aquilano Antonio Di Cicco racconta all’Iccrom in «La terra negata dall’identità», in un bianco e nero livido e asciutto, i luoghi senza identità dell’Abruzzo post-terremoto: dagli anziani che tornano davanti alle porte delle case distrutte alla natura che sembra l’unica cosa viva in certe costruzioni abbandonate.

All’Accademia di Spagna il collettivo Pandora esplora altri territori di confine: tra Messico e Stati Uniti, tra Marocco e Spagna, o tra Colombia e Panama. Ci sono serie struggenti come quella dellePenelopi messicane , con grandi foto di donne di varie età e un numero di figli che va da uno a dieci, in attesa di uomini che hanno attraversato il confine e non si sa se e quando torneranno. O degli indigeni Embera «forzati dell’Eden», ossia costretti a vivere in una sorta di paradiso terrestre, ma senza diritti ai confini della Colombia.Oltre a quelle delle Accademie straniere ci sono decine di mostre in un circuito di gallerie private, ma il cuore del Festival è al Macro Pelanda al Testaccio.


 Qui Delogu propone una sorta di storia centrifugata della kermesse che compie dieci anni e che ha rischiato di scomparire dopo il cambio di guardia in Campidoglio. Ritroviamo così, legati dal tema «Motherland», alcuni autori e alcune serie presenti in passato: dall’America di Paul Fusco, vista dal treno che portava la salma di Robert Kennedy, nel giugno del ‘68, ai personaggi (il nero che gioca a scacchi e sembra quasi una foto di Sidibé o le coppie aggrovigliate sul prato) al Central Park di Tod Papageorge, dalla Napoli in nero e bianco di Antonio Biasiucci al ritorno a casa degli adolescenti dello svedese Anders Petersen.Tutti gli anni il Festival invita un grande fotografo a raccontare Roma, questa volta è toccato ad Alec Soth, che della kermesse è una vecchia conoscenza: si rivedono come «souvenir» alcune sue immagini dell’America profonda come l’indimenticabile Charles con tuta, passamontagna e due modelli di aeroplani in mano. A Roma Soth ha realizzato una serie che si chiama La belle dame sans merci (raccolta anche in un libro) ed è ispirata a un verso di John Keats che è sepolto a Roma al Cimitero degli Inglesi alla Piramide. Soth si è perso dietro alcune donne viste in città, dietro serpenti e riferimenti simbolici al poeta, ci ha lasciato immagini forti come quella della ragazza dai capelli rossi un po’ da strega e foto minimaliste di un piatto con un fico e due frutti della passione.Altre serie nuove sono di fotografi italiani scelti da Delogu e di autori di tutto il mondo selezionati da una triade di curatori internazionali, Marc Prüst, Paul Wombell e Rob Hornstra. Abbiamo così le ombre e le luci sulle mura aureliane di Roma nella serie in bianco e nero di Rodolfo Fiorenza o i giochi un po’ intellettualistici della giovane Valentina Vannicola che ha ambientato l’Inferno di Dante nella sua Maremma. 


Francesco Millefiori ci restituisce una Sicilia macchiata dal degrado, Francesco Fossa racconta invece in Quota Mille il Matese, con interni contadini ed esterni che sembrano all’altro capo del mondo, Lorenzo Maccotta insegue il padre tra Tunisi e Pantelleria.Tra gli ospiti stranieri è geniale la serie di fotomontaggi realizzata dal francese Mathieu Bernard-Reymond che inserisce in paesaggi naturali grafici legati all’andamento della Borsa, al prezzo del petrolio o agli utili dell’Ubs. Uno spazio è dedicato al Medio Oriente con le foto «di famiglia» in bianco e nero della libanese Rania Matar e un reportage sul ritorno in Algeria di Bruno Boudjelal. A completare il tutto alcuni autori olandesi e soprattutto «Sound of Water», una collettiva di cinque autrici giapponesi, che riflettono sulla natura e la società del loro Paese, una terra madre che si è rivelata nell’ultimo anno matrigna. Nei prossimi giorni si aprirà, all’Aranciera di Villa Borghese, la doppia mostra storica dedicata a Milton Gendel, il critico e fotografo cosmopolita vissuto tra New York, Shanghai e Roma.Certo, rispetto alle prime edizioni, il festival ha subito un ridimensionamento, ma la sua vitalità sta oggi in un modello organizzativo «a rete», che potrebbe essere imitato in tempi di crisi: «Abbiamo speso - spiega Delogu - solo 125 mila euro, grazie alla collaborazione delle varie Accademie straniere e di Istituti come l’Iccrom che hanno prodotto le mostre da loro ospitate». E l’approdo al Macro Pelanda prelude a un rapporto più continuativo tra il Festival e il museo da poco diretto da Bartolomeo Pietromarchi.


FONTE: Rocco Moliterni (lastampa.it)

martedì 30 agosto 2011

Wim Wenders, immagini dal set quando il cineasta cambia macchina


Al centro Arte Cultura della città ticinese, una grande mostra celebra il regista tedesco e la moglie Donata. Oltre 380 fotografie ripercorrono l'immaginario poetico e visionario del grande direttore, attraverso i set dei suoi film di culto


"A volte penso che la mia vera professione sia fare il viaggiatore". Sono le stesse parole di Wim Wenders, il grande visionario, eclettico, versatile regista tedesco, a dare il senso della sua creatività. E le circa trecentottanta fotografie inedite che propone la mostra "Film Stills & Backstage", organizzata dal nuovo centro culturale Lac, Lugano Arte e Cultura, dove è visitabile fino al 3 settembre, in collaborazione con Solares Fondazione delle Arti, appaiono come un lungo e intimo viaggio, fatto di luoghi, volti, incontri, ricordi, ciascuno con l'intensità di una riflessione emotiva sul mondo, dove il confine tra cinema e fotografia d'autore è fatto di pura ambiguità. 

Per chi ama o è incuriosito dalla cinematografia di questo portentoso artista pluripremiato, creatore di film di culto come "Paris, Texas", "Il cielo sopra Berlino", "Fino alla fine del mondo", "Così lontano, così vicino", "Lisbon Story", "The Million Dollar Hotel", questa rassegna diventa l'occasione per scoprirne tutta la grazia e la poesia di fotografo, a colori e in bianco e nero, attraverso la lunga parabola dei suoi film, fatti di scorci di set, di ritratti di attori liberi da contaminazioni sceniche, come fossero viandanti incontrati nella sua costante "recherche". Nessuno stereotipo da backstage, perché Wenders sembra immortalare l'incontro furtivo e quasi casuale con "angeli" di un cielo sopra i suoi film. 

Il bello della mostra è che accanto ai lavori di Wim Wenders, sfilano anche le immagini della moglie Donata, illustre fotografa e direttrice della fotografia, complice di una ricerca espressiva e narrativa attraverso un gusto raffinato dell'arte dello scatto. Sodalizio e sperimentazione congiunta, che permettono al pubblico di compiere un proprio personale viaggio attraverso le scene dei film più famosi di questo maestro. Per i cinefili è un'overdose di cinematografia wendersiana, per i curiosi è l'occasione per gustarsi la multiforme creatività di due artisti. "Non c'è la ricerca del ritratto dell'attore divo  -  avverte il curatore della mostra Massimiliano Di Liberto - piuttosto c'è una costante consapevolezza della propria curiosità verso i sentimenti quotidiani ed una riflessione profonda verso l'ambiente, sia architettonico che naturale. Tutta la sua arte fotografica è focalizzata su piani principali, il tempo e lo spazio: lo scorrere dei momenti si arresta sul viso dei protagonisti, delle comparse, del regista che interagisce con la troupe". E le foto di Donata Wenders completano questo universo: "Captano il movimento dinamico che genera l'energia di un film e ne arrestano la magia del momento  -  dice Di Liberto - Il lungo sodalizio umano e professionale con Wim traspare qui nelle sue foto di scena, soprattutto tese a cogliere con grande sensibilità gli aspetti del dietro le quinte, il confine tra finzione e creazione, che ci regalano momenti di riflessione profonda". C'è tutto l'immaginario di Wenders nella bellezza di queste immagini, situazioni che rimandano ai film della sua carriera, mai omologata, sempre innovativa, che parte dalla sua amata America, terra infinita da esplorare sul filo rosso dell'avventura on the road, che sembra tanto ispirarsi, in quegli scenari di una provincia silenziosa e deserta, ai quadri di Edward Hopper. E passa alla Berlino pre e post muro, alla musica, tra fado, boleros e il rock degli U2, allo sguardo inedito su Palermo, con "Palermo Shooting" interpretato dal cantante dei "Die Toten Hosen" Campino, fino alla danza, con il film-documentario "Pina" (2011) dedicato alla coreografa Pina Bausch, la più importante coreografa della danza contemporanea. Un progetto che rischiava di saltare poco prima che i lavori iniziassero davvero, per la morte della stessa protagonista, il 30 giugno 2009, ma poi decollato in collaborazione con la Tanztheater  Wuppertal, la compagnia che per trentacinque anni ha accompagnato la Bausch. "Un omaggio  -  dichiara Wenders - a colei che ha creato un nuovo linguaggio nella danza e nel teatro, un profondo inchino alla bellezza che ha seminato nel mondo".  

Notizie utili  -  "Film Stills & Backstage Fotografie di Wim e Donata Wenders", fino al 3 settembre 2011, LAC Lugano Arte e Cultura, Città di Lugano.Orari: Martedì-Domenica 10:00-18:00, Venerdì 10:00-21:00, lunedì chiuso tranne 15 agosto.Ingresso: chf 12, ridotto chf 8.Informazioni: +41 (0) 58 866 72 19.

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)