La nuova programmazione del Museo di Zaha
Hadid riparte dai numeri incoraggianti e coinvolge tutte le arti,
attività extra incluse. Ecco gli eventi, dalle personali tradizionali al
ritorno di Roma Interrotta, fino al tributo alla nascita della fashion
italiana
domenica 2 febbraio 2014
Arte, architettura, moda ecco il 2014 del Maxxi
L'importanza delle cifre più che delle opere d'arte. Dopo un 2012 di
commissariamento e un 2013 di assestamento, il Museo delle arti del XXI
secolo di Roma (guarda il Maxxi)
, inizia il nuovo anno con la necessità di fare i conti e ripartire
dai numeri che, finalmente, iniziano ad essere incoraggianti. Oltre il
40 per cento di visitatori in più rispetto all'anno precedente, 250mila
accessi alla piazza da giugno 2013, una media di 1.500 al giorno con una
affluenza di maggioranza internazionale, romana al 32 per cento e dal
resto d'Italia al 28 per cento. Donne adulte quelle che lo frequentano
di più. In forte crescita anche il numero del pubblico online (+85 per
cento) che, con oltre 110mila contatti, rende il museo più social tra
quelli italiani.
lunedì 20 gennaio 2014
Da De Chirico a Botero, sbarca a Milano un nuovo spazio espositivo
Di quest’ultimo, grande Maestro umbro, è possibile ammirare la famosa scultura in bronzo di colore bianco “Il ritorno di Francesco dalla battaglia”, già presentata all’antologica realizzata ad Assisi (aprile- giugno 2013) e che verrà donata a Papa Francesco. All’interno delle due ampie sale espositive, si possono ammirare opere dei maggiori artisti italiani e stranieri del’ 900: opere di Fontana ( “concetto spaziale – attese”, idropittura su tela del 1959 cm. 73,5 x 75, prima opera di colore rosso realizzata dal Maestro e “Concetto spaziale-attese”, idropittura su tela, bianco del 1963/64 cm. 46 x 38), De Chirico ( “Le muse inquietanti” olio su tela del 1959 cm. 97 x 66 e “ Piazza d’Italia” del 1914 cm 40 X 50 ), Boccioni ( “Busto di signora” olio su tela del 1911 cm. 80 x 80), Botero ( “Donna con bambino” olio su tela del 1995 cm. 145 x 122), Balla, tre splendide opere di Massimo Campigli dagli anni ’30 al ’50, due bronzi di Mitoraj ( “Busto” e Dea Ferita”), tre opere di Burri ( “Cellotex” del 1980, “Combustione” del 1971 “ Bianco e nero” del 1969”), Rotella ( Decollage del 1957), tre dipinti di Afro tra cui una tecnica mista su tela “ Le fosse” del 1962 cm. 110 x 120, Warhol ( “Jacqueline Kennedy” opera unica degli anni ’80), Castellani, Bonalumi, Simeti, Plessi, Sironi, Carrà, Casorati, Dorazio anni ’60, Chia, Cucchi, Paladino, Dadamaino, Rabarama,Norberto ( dipinti e sculture degli anni ’60). La mostra sarà visitabile su appuntamento fino a Giovedì 19 dicembre e riaprirà dopo il 10 gennaio 2014. Nel periodo di chiusura è possibile comunque ammirare le opere nelle altre due sedi di Cortina d’Ampezzo in C.so Italia.
FONTE: ilmessaggero.it
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sabato 18 gennaio 2014
Le metamorfosi di Calatrava
Sculture e progetti dell’architetto spagnolo in Vaticano
Ancora grane e grande risalto mediatico per i disastri tecnologici
che accompagnano, da tempo, i titanici progetti aerei (che ogni tanto,
come Icaro, vacillano) dell’architetto-utopista spagnolo Santiago
Calatrava. Sarà, è indiscutibile; anche perché poi Calatrava non può che
acconsentire ed aprire la borsa, gravato da rogne giudiziarie, ben più
pesanti delle sue librate strutture macigniche. Adesso, per esempio (
El País
di sabato) pare abbia acconsentito ad accollarsi le spese non poco onerose (623 mila euro) della mancata
Manon Lescaut
diretta da Domingo, saltata all’ultimo minuto, per perdite dal
tetto e crolli di mosaico, al perseguitato Palau de les Artes de
Valencia. Ma non soltanto. Insieme alla ditta costruttrice Ute, per evitare un ennesimo processo (anche Venezia col suo ponte batte cassa:
3,8
milioni di euro) acconsente in un tempo record, e per una cifra di poco minore, garanzia di almeno 100 anni, di rifare completamente il rivestimento in mosaico ceramico del Palazzo, stendendo un bianco sipario su questa sporca storia, che ha indebitato la città per oltre 700 milioni di euro.
milioni di euro) acconsente in un tempo record, e per una cifra di poco minore, garanzia di almeno 100 anni, di rifare completamente il rivestimento in mosaico ceramico del Palazzo, stendendo un bianco sipario su questa sporca storia, che ha indebitato la città per oltre 700 milioni di euro.
«Calatrava te la clava», te la succhia, ti dissangua,
vampiro! gridano gli avversari. Eppure, ad entrare alla scenografica,
«spumosa» mostra, che il Vaticano gli dedica nell’arioso Braccio di
Carlo Magno, «La metamorfosi dello spazio», l’impressione è ben diversa e
si dimentica (è un errore buonista?) tutto quel rumore tramato di
numeri, debiti, contenziosi, condanne, polemiche. Merito anche del
consuonante architetto Roberto Pulitani, che ha letteralmente «sfondato»
il lungo corridoio, sfrondandolo della scala posticcia e del soppalco, e
riaprendo le ampie finestrone barocche, che danno sul colonnato di San
Pietro: uno spettacolo nello spettacolo. Concedendo anche fiato e
consono fondale alle imponenti sculture, che Calatrava affianca ai suoi
sontuosi progetti: di ponti sospesi, di fantasmagorici complessi
universitari (come quello romano di Tor Vergata), di liriche
chiese-moschee. Qui meravigliosamente sintetizzati da luminose, bianche
maquettes: così che la Stazione Medio Padana di Reggio Emilia pare un
pigro dinosauro che si risvegli. Lo stadio di Tor Vergata un candido
nautilus, levigato dalle forti mandibole di onde intemporali, oceaniche.
Certo: un conto l’immaginazione utopica, un conto la
realizzazione pratica e se tanto si è premesso all’inizio è perché si
proveniva da una sfiancante lettura di blog, che dibattevano l’eterna,
sfiancante questione della perizia ingegneristica contrapposta alla
composizione architettonica: in che varco si situa il donchisciottesco
spagnolo? Qui, nella fascinosa mostra curata con consueto amore, per il
sacro contemporaneo, da Micol Forti, ed intelligenti, come sempre,
contributi del Cardinal Ravasi e di Antonella Greco, va da sé, Calatrava
viene letto nel segno della dedizione alla fede e viene come assolto da
tanti gravami e santificato, quasi angelizzato (encomiando la sua
«trasfigurazione poetica delle forze della natura», come propone
Paolucci: «Uno dei più grandi architetti del nostro tempo, il
progettista di prodigi costruttivi stupefacenti per bellezza e per
ardimento tecnologico, ci fa capire che senza un cuore poetico nulla di
importante si può edificare sotto il cielo»).
E certo Calatrava non ha timore nello sfidare il cielo, come
nel felice progetto irrealizzato del Saint John di New York, una sorta
di affusolato Eiffel-gru goticheggiante alla Gaudí, che si sarebbe
arrampicato nel costato della cattedrale. O nella catafratta Chiesa
Ortodossa di San Nicola: unico segno del sacro nella ricostruita zona
del Ground Zero, che ricorda la moschea di Santa Sofia. Perché sempre
l’architettura di Calatrava è memoria. Memoria anche antropomorfica del
corpo umano, della capanna archetipica, della danza e dello slancio.
Come dimostrano le sue sculture o i suoi contributi alle coreografie del
New York City Ballet.
Santiago Calatrava. La Metamorfosi dello spazio
Roma. Braccio di Carlo Magno
Fino al 20 febbraio
mercoledì 15 gennaio 2014
Daniel Spoerri. "La eat art sono io"
L'artista svizzero-romeno torna a Milano, con una mostra, alla Fondazione Mudima, intitolata direttamente "Bistrot di Santa Marta". Il sito viene riconvertito a ristorante, a ribadire la paternità su una forma espressiva, oggi trend, da lui sperimentata sin dagli anni Sessanta. Con gli oggetti del mestiere a mo' di sculture-installazioni
In questo periodo la cucina sta vivendo un momento di gran gloria e il
binomio cucina & arte spopola. Potrebbe quindi sembrare che la
mostra di Daniel Spoerri "Bistro Santa Marta" alla Fondazione Mudina di
Milano, schiacci l'occhio alle mode di questi tempi, ma in realtà la
passione per gli arnesi da cucina e gli assemblaggi di utensili per il
cibo, il maestro svizzero romeno ha iniziato ad esprimerla forse per
primo, addirittura negli anni '60.
Spoerri è l'inventore
della "Eat art" come performance interattiva. La nuova mostra è un
progetto che per un mese vedrà trasformata la Fondazione Mudima nel
Bistrot di Santa Marta, "un vero e proprio bistrot dove verrà allestita
una mostra con un ciclo di opere realizzate appositamente per questa
occasione e dove verranno organizzate alcune cene a tema sotto la
supervisione di Daniel Spoerri", spiegano gli organizzatori.
Fino ad
ora sono state solo due le esibizioni che comprendevano veri banchetti:
la prima si svolse il 19 novembre 1970 a Milano con cibi ispirati alle
opere dei Nouveau Réalisme e una grande tiara papale di pan di zucchero
in onore di Pierre Restany, guru e mente teorica del gruppo; dopo
quattro anni la seconda, il "ristorante" aperto da Spoerri quando dal 19
maggio al 5 giugno 1975 trasformò la Galleria Multhipla in Restaurant
Spoerri, facendo 12 cene astro-gastronomiche dedicate a ciascun segno
zodiacale.
Il Bistrot di Santa Marta è dedicato alla santa patrona delle casalinghe, delle cuoche, delle domestiche, degli osti, degli albergatori e dei ristoratori. Il progetto esprime il
desiderio di tornare ad aprire i suoi ristoranti reali e al tempo stesso
virtuali, che comportano il fissaggio di oggetti sul quadro, come nei
quadri-trappola o nei lavori divisi per tipologie di utensili, per
forme, per funzioni e capaci di rappresentare un momento rubato dalla
quotidianità. Lavori che celebrano la ritualità del quotidiano e al
tempo stesso l'unicità che ogni pasto consuma. Nell'esposizione viene
affrontato un tema in particolare, ovvero il mondo della cucina e la
preparazione del cibo: 21 tavole presentano assemblaggi di utensili
ritrovati da Daniel Spoerri nei mercatini di tutta Europa, collezionati e
preservati come reperti di un passato recente che non del tutto
elaborato, continua ad alimentare il presente.
Daniel Spoerri
nasce in Romania ed è vittima di persecuzioni naziste,negli anni
Quarante si rifugerà in Svizzera con la madre. E' decisamente tra i
rappresentati più originali del Nouveau Réalisme e il suo approccio con
l'arte visiva è passato attraverso altri tipi di linguaggi artistici
come la danza, il mimo e il teatro. Poeta e scrittore, ha aderito a
Fluxus ed ha passato gran parte della sua vita viaggiando come un
autentico esploratore: "Vorrei che si dicesse di me che ho unificato in
una vita, la mia, e molte vite diverse".
Capace di guardare la
realtà da punti di vista inediti, libero da preconcetti e dissacratorio
nella poetica esercitata, i coloratissimi assemblaggi di oggetti pescati
nei mercati o nelle discariche e il grande talento di mettere in scena
situazioni, lo fanno perfettamente aderire a ciò che teorizzo Pierre
Restany, che scrisse: "Questi nuovi realisti considerano il mondo come
un quadro, la grande opera fondamentale di cui si appropriano certi
frammenti dotati di significato universale. Ci mostrano il reale negli
aspetti diversi della sua totalità espressiva".
FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)
domenica 12 gennaio 2014
Nel match tra arte e cucina vincono Ferran Adrià & C.
Ci sono mostre il cui impianto teorico (fondamentale diventa
in questi casi la lettura del catalogo) ti seduce, ma la cui
realizzazione ti lascia alquanto perplesso. È il caso di «Cook Book» la
mostra ideata da Nicolas Bourriaud in collaborazione con il critico
gastronomico Andrea Petrini.
Nel saggio introduttivo il direttore del Palais des
Beaux-Arts di Parigi spiega come l’arte culinaria stia vivendo oggi un
momento paragonabile a quello che il cinema ha vissuto ai tempi della
nascita della Nouvelle Vague cinematografica francese. Allora una serie
di critici e di registi come Truffaut, Godard e Rohmer sdoganò il cinema
dei vari Hitchcock, Ford & C., facendo comprendere che non erano
«artigiani» del cinema, ma «autori» a tutti gli effetti. Analogamente
oggi chef come Ferran Adrià, René Redzepi, i nostri Scabin e Bottura
devono essere considerati artisti a tutti gli effetti, tanto che si può
esporre il processo creativo che li porta a ideare i loro piatti proprio
come si fa con le opere d’arte: nella trasformazione della materia c’è
il filo rosso che accomuna i cuochi agli artisti.
Così il catalogo - ma non la mostra che segue un altro
ordine - si apre con i ritratti di 21 chef di tutto il mondo (l’Italia
ne vanta ben tre: Bottura, Scabin e Alajmo), un loro profilo e immagini
che rimandano a quanto espongono. Di Ferran Adrià (che fu già sdoganato
come artista contemporaneo dal curatore della penultima Documenta di
Kassel) c’è in mostra un pannello-lavagna con i disegni che lui e il
fratello pasticcere fanno nel loro laboratorio di ricerca quando
studiano un nuovo piatto. Di Massimo Bottura c’è un video in cui lo chef
modenese racconta come nasce «Tutte le lingue del mondo», un piatto con
lingua di vitello incrostata di creta e carbone che si ispira a Lucio
Fontana.
In mostra la parte dedicata agli chef è in effetti la più
interessante, mentre aleatoria e con scelte discutibili appare la
sezione dedicata agli artisti con opere dagli Anni 70 a oggi: ci sono
tra gli altri Spoerri, Sophie Calle (divertenti i suoi menu colorati
molto Fluxus), Alice Channer, Elad Lassry con i suoi cavoli rossi, John
Trembley con due disegni geometrici il cui nesso con la cucina è
francamente incomprensibile. In questo match hai l’impressione che,
mentre la selezione degli chef sia stata fatta puntando sulle eccellenze
internazionali (i 21 cuochi li ritroviamo nei World’s 50 Best
Restaurants e sulle guide Michelin con tre o due stelle), quella degli
artisti sia stata fatta piuttosto casualmente : ad esempio, perché le
sardine di Alisa Baremboym e non le cozze di un genio come Marcel
Broodthaers?
Al secondo piano la mostra offre un omaggio al nostro
Gianfranco Baruchello in virtù della sua «Agricola Cornelia», una o due
nature morte, alcuni Capricci di Goya,
disegni che riproducono lo splendore architettonico delle tavole
dell’impero asburgico, bassorilievi e opere varie in tema culinario
dalle collezioni dell’Ecole des Beaux-Arts.
L’ART ET LE PROCESSUS CULINAIRE
PARIGI, PALAIS DES BEAUX ARTS
FINO AL 9 GENNAIO
FONTE: Rocco Moliterni (lastampa.it)
martedì 7 gennaio 2014
Anatomia di un genio: mostra al Vittoriano su Verdi
Tra gli ultimi fuochi del bicentenario verdiano, e notevole soprattutto
per il suo valore educativo, si apre il 7 dicembre, al Complesso del
Vittoriano (fino al 19 gennaio, ingresso gratuito), la mostra Giuseppe
Verdi. Musica, cultura e identità nazionale.L’esposizione - dice il
coordinatore generale, Alessandro Nicosia - «ha l’obiettivo di dare
risalto al legame tra Verdi e il contesto politico e culturale italiano
ed europeo del suo tempo». Tra i curatori, con Marco Pizzo e Massimo
Pistacchi, c’è Gaia Maschi Verdi, parente del compositore delle Roncole
di Busseto. Nel Comitato d’onore, presieduto da Riccardo Muti, figurano
Bruno Vespa, Paolo Gallarati, Paolo Isotta, Leo Nucci e Renata Scotto.
LE SEZIONI
Sei le sezioni, pensate e organizzate con materiali iconografici e audiovisivi che mettono in relazione la vita di Verdi con gli avvenimenti del periodo storico, estremamente movimentato, in cui il musicista è vissuto. Dipinti, disegni, incisioni, giornali satirici, cimeli, rare edizioni d’epoca si dipanano in un percorso che racconta Verdi sia alla luce delle ispirazioni e delle inquietudini di un’Italia ancora occupata dallo straniero, sia nel più ampio contesto del Romanticismo europeo.
Il primo settore, Vedere Verdi, parte dal cosiddetto Album Verdi, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, un quaderno in cui Ercole Alberghi raccolse, nel 1913, un’ottantina di autografi risalenti agli ultimi anni della vita del compositore e sottratti all’oblìo grazie alla governante del musicista. Poi, in una serie di ritratti, il racconto dei primi anni del nostro maggiore operista. Fa da sipario di fondo il film muto di Giuseppe De Liguoro (1913) Giuseppe Verdi nella vita e nella gloria, conservato alla Cineteca Nazionale di Roma e recentemente restaurato.
La seconda sezione, Verdi e il Romanticismo, si occupa dei titoli verdiani. La vasta produzione è presentata attraverso incisioni, locandine, programmi di sala, documenti. La cultura romantica dominante dava largo spazio al teatro d’opera, diffuso e popolarissimo soprattutto in Italia, terra natale del maestro.
Scene e primi interpreti del melodramma verdiano, terzo step, tratta invece gli interpreti del melodramma verdiano tra Ottocento e Novecento attraverso immagini provenienti da diversi archivi storici.
Tema di Requiem, la quarta delle sezioni espositive, è il rapporto Verdi- Manzoni. Il bussetano ammirava molto lo scrittore e poeta dei Promessi sposi e dell’Adelchi e in occasione della sua morte scrisse la Messa da Requiem, eseguita a Milano un anno dopo la scomparsa di Don Lisander. Interessante il filmato dei funerali dello stesso Verdi, proiettato in parallelo con la diffusione della registrazione del concerto diretto da Arturo Toscanini nel 1944, al termine della seconda Guerra Mondiale.
Quinto reparto, Sentire Verdi, che spiega come sia stato possibile “catturare” la musica per ascoltarla a casa propria. La rivoluzione procurata, alle soglie del Ventesimo secolo, dall’avvento della fonoriproduzione, si concretizza qui, per i visitatori, in macchine originali e supporti capaci di restituirci voci storiche fissate su cilindri di cera, dischi a settantotto giri e altre diavolerie antecedenti la smaterializzazione digitale.
Verdi al cinema conclude il viaggio con brani di film ispirati alle opere del maestro: un montaggio di documentari delle prime celebrazioni verdiane fatto con i materiali dell’Istituto Luce.
INTERATTIVITÀ
La mostra, in tutte le sue parti, sarà resa interattiva grazie alle risorse digitali del progetto internazione CulturaItalia: non solo la si potrà vistare sul web, ma sarà anche possibile interagire con essa. Prevista una fitta e, come detto all’inizio, preziosissima attività didattica. Riccardo Muti vi collabora con i filmati in cui, durante le lezione riservate agli studenti in occasione delle grandi “prime” verdiane all’Opera di Roma, ha illustrato, anche con esempi al pianoforte e avvalendosi della collaborazione di cantanti, la grandezza del compositore e i valori identitari dai lui veicolati in anni essenziali per la nascita della Nazione.
SUGGESTIONI
Suggestioni a raffica per una vita, quella di Verdi, che ha attraversato l’Ottocento e si è affacciata al Secolo Breve segnandoli entrambi, profondamente e indelebilmente. Una fiaba nella realtà che la pronipote del maestro racconta, in uno scritto, proprio come tale: «Giuseppe Fortunino Francesco Verdi è stato battezzato a Roncole l’11 ottobre 1813 nella Chiesa di San Michele Arcangelo. Qui fu poi istruito dal Magister Parvulorum Don Baistrocchi, nella canonica che si trovava a pochi metri da casa, compì gli studi elementari e fece il chierichetto. Da questa Chiesa parte la processione che ogni anno fa tappa alla Maestà Orlandi e arriva al Santuario di Madonna dei Prati della Colombarola dove il giovane Verdi cantava nel coro e suonava l’armonium.
Sei le sezioni, pensate e organizzate con materiali iconografici e audiovisivi che mettono in relazione la vita di Verdi con gli avvenimenti del periodo storico, estremamente movimentato, in cui il musicista è vissuto. Dipinti, disegni, incisioni, giornali satirici, cimeli, rare edizioni d’epoca si dipanano in un percorso che racconta Verdi sia alla luce delle ispirazioni e delle inquietudini di un’Italia ancora occupata dallo straniero, sia nel più ampio contesto del Romanticismo europeo.
Il primo settore, Vedere Verdi, parte dal cosiddetto Album Verdi, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, un quaderno in cui Ercole Alberghi raccolse, nel 1913, un’ottantina di autografi risalenti agli ultimi anni della vita del compositore e sottratti all’oblìo grazie alla governante del musicista. Poi, in una serie di ritratti, il racconto dei primi anni del nostro maggiore operista. Fa da sipario di fondo il film muto di Giuseppe De Liguoro (1913) Giuseppe Verdi nella vita e nella gloria, conservato alla Cineteca Nazionale di Roma e recentemente restaurato.
La seconda sezione, Verdi e il Romanticismo, si occupa dei titoli verdiani. La vasta produzione è presentata attraverso incisioni, locandine, programmi di sala, documenti. La cultura romantica dominante dava largo spazio al teatro d’opera, diffuso e popolarissimo soprattutto in Italia, terra natale del maestro.
Scene e primi interpreti del melodramma verdiano, terzo step, tratta invece gli interpreti del melodramma verdiano tra Ottocento e Novecento attraverso immagini provenienti da diversi archivi storici.
Tema di Requiem, la quarta delle sezioni espositive, è il rapporto Verdi- Manzoni. Il bussetano ammirava molto lo scrittore e poeta dei Promessi sposi e dell’Adelchi e in occasione della sua morte scrisse la Messa da Requiem, eseguita a Milano un anno dopo la scomparsa di Don Lisander. Interessante il filmato dei funerali dello stesso Verdi, proiettato in parallelo con la diffusione della registrazione del concerto diretto da Arturo Toscanini nel 1944, al termine della seconda Guerra Mondiale.
Quinto reparto, Sentire Verdi, che spiega come sia stato possibile “catturare” la musica per ascoltarla a casa propria. La rivoluzione procurata, alle soglie del Ventesimo secolo, dall’avvento della fonoriproduzione, si concretizza qui, per i visitatori, in macchine originali e supporti capaci di restituirci voci storiche fissate su cilindri di cera, dischi a settantotto giri e altre diavolerie antecedenti la smaterializzazione digitale.
Verdi al cinema conclude il viaggio con brani di film ispirati alle opere del maestro: un montaggio di documentari delle prime celebrazioni verdiane fatto con i materiali dell’Istituto Luce.
INTERATTIVITÀ
La mostra, in tutte le sue parti, sarà resa interattiva grazie alle risorse digitali del progetto internazione CulturaItalia: non solo la si potrà vistare sul web, ma sarà anche possibile interagire con essa. Prevista una fitta e, come detto all’inizio, preziosissima attività didattica. Riccardo Muti vi collabora con i filmati in cui, durante le lezione riservate agli studenti in occasione delle grandi “prime” verdiane all’Opera di Roma, ha illustrato, anche con esempi al pianoforte e avvalendosi della collaborazione di cantanti, la grandezza del compositore e i valori identitari dai lui veicolati in anni essenziali per la nascita della Nazione.
SUGGESTIONI
Suggestioni a raffica per una vita, quella di Verdi, che ha attraversato l’Ottocento e si è affacciata al Secolo Breve segnandoli entrambi, profondamente e indelebilmente. Una fiaba nella realtà che la pronipote del maestro racconta, in uno scritto, proprio come tale: «Giuseppe Fortunino Francesco Verdi è stato battezzato a Roncole l’11 ottobre 1813 nella Chiesa di San Michele Arcangelo. Qui fu poi istruito dal Magister Parvulorum Don Baistrocchi, nella canonica che si trovava a pochi metri da casa, compì gli studi elementari e fece il chierichetto. Da questa Chiesa parte la processione che ogni anno fa tappa alla Maestà Orlandi e arriva al Santuario di Madonna dei Prati della Colombarola dove il giovane Verdi cantava nel coro e suonava l’armonium.
FONTE: Rita Sala (ilmessaggero.it)
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giovedì 2 gennaio 2014
L’ossessione di Kokoschka
Con “La creatura del desiderio”, edizioni Skira, Andrea Camilleri
racconta la passione che legò il pittore austriaco ad Alma Mahler.
Andrea Camilleri fa le valige e si lascia alle spalle le atmosfere di
Vigata per concedersi un tour nella Vienna di inizio Novecento.
Ad attirare la sua attenzione è l’incontro tra la vedova di Gustav Mahler, Alma - donna bellissima, libera e vitale che collezionò relazioni con personaggi del calibro di Klimt e Gropius - e l’esplosivo pittore Oskar Kokoschka che con lei strinse una relazione movimentata e piena di eccessi, che ispirò 450 disegni e tele tra cui la celebre “Sposa del vento” (1913).
E’ in questo magma di emozioni, ossessioni e violente gelosie che Camilleri affonda la penna ricostruendo la cronaca di come, dopo la fine del tempestoso rapporto, l’artista, fornendo disegni dettagliati, ordinò ad un artigiano di Monaco di Baviera la costruzione di un simulacro della musa a grandezza naturale.
Il folle esperimento della bambola continuerà ad ispirare e tormentare la creatività complusiva del pittore che potrà liberarsi del fantasma di Alma solo attraverso un epilogo catartico.
Andrea Camilleri - La creatura del desiderio
137 pag., 14,50 € - Edizioni Skira 2014 (NarrativaSkira)
Ad attirare la sua attenzione è l’incontro tra la vedova di Gustav Mahler, Alma - donna bellissima, libera e vitale che collezionò relazioni con personaggi del calibro di Klimt e Gropius - e l’esplosivo pittore Oskar Kokoschka che con lei strinse una relazione movimentata e piena di eccessi, che ispirò 450 disegni e tele tra cui la celebre “Sposa del vento” (1913).
E’ in questo magma di emozioni, ossessioni e violente gelosie che Camilleri affonda la penna ricostruendo la cronaca di come, dopo la fine del tempestoso rapporto, l’artista, fornendo disegni dettagliati, ordinò ad un artigiano di Monaco di Baviera la costruzione di un simulacro della musa a grandezza naturale.
Il folle esperimento della bambola continuerà ad ispirare e tormentare la creatività complusiva del pittore che potrà liberarsi del fantasma di Alma solo attraverso un epilogo catartico.
Andrea Camilleri - La creatura del desiderio
137 pag., 14,50 € - Edizioni Skira 2014 (NarrativaSkira)
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