mercoledì 5 maggio 2010

Picasso da record battuto all'asta: venduto per 106 milioni di dollari



IL COMPRATORE SE L'È AGGIUDICATO PUNTANDO PER TELEFONO ALL'ASTA DA CHRISTIES A NEW YORK


Un quadro dipinto da Pablo Picasso in un solo giorno del marzo 1932,Nu au Plateau de Sculpteur (Nudo, Foglie Verdi e Busto), è stato venduto per oltre 106 milioni di dollari, un record mondiale per un'opera d'arte all'asta, da Christiès a New York. Il dipinto raffigura Marie-Therese Walter, l'amante di Picasso. Il profilo dell'artista spagnolo si può riconoscere nello sfondo. Il Picasso, venduto nella serata di inizio delle aste di primavera a New York, ha rotto il record stabilito in febbraio da una scultura di Giacometti: Walking Man I, venduta da Sotheby's per 104,3 milioni di dollari. L'asta del quadro è stata un blitz di appena otto minuti e sei secondi.

Sei clienti si sono contesi il dipinto e il compratore se l'è aggiudicato puntando per telefono. Il Picasso da Guinness, esposto al pubblico solo una volta nel 1951, veniva dalla collezione della filantropa di Los Angeles Frances Lasker Brody, morta in novembre e vedova di un miliardario del settore immobiliare. Christiès ha avuto l'incarico di vendere opere della sua raccolta questa primavera: ci sono pezzi di Matisse, Braque e Giacometti.

FONTE: ilmessaggero.it

martedì 4 maggio 2010

Dai Nazareni al Bauhaus tre secoli di grandi utopie


A Venezia, la Collezione Peggy Guggenheim celebra le "Comunità" artistiche dal '700 al '900. Dai Nazareni al Bauhaus, oltre settanta opere ripercorrono sogni e ideali dell'arte moderna


Le grandi Comuni dell'arte, sognatrici e fricchettone, velleitarie e naif, dissidenti e vegetariane, capellone e barbute, trincerate dietro ideali sperimentali e ambiziosi, ma anche romanticamente legate e vezzi e mode d'un glamour ante litteram. Molto prima degli hippie in fondo c'erano loro, figli dei fiori di un piccolo grande universo di ricerca creativa ed estetica. Come racconta la bella mostra "Utopia Matters: dalle confraternite al Bauhaus" che dall'1 maggio al 25 luglio va in scena alla Collezione Peggy Guggenheim sotto la cura di Vivien Greene. Il fil rouge del percorso è quello dell'utopia come pensiero guida dominante che accomunava più artisti a tal punto da farli ravvicinare e vivere in una sorta di comunità, di centro sociale, che fosse un bosco, un convento, un villaggio, un istituto, una scuola, un salotto. Un fenomeno che viene ripercorso attraverso una settantina di opere, tra dipinti, sculture, disegni, oggetti di design, fotografie e stampe, che dalla fine del Settecento arrivano fino agli anni Trenta del Novecento, fino appunto a quella portentosa scuola di architettura, di design, arti e mestieri che fu il Bauhaus soffocato dal nazismo. 


Non altro che un affascinante viaggio lungo gli ideali utopici nel pensiero e nella pratica artistica occidentale, ma soprattutto un modo originale di ripercorrere la storia dell'arte moderna. A partire dai Primitifs francesi, passando per i Nazareni tedeschi, i Preraffaelliti inglesi, l'inglese William Morris stratega del movimento internazionale dell'Arts and Crafts, la Cornish Colony americana, il Neo-Impressionismo francese, il De Stijl olandese, il Bauhaus tedesco, per arrivare al Costruttivismo russo. Ecco i Primitivi, alla fine del '700, studenti dissidenti, insofferenti alle regole accademiche, seguaci di David, che scelgono il buen retiro in convento, lontano dalla ribalta di Parigi, guardando all'arte dei padri, la Grecia, gli Etruschi, il Quattrocento italiano, ma inseguendo un ideale estetico morbido e sensuale. Rappresentano un esperimento proto-bohémien di pochi anni, con regole dettate da una ricerca di semplicità, dalla dieta vegetariana, ai capelli e barbe lunghe all'abbigliamento lungo. A catalizzare le loro fantasie estetiche, i racconti di Omero, i poemi di Ossian, l'Antico Testamento. 

Simile la scelta dei Nazareni tedeschi, che nel 1809 in disaccordo con gli insegnanti dell'Accademia, creano il loro sodalizio da confraternita sul modello medievale. Fratellanza, moralità, sincerità, sembrano gli ideali che guidano la produzione artistica di questi artisti che nell'aspetto ricordano l'immagine di Gesù di Nazareth (da qui il nome). Si ispirano al primo Rinascimento, dipingono scene religiose allo scopo di risvegliare la fede attraverso l'arte, e si lasciano sedurre dalla perfezione equilibrata e sapiente di Raffaello, tanto da scegliere Roma come residenza comunitaria, nel monastero francescano di San Isidoro, dove adottano uno stile di vita quasi  ascetico. Come Friedrich Overbeck e Franz Pforr (in mostra con "Il Conte d'Asburgo e il prete", 1809-1810). 

Devoti all'arte e alla filosofia del periodo antecedente Raffaello, anche i Preraffaellliti confraternita nata a Londra alla fine del 1848 sotto la spinta di sette artisti, guidati  da William Holman Hunt, John Everett Millais e Dante Gabriele Rossetti, in affinità elettiva con le teorie del critico e storico dell'arte John Ruskin. Convinti che il Gotico rappresenti il paradigma della libertà artistica, scavano nella storia e nella letteratura medievali, dai drammi di Shakespeare alle epopee religiose, per evocare un'età aurea in cui la cavalleria, la purezza di spirito e la moralità regnavano sovrane. Nel gruppo si distinguerà poi il designer e critico d'arte William Morris, che col suo movimento internazionale Arts and Crafts propone una concezione nuova, utopistica appunto, del design come pratica artigianale socialmente utile sul modello delle corporazioni medievali. 

Sullo sfondo di un secolo che avanza macinando fermenti tecnologici, un'avanzata industriale, le velleità utopistiche di alcuni gruppi di artisti sposano ideali politici, e l'arte diventa una strategia estetica impegnata, come i neo-impressionisti, da Signac a Cross e Pissarro, che, tra 1880 e '90, vedono nella loro tecnica di pittura ottica, lontanamente basata su principi scientifici, un veicolo per raffigurare scene del pensiero progressista. In contemporanea, dall'altra parte dell'oceano, un gruppo di artisti, architetti e scrittori americani crea una comunità nel Cornish, regione rurale nel New Hampshire, proponendo uno stile di vita armonioso che fonde insieme arte, cultura e paesaggio. Dopo la prima Guerra Mondiale, il sogno utopico di ripensare la vita sociale dilaga. Dalla speranza del movimento De Stijl capitanato da Theo van Doesburg e Piet Mondrian, di rivoluzionare le relazioni sociali e la cultura mediante un linguaggio artistico di forme ridotte, all'ambizione del Bauhaus, con l'opera di Kandiskij, Klee, Moholy- Nagy, di ricostruire la società del dopoguerra attraverso l'arte e il design.

Notizie utili  -  "Utopia Matters: dalle Confraternite al Bauhaus", dal 1 maggio al 25 luglio 2010, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia.
Orari: 10.00  -  18.00, chiuso il martedì
Ingresso: intero €12, ridotto €10, studenti €7.
Informazioni: tel. 041.2405440, www. guggenheim-venice. it/peggyg. mobi
Catalogo: Guggenheim Museum Publications (New York).

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)

lunedì 3 maggio 2010

A Roma "La natura secondo De Chirico" l'uomo che dipingeva il silenzio


Palazzo delle esposizioni, mostra aperta fino all'11 luglio


Scriveva il critico francese Alain Jouffroy nel 1978, l’anno in cui si spense, il 20 dicembre, ad oltre novant’anni, l’inventore della pittura metafisica: “Giorgio de Chirico è oggi, a novant’anni, il pittore glorioso più solitario e meno compreso del mondo”. Ora, a più di trent’anni di distanza, Giorgio de Chirico è ancora, per molti versi, il pittore meno compreso del mondo, ma è sempre più glorioso, glorioso e trionfante, trionfante su tutti coloro che lo avevano avversato in Italia e fuori d’Italia sin dall’inizio della sua attività artistica. 

Ne è una riprova schiacciante la mostra che è stata inaugurata il 9 aprile, con il titolo “La Natura secondo de Chirico”, al Palazzo delle Esposizioni (Via Nazionale 194), a cura di Achille Bonito Oliva, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, di cui è presidente Paolo Picozza, il quale fa notare nel suo scritto in catalogo (Federico Motta Editore) che l’idea di Natura per l’inventore della pittura metafisica “va presa nel senso più lato possibile”. 

Divisa in sette zezioni, la mostra si dispiega dagli anni Dieci (la “Lotta dei Centauri” è del 1909), agli anni Trenta, per ben 140 quadri, da “Le temple fatal” (1914) a “Le muse inquietanti”(1925), da “I bagni misteriosi”( 1935-36) a “Piazza d’Italia con fontana”(1954), da “Interno metafisico con paesaggio romantico”(1968) a “Spettacolo misterioso” (1971). 

Non mancano, ovviamente, le nature morte, che Giorgio e Isa de Chirico preferivano chiamare “nature silenti”. Jean-Paul Sartre diceva che Giacometti era l’unico pittore moderno che avesse dipinto il vuoto, ma de Chirico aveva dipinto non solo il vuoto, ma anche il silenzio, al quale aveva dedicato due quadri, “La torre del silenzio”(1937) e “La Musa del silenzio”(1973). Negli ultimi due anni erano state dedicate a de Chirico tre mostre, due di quadri a Roma e Parigi e una di disegni a Roma, ma quella in corso al Palazzo delle Esposizioni è la più imponente e la più affascinante, fors’anche di quelle che gli erano state organizzate nel passato, sia quando era in vita che dopo la morte. 

Questa mostra dimostra perentoriamente che de Chirico, come non si stancava di dire, non aveva mai abbandonato la pittura metafisica, con la quale all’inizio del secolo aveva conquistato Parigi, la capitale mondiale dell’arte. Segno di contraddizione dell’epoca, esaltato e misconosciuto, osannato e denigrato, acclamato e vilipeso, Giorgio de Chirico era stato dato più volte per morto dai critici, come diceva egli stesso, ma ogni volta era resuscitato più vivo e vitale di prima.

Non c’è altro caso in tutta la storia dell’arte di un pittore che abbia scritto e detto ciò che pensava, ossia tutto il male possibile, dei pittori moderni, delle istituzioni ufficiali, dei soprintendenti o dei direttori dei musei, dei critici, persino dei critici che scrivevano bene di lui o che ne apprezzavano l’opera, e sia uscito non sono indenne ma vittorioso dal turbine delle polemiche. E’ lunga la lista dei suoi “nemici”: Roberto Longhi, che nel 1919 gli aveva inflitto una stroncatura micidiale, che avrebbe stroncato la carriera di qualsiasi altro artista; Breton, Eluard, Aragon e compagni, i quali dopo averlo salutato come un artista nuovo e originale, nel 1926 avevano scritto su “Revolution Surrealiste”, in un numero listato a lutto e una grande croce nera: “E’ deceduto Giorgio de Chirico pittore surrealista”; coloro che in Italia, sull’esempio dei necrofori francesi, lo avevano vivisezionato, facendolo oggetto d’una operazione di bassa macelleria critica: ottimo il de Chirico prima del 1917, pessimo il de Chirico dei periodi successivi; Max Ernst, che aveva trovato la propria strada dopo aver visto su “Valori Plastici” la riproduzione di tele metafisiche di de Chirico, ma non aveva esitato a descrivere il suo maestro ancora in piena forma come “un vecchio debole, completamente asessuato, con guance cadenti e il pallore di un uomo quasi morto”; Palma Bucarelli e Giulio Carlo Argan, che lo consideravano un pittore reazionario” e non gli avevano mai aperto l’accesso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, la prima bollata da de Chirico come “la Pentesilea di tutte le croste e di tutti i crostoni”, il secondo da Marino Mazzacurati con il motto: “Mi piego ma non mi spiego”. Benché sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan si era astenuto dal partecipare ai funerali di Giorgio de Chirico, che la critica internazionale considera oggi uno dei massimi pittori, insieme a Picasso e Matisse, del ventesimo secolo.

Si consiglia di vedere la mostra, che resterà aperta sino all’11 luglio, in una giornata qualunque, con calma, senza la folla che c’era la sera dell’inaugurazione, anche perché le luci, forse allestite da uno stilista mondano, illuminavano più gli abiti delle signore che i quadri. Alla mostra di de Chirico si accompagnano quelle di Giulio Paolini e Mimmo Jodice, curate da Daniela Lancioni e Ida Gianelli.

FONTE:  ilmessaggero.it

domenica 2 maggio 2010

SAFET ZEC IL POTERE DELLA PITTURA





VERNICE STAMPA, 

VENERDÌ 7 MAGGIO 2010 

DALLE 11 ALLE 15


Museo Correr, II piano 8 maggio – 18 luglio 2010



La mostra presenta oltre centotrenta opere - oli, tempere, disegni a matita, schizzi e studi 
preparatori, grandi dipinti e piccole tele - alcune mai esposte al pubblico finora e realizzate negli 
ultimi dieci anni di attività dell’artista bosniaco, protagonista drammatico e magistrale della 
figuratività odierna. 
Dotato di un talento precoce e straordinario, Zec rimanda ad ascendenze classiche, da Tintoretto a
Palma il Giovane, da Caravaggio fino a Freud; mostra la sicurezza linguistica degli antichi maestri e,  
insieme, l’ansia di ricerca di un indagatore solitario e la frenesia dello sperimentatore.  
La quantità e la qualità della sua produzione finita e non-finita è sorprendente, ma la trasparenza è
cristallina, il controllo totale, singolarmente lucido e razionale.  
Ancora, Safet Zec è forse il più importante rappresentante della riflessione sulla tragedia di un 
popolo e sulle sconfinate possibilità della pittura da un lato di partecipare al suo strazio, dall’altro di
fornire letture poetiche di un mondo quotidiano.  
A cura di Pascal Bonafoux e Giandomenico Romanelli, catalogo Skira. 
La mostra si realizza con il sostegno della Galerija SOL di Lubiana.  
Lungo nove sale al secondo piano del Museo Correr, il percorso si snoda in sequenze 
tematiche di estrema suggestione. 
La prima grande opera, Facciata veneziana (tempera e acrilico su carta, cm 120x350) testimonia il 
legame e l’appartenenza dell’artista alla città che lo ha accolto quando la guerra nell’ex Jugoslavia 
lo costrinse nel 1992 alla fuga da Sarajevo. Seguono poi le immagini, le atmosfere, gli strumenti 
dell’atelier veneziano, suo spazio e mondo, rifugio e origine di un’esistenza e di un’ attività artistica 
che rinascono e si rinnovano. 
Alle vedute di una Venezia “minore”, struggente nella sua autenticità, si succedono nature morte, 
“vite silenziose” nella definizione di Zec, barche e porte, oggetti dimenticati, ceste, pennelli, colori, 
corde, taglieri, specchi. E forme di pane di suggestione sacrale. 
Safet Zec è nato in Bosnia nel 1943, ultimo di otto figli di un calzolaio che, durante la seconda 
guerra mondiale, si trasferisce a Sarajevo da Rogatica, un paese a est della Bosnia. Il suo 
straordinario talento si manifesta sin dall’infanzia; si forma alla Scuola superiore di arti applicate 
di Sarajevo e all’Accademia di Belgrado è considerato quasi un prodigio. Tuttavia l’isolamento 
interiore di quegli anni lo porta a distruggere quasi tutti i suoi primi lavori. A Belgrado incontra la 
moglie artista Ivana, restaura una vecchia casa nel quartiere ottomano dell’antica città di Pocitelj, 
vicino a Mostar, luogo amato da molti artisti, che mantiene anche quando, nel 1987, torna a 
vivere a Sarajevo, da pittore ormai affermato anche a livello internazionale. Con lo scoppio della 
guerra, il mondo in cui Zec è cresciuto, di armoniosa convivenza tra persone di diverse culture e 
religioni, è sconvolto. Pocitelj viene distrutta e, con essa, tutte le sue opere incisorie. Morte e 
distruzione a Sarajevo lo costringono a fuggire con la famiglia. Nel 1992 è a Udine dove 
ricomincia a lavorare grazie all’aiuto generoso dello stampatore Corrado Albicocco, per poi 
giungere a Venezia nel 1998. Dalla fine del conflitto l’artista ha ripreso un’assidua frequentazione 
con la sua terra. Nel cuore di Sarajevo, lo Studio-collezione Zec è stato riaperto ed è ora un 
centro di iniziative culturali, oltre che sede espositiva delle sue opere. Nel 2004, in occasione 
dell’apertura del nuovo ponte di Mostar, è stato presentato un libro di incisioni curato dalla Scuola 
di Urbino su lastre di Zec. In futuro, la sua casa-studio di Pocitelj, ora restaurata, ospiterà una 
scuola di grafica.



Tra i più recenti e significativi riconoscimenti si segnalano:
2001 Lille mostra antologica a cura di Martine Aubry, presso la chiesa abbandonata di Sainte-
Marie-Madeleine, recuperata per l’occasione
2003 premio "Leonardo Sciascia" per l'incisione
2004, un autoritratto di Zec è esposto tra quelli di Picasso e di Duchamp alla mostra MOI!  
Autoportraits du XX siècle realizzata dal Museé du Luxembourg di Parigi;
2005 premio Linus Pauling dell’International League of Humanists
2007 "Chevalier de l'ordre des Arts et des Lettres" del Ministero della Cultura Francese.

www.museiciviciveneziani.it



FONTE: Ufficio Stampa Fondazione Musei Civici di Venezia