sabato 14 marzo 2015

Botero a Palermo con “La Pasión de Cristo”

 

Dal 21 marzo al 21 giugno a Palazzo dei Normanni


La mostra «Via Crucis. La Pasión de Cristo» di Fernando Botero sbarca a Palermo. Dopo aver fatto tappa a New York, Medellin, Lisbona e Panama, la mostra (costituita da 27 dipinti ad olio e 17 disegni) sarà ospitata nelle Sale di Duca di Montalto del Palazzo Reale dal 21 marzo al 21 giugno 2015. Promossa dall’Assemblea regionale siciliana, dalla Fondazione Federico II e dal Museo colombiano di Antioquia quella di Palermo sarà l’unica tappa italiana. Donate dall’artista al Museo di Medellin, sua città natale, nel 2012 le opere rappresentano uno dei grandi temi dell’arte fin dal XVI secolo. 

«Poi cominciò gradualmente a scomparire e, al tempo della rivoluzione francese, era praticamente scomparso. Oggi è inesistente», ha spiegato l’artista a Beatriz Manz, docente di Geografia e Studi Etnici all’Università di Berkeley. «Non sono religioso, ma questo tema ha una bellissima tradizione artistica. A quei tempi, i pittori mescolavano la realtà quotidiana con la Storia. Mi sono preso la stessa libertà di mescolare certe realtà latino-americane col tema biblico».  

Sull’apparizione dello stesso artista ne «Il bacio di Giuda», Botero ha aggiunto: «Un’altra tradizione era quella di dipingere il proprio ritratto all’interno dei temi biblici. Masaccio accanto a Gesù nella Cappella Brancacci a Firenze, Pinturicchio negli affreschi di Siena e Michelangelo nel Giudizio Universale alla Cappella Sistina e via dicendo. Ho indossato il miglior vestito della festa per apparire accanto a Cristo. Non poteva essere diversamente». 

Come nei dipinti su Abu Ghraib del 2005, anche qui crudeltà e dramma si espandono in forme rassicuranti, solide. Il corto circuito è assicurato e le tele già si attestano come momento cruciale dell’intera produzione boteriana. La «Passione di Cristo» secondo Botero, intende fornire una riflessione sul dramma della passione e morte di Gesù Cristo, e il lavoro presentato dimostra un cambiamento nelle motivazioni dell’artista, pur mantenendo la forza del proprio stile. «Ho fatto queste opere - spiega l’artista colombiano - perché è un momento fondamentale della vita di Gesù e perché è un argomento che è andato scomparendo poco a poco nella storia della pittura: non ci sono elementi satirici in questo lavoro che è pervaso di grande rispetto». 

FONTE: lastampa.it

venerdì 13 marzo 2015

Modigliani e la bohème parigina alla Gam di Torino


La mostra presenta circa 90 opere: ci sono anche Brancusi, Soutine, Utrillo, Chagall, Gris, Marcousiss, Survage e Picasso

La nuova mostra alla Gam di Torino ha un protagonista d’eccezione: Amedeo Modigliani, uno dei maggiori interpreti della pittura del Novecento. Intorno alla figura centrale di Modigliani è presentata la straordinaria atmosfera culturale creata dalla “École de Paris”, la corrente che ebbe protagonisti alcuni artisti attivi nel primo dopoguerra che si raccolsero intorno a Montmartre e Montparnasse uniti dal desiderio di vivere in pieno il clima artistico e culturale di Parigi, creando una completa simbiosi tra vita e arte. 

In mostra circa 90 opere racconteranno questa esperienza artistica - accanto a Modigliani alcuni nomi eccezionali come Brancusi, Soutine, Utrillo, Chagall, Gris, Marcousiss, Survage, Picasso - tra cui sessanta capolavori provenienti dal Centre Pompidou di Parigi e da importanti collezioni pubbliche e private d’Europa. 

Partendo dal significativo corpus di opere del Centre Pompidou, nelle cui collezioni Modigliani entrò a far parte già nella metà degli anni ’30 del Novecento, si potranno ammirare gli splendidi ritratti dei suoi amici ( Il giovane ragazzo rosso del 1919), delle sue amanti ( Lolotte del 1917) o dei mercanti, affiancati a dipinti, disegni e sculture provenienti da altre prestigiose collezioni pubbliche e private e da un dipinto delle collezioni della Gam , la celebre Ragazza Rossa del 1915 . In questi dipinti emerge il noto “Stile Modigliani” caratterizzato da una sintesi estrema, tanto che i personaggi ritratti non si rivelano nella loro identità, se non per alcuni dettagli, come i vestiti o le capigliature. 

La mostra è promossa da Gam e prodotta da Mondo Mostre Skira in collaborazione con il Musée National d’Art Moderne - Centre Pompidou di Parigi. La curatela scientifica è affidata a Jean-Michel Bouhours, uno dei massimi studiosi di Modigliani e curatore del dipartimento delle collezioni moderne del Centre Pompidou di Parigi. 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 4 marzo 2015

Luce e materia. A Milano il meglio di Medardo Rosso

Luce e materia. A Milano il meglio di Medardo Rosso
 
A trent'anni di distanza dall'ultima mostra a lui dedicata, il capoluogo lombardo torna a ospitare un'esposizione delle opere del grande scultore, protagonista dell'Impressionismo e artista di richiamo internazionale. Alla Gam le  più importanti sculture e gli scatti fotografici del maestro, torinese di nascita ma meneghino di adozione
 
"E' lui più grande scultore vivente". Così Apollinaire giudicava Medardo Rosso, l'artista che seppe rivoluzionare il linguaggio scultoreo, dissolvendo l'impatto materico in una costruzione in cui oggettività e soggettività si compenetrano, senza  barriere tra fisico e psichico. L'occasione per un incontro ravvicinato lo offre la mostra organizzata alla Gam, Galleria d'Arte Moderna, di Milano, all'interno del programma di Expo in Città: "Medardo Rosso - La luce e la materia", a cura di Paola Zatti, conservatrice della galleria d'Arte Moderna di Milano. Una rassegna che vede in esposizione anche l'opera "Madame X ", lavoro simbolo di Medardo Rosso che ha eccezionalmente lasciato la Veneziana Cà Pesaro, che se pur datato 1896, precorre con fascino e mistero la sintesi plastica estrema, anticipatrice della modernità a cui quest'autore aprirà le porte.

Medardo Rosso, artista a cavallo tra Otto e Novecento ha anticipato molte tendenze che sarebbero arrivate in seguito. Torinese di nascita, dopo aver esordito come pittore, nell'82 si iscrisse ai corsi di nudo e di plastica dell'Accademia di Brera dalla quale dopo nemmeno un anno fu espulso a causa della sua insofferenza per quell'insegnamento. I suoi primi lavori tendono alla "ricerca del vero" , comprensiva delle qualità psicologico-caratteriali del
ritratto, e si connotano subito per la scelta di temi contemporanei: emarginati, gente comune,  vita moderna. Il riferimento positivista al dato concreto e la ricerca della realtà prende forma nella fusione della figura con l'atmosfera, attraverso una sorta di abolizione dei contorni. "La materia da un lato - ha spiegato la curatrice - è ciò su cui lui si tormenta una vita intera e di cui la mostra cerca di restituirne tutti i diversi aspetti e declinazioni, presentando opere in bronzo, cera e gesso. E la luce, perché è il punto cui lui voleva arrivare, lui disse: 'Non c'è nulla di materiale, noi stessi siamo solo scherzi di luce. E' la sua frase più famosa". Il segno, la luce e le  ombre furono gli elementi che elesse a protagonisti principali  della sua arte, anche di grande fotografo. Tra le opere in esposizione il bellissimo "Enfant malade" e gli "Ecce puer", "L'enfant juif", le due versioni in gesso e bronzo della "Ruffiana" e "l'Enfant malade" nella versione in cera di Dresda e quella di bronzo dalla Gam. "Come tutti gli artisti che si sono tormentati su aspetti grandi della creazione artistica - ha concluso la curatrice - c'è ancora molto da scoprire su di lui".  La mostra è organizzata e prodotta dalla Gam, da 24 ore Cultura - Gruppo 24, insieme al Museo Rosso di Barzio, e resterà aperta al pubblico fino al 31 maggio.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

martedì 3 marzo 2015

Bari omaggia le virtù di Cambellotti e dell'Acqua

Bari omaggia le virtù di Cambellotti e dell'Acqua

La città festeggia il centenario del suo acquedotto con l'apertura di una mostra dell'eclettico artista romano, tra i capostipiti dell'Art Nouveau, nonché designer di lusso dell'edificio sede dell'azienda che compie un secolo

L'acqua è un bene comune, un concetto quasi ovvio per il quale, però, non c'è molta considerazione. Per ricordarcelo, e per dargli la giusta attenzione, apre in questi giorni una mostra, a Bari. Con essa aprirà anche l'accesso al pubblico il Palazzo dell'Acquedotto Pugliese, all'interno del quale, fino al 14 giugno 2015, ci sarà l'esposizione "Duilio Cambellotti. Le grazie e le virtù dell'acqua". L'occasione dell'evento è data dal primo centenario dell'arrivo dell'acqua nelle terre pugliesi: in onore di tale importante ricorrenza si è deciso di rendere protagonisti uno dei più grandi artisti italiani del Novecento e una delle opere di ingegneria più significative per quell'epoca, come era l'acquedotto di Bari. 

Ma perché è stato scelto proprio Cambellotti, artista nato a Roma nel 1876? Per il suo essere un artista eclettico, pittore, scenografo, illustratore, scultore e disegnatore protagonista dell'art nouveau. Ma anche perché, per quella sua poliedricità, fu incaricato nel 1931 di occuparsi della decorazione e dell'arredo dell'intera struttura, dove ha sede l'Acquedottto Pugliese. La mostra, organizzata dalla società Sistema Museo, raccoglie più di cento opere che provengono da musei, fondazioni, collezioni private. Tra i tanti pezzi esposti ci sono sculture e mobili di arredo
finora mai esposti e, tra i manufatti, anche l'albero d'ulivo stilizzato, un ulivo in cui le fronde sono sostituite da uno skyline urbano, a ricordare come l'acqua sia fonte di civiltà.

Tra i dipinti e le sculture in bronzo anche molti bozzetti preparatori che hanno anticipato la realizzazione del Palazzo dell'Acquedotto, in cui si ritrovano motivi che ricorrevano in quei tempi come la spiga e il già citato  ulivo, ai quali si aggiungono antichi temi cari a Cambellotti, tra cui le fontane e il volto femminile, presente anche nelle raffigurazioni degli armadi degli uffici. Da notare, all'interno del palazzo, anche i pavimenti, le luci, i particolari design di maniglie e lampade, i vasi in cui l'acqua scorre, le stele femminili di marmo sulle pareti, i marmi colorati che rendono, in totale, l'intero corpus dei pezzi dell'Acquedotto (dai tavoli alle scrivanie) un esemplare moderno di cui oggi, dopo cento anni, se ne possono apprezzare ancora di più i pregi. Tra i prestiti più importanti di opere, molti provengono dalla Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea e dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma; dal Museo Internazionale della Ceramica di Faenza e anche dal  museo Duilio Cambellotti di Latina.

Informazioni utili
"Duilio Cambellotti. Le grazie e le virtù dell'acqua".
27 febbraio - 14 giugno 2015
Enti promotori: Acquedotto Pugliese, Regione Puglia, Comune di Bari
In collaborazione con: Wolfsoniana Fondazione regionale per la Cultura e lo Spettacolo di Genova e Archivio Cambellotti di Roma. Sponsor unico: Banca Popolare di Bari Organizzazione: Sistema Museo A cura di: Emanuela Angiuli Orari di apertura: da martedì a domenica e festivi 10.00  -  18.00. Chiuso lunedì non festivo. Tariffe: intero 6,00 euro; ridotto A 4,00 euro (gruppi di almeno 15 unità); ridotto B 3,00 euro (6-18 anni); 
 
FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

lunedì 2 marzo 2015

Note dalla doppia vita di Canetti

La raccolta  di massime dedicata  nel  1942  alla donna nella cui casa Elias lavorava

Elias Canetti conobbe Marie-Louise von Motesiczky nel 1939 o nel 1940. Lei discendeva da un’illustre famiglia di ebrei viennesi assimilati: veniva considerata una grande bellezza; un veliero che scivolava sull’oceano del mondo. Lui era un ebreo di recente immigrazione dall’Europa orientale: era brutto, tozzo, goffo; e ne soffriva. Divennero amanti: la loro amicizia durò oltre mezzo secolo, e finì soltanto con la morte dello scrittore. Egli le dedicò dei bellissimi aforismi nel settembre e nell’ottobre 1942 (Aforismi per Marie-Louise, Adelphi, nella traduzione di Ada Vigliani): i quali ricordano da vicino quelli contenuti nel suo capolavoro, La provincia dell’uomo (Adelphi, traduzione di Furio Jesi). I due si conobbero a Londra, al tempo dei bombardamenti tedeschi; e la lasciarono per trasferirsi ad Amersham, un grazioso sobborgo della grande città. Canetti teneva i suoi libri a casa della Motesiczky, dove leggeva e scriveva. Non lasciò mai la moglie Vera: il rifiuto di Canetti di scegliere Marie-Louise fece soffrire e logorò l’amica, che lo attese invano per anni. Canetti era duro, superbo, orgoglioso: nutriva disprezzo e una specie di gelosia per tutti gli altri; persino verso gli scrittori che amava e imitava. 


Nutriva lo stesso odio per gli uomini che Karl Kraus aveva provato per il mondo. «Era talmente altezzoso che avrebbe voluto regalare sempre qualcosa a Dio». Era insaziabile, in tutti i sentimenti e le idee e le sensazioni. Voleva vivere come se avesse dinanzi a sé un tempo illimitato: aveva una fame di smisuratezza; e giudicava questa fame grandiosa e magnifica. Disprezzava la storia: al contrario della Genesi, pensava che «la creazione non fosse buona». Da molti anni dedicava la parte maggiore del proprio tempo all’elaborazione della sua opera fondamentale, Massa e potere. Avvertiva questo impegno come una specie di ossessione: sentiva in sé un’oppressione che acquistava dimensioni pericolose; e diventò indispensabile per lui crearsi una valvola di sfogo. Al principio del 1941 la trovò nei suoi quaderni di appunti, dove elaborava aforismi. La loro libertà, la loro spontaneità, la convinzione che i quaderni non servissero ad alcun scopo, l’assenza di responsabilità per cui non li rileggeva mai, lo salvarono dall’irrigidimento quotidiano. A poco a poco divennero un indispensabile esercizio. Respirava: respirava con assoluta libertà e naturalezza.



Viveva senza nessuno scopo, neppure pensando all’eternità. Lasciava liberi gli altri, abbandonando qualsiasi forma e desiderio di potere. Leggeva, leggeva insaziabilmente: sempre nuovi scrittori, sempre nuovi libri; e questa attitudine apparentemente passiva diventò il cuore e lo spunto della sua attività. Non era distante da Leopardi: solo ciò che aveva letto gli permetteva di captare la vita; e senza ciò che aveva letto non esisteva. Amava soprattutto i miti: lo scopo della sua vita era di conoscere profondamente i miti di tutti i popoli. Studiava la Bibbia: la sua terribilità lo consolava e lo liberava dall’ossessione del nazismo, che allora avvolgeva e costringeva tutte le menti. Ciò che lo toccava sempre da vicino era la fede, di qualsiasi genere: si sentiva tranquillo in ogni fede finché sapeva di poterla abbandonare. Si legava ad ogni fede e poi giocava con essa; e non riusciva neppure a dire quanto divenisse lieto e sicuro nel farlo. Ammirava sé stesso mentre giocava col tutto e con il sacro. La sua gioia non aveva fine, e si sentiva superiore a sé stesso, superiore a qualsiasi tema e argomento. «Io voglio andare sempre più avanti», commentava. Ma temeva che la possibilità di ampliamento del proprio spirito fosse limitata. Sopra ogni cosa, evitava lo spirito di sistema: aveva bisogno di conoscere tutti i costumi, i pensieri e le abitudini e le vicende degli uomini, recuperando la verità trascorsa perché quella ulteriore era vietata. Teneva separati i pensieri, a forza: essi formavano troppo facilmente un intrico, una capigliatura. 



Non si legava mai a un solo metodo: sfuggiva l’angustia delle discipline stabilite. Si guardava dalle chiusure: che ci fossero aperture, che ci fosse spazio, questo era il suo pensiero dominante. Detestava il solido e il corposo: disprezzava la realtà, sebbene fosse fortissimo, in lui, il desiderio di descriverla e di raccontarla. Amava il vento — «l’unica cosa libera nel mondo» —: tutto ciò che si muove, si sposta, si aggiunge. Adorava il silenzio. Ma, al tempo stesso, lo spirito aforistico dominava la sua mente che cercava di fissare e fissava tutto ciò che, in lui, era mobile e agitato. La verità doveva venire fermata. Un pensiero dominava, in lui, tutti gli altri pensieri: quello della morte. Voleva cancellare la morte: voleva che nessun uomo morisse più; non accettava la morte, mentre tutti la accettavano. «Nella vita la cosa più audace — scriveva — è odiare la morte: sono disprezzabili e disperate le religioni che attenuano questo odio». «Bisogna odiare la morte, quella di chiunque come la propria, far pace una volta con tutto, mai con la morte». Cercava di raggiungere l’immortalità per gli uomini: un obiettivo concreto, serio, riconosciuto, che inseguiva con tutte le proprie forze. Quando, un giorno, gli uomini riusciranno a cacciare la morte dal mondo, non possiamo prevedere ciò che saranno in grado di immaginare, di credere, di essere.

FONTE: Pietro Citati (corriere.it)

sabato 28 febbraio 2015

Musica e arti visive oltre l’abisso: a Firenze una mostra ispirata all’Orestea


Fino al 6 marzo «Ultra limen/Danzando sull’orlo dell’abisso»

Dal progetto musicale della band Tribuna Ludu intitolato Le Furie ed ispirato alla trilogia di Eschilo nota come Orestea, nasce l’idea della mostra «Ultra limen/Danzando sull’orlo dell’abisso» che intercetta il significato di questa iniziativa e ne offre un’interpretazione attraverso le opere pittoriche e fotografiche di sei giovani artisti: Denise Calabri, Stefano Cerioli, Luca Masselli, Liliana Occhipinti, Simone Pieraccioni e Paola Spadola.  

Come si legge nel progetto dei Tribuna Ludu, l’Orestea testimonia il conflitto interiore generato dall’incompatibilità fra le pulsioni dell’Es e l’apparato regolatore del Super-Ego. Il risultato di questo conflitto è un percorso accidentato, volto al superamento dei propri limiti interni ed è in tale contesto che la rivolta contro sé stessi sembra l’unica via per superare i cancelli dell’Erebo e giungere finalmente ad una riconciliazione.  

Quello che i giovani musicisti fiorentini esprimono attraverso sonorità che spaziano da spunti avant-rock ed industrial al big beat e all’heavy metal degli anni Novanta, corrisponde, sul piano delle arti visive, ad un’interpretazione altrettanto efficace dell’eterna lotta tra essenza e apparenza, interiorità ed esteriorità, conformismo e autonomia di pensiero.  

Si va da una figurazione incentrata sull’espressività del volto umano (ritratto o autoritratto) inteso come ultimo baluardo di un concetto d’identità che l’era del virtuale ha reso sempre più precario e instabile, ad una scomposizione dell’unità corpo - anima ottenuta attraverso la moltiplicazione dei piani visivi o la convivenza, all’interno dell’opera, di elementi incongruenti e apparentemente disconnessi tra loro.  

Si prosegue con un’intonazione gotico - dark del racconto pittorico, tale da evocare il senso del magico e del mistero che si cela dietro il superamento dei propri confini interiori, e si arriva alla perdita di nitidezza dell’immagine come occasione per rivelare le verità che si nascondono dietro la patina dell’apparenza. 

La mostra presso Simultanea Spazi d’Arte a Firenze sarà visitabile fino al 6 marzo.

FONTE: lastampa.it

venerdì 27 febbraio 2015

Murano. Il museo del vetro riapre e raddoppia

Murano. Il museo del vetro riapre e raddoppia

Una sede espositiva completamente rinnovata per Palazzo Giustinian, che propone la storia e le espressioni più nobili della tradizionale lavorazione artigianale dell'isola lagunare

"Davanti a Santa Maria degli Angeli, le donne muranesi sedute in su le porte infilavano le conterie" scriveva Gabriele D'Annunzio nel secolo scorso. Oggi, quelle "conterie", termine usato per indicare perle e perline, diventano il nucleo del nuovo Museo del Vetro di Murano. Dopo la chiusura temporanea, avvenuta lo scorso dicembre per permettere i lavori a Palazzo Giustinian (dove il museo esiste dal 1861), riapre al pubblico il 9 febbraio, nella stessa storica sede ma con un aspetto totalmente nuovo, a partire dal raddoppiamento degli spazi espositivi, grazie al recupero proprio delle cosidette "ex Conterie". Il restyling, curato da Chiara Squarcina su progetto museografico di Gabriella Belli, direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia e con allestimento di Daniela Ferretti, è stato realizzato grazie al cofinanziamento del Fondo di Sviluppo Regionale dell'Unione europea assegnato dalla Regione Veneto, e al sostegno del Comune di Venezia.

Entrando, al numero civico 8 di Fondamenta Giustinian, oltre alla biglietteria, ai servizi, al museum shop e ai due ascensori che contribuiscono all'abbattimento delle barriere architettoniche, i visitatori trovano a sinistra una timeline in cui sono ripercorse le tappe fondamentali e i cambiamenti della storia vetraria di Murano, documentati con circa cinquanta opere scelte dall'età romana al Novecento. L'attraversamento introduce all'ingresso nello "Spazio conterie" che, nell'Ottocento era il regno degli artigiani "paternostreri", che tagliavano le canne forate, per creare le perline che poi finivano in appositi vassoi, e oggi di quell'epoca conserva archi e linee architettoniche ma trasforma l'ambiente in un moderno "white cube", che non ha più il sapore frenetico e appassionato di quel passato. A destra, spazio alle novità vetrarie più recenti, con la sala del "Vetro contemporaneo", dedicata alla memoria dell'artista Marie Brandolini d'Adda, recentemente scomparsa e famosa per i suoi "goti", bicchieri creati con assemblaggi senza regole di vetri colorati. Qui trovano posto sia opere di artisti italiani che stranieri degli ultimi decenni.

Salendo al primo piano, il percorso espositivo diventa cronologico, suddiviso in otto sale.  Si parte con "Le origini", in cui trovano posto esemplari del vetro muranese che risalgono al medioevo. La seconda sala, la più grande, ripercorre gli anni "Fra Trecento e Seicento. L'età dell'oro", incentrandosi sul periodo del Quattrocento, quando Venezia, e quindi Murano, contestualmente alla crisi della produzione islamica, diventa leader nell'arte del vetro. È il periodo di un maestro come Angelo Barovier (1405-1460) e del vetro puro che diventerà virtuosismo nel Cinquecento, con le creazioni del vetro simili a merletti, messe a punto da Vincenzo d'Angelo dal Gallo e altri vetrai che reinventano tecniche e decorazioni. A partire dal XVI secolo si inizia a parlare di dinastie di vetrai e, proprio alla loro abilità, è dedicata questa sala. Si continua con la terza sezione dedicata al "Settecento tra moda e creatività", la quarta sul "gusto della mimesi tra Settecento e Ottocento: calcedonio e lattimo", la quinta "dal vetro mosaico al millefiori: le murrine", la sesta "tra Settecento e metà Ottocento: il periodo più difficile", la settima sulla rinascita "1850-1895" (tra i protagonisti Pietro Bigaglia, Antonio Salviati) e l'ultima sala, sul vetro e design dal 1900 agli anni Settanta. Sono presenti i lavori di Vittorio Zecchin, Archimede Seguso, Alfredo Barbini, Carlo Scarpa, Napoleone Martinuzzi e di tutti gli altri vetrai che hanno reso unico il patrimonio di Murano, a cui è dedicato l'unico museo specializzato nel vetro artistico e  inserito in un contesto tuttora attivo, in cui fornaci e vetrerie lavorano costantemente, nonostante il periodo di crisi, per salvaguardare competenze e tradizioni ma cercando di tenersi al passo con i tempi.

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)