Visualizzazione post con etichetta Arte povera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arte povera. Mostra tutti i post

mercoledì 24 luglio 2013

Penone a Versailles. Parigi celebra l'Arte Povera


Per la prima volta, la consueta mostra-installazione estiva nella Reggia ospita un italiano. Dopo Jeff Koons, Takashi Murakami, Bernar Venet e Joana Vasconcelos è stato invitato l'artista piemontese, che ha realizzato per l'immenso parco diciassette sculture che saranno esposte fino al 31 ottobre.

Giuseppe Penone da sempre interagisce con la natura, gli piace catturarne aspetti inediti, la manipola ampliandone la bellezza intrinseca, è questa la sfida principale che in ogni suo lavoro mette in atto. Anche nella sorprendente cornice di Versailles, che ospita ora una sua personale, la prima di un artista contemporaneo italiano, non ha rinunciato a dialogare e ad indagare l'ambiente esterno operando con grande gusto e andando come sempre in profondità.

In reale stato di grazia, l'artista, questa volta più di altre, incanta con una serie di installazioni che sembrano abitare lo spazio, sia all'aperto che al chiuso, con grande autenticità e naturalezza. Di recente negli stessi spazi sono passati Murakami, Koons e la Vasconcelos, ma la raffinata e difficile mostra sembra far superare senza indugi ogni minima traccia mnemonica lasciata dai suoi predecessori, proiettando lo studio fatto in site-specific in una dimensione di grande armonia. Non si lascia minimamente influenzare dall'opulenza degli spazi e porta con decisa delicatezza il suo sistema dentro il contesto: legno, pietra, marmo, ferro sono i materiali a cui rimane fedele, coinvolgendoli nel suo progetto in modo da proporre un piano di ricchezza molto diversa dal sogno narcisista realizzato dal Re Sole. Del resto, da un artista poverista è ciò che giustamente ci si doveva aspettare.

Giuseppe Penone viene dalla provincia di Cuneo, ora vive ed opera tra Torino e Parigi, dove insegna all'École des Beaux-Arts. I suoi esordi artistici risalgono al 1968 con la prima personale a Torino, dove già rivelava la strada che avrebbe seguito e che porta, oggi come allora, al rapporto tra uomo-natura. Germano Celant nel '69 lo invita a contribuire al volume "Arte Povera", dove un insieme di fotografie testimoniano le azioni dell'artista in un bosco, mentre segue il processo di crescita degli alberi. Far parte del gruppo dell'Arte Povera, che raccoglie gli artisti italiani oggi più riconosciuti a livello internazionale, per Penone è la logica continuazione di quel dialogo che aveva intrapreso tra le forme del corpo umano e gli organismi vegetali, come alberi e boschi, fiumi e montagne, piante e giardini. La natura per Penone non è una forza da dominare, a differenza delle gigantesche installazioni della Land Art americana, l'intento dell'artista è quello di entrare nel gioco della natura, capirne le regole, i processi e proseguire con essa la creazione attraverso variazioni non invasive. Tra Scorza e scorza del 2008, è l'opera chiave della mostra, intorno alla quale si sviluppa il percorso, è formata da due calchi di corteccia che provengono da un gigantesco cedro del Libano, che sembra essersi divelto proprio a Versailles.

Un'altra scultura racconta il senso di monumentalità scarna che percorre tutta l'esposizione: Le foglie delle radici del 2011, mostrano una giovane pianta che sta crescendo proprio sulle radici rovesciate. Le sculture di Penone riescono ad imporsi sull'immensità del luogo, non disperdendosi, grazie alla capacità di ribaltare le dimensioni incantando con la forza delle idee perfettamente realizzate. Luigi IV amava la Reggia di Versailles e ne godeva a tal punto d'aver scritto una guida per visitarne i giardini indicando con grande precisione ogni rilievo e scultura, raccomandando così di non trascurare nulla. Penone infonde poesia in quei luoghi, facendo riflettere in totale naturalezza, perché 'respirare è scultura come un'impronta digitale è un'immagine pittorica', è invece l'indicazione data da questo artista.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

lunedì 21 maggio 2012

Torino celebra Marisa Merz La "Signora" dell'Arte Povera



La Fondazione Merz racconta per la prima volta la carriera della grande artista che nel 2001 ha ricevuto il premio alla carriera alla Biennale di Venezia. Dagli anni '60 fino alle ultime opere inedite, sfila la creatività intima e poetica di una vita


"Disegnare disegnare ridisegnare il pensiero immagine che cammina". Il titolo della grande mostra antologica, dedicata per la prima volta a Marisa Merz dalla Fondazione Merz, fino al 16 settembre, è un fluire prolungato di parole, che sembra evocare il delicato e morbido linguaggio espressivo dell'artista. Perfetto per condensare la ricerca intima ed allo stesso tempo visionaria e onirica di questa straordinaria "signora dell'Arte Povera", torinese, classe '31, che ha condotto la sua creatività su sentieri originali e poeticamente seducenti, capaci di indagare con grazia leggera e sopraffina il genuino affair tra l'arte e la vita. 

Marisa Merz è la pitto-scultrice che plasma creature leggere, fatte quasi di anima senza carne, apparentemente fragili ma potenti nella loro carica introspettiva, figurine di materiali molli come l'argilla e la cera, oppure impercettibili superfici di metallo e fili intrecciati di rame, che dialogano candidamente con tele di grandi dimensioni che sembrano portare in primo piano da un limbo amniotico esangui volti femminili che comunicano in un silenzio assordante. 

Marisa Merz è la moglie del grande Mario ma con una sua somma personalità, che ha conquistato fior di celebrazioni in manifestazioni di prestigio, da Documenta di Kassel al Centre Pompidou di Parigi, alla Tate Modern di Londra, fino al premio speciale alla carriera della Biennale di Venezia nel 2001, e al recente omaggio che le ha dedicato il Centre Internationale d'Art et du Paysage, Ile de Vassivière. 

E la sua mostra ora ripercorre una produzione di donna profondamente ispirata alla dimensione femminile. Protagonista, un repertorio variegato di opere, sia storiche, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, sia recenti e spesso inedite, che la stessa artista ha voluto installare nel percorso di visita con cura certosina e meticolosa. Ne viene fuori un crogiuolo di opere che sembrano rincorrere una dimensione intima, l'essenza di una realtà fatta di un suo vivere quotidiano. Disegni che si inanellano in serie, con eterei volti femminili che appaiono lentamente con un'infinita delicatezza, e dialogano con fili di rame intrecciati formando sulle pareti muti spartiti musicali. Sculture in terra cruda o in bronzo che dalla loro minimale plasticità lasciano posto all'improvviso alla complessità dei grandi volti eseguiti attraverso la sovrapposizione di segni e materie. 

L'effetto di grovigli di linee ondulate e sottili, di segni evanescenti, aleggia su tutto il percorso, come a voler dare forma e peso al pensiero che non si arresta mai, sempre sospeso tra nuovi e stimolanti interrogativi. E' quasi l'emotività di questa mostra: il modo di Marisa Merz di creare connessioni e relazioni di senso sempre nuove e imprevedibili tra le proprie opere. Non altro che l'universo creativo in cui si ritrova sprofondato il visitatore. "Ci vuole pochissimo per arrivare ad uno stato di concentrazione molto prolungato nel tempo. In questo lungo intervallo si scoprono varie cose sul proprio sistema nervoso, e si finisce per trascendere il tempo! E finalmente ci si sente felici. Sono riuscita a sperimentare questo stato per brevi momenti. Era come arrivare alla struttura portante della vita". 

Notizie utili
"Marisa Merz. Disegnare disegnare ridisegnare il pensiero immagine che cammina"
dal 16 maggio al 16 settembre 2012
Fondazione Merz, via Limone 24, Torino
Orari: martedì-domenica 11-19 
Ingresso: € 5 intero, € 3,50 ridotto
Informazioni: tel. 011-19719437, fondazionemerz.org 2

martedì 20 settembre 2011

L'Arte Povera si fa in otto


Germano Celant ha presentato la kermesse che in diverse città e sedi, tra l’autunno e l’inverno, celebrerà il movimento da lui inventato nel 1967

Il movimento dell’Arte Povera nasce nel 1967, con una mostra alla Galleria La Bertesca di Genova. A raccogliere una serie di artisti (da Merz a Pistoletto, da Prini a Pascali) che tra Torino e Roma si ribellano al predominio della Pop Art a stelle e strisce e puntano su materiali poveri è il critico genovese Germano Celant. È lui a coniare il nome che rimanda alle esperienze del Teatro Povero del polacco Grotowski. A segnare le prime tappe del movimento arrivano nel 1968 la mostra alla Galleria de’ Foscherari di Bologna e «Azioni Povere» ad Amalfi. Nel 1972 Celant dichiara la morte del movimento, il cui apprezzamento internazionale continua però ininterrottamente a crescere fino ai giorni nostri. In anni recenti si hanno nel 2001 la mostra alla Tate (curata da Bonami), mentre i vari artisti sono celebrati dai musei di tutto il mondo.

“Dal ministero? Abbiamo ricevuto solo tremila euro e una lettera di Galan». Si chiude con una nota polemica la presentazione della grande kermesse sull’Arte Povera che Germano Celant ha tenuto ieri alla Gnam di Roma. Seduto non a caso sotto l’Ercole e Lica di Canova (la ragazza strapazzata è l’Arte o la critica che ogni tanto lo punzecchia?), l’inventore nonché padre-padrone del movimento ha raccontato la fatica di realizzare il suo ambizioso progetto: «Non sapendo da dove partire - ha esordito - inizierò dai numeri. Abbiamo, per la prima volta in Italia, messo insieme sette città e sei musei, presentiamo 250 opere su una superficie complessiva di 15 mila metri quadri». Niente male per un movimento che aveva fatto della Povertà la sua cifra, ma che rimane a tutt’oggi dopo il Futurismo l’unico movimento italiano di rilevanza internazionale (merito dei poveristi o demerito di quelli che sono venuti dopo?). «Finora - ha detto ancora il critico genovese - mi ero sempre rifiutato, anche quando me l’aveva proposto la Tate, di fare “una” mostra sull’Arte Povera, perché non sarebbe stato possibile rendere la complessità del movimento, ed è invece proprio questo che cerchiamo di fare ora».

Nata del 1967 da un gruppo di artisti che, nel clima di quegli anni, si ribellano alla Pop Art americana e dimostrano che si può fare arte con materiali «poveri», dal ferro agli stracci, dalla terra alla carta, dal vetro al neon, il movimento si afferma in fretta: «Capii che ce l’avevamo fatta quando la critica accademica romana rifiutò e boicottò, nel 1968, la mia mostra “Azioni povere” ad Amalfi». Allora il gruppo era più numeroso (gli anni erano tumultuosi e fluidi), oggi Celant riconosce solo 13 artisti, di cui nel frattempo alcuni sono scomparsi (il primo fu Pascali che morì nel ‘68, poi Alighiero Boetti, Mario Merz e Luciano Fabro). Oltre a loro la pattuglia era ed è composta da Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis, Marisa Merz, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio. Nel 1972 è Celant stesso a dire che l’Arte Povera è già finita. «Ne sono ancora convinto - ricorda -. In quella data finisce come movimento, dopo di allora rimangono le individualità degli artisti, che continuano a lavorare». E lavorano non poco, raggiungendo sul mercato quotazioni tutt’altro che povere (in qualche caso, come alcune Mappe di Boetti o grandi installazioni di Merz, diversi milioni di euro). E alcuni di loro oggi fanno fatica (pensiamo alle svolte concettuali di Paolini) a riconoscersi nel movimento che pure li ha lanciati.

Come si articola la kermesse? Accompagnata dal catalogo Electa, è una sorta di viaggio nel tempo (dal 1967 a oggi) e nella geografia. «Per rendere al meglio esperienze e linguaggi ho cercato di tener conto della specificità dei luoghi». Così ad esempio Torino, che oltre a essere la culla del Movimento (molti artisti erano torinesi) ne è anche il tempio (grazie alle collezioni del Museo di Rivoli, che conserva anche artisti internazionali di quel periodo), vedrà proprio al Castello di Rivoli «Arte Povera International», ossia un confronto tra poveristi e loro colleghi di vari Paesi del mondo. Milano non ha mai avuto una grande mostra del movimento e alla Triennale proporrà una sorta di antologica, per tappe essenziali. Bologna andrà alle radici con «Arte Povera 1968», che rievocherà la prima mostra bolognese alla Galleria de’ Foscherari. Due le sedi di Roma: «La Gnam - ha ricordato Celant - renderà omaggio a Pascali con 20 sue opere. Il Maxxi farà un omaggio al movimento con grandi installazioni recenti di Kounellis, Zorio e Penone. Grandi lavori anche al Teatro Margherita di Bari («È un teatro distrutto in via di ricostruzione, mi è sembrato il luogo ideale proprio perché l’Arte Povera ama gli spazi non finiti»). Il Madre di Napoli, nonostante il periodo non facile, allestirà «Arte Povera più azioni Povere 1968», che rimanda alla mostra di Amalfi. Proprio l’altro giorno si è aggiunta Bergamo, che metterà opere nelle piazze e nei palazzi.

Ma cosa resta oggi di quella che era la poetica del movimento? Per Celant se l’arte va verso la mondializzazione, in qualche modo, pur legati al binomio Europa-America, i poveristi anticiparono il rapporto con il «mondo conosciuto». E viene spontaneo pensare a Boetti e ai suoi viaggi in Afghanistan, dove tra l’altro i suoi arazzi sono diventati modelli per artisti locali. Inoltre, per Celant, la democratizzazione dell’arte, che era una delle caratteristiche del movimento, ha ancor oggi valore. Per il resto sarà la kermesse a permettere di capire cosa vale ancora e cosa no. Tornando alla lettera di Galan, il ministro fa grandi apprezzamenti. Ma la mostra non è stata inserita neppure nel cartellone delle celebrazioni di Italia 150. Probabilmente il ministero (leggi Bondi) aveva speso tutto per finanziare il Padiglione Italia di Sgarbi alla Biennale.

FONTE: Rocco Moliterni (lastampa.it)

venerdì 27 agosto 2010

Arte Povera, immersione nella natura A Vassivière c'è Marisa Merz


Nel parco regionale di Millevaches, Francia, una grande mostra personale dell'artista torinese. Tra opere inedite e lavori nuovi, l'artista racconta la bellezza naturale di questa porzione di Francia


Marisa Merz, torinese, classe '31,  figura di spicco dell'Arte Povera,  moglie del grande Mario (senza rimanerne mai oscurata, con alle spalle celebrazioni da Documenta di Kassel al Centre Pompidou di Parigi,  alla Tate Modern di Londra, fino al premio speciale della Biennale di Venezia nel 2001) è una di quelle artiste somme, originali e suggestive che sa esplorare con grazia leggera e sopraffina l'intimo legame tra l'arte e la vita. Lo fa con le sue creature fragili ed introspettive, sculture di argilla e cera, materiali molli, esili superfici di metallo e fili tessuti di rame, ma anche grandi tele che tratteggiano in un limbo evanescente esangui volti femminili che parlano in un silenzio assordante. Un'energia estetica d'una femminilità vibrante che trova oggi la sua ideale collocazione nelle sale del Centre international d'art et du paysage de l'île de Vassivière che nella sua struttura perfettamente bilanciata con l'ambiente, una vera e propria isola, dialoga in armonia con il lago di Vassivière, uno dei più grandi bacini artificiali della Francia, incastonato a nord del parco regionale di Millevaches, da cui si gode un panorama mozzafiato di gioielli naturalistici. 


E' qui che fino al 26 settembre può essere ammirata la mostra personale di Marisa Merz a cura di Chiara Parisi che inanella eccezionalmente lavori inediti e nuove produzioni realizzate appositamente per gli spazi espositivi francesi, profondamente ispirati alla dimensione femminile, dove i reperti di un vivere quotidiano sono trasfigurati in apparizioni evocatrici di spazi intimi. Come dice la curatrice, "Marisa Merz è l'immagine di una potente e grande femminilità, di un'energia primordiale. La fragilità che in un primo momento sembrerebbe dominare tutta la sua opera, altro non è che l'apparenza da cui emerge progressivamente la forza e la grande trasgressione della sua opera".  

Il percorso all'interno del Centre international d'art et du paysage diventa un paradigma di questo forza, tanto che si può dire che tutta l'isola sia la mostra. L'idea dell'artista è quello di instaurare affinità elettive tra il suo universo visionario e le energie naturali che caratterizzano l'isola di Vassivière. Un'intima fusione di natura e vita che parte dal nucleo cilindrico postmoderno di Aldo Rossi, vertice ascensionale dell'intero centro museale. Qui i fili d'erba d'un prato verde dialogano con le filiformi figure azzurre che animano un grande quadro realizzato su carta giapponese e illuminato da una cornice con trame di rame, in un contrappunto musicale perfetto con l'ovale azzurro, in cera. 

Il percorso, poi, diventa un incunearsi negli spazi intimi del centro attraverso il gioco meticoloso delle opere allestite. Ecco i volti schizzati al centro delle  tele come "un vuoto, un'emozione", per dirla con l'artista, grovigli di linee ondulate e sottili, eterei volti femminili appaiono lentamente con un'infinita delicatezza, segni evanescenti che all'improvviso prendono corpo in testine d'argilla posate ai piedi della tela.  "L'artista  -  sottolinea la curatrice -concepisce la sua arte 'tutto come la vita', vede il mondo come soggetto a un continuo cambiamento, un passaggio di stato chimico e alchemico, una progressiva evoluzione, che è sottintesa a tutte le forme che portano dentro la loro struttura, la possibilità di diventare un'altra forma".  

"Nel mio immaginario  -  rivela Marisa Merz - quello che scopro, non lo chiamo conoscenza, per me, è la felicità. Appena diventa conoscenza, la felicità è perduta. D'accordo, non riesco sempre a fare in modo che non diventi conoscenza, ma qualche volta ottengo quest'istante di felicità. E' la felicità legata al contatto con me stessa e al contatto con il mondo, e al rapporto tra i due. La trasformazione in conoscenza è quasi simultanea, inevitabile. Non so se la conoscenza contiene del dolore. Credo che sia la ripetizione, una cosa che conosci già. A differenza della felicità che è una sorpresa, uno stupore, quell'instante preciso, ecco. Ma io ho uno spirito bizzarro". Una curiosità, le audio-guide sono in formato Ipod e contengono riflessioni, perplessità e storie sul lavoro dell'artista da parte di studiosi e personalità del mondo dell'arte, da Danilo Eccher a Dieter Schwarz. 

E per chi vuole scoprire nel dettaglio questo singolare museo, all'estremità dell'edificio di Aldo Rossi, quella che è la sua caffetteria, che si affaccia sul lago di Vassivière, spicca il padiglione del tè creato appositamente per lo spazio dall'architetto Kengo Kuma. E' il Fu-an, visibile fino al 5 settembre, "uno spazio per la cerimonia del tè che fluttua nell'aria", lo definisce lo stesso artista: "E' concentrandosi sull'essenziale e sul forte senso di poesia, che possiamo creare, all'interno di zone incompiute, uno spazio di vita raffinato che generi delle nuove e importanti idee'. Kengo Kuma reinterpreta la caffetteria di Aldo Rossi trasformandola in una struttura luminosa, leggera, che invita alla contemplazione e al raccoglimento, in cui vivere un'esperienza estetica e gustativa come si ritrova nelle case tradizionali giapponesi, nello spazio consacrato alla cerimonia del tè. 

Notizie utili  -  "Marisa Merz", fino al 26 settembre 2010, Centre international d'art et du paysage, Ile de Vassivière, Francia. Orari: aperto tutti i giorni dalle ore 11 alle ore 19. Ingresso: intero €3 euro, ridotto €1,5 euro. Informazioni: .: +33 (0)5 55 69 27 27, www.ciapiledevassiviere.com 2

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)