Visualizzazione post con etichetta Arte e eventi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arte e eventi. Mostra tutti i post

martedì 1 ottobre 2013

Braque, l’emozione ha le sue regole



A Parigi una grande mostra ripercorre la carriera di uno dei protagonisti del ’900: la sua sperimentazione cubista ha cambiato il modo  di vedere e fare pittura


Nel mio ricordo è Braque che ha realizzato il primo dipinto cubista. Aveva portato dal Sud un paesaggio mediterraneo che rappresentava un villaggio sul bordo del mare, visto dall’alto». Così scrive Matisse nella Testimonianza contro Gertrud Stein, redatta nel 1935 da un gruppo di artisti e critici per smentire gli ingiusti giudizi contro il pittore normanno che si leggono nell’Autobiografia di Alice Toklas. Matisse (che peraltro è il primo a parlare di pittura fatta di «piccoli cubi») fa riferimento a uno dei paesaggi de L’Estaque esposti nel novembre 1908 nella galleria di Kahnweiler, in cui le distorsioni spaziali cézanniane vengono portate all’estremo fino alla soglia della rottura della logica prospettica tradizionale. 

Anche se la precedente esperienza fauve è significativa, è a partire da questa mostra che inizia la fase cruciale della sperimentazione artistica di Georges Braque, quella dell’invenzione e dello sviluppo analitico e sintetico della scomposizione cubista, in stretta collaborazione con Picasso, dal 1909 al 1914. E in questa invenzione il contributo di Braque è stato per certi aspetti più determinante, in particolare per quello che riguarda l’inserimento di caratteri tipografici, e l’invenzione nel settembre 1912 deipapiers collés. Dopo aver creato insieme i presupposti per una radicale rivoluzione del linguaggio plastico pittorico, le strade dei due artisti si dividono. Mentre Picasso continuerà in maniera travolgente a dominare la scena con un’evoluzione continua sempre provocatoria della sua ricerca, Braque dal dopoguerra in poi, porterà avanti il suo lavoro con mirabile coerenza, con evoluzioni e variazioni mai eclatanti, riassorbendo la straordinaria tensione innovativa dell’eroica stagione cubista all’interno di una più tranquillizzante e meditata dimensione pittorica.  

Gli aspetti fondamentali del suo linguaggio (la frammentazione dei piani spaziali, la composizione intesa come una partitura visiva, la separazione fra colore e forme, l’elaborata fisicizzazione delle materie pittoriche) rimangono costanti. Nel 1915 Braque viene gravemente ferito in guerra e ricomincia a dipingere solo nel 1917. Questo trauma sembra cambiare definitivamente il suo carattere, tanto che molti (tra cui per esempio Breton) pensano che la sua energia inventiva si sia inesorabilmente affievolita. Ma è un giudizio sbagliato, basato anche su un improponibile confronto con l’effervescenza vitalistica di Picasso. Per capire veramente l’arte di Braque bisogna guardare tutto l’insieme della sua produzione, bisogna capire quello che è il peculiare registro della sua sensibilità, del suo raffinatissimo senso della misura («la regola che corregge l’emozione»), della sua sottile ironia metalinguistica, e della sua profonda integrità allo stesso tempo etica ed estetica. E ci si può rendere conto di questo, nel migliore dei modi, visitando la magnifica esposizione che si aperta al Grand Palais, la più importante e completa retrospettiva sull’artista dopo quella del 1973 all’Orangerie. 

La mostra, che ha una classica impostazione cronologica, è divisa in una serie di sezioni che documentano con opere della più alta qualità, le principali fasi della sua lunga avventura creativa: la coloratissima esperienza fauve; tutti i passaggi essenziali delle sperimentazioni cubiste (dal protocubismo cézanniano alla frammentazione analitica, dai papiers collés alle solide composizioni sintetiche); le nature morte e le figure degli Anni 20 (tra cui le classicheggianti Canéphores); le nature morte e gli interni con figure degli Anni 30; l’affascinante serie di figurazioni lineari ispirate alla Teogonia di Esiodo (1930-32); i sorprendenti e sghembi Billards del 1944-49; le complesse e stratificate composizioni dei grandi Ateliers (1949-56) che sono un mirabile sintesi della sua sapienza pittorica; e infine, degli ultimi anni, i semi-astratti Oiseaux, con forti valenze poetiche metafisiche, e i melanconici paesaggi quasi figurativi, di una accentuata orizzontalità senza futuro.  

L’impostazione cronologica impone un senso filologico e documentario alla visita, certamente utile ma troppo istituzionale (Braque è un monumento storico per i francesi), ma impedisce, per certi versi, una visione meno eterodiretta. E quindi è consigliabile alla fine del percorso ritornare indietro e guardare in modo più libero le singole opere secondo criteri più anarchici, e forse così si può arrivare a scoprire il vero segreto della visione estetica di un grande artista come Braque. 

E in questo senso è bene ricordare quello che ha detto Giacometti per rendere omaggio a Braque, in occasione della sua morte: «Di tutta la sua opera, io guardo con più interesse, curiosità e emozione i piccoli paesaggi, le nature morte degli ultimi anni. Io guardo questa pittura quasi timida, imponderabile, questa pittura nuda, di una ben diversa audacia, di una ben più grande audacia di quella degli anni lontani; pittura che secondo me si situa al vertice dell’arte d’oggi con tutti i suoi conflitti». Forse, questa interpretazione esistenzialista di un artista che ha sempre (apparentemente) evitato ogni valenza personale esplicita nel proprio lavoro, è la più vera.  

GEORGES BRAQUE  
PARIGI, GRAND PALAIS  
AVENUE WINSTON-CHURCHILL  
FINO AL 6 GENNAIO  

martedì 2 ottobre 2012

Angelo Bozzola, lo stupore della natura e della meccanica



Nato da una famiglia contadina, Angelo Bozzola trasferì nell’arte l’amore per la natura e lo stupore per la genesi delle sue infinite forme. A ripercorrere la carriera dell’artista galliatese è il Museo Regionale di Scienze Naturali, con una retrospettiva in corso dal 14 settembre al 14 ottobre, realizzata in collaborazione con la Fondazione Angelo Bozzola. Il percorso, curato da Martina Corgnati, include un centinaio di opere: dipinti, disegni, progetti e sculture mobili.
Scoperta la sua vocazione nel 1937, a soli 16 anni, Bozzola iniziò a realizzare dipinti astratti e strutture in ferro, accostando alla sperimentazione materica lo studio morfologico degli organismi viventi. Tappa fondamentale della sua carriera fu l’adesione nel 1954 al Movimento di Arte Concreta, neoavanguardia che vanta tra i suoi fondatori Gillo Dorfles e Bruno Munari.
È nelle sculture e nei dipinti di questi anni, che l’artista galliatese sviluppa la forma trapezio-ovoidale, addolcendo il rigore geometrico dei lavori precedenti, ne è un esempio «Funzione di forma concreta» del 1956. Il suo talento non sfuggì dunque agli occhi di Michel Tapié, critico francese inventore del termine «Informel», trasferitosi a Torino negli anni ’60. Al loro rapporto di stima e amicizia è dedicata un’intera sezione della mostra, che culmina nel grande «Polittico» di Bozzola presentato da Tapié nel 1967. Degli anni ’70, invece, è la piccola incursione nell’ambito dell’Arte Cinetica, rappresentata da «Il libro tecnoscultura operazionabile», in cui la dimensione organica cede al fascino della meccanica e della tecnologia.
Non manca infine l’ultimo trentennio dell’artista, un lungo periodo in cui le forme si sgretolano lentamente, sino a diventare segni silenziosi, tracce incise nella pietra, mappe misteriose che evocano la memoria della Terra e dell’uomo, come documenta la serie «Origine» del 1988. Instancabile sperimentatore, Angelo Bozzola continuerà a produrre fino al 2010, anno della sua scomparsa.

FONTE: J.D. (ilgiornaledellarte.com)

mercoledì 19 settembre 2012

Caratteri particolari


Rari, artistici, artigianali: i volumi che sanno sedurre i collezionisti


Nell'epoca in cui l'editoria fa i conti con un futuro(anche) digitale, il libro riscopre il suo valore di oggetto antico, volume di pregio, prodotto artistico e manufatto artigianale.

Accade alla nona edizione di «Artelibro Festival del libro d'arte», dal 21 al 23 settembre a Bologna, che propone un ricco calendario di eventi e che dal Palazzo di Re Enzo e del Podestà - cuore della mostra-mercato - si allarga alla città, coinvolti una trentina di spazi pubblici e privati (musei, biblioteche e gallerie). Bologna, «invasa» già fin d'ora da una grande libreria d'arte in piazza del Nettuno, diventa una sorta di «biblioteca d'arte diffusa», forte di un successo consolidato: nella passata edizione «Artelibro» ha richiamato oltre 50 mila visitatori.
Viatico alla rassegna è, il 20, la lectio magistralis di Guido Rossi, giurista e bibliofilo: il tema è quello che fa da cappello all'intera edizione, «Il collezionismo librario: raccogliere è seminare» (alle 17.30, alla Cappella Farnese di Palazzo Accursio). Un argomento trasversale, perfetto per «sfogliare» in maniera diacronica e prospettica l'oggetto libro: ciò che nei secoli è stato seminato e ciò che oggi - raccolto, collezionato - dà i suoi frutti. Così la Biblioteca universitaria ospita «C_artelibro. Il principio delle pagine» in cui a cinquanta artisti - tra cui Giosetta Fioroni, Emilio Isgrò, Giulio Paolini, Marco Nereo Rotelli - è stato chiesto di creare la prima pagina del libro perfetto; i frontespizi ideali ora in mostra diventeranno un volume (Danilo Montanari editore).
Presenza illustre è Umberto Eco, altro bibliofilo eccellente, che guida una cavalcata tra volumi trovati e introvabili dalla Grecia alessandrina a oggi, nella tavola rotonda, promossa da Associazione librai antiquari d'Italia (Alai), «Il collezionismo librario, storia e attualità» (il 21, alle 17.30, al Palazzo di Re Enzo). E ancora, variazioni sul tema, in chiave ironica, ludica e d'attualità sono il ciclo Bibliofollie curato da Andrea Kerbaker e Stefano Salis; i laboratori per ragazzi di Mus-e e MamBo; e «Arte&Libro», incontri «tra penna e pennello» con, tra gli altri, Cristina Acidini e Marco Carminati.
Il dialogo tra editoria, arte e grafica si rinnova guardando al passato. «Jazz Matisse» celebra l'artista francese Henri Matisse attraverso venti tavole colorate à pochoir , rapsodie pittoriche realizzate per il libro Jazz , uscito nel 1947 da Tériade in 250 esemplari e ora riproposto in edizione fac-simile (da Electa Mondadori); le tavole sono esposte al Museo civico medievale fino al 21 ottobre. E, avvicinandosi nel tempo, la mostra «3 Editori storici d'avanguardia», al Museo internazionale della Musica. Si tratta di Enrico Riccardo Sampietro, editore colto ed eclettico che tra il 1965 e il 1968 seppe tradurre in progetto librario le urgenze della Neoavanguardia letteraria italiana che faceva capo al Gruppo 63; di Geiger/Baobab, esperienza nata negli stessi anni a Torino attorno alla figura del poeta sperimentale Adriano Spatola (1941-88) e alla sua idea di opera d'arte totale; infine, di 3ViTre, «rivista sonora» creata negli anni Ottanta da Enzo Minarelli.
Ancora libri per viaggiare. A ritroso, fino al Quattrocento, per gli otto Corali benedettini manoscritti di San Sisto a Piacenza (al Museo civico medievale) e avanti, per un assaggio di futuro con «Fruit. Focus on contemporary art» (al Palazzo di Re Enzo e del Podestà), vetrina dell'editoria self-publishing italiana ed europea: opere cartacee multiformato realizzate da piccole officine e microlaboratori, libri d'arte che circolano nei circuiti underground proposti ora al grande pubblico. E in vendita, per la gioia dei bibliofili, a meno di cento euro.
FONTE: Severino Colombo (corriere.it)

martedì 4 settembre 2012

Viaggio nella Firenze scomparsa. Dai Macchiaioli al Neorealismo



Palazzo Pitti, mostra ripercorre i monumenti che tanto avevano incantato e sedotto gli artisti tra '800 e '900. Da Telemaco Signorini a Ottone Rosai, si ritrovano luoghi scomparsi o trasformati dall'urbanistica postunitaria


Viaggio nella memoria di una Firenze scomparsa o "tragicamente" cambiata sotto la responsabilità di azzardati programmi urbanistici postunitari. Un itinerario lungo gli scorci e le vedute della Firenze più autentica, ancora intrisa di una suggestione romantica che aveva sedotto e incantato tanti illustri viaggiatori sul finale dell'800 e il primo decennio del '900, e che aveva fatto da sfondo alle riprese "dal vero" dei macchiaioli. La Firenze più genuina, quella che all'ombra di un gigantismo rinascimentale, aveva accompagnato le vicende di tanti eroi ed eroine della letteratura moderna (basti pensare solo a "Camera con vista" di Forster). La racconta come un "romanzo" una piccola grande mostra, "Firenze negli occhi", visitabile fino al 28 ottobre a Palazzo Pitti, nelle sale della Galleria d'arte moderna, che raccoglie 49 dipinti, tutti dedicati a vedute o rappresentazioni della città ripresa da varie prospettive. 

L'evento, fortemente voluto dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, e curato da Simonella Condemi, prende spunto dal ritorno a Palazzo Pitti, dopo un deposito di lungo termine presso l'ex Museo di Firenze com'era, di sedici dipinti dedicati alla Firenze storica, ai quali sono state affiancate altre trentatre opere dello stesso tema, mai esposte, selezionate attingendo dalle collezioni custodite nei depositi. Opere che per l'occasione sono state oggetto di un intervento di restauro. 

"Si è pensato ad un percorso costruito come una guida che avesse per protagonista il monumento e ciò che lo circonda come spesso è descritto nei racconti di un vecchio libro  -  racconta la curatrice Simonella Condemi - L'introduzione, ovvero la prima sezione, è affidata alle vedute fiorentine che da quella del Terreni, attraverso le molte interpretazioni romantiche della città passando da Giovanni Signorini, giunge fino alla nuova visione dal tono domestico attribuita a Lorenzo Gelati". Per poi approdare al Novecento,  quando diventa protagonista negli sguardi di Ottone Rosai, il singolo monumento, che sia la chiesa di Santo Spirito, o la strada e la piazza, come nell'opera "Il trionfo della strada" premiata alla Mostra Nazionale Premio del Fiorino del 1951, quasi traduzione pittorica di alcune descrizioni di Vasco Pratolini. 

Il secondo "capitolo" del romanzo Firenze, prende spunto dalla malinconia dei luoghi distrutti. "Si tratta di vicoli, piazze e monumenti, presenti nella zona dell'antico mercato, almeno fino al 1884, anno dopo il quale ebbe inizio il periodo cosiddetto del Risanamento ad opera del Poggi", avverte Condemi. Si arriva a scoprire poi il cuore di Firenze, tra Palazzo Vecchio, piazza della Signoria presa da varie angolazioni, con immagini di via di Capaccio, via della Ninna, del chiostro di San Marco, del cortile del Bargello, della sala della Niobe agli Uffizi e del Palazzo dell'Arte della Lana. E si arriva al fiume, l'Arno, con le vedute dei ponti che lo attraversano, e rievocato da alcuni luoghi come la pescaia o il mulino della Vaga Loggia, da tempo demoliti. 

E si chiude l'avventura con le feste e i punti di ritrovo: dai fuochi di San Giovanni (ancora celebrati il 24 giugno) di Giovanni Signorini al Palio dei Cocchi in Santa Maria Novella e la festa di Piazza della Signoria di Antonio Cioci. Non mancano agli interni destinati agli incontri come la popolaresca "Bettola" di Rosai o le riunioni della rivista "Solaria" presso le Giubbe Rosse, documentate in un dipinto di Baccio Maria Bacci iniziato intorno al 1928 e concluso nel 1940. Spazio anche alle fotografie artistiche di Antonio Quattrone, scattate negli stessi luoghi dei dipinti rispettandone la visuale: il momento forse più intenso per una riflessione tra passato e presente.

Notizie utili  -  "Firenze negli occhi dell'artista. Da Signorini a Rosai", dal 17 luglio al 28 ottobre 2012, Galleria d'arte moderna Palazzo Pitti, Firenze
Orari: martedì  -  domenica 8.15  -  18.50, chiuso il lunedì 
Ingresso: intero € 13.00; ridotto € 6.50
Informazioni: Firenze Musei 055.294883, www. firenzedasignoriniarosai. it

giovedì 16 agosto 2012

Edward Hopper il pittore della perplessità



Al Museo Thyssen Bornemisza di Madrid la grande retrospettiva del maestro americano

Artisti sotto la tenda del circo: perplessi era il titolo di un film del regista tedesco Alexander Kluge che nel 1968 vinse a Venezia il Leone d’Oro. Quel titolo, dove possiamo metaforicamente interpretare il circo come il mondo in cui ci troviamo a vivere, sembra riassumere alla perfezione la pittura di Edward Hopper, uno dei grandi artisti del ’900 non solo americano. Lo si capisce vedendo la retrospettiva, con oltre 75 opere, tra tele, acquerelli e incisioni, che gli dedica a Madrid il Museo Thyssen Bornemisza, in tandem con la Réunion des musées nationaux de France (a ottobre la mostra approderà a Parigi al Grand Palais). A firmare l’esposizione sono Tomàs Llorens e Didier Ottinger.

Hopper è stato uno dei più acuti interpreti della modernità e se Munch a cavallo tra 800 e 900 aveva espresso l’angoscia dell’uomo contemporaneo Hopper riesce, con il suo realismo e le sue atmosfere ovattate, ad esprimerne la solitudine e soprattutto la perplessità. È lo stato d’animo che leggiamo nei personaggi dei suoi quadri, a partire dal suo stesso e celebre autoritratto con il cappello in testa degli Anni 25-30. Pensiamo alla donna di Hotel room del 1931, con un libro tra le mani (difficile stia leggendo vista la distanza dagli occhi), le valigie in un angolo, i vestiti su una poltrona. O all’uomo dalla balconata del Teather Sheridan, 1937, lo vediamo di spalle, che guarda dall’alto non sappiamo cosa. O alla segretaria, che sembra esitare, davanti allo schedario, e al suo capo che sta alla scrivania, in Office at night, del 1940 o ancora alla ragazza seduta sul letto che guarda il sole entrare nella stanza nel celeberrimo Morning Sun del 1952. E il bello in Hopper è che, grazie ai sapienti giochi di luci e di ombre, che orchestra sulle tele, sembrano perplessi anche molti degli edifici o degli ambienti che dipinge su e giù per l’America (da un certo punto in poi soprattutto a Cape Cod dove ha preso una casa per le vacanze). Si potrebbero citare, solo per fare un esempio, Down in Pennsylvania del 1940 o Second Story Sunlight del 1960.

Forse la perplessità era un tratto che gli veniva anche dalla propria esperienza personale. Pur essendo stato un enfant prodige (a cinque anni i genitori furono impressionati dal suo talento di disegnatore e a tredici anni realizzò la prima tela) al successo arrivò tardi, quando aveva più di quarant’anni: il primo quadro Sailing lo vendette infatti nel 1913 (era nato nel 1882), e il secondo, l’acquerello Mansard Room dieci anni dopo, al Brooklyn Museum of Art. Nel 1930 finalmente, grazie al collezionista Stephen Clark, che l’aveva sempre sostenuto, il suo House by the Railroad approdò nelle raccolte del neonato MoMa (più tardi ispirerà Hitchcock per la casa di Psycho): fu la consacrazione che gli permise di abbandonare definitivamente il lavoro di illustratore pubblicitario con cui fino ad allora si era pagato la vita e i viaggi in Europa.

Era stato infatti più volte a Parigi ma anche a Berlino, Bruxelles, Amsterdam. Nella Parigi degli impressionisti e dei post-impressionisti aveva integrato le lezioni che gli impartiva alla New York School of art il suo maestro Robert Henri, che si batteva per un’arte autenticamente americana autonoma dalle influenze europee. Hopper studia le opere di Pissarro, Renoir, Sisley ma anche Valloton, Sickert, Degas, ne subisce in parte l’influenza ma, proprio come teorizzava Henri, la centrifuga elaborando uno stile personale e «americano». Ci riuscirà a tal punto che oggi molte delle sue opere sono considerate icone dell’American Way of life non solo tra le due guerre. In mostra vediamo i suoi lavori accanto a una piccola selezione di opere degli «europei»: così la Girl at a Sewing Machine del 1923 è accanto alla cucitrice di Vallotton del 1905, o la Ennui di Sickert del 1914 accanto a Appartament House del 1923.

Per i curatori lo snodo fondamentale tra l’apprendistato e la maturità espressiva in Hopper è rappresentato dalle incisioni degli Anni 20, in cui ha modo di mettere a fuoco i rapporti tra luce e ombre e in cui inizia a capovolgere in perplessità l’ottimismo che metteva a piene mani nelle illustrazioni per la pubblicità. Non dimentica, nelle incisioni, l’antico amore per le imbarcazioni e i luoghi di mare. Notevoli sono anche gli acquerelli dello stesso periodo, in cui elabora temi che ritroveremo nei capolavori della maturità. Fra questi in mostra manca il celeberrimo Nighthawks, del 1942, ormai intrasportabile, in compenso ci sono icone come Gas, del 1940, Morning Sun del 1952, Morning in a city, New York Office del 1962, Fino a Two Comedians del 1966 che già prefigurano l’uscita di scena di Hopper: morirà il 15 maggio del 1967. Tra le curiosità si può vedere anche Conference at night del 1949, il quadro che prima gli fu acquistato e poi restituito, perché in pieno maccartismo quell’opera poteva essere accusata di filo-comunismo.

La mostra madrilena è molto più ricca e incomparabilmente più interessante di quella vista a Milano due anni fa, ma perde ai punti, con la retrospettiva che a Hopper dedicò la Tate di Londra nel 2004. Oltre a non affollare i quadri in un bunker la mostra londinese proponeva tra l’altro certi paesaggi fluviali del maestro americano in sale che si affacciano sul Tamigi: una magia difficilmente ripetibile.

EDWARD HOPPER
MADRID, MUSEO THYSSEN BORNEMISZA FINO AL 16 SETTEMBRE POI AL GRAND PALAIS DI PARIGI

giovedì 24 maggio 2012

Graffitari a San Paolo "L'Italia siamo noi"



Due artisti torinesi volano in Brasile per il Mural Art Festival

Dai muri di Torino a quelli di San Paolo. Gli artisti torinesi Corn79 e MrFijodor, dell’associazione culturale «Il cerchio e le gocce», insieme con i toscani Etnik e Macs, sono in Brasile da qualche giorno per rappresentare l’Italia nell’ambito del progetto «Momento Italia-Brasile 2011-2012», organizzato dal Governo brasiliano per il 150° del nostro Paese.

Mural art festival
L’associazione «Il cerchio e le gocce» è uno dei motori principali di Picturin, il mural art festival nato nel 2010 dal progetto comunale Murarte. La loro firma sulla prima edizione della kermesse è ben nota ai torinesi: si tratta dell’opera «Culture colores your life», dipinta con altri artisti cittadini sulla facciata di Palazzo Nuovo. Proprio durante Picturin, per Corn79, artista grafico e psichedelico, e MrFijodor, illustrativo e attento alle tematiche sociali, ha preso forma la possibilità di portare il proprio lavoro in Brasile.

Negli spazi degradati
Da novembre 2011 un murales del writer Binho Ribeiro, responsabile dello scambio Italia-Brasile, abbellisce infatti i muri del giardino De Valle, uno spazio degradato e vandalizzato che, scherzi del destino, si trova nel quartiere San Paolo. L’artista aveva conosciuto i writer de «Il cerchio e le gocce», che nel proprio curriculum vantano anche il murales della Thyssen e quelli sui muri del Politecnico, ad un festival d’arte urbana parigino nel 2010: di qui l’invito a Torino per realizzare un suo lavoro. «A Ribeiro è piaciuta la ricetta di Picturin, al punto da volerne esportare le potenzialità in Brasile – spiega Fijodor Benzo –. Gli elementi che l’hanno colpito vanno dalla mescolanza tra stili diversi – illustrativo, astratto o realistico – alla preponderanza del colore, dal dialogo con le istituzioni all’integrazione dei murales con l’architettura urbana».

Cinema e colore
A proposito di colore, sarà questo uno dei due temi, insieme con il cinema, a caratterizzare l’intervento dei due artisti torinesi sui muri di San Paolo, che incroceranno le loro bombolette con quelle dei colleghi d’oltre Oceano. «Non abbiamo nessun bozzetto pronto e perciò improvviseremo», aggiunge Benzo. Due palcoscenici prestigiosi ospiteranno le performance sabaude: le pareti interne del MuBE-Museo Brasileiro De Escultura e quelle del centro culturale della Companhia Paulista De Trens Metropolitanos. Quasi un ritorno alle origini, per una forma d’arte che proprio dai primi, contestati, graffiti sulle fiancate dei vagoni ha cominciato a farsi conoscere al grande pubblico.

Altri eventi
Non solo Brasile: a confermare la vitalità della scena «street» torinese, in questi stessi giorni, ci pensano altre tre realtà. La galleria Square 23, il collettivo Truly Design e la Crew Knz, del Konsequenz graffiti shop, saranno tra i protagonisti di Stroke Art-Fair a Monaco di Baviera, uno dei principali eventi europei di arte urbana. Dopo le incursioni all’estero, la street art torinese tornerà a casa. A giugno prende infatti il via PicTurin 2012, che continuerà a trasformare Torino in un museo a cielo aperto, dando una nuova veste anche alle torrette del neonato Parco Dora.

FONTE: Fabrizio Assandri, Luca Indemini (lastampa.it)

lunedì 5 dicembre 2011

Sutherland, se bruciasse la città

Nei suoi disegni racconta Londra e le devastazioni della guerra

Quando, nell’agosto 1940, Graham Sutherland (Londra 1903- 1980) viene nominato «pittore di guerra», non sa cosa lo aspetta. Allora si usava ancora inviare gli artisti a disegnare luoghi e fatti bellici: un mestiere che oggi sembra preistorico (ve lo immaginate un signore col taccuino che sta lì a far schizzi a Sarajevo o a Tikrit?), ma che, quando i disegnatori si chiamavano Sutherland o Henry Moore come capitava in Inghilterra, poteva ispirare anche qualche capolavoro. E comunque nasceva da un'idea dell'arte meno salottiera e mercantile di quella che spesso abbiamo oggi.

Quando Sutherland accetta l'incarico e viene mandato nel Galles, però, per lui si tratta di un mestiere come un altro. Ha perso da poco un posto di insegnante e ha bisogno di lavorare. I disegni di guerra, pensa, non c’entrano con la sua ricerca pittorica che ha per tema la natura, anzi il mistero della natura. La città, poi, non l’ha mai interessato, quindi (lo confessa lui stesso) disegnerà «con precisione» quel che vede e basta. Quando invece arriva a Londra, che da settembre verrà bombardata per otto mesi senza sosta, le cose cambiano. E come cambiano ce lo racconta una mostra bella e terribile, curata alla Permanente di Milano da Rachele Ferrario e Alberto Ghinzani, che raccoglie una quarantina di carte realizzate nel 1940-1945, accompagnate da fotografie dell'epoca.

Il fatto è che davanti alla città devastata, alle case in fiamme che bruciano per ore, ai pavimenti crollati, alle finestre senza vetri che gli sembrano volti a cui abbiano cavato gli occhi, Sutherland capisce che anche la guerra è un mistero e la devastazione è come una forza della natura. Incomprensibile. Devastation si intitolano appunto molte sue carte, virate su un giallo infetto che si accende improvvisamente nel gorgo dei neri fumosi, dei grigi sofferenti, dei bianchi ghiacciati e sporchi. Al diavolo la documentazione, pensa Sutherland. Ora non cerca più di disegnare «con precisione» e, pur conservando il ricordo di quello che vede (le case, gli incendi, le esplosioni), asseconda la sua vena surreale.

Perché c’è più surrealismo in quella realtà che in tutte le opere di Breton e compagni. Il ferro fuso dai bombardamenti sembra un fiume limaccioso, le travi dei tetti scoperchiati si intrecciano come fili di mostruose ragnatele, una macelleria colpita dà la nausea come se avesse contenuto carne umana. Se Gadda, a chi lo accusava di essere barocco, replicava: «Barocco non sono io, è la vita», Sutherland avrebbe potuto dire: «Surreale non sono io, è la guerra». Del resto in queste carte non è più un artista di guerra. È, semplicemente, un artista.

GRAHAM SUTHERLAND (1903-1980)
DISEGNI DALLA CITTÀ IN FIAMME
MILANO, MUSEO DELLA PERMANENTE
FINO ALL’8 GENNAIO 2012

FONTE: Elena Pontiggia (lastampa.it)

giovedì 27 ottobre 2011

Picasso a tutto tondo grande mostra sotto la Torre


Nel Palazzo Blu di Pisa,  quasi 270 opere, soprattutto grafiche, ripercorrono la carriera del fuoriclasse del Novecento, attraverso archetipi, dal Minotauro alle Metamorsofi. E spicca, per la prima volta, un raro disegno preparatorio delle Demoiselles d'Avignon


"Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso". E' una frase che ricorda con soddisfazione Françoise Gilot, la pittrice francese che fu compagna e "musa" di Pablo Picasso. Il padre del cubismo la disse alla madre, sfoderando una fiera consapevolezza del suo genio, compiacendosi della ferma volontà di sovvertire tutti gli schemi di pittura, scultura e grafica. E proprio questa memorabile frase viene scelta come titolo della mostra dedicata a Picasso che dal 15 ottbre al 29 gennaio va in scena a Palazzo Blu, sotto la cura di Claudia Beltramo Ceppi. Evento che nasce dalla collaborazione con il Museo Picasso di Barcellona e il Museo Picasso di Antibes e che raccoglie a Pisa circa duecentosettanta opere, a indagare tutta la caleidoscopica creatività dell'artista spagnolo. Il percorso, quindi, inanella dipinti, ceramiche, disegni e opere su carta, alcune celebri serie di litografie e acqueforti, libri e tapisserie. Tentativo di una summa di un talento universale. Chiaramente, non esaurisce il portentoso genio di Picasso, nè sfoggia i capolavori più noti e la rivoluzione cubista è solo echeggiata, lasciando più spazio al Picasso illustratore che al pittore, ma tenta di restituire comunque una panoramica a volo d'uccello sulla ricerca instancabile e bulimica di Picasso (1881-1973).


Si parte con "Dalla natura all'arte", filo rosso per raccogliere opere che danno l'idea di come Picasso, fin dall'inizio, sia riuscito a trasfigurare i suoi soggetti prediletti in archetipi della pittura contemporanea, come dimostra "Le Repas frugal" (Il Pasto frugale del 1904), patetico e poetico canto di povertà e miseria, che caratterizza il suo periodo blu. O il toro, bestia prediletta della cosmogonia picassiana, sciorinato nelle sedici lastre dei "Toros". O la suggestione dell'Arte Negra, il primitivismo che alimenta la fisicità delle sue Demoiselles d'Avignon, di cui la mostra propone un raro studio preparatorio. Una chicca. Si tratta Si tratta di "Nu aux bras levés" (1906-1907) e riproduce la figura centrale, quella con le braccia alzate. Un'essenzialità quasi "preistorica" e magica raccontata anche dalla rara serie delle due "Donne nude" con sfondo di tendaggi e in quelle di grandi e coloratissimi ritratti di Jacqueline, sua seconda moglie. 

Il fantasma della tragedia aleggia nella seconda sezione "Intorno a Guernica", che allude ad una storia contemporanea fatta di rivoluzione spagnola, bombardamento di Guernica, e seconda guerra mondiale. E i colori sembrano tradurne la cupezza: agli accesi cromatismi si traspone una tavolozza cupa di gradazioni dal nero al bianco. C'è il Picasso illustratore della serie "Sogno e menzogna di Franco", realizzata inizialmente per raccogliere fondi per combattere la dittatura, o le grandi tavole dei "Poèmes et Lithographies". E la Suite Vollard, con i suoi cento fogli intorno alla terribile e angosciosa scena della Minotauromachia. Fino a le tavole dello Chant des morts, inondate da un rinnovato colore per illustrare le poesie del poeta Reverdy. Il mito delle metamorfosi e l'immagine erotica della donna condensano la terza sezione. Qui si trovano un grande paesaggio del 1933, il famoso dipinto del Fauno proveniente dal museo di Antibes, i ritratti di Jacqueline e la serie di dipinti e disegni de "Il pittore e la modella". Appendice, il corpus di cinquantanove linogravure a colori, prestate dal Museo Picasso di Barcellona, che svelano nel dettaglio il procedimento dell'artista da una raffigurazione realistica del viso di Jacqueline, arriva alla sua trasformazione in chiave esistenziale.



Notizie utili - "Picasso. Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso", dal 15 ottobre 2011 al 29 gennaio 2012, Palazzo Blu, Lungarno Gambacorti 9, Pisa.


Orari: lunedì  -  venerdi, 10-19; sabato e domenica, 10-20.
Ingresso: intero €9, ridotto €7,50.
Informazioni: tel. 050.916950
Catalogo: GAmm Giunti