mercoledì 17 febbraio 2016

Androidèi, i robot di Pixel pancho invadono Roma


Dal 19 febbraio al 3 aprile Galleria Varsi ospiterà la mostra personale di uno degli street artists italiani più conosciuti al mondo 

Pixelpancho arriva a Roma con la sua inconfondibile tag, un piccolo androide. Dal 19 febbraio al 3 aprile la Galleria Varsi, tra le più giovani realtà che producono street culture nella Capitale, ospiterà “Androidèi” la mostra personale di uno degli street artist italiani più conosciuti e apprezzati al mondo, con oltre 100mila followers su Instagram. 
 Gli “Androidèi” sono i soggetti delle opere dell'artista, all’interno delle quali i Robot e gli dèi si incon¬trano per fondersi in un’unica entità soprannaturale. L’uomo è protagonista senza mai comparire in carne ed ossa, la sua pelle sensibile diviene ferro, il suo animo ingranaggio. E spiega: “Il corpo umano è interessante da un punto di vista anatomico: il modo in cui funziona è veramente affascinante e ispira tutti i miei disegni”.
La riflessione dell’artista torinese sull’uomo, espressa nel tempo attraverso metafore visionarie, si fonda su una rappresentazione fantastica della realtà e che la trascende per raccontarla attraverso le 19 opere che saranno presenti all’interno della mostra: dipinti in acrilico su pannelli di legno, sketch e incisioni su carta e una scultura in gesso, ceramica e ferro.  In linea con il tema della mostra, la Galleria Varsi si trasformerà in una domus romana: le opere si sostituiranno agli affreschi, la natura prenderà possesso dello spazio in un luogo colmo di suggestioni. “Punto di forza della Galleria – ha dichiarato Massimo Scrocca, il fondatore – è proprio la continua mutazione che apportiamo allo spazio, tra installazioni e dipinti sui muri interni, dando così la sensazione al fruitore di entrare a contatto direttamente con la visione dell'artista”.
L’artista realizzerà inoltre un murales nel quartiere Primavalle, in collaborazione con il collettivo Muracci Nostri e gli artisti e realtà locali per portare nella periferia del territorio l'impatto e le suggestioni della street art che ne racconta così storia, simboli e memorie.

FONTE: Salvo Cagnazzo (lastampa.it)


lunedì 15 febbraio 2016

Una grande mostra celebra il genio di Duchamp e i 100 anni del Dadaismo

La rassegna ad Ascona presenta una selezione delle più importanti opere dell’artista affiancate a quelle dei maggiori esponenti di Fluxus

Nel 2016, la Svizzera festeggia il 100° anniversario del movimento Dada, fondato a Zurigo nell’ormai leggendario Cabaret Voltaire. Per ricordarne i protagonisti, il Museo Comunale di Ascona (Canton Ticino, sul Lago Maggiore) ospita dal 25 marzo al 26 giugno una grande mostra dedicata al genio di Marcel Duchamp, tra le figura di punta del movimento che ha avuto influenze cruciali nell’arte di tutto il Novecento. 

Esposti i capolavori provenienti dallo Staatliches Museum di Schwerin, in Germania, dove sono custoditi i nuclei più importanti della produzione del famoso artista francese, attraverso i quali si potranno ripercorrere le sue straordinarie intuizioni nel segno della trasgressione e del gioco e al tempo stesso individuare le innumerevoli suggestioni presenti nei movimenti del XX secolo, dalla Pop Art a Fluxus alla Mail Art.  

La rassegna (in collaborazione con l’istituto museale tedesco) si intitola «Marcel Duchamp. Dada e Neodada» e offrirà una selezione delle emblematiche opere dell’artista, affiancate a quelle dei maggiori esponenti di Fluxus. 

FONTE: lastampa.it

martedì 9 febbraio 2016

Palazzo Reale di Milano apre il 2016 con il Simbolismo

Fino al 5 giugno la mostra dedicata al movimento di passaggio dall’800 al ’900 mette a confronto artisti italiani e stranieri grazie a circa un centinaio di dipinti

La prima grande mostra del 2016 di Palazzo Reale è dedicata al Simbolismo, uno dei movimenti artistici che hanno marcato il passaggio dall’Ottocento al Novecento, segnando il superamento della rappresentazione oggettiva della realtà e approdando a una dimensione più intima e soggettiva del reale. 

Con oltre 2.000 mq di superficie espositiva e 24 sale site al piano nobile di Palazzo Reale di Milano, Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra mette per la prima volta a confronto i simbolisti italiani con quelli stranieri grazie a circa un centinaio di dipinti, oltre alla scultura e una eccezionale selezione di grafica, che rappresenta uno dei versanti più interessanti della produzione artistica del Simbolismo, provenienti da importanti istituzioni museali italiane ed europee oltre che da collezioni private. 

La mostra, oltre a permettere un approfondito e aggiornato studio del periodo, che vede la pubblicazione di importanti saggi di approfondimento nel catalogo edito da 24 Ore Cultura, ha reso possibile il restauro, la pulitura e la manutenzione di oltre dieci opere provenienti da Ca’ Pesaro di Venezia, dell’Autoritratto di Arnold Böcklin, della Galleria degli Uffizi di Firenze e delle cornici de L’Eroica di Gaetano Previati, dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, e del polittico di Giulio Aristide Sartorio, Le Vergini Savie e Le Vergini Stolte, di proprietà della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma. Si tratta di un’importante operazione che dimostra come le mostre temporanee, oltre a valorizzare le opere, possano essere anche l’occasione per una partecipazione attiva alla conservazione del patrimonio artistico italiano grazie ai finanziamenti che da esse ne derivano. 

Il Simbolismo è, al tempo stesso, un momento di chiusura al progresso e a una società dominata dall’imperio della quantità e di apertura per affermare una modernità che, sulla scia della poesia di Baudelaire, fa della resistenza al moderno il proprio segno di riconoscimento.  

Dal punto di vista figurativo, si avvia un recupero delle immagini di quel «paradiso perduto» identificato nella pittura dei primitivi italiani e, in generale, dei miti originari. Grande tramite di questa rivoluzione delle immagini è la letteratura, in cui il tema del sogno, del delirio indotto dagli oppiacei, della follia sembra unificare quella cultura europea che verrà rivoluzionata dal volume dell’Interpretazione dei sogni pubblicata da Sigmund Freud a Vienna nel 1900. 
Ne deriva il recupero della dimensione onirica, del mondo eroico della mitologia, di temi scabrosi come l’amore erotico, la morte e il peccato. 

Promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale, 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore e Arthemisia Group, la mostra è a cura di Fernando Mazzocca e Claudia Zevi in collaborazione con Michel Draguet.

FONTE: lastampa.it


lunedì 8 febbraio 2016

Banksy e il nuovo graffito sui migranti di Calais

L'ultimo murales dell'artista a Londra denuncia le condizioni dei rifugiati alla frontiera con la Francia. Ma non è la prima opera del writer sulla gestione dell'immigrazione in Europa.

Un nuovo graffito di Banksy è comparso accanto all'ambasciata francese di Londra. L'opera raffigura una giovane donna in lacrime - probabilmente Cosette, un personaggio de I miserabili di Victor Hugo - con ai piedi una latta di gas lacrimogeno, e alle spalle la bandiera francese.

Il murales rappresenta una critica aperta al trattamento riservato ai migranti che si trovano nel campo profughi di Calais, nel nord della Francia sul canale della Manica, davanti alla costa inglese. Di recente, nel tentativo di demolire una parte della baraccopoli, soprannominata "The Jungle" (la giungla) per le condizioni in cui i migranti sono costretti a vivere, sarebbero stati usati anche gas lacrimogeni. Da qui il riferimento nel graffito.

Nel video si vedrebbero chiaramente proiettili di gomma e gas lacrimogeni lanciati dalle autorità francesi, le quali però hanno negato di averli utilizzati. Non è la prima volta che Banksy interviene, con il proprio lavoro, sulla questione del trattamento riservato ai rifugiati e sulla loro gestione da parte delle istituzioni europee.

FONTE: Elisabetta Intini (focus.it)

venerdì 5 febbraio 2016

Palazzo Reale di Milano apre il 2016 con il Simbolismo

Fino al 5 giugno la mostra dedicata al movimento di passaggio dall’800 al ’900 mette a confronto artisti italiani e stranieri grazie a circa un centinaio di dipinti

La prima grande mostra del 2016 di Palazzo Reale è dedicata al Simbolismo, uno dei movimenti artistici che hanno marcato il passaggio dall’Ottocento al Novecento, segnando il superamento della rappresentazione oggettiva della realtà e approdando a una dimensione più intima e soggettiva del reale. 

Con oltre 2.000 mq di superficie espositiva e 24 sale site al piano nobile di Palazzo Reale di Milano, Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra mette per la prima volta a confronto i simbolisti italiani con quelli stranieri grazie a circa un centinaio di dipinti, oltre alla scultura e una eccezionale selezione di grafica, che rappresenta uno dei versanti più interessanti della produzione artistica del Simbolismo, provenienti da importanti istituzioni museali italiane ed europee oltre che da collezioni private. 

La mostra, oltre a permettere un approfondito e aggiornato studio del periodo, che vede la pubblicazione di importanti saggi di approfondimento nel catalogo edito da 24 Ore Cultura, ha reso possibile il restauro, la pulitura e la manutenzione di oltre dieci opere provenienti da Ca’ Pesaro di Venezia, dell’Autoritratto di Arnold Böcklin, della Galleria degli Uffizi di Firenze e delle cornici de L’Eroica di Gaetano Previati, dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, e del polittico di Giulio Aristide Sartorio, Le Vergini Savie e Le Vergini Stolte, di proprietà della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma. Si tratta di un’importante operazione che dimostra come le mostre temporanee, oltre a valorizzare le opere, possano essere anche l’occasione per una partecipazione attiva alla conservazione del patrimonio artistico italiano grazie ai finanziamenti che da esse ne derivano. 

Il Simbolismo è, al tempo stesso, un momento di chiusura al progresso e a una società dominata dall’imperio della quantità e di apertura per affermare una modernità che, sulla scia della poesia di Baudelaire, fa della resistenza al moderno il proprio segno di riconoscimento.  

Dal punto di vista figurativo, si avvia un recupero delle immagini di quel «paradiso perduto» identificato nella pittura dei primitivi italiani e, in generale, dei miti originari. Grande tramite di questa rivoluzione delle immagini è la letteratura, in cui il tema del sogno, del delirio indotto dagli oppiacei, della follia sembra unificare quella cultura europea che verrà rivoluzionata dal volume dell’Interpretazione dei sogni pubblicata da Sigmund Freud a Vienna nel 1900. 
Ne deriva il recupero della dimensione onirica, del mondo eroico della mitologia, di temi scabrosi come l’amore erotico, la morte e il peccato. 

Promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale, 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore e Arthemisia Group, la mostra è a cura di Fernando Mazzocca e Claudia Zevi in collaborazione con Michel Draguet. 

FONTE: lastampa.it

lunedì 1 febbraio 2016

La Statale Arte: Durk, apre le porte all'arte armena


Un nuovo grande evento culturale dell’Università degli Studi di Milano propone l’allestimento di mostre personali di artisti italiani e stranieri nei cortili di via Festa del Perdono, trasformandoli in un museo di scultura all’aperto. Primo artista ospitato Mikayel Ohanjaanyan, con le sue opere in basalto per ricordare il genocidio del suo popolo


Con l’inizio dell’anno accademico alla Statale di Milano prende il via anche un’iniziativa che pone l’arte contemporanea al centro degli interessi e dei meravigliosi spazi dell’Università. “La Statale Arte”, questo il nome del progetto, è un’operazione triennale, che prevede due mostre di scultura l’anno. Tutti gli artisti invitati saranno chiamati a realizzare un’opera in “site-specific”, quindi pensata per dialogare con il luogo che la ospita, ma anche con gli studenti che frequentano e praticano i loggiati e i cortili seicenteschi. Per il primo intervento, che rimarrà esposto fino al 19 marzo, è stato invitato un giovane artista armeno, Leone d’oro con il padiglione dell’Armenia alla 56esima Biennale di Venezia: Mikayel Ohanjaanyan.  

Nato a Yerevan nel 1976, dove ha frequentato la State Accademy of Fine Arts, è molto legato all'Italia: si è trasferito nel nostro Paese nel 2000, per laurearsi nel 2005 alla Accademia di Belle Arti di Firenze e ha poi deciso di fermarsi a vivere e a lavorare nel capoluogo toscano.  L’installazione pensata per la Statale, dal titolo "Durk " è la sua prima personale milanese. Presenta due enormi massi, piuttosto regolari, segnati da solchi, nei quali passano le corde che li sostengono, mentre poggiano in equilibrio sulla base di uno spigolo. La pietra usata è il basalto, l'artista lo ha scelto come simbolo del suo Paese, perché è molto diffuso. "Esprime un senso di appartenenza - ha spiegato l'artista – da rimarcare con forza nella ricorrenza del centenario del genocidio del popolo armeno da parte dell'esercito turco". Così, dopo l’esposizione sull’isola di San Lazzaro a Venezia, la scultura di Ohanjanyan torna a confrontarsi con un’architettura che aiuta a meditare, a contemplare e a riflettere sul passate e sul presente.

“L’idea di inaugurare il progetto "La Statale Arte" con Ohanjanyan è stata proprio dettata dalla consapevolezza del suo sapersi relazionare con l’architettura circostante: l’opera di Mikayel sembra sentire particolarmente il ritmo dello spazio esterno e ne sa proporre uno proprio. I segni rigorosi delle sue sculture e la sua sapienza tecnica sono poi il risultato di una profonda riflessione in ultima analisi sull’uomo, indagine in cui la sua storia personale si intreccia ad echi del paesaggio e della cultura armena”, ha sottolineato la curatrice del progetto, Donatella Volontè. "Dur", in armeno antico significa ‘porta’, e le due sculture rappresentano un omaggio alla musica, rappresentano il lato plastico di una dimensione dissonante, simbologia che utilizza un codice linguistico che Ohanjanyan propone per creare sintonia tra l’architettura storica dell’Università degli Studi e le linee geometriche contemporanee che trovano appoggiano sull’antichità. "Durk", continua la curatrice: “E’ un lavoro creato appositamente per il loggiato del cortile seicentesco: è costituito da due strutture cubiche tenute in equilibrio da un piccolo cubo posto al centro dello spazio che intercorre fra loro: ha uno sviluppo orizzontale, opposto alla verticalità delle colonne che lo inquadrano, ed è un’indagine sulla tensione e sugli equilibri, sulla staticità e sulla dinamicità”.

Nel cortile d’onore si incontra invece “Tasnerku + 1” (dodici +1), posta lungo la diagonale est/ovest, è la versione ampliata di "Armenity",  realizzata  per la mostra al padiglione Armeno della Biennale, curata da Adelina von Fürstenberg. Da dodici gli elementi sono passati a tredici, per comporre un numero primo e proseguire in senso unitario un ciclo che continua ad essere attivo e vitale.

FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

giovedì 28 gennaio 2016

Pistoia è la nuova capitale italiana della cultura

Pistoia è la nuova capitale italiana della cultura


La città toscana è stata designata dal Mibact. Ha avuto ragione delle altre otto finaliste, Aquileia, Como, Ercolano, Parma, Pisa, Spoleto, Taranto e Terni. Succede a Mantova


Pistoia: area centrale urbana, ampiezza dei settori toccati, qualità e completezza del progetto. Con queste motivazioni è la regione della Toscana ad aggiudicarsi il titolo della città Italiana della cultura per il 2017, dopo riunioni di sette sedute, per esaminare 24 candidature poi ridotte a 10.

“La sana competizione che si è innescata tra le città è importante e lo sarà sempre di più man mano che crescerà il numero delle località candidate, come accade per gli Oscar” ha detto il ministro Dario Franceschi commentando la vittoria di Pistoia, accolta con applausi e gioia all'interno del salone del Consiglio Nazionale nel Ministero in via del collegio romano, dove la giovane assessore alla cultura della città vincitrice, Elena Becheri, ancora incredula, ha ringraziato tutti. Dopo la designazione di Mantova a capitale italiana della cultura nel 2016, a concorrere come città finaliste per il 2017, sono state nove località: Aquileia, Como, Ercolano, Parma, Pisa, Spoleto, Taranto, Terni e appunto Pistoia.

In ogni caso “nessuna città che non meritava il titolo, a conferma dell'utilità di questo processo avviato” come ha precisato il professor Marco Cammelli presidente della giuria. I criteri per le decisioni, pubblici, e il giudizio collegliale della commissione nonché il progetto del vincitore saranno resi accessibili nella loro completezza, così come è successo per Mantova, capitale italiana di quest'anno.

Tre categorie base sono stata usate come criterio per designare la città vincitrice: qualità informativa dei dossier, qualità della significatività del progetto e, infine, la sostenibilità. Il titolo di “città italiana della cultura” è stato istituito, in sostanza, per stimolare una cultura della progettazione, sollecitando tutti i territori a vedere lo sviluppo culturale come volàno di progresso economico e di coesione sociale. Il fine ultimo è quello di valorizzare i beni culturali e paesaggistici e migliorare i servizi rivolti ai turisti, sviluppando industrie culturali e creative; favorendo processi di rigenerazione e riqualificazione urbana.

La capitale europea della cultura toccherà all'Italia ogni 14 anni, quindi, dopo Matera 2019, la prossima volta sarà nel 2033 (quest'anno lo sono San Sebastian in Spagna e Breslavia in Polonia). Ma cosa fare per non disperdere le bellezze dell'Italia nel frattempo?  L'Italia è il Paese delle grandi città d'arte ma anche dei borghi, dei comuni, delle grandi città, per questo si è pensato di introdurre il titolo di Capitale italiana della cultura, che prevede anche un finanziamento per un programma annuale, grazie al quale, una città, può farsi conoscere da tutti e al meglio.

Quest'anno, con la nuova selezione a cui si è lavorato da ottobre ad oggi, si inizia a dimostrare con cadenza e tempistica giusta, che il motore che si è acceso con la nascita delle città della cultura inizia a funzionare. L'iniziativa è volta a sostenere, incoraggiare e valorizzare la autonoma capacità progettuale e attuativa, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della cultura per la coesione sociale, l'integrazione senza conflitti, la conservazione delle identità, la creatività, l'innovazione, la crescita e infine lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo. Il titolo di "Capitale Italiana della Cultura" è conferito per la durata di un anno.

FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)