venerdì 15 aprile 2011

Saviano e la macchina del fango


Lo scrittore apre il Festival del giornalismo a Perugia

Dall'ottobre 2006 vive sotto scorta per le minacce ricevute dalla riminalità organizzata dopo il suo libro Gomorra che, pur essendo un romanzo, ha la forza di un articolo di cronaca. Non è quindi fuori posto che sia proprio Roberto Saviano, martedì 12 aprile alle ore 21, ad aprire il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, la «cinque giorni» dedicata alle tendenze e ai problemi del mondo dell'informazione. Lo scrittore si occuperà di un tema a lui caro, quello della «macchina del fango», che scatta ogni volta che potenti interessi costituiti, più o meno legali, si sentono minacciati. «Spesso mi si chiede - ha scritto - come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti. In verità ciò che spaventa è che tutti possano d’improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. La diffamazione è stata sempre al centro della mia ricerca perché sono nato in una terra in cui chiunque decida di ostacolare il potere criminale viene diffamato». Come funziona la macchina del fango? «Il meccanismo - risponde Saviano - è evidente, si gioca a buttare fango su chiunque si opponga a certi poteri, ma nel momento in cui il giocattolo della macchina del fango si rompe, nel momento in cui certi meccanismi diventano palesi, sta al cittadino capire come funzionano le cose e modificarne il corso».
Un tema, quello dell'uso strumentale dell'informazione, particolarmente delicato in Italia, dove potere politico, potere economico e proprietà dei media sono intrecciati e dove resiste un soffocante duopolio televisivo che si può trasformare con facilità in monopolio del pensiero unico. Al Festival del giornalismo si parlerà anche di questo, ma non solo. Si parlerà di giornalismo e democrazia, di nuovi media, della sfida tra vecchi e nuovi mezzi di comunicazione, di reporting investigativo e di reportage dai luoghi della guerra e della sventura, di gornalismo online e di carta o su tablet. Con tanti ospiti italiani e stranieri, che forniranno un quadro il più possibile esaustivo di ciò che funziona (o che non funziona) nel rapporto odierno tra cittadini e informazione. Tenendo sempre presente, comunque, il vecchio detto secondo il quale quando i giornali sono solo pieni di buone notizie, le galere sono piene di brave persone.

FONTE: corriere.it

giovedì 14 aprile 2011

Principessa Borghese scatti intorno al mondo

Magnifica Anna Maria de Ferrari, Principessa Borghese-fotografa (1874-1924). Soprattutto perché il suo fascino, di entomologa della vita, cresce poco a poco, levita in una progressiva ammirazione silente. In alcuni di questi fotogrammi lacustri (la famiglia del marito Scipione Borghese, discendente del collezionista di Caravaggio, non possiede soltanto latifondi nell’Agro Pontino, ma anche ville sul Lago di Garda) ti par d'udire addirittura l’affondo di remi solitari ed ancora manzoniani. Le prime immagini che ti conquistano, sono quelle alla Gegé Primoli (il parente di Napoleone pioniere-fotografo della Belle Epoque) alle degasiane cacce di Bracciano, oppure con le amiche nobildonne distese sui parapetti del lago, o ancora con le prodezze nautiche del sodale Nicola degli Albizi, catturato al volo, mentre si tuffa in una levità pneumatica, alla Lartigue. 

Ma l’eleganza aristocratica non basta a questa nobildonna, che segue il marito diplomatico radicale in viaggi coraggiosissimi, nel Giappone, che fu di Felice Beato, ma ora è già mutato, in Afghanistan o in una Samarkanda assolutamente vergine di turismo. Ogni paese uno stile, davvero. In Asia soprattutto la tiratura, meglio, il trattamento artificiale dalle carta di stampa, è granulosa, petrosa, scultorea, senza rischiare cedimenti pittorialisti. Ma non c’è mai nulla di pompier, di leccato in lei, così come quando fotografa, senza lagrimosità materna, una bambina derelitta sull’acciottolato nudo della palude Pontina, oppure appunta un diario di casa, magari l’accidia della vecchia madre ottantenne. 

Ed è incredibile quello scatto riflesso nello specchio del guardarobone di casa, con lei che sta per scattare e la vecchia madre derelitta sullo sfondo, quasi cadavere: un taglio che sta tra Florence Henry e Claude Cahun. Questa pioniera d’una nuova Kodak, portatile, istantanea, ha nel sangue il montaggio di stampo sovietico ed il gusto dell’ombra proiettata, che sarà poi del Bauhaus di Moholy-Nagy e Feininger. Soprattutto quando si autoritrae cinerina, come la Duse appunto di Cenere o lascia cantare l’arabesco delle ombre di cavalli e militari, a Baghdad, nel 1900. 

ANNA MARIA BORGHESE. IL RACCONTO DI UN'EPOCA 
ROMA, CALCOGRAFIA 
FINO AL 29 MAGGIO

FONTE: lastampa.it

venerdì 8 aprile 2011

Quei capolavori che il Reich detestava A Roma le avanguadie dello Städel

Al Palazzo delle Esposizioni arrivano le cento opere del museo di Francoforte, da Monet a Picasso. Con il ricordo del "Dr. Gachet" di Van Gogh sequestrato dai nazisti


"Quando il falegname coprì la tela con l'incerata, gli occhi azzurri di Gachet mi fissarono con rimprovero". E' il triste ricordo di Oswald Goetz, l'assistente di Georg Swarzenski, direttore dello Städel Museum di Francoforte nella Germania di Hitler. In quel '37, quando il nazismo bandì le avanguardie come arte degenerata, Hermann Goering dava l'ordine di sequestrare l'inutile "Ritratto del Dr. Gachet" la prima versione dipinta da Van Gogh qualche tempo prima del suicidio, per venderlo e ricomprare arazzi e opere antiche. Quegli "occhi azzurri di rimprovero", sono solo uno dei tanti capitoli che costruiscono la storia dello Städel Museum, originato dalla collezione privata del mercante e banchiere Johan Friederich Städel, che per la prima volta porta fuori confine alcune sue perle in occasione della grande ristrutturazione che lo vedrà riaprire rinnovato nel febbraio del prossimo anno. 


"100 capolavori dello Städel Musem di Francoforte" è la mostra che si apre dal 1 aprile al 17 luglio al Palazzo delle Esposizioni sotto la cura di Felix Krämer, che dal classicismo tedesco dei Nazareni del primo Ottocento, attraversano lo "scandalo" del realismo, la poesia visionaria del simbolismo, l'esplosione dei colori impressionisti, l'emotività espressionista, l'assolo duro e drammatico di Max Beckmann, protagonista della Nuova Oggettività tedesca, cui è dedicata un'intera sala, fino alla frontiera estrema del cubismo e dell'astrattismo. 

Basti solo pensare che il percorso inizia con il ritratto di "Goethe nella campagna romana" di Tischbein, immagine-icona del mito del Grand Tour d'Italia: "E'l'opera più citata in Germania e ricollegata allo scrittore  -  racconta Krämer - è particolarmente legato a Roma perché raccoglie tutte le suggestioni che Goethe ha avuto da questa città. In visita al museo, Andy Warhol volle vedere solo quest'opera, che riprodusse nel suo stile. C'è una copia nella Casa di Goethe a Roma. In entrambe Goethe ha due piedi sinistri, ma non siamo riusciti a spiegarne il motivo". 

Il percorso si chiude col "Ritratto di Fernande Olivier" di Pablo Picasso, esempio potente della rivoluzione cubista, acquistato dal museo nel 1967, perché rappresentasse la rivincita sul perduto Van Gogh. Quello del Dr. Gachet, infatti, rimane un mistero insoluto, come racconta il direttore del Palaexpo Mario De Simoni: "Dopo che Goering la vendette, l'opera volò in America con un proprietario ebreo che la fece esporre a lungo al Metropolitan. Dopo la morte anche della moglie, l'opera fu venduta ad un miliardario giapponese per 86,5 milioni di dollari, prezzo che è rimasto record per quattordici anni. Alla sua morte è stato probabilmente venduto anche se lui aveva espresso il desiderio che l'opera venisse cremata con lui. Fatto sta che è sparito nel nulla". 

E lungo sette sale viene declinata una parabola della storia dell'arte tra Ottocento e Novecento. La "Veduta del Duomo di Francoforte" di Courbet, realizzato nei suoi soggiorni on Germania, quando già era noto come l'artista dello scandalo per il suo feroce realismo. I paesaggi di Corot, e il grande "Frutteto" di Daubigny, una delle ultime opere dell'artista. Redon, Böcklin, Von Stuck, intrigano e inquietano. Le colazioni di Monet e Renoir e le strade di Cézanne e Van Gogh. E il "Ritratto delle ballerine" di Degas, dalla singolare evoluzione pittorica: a metà si coglie una linea che divide la scena dell'opera tra orchestrali e ballerine. La parte superiore è un tratteggio di tonalità brillanti e cangianti argentee e corallo, mentre quella inferiore, di taglio fortemente fotografico con i profili in primissimo piano, è dominata dai colori scuri. 

E Max Beckmann, che ha un'intera sala con dieci opere: "Curiosa la storia del 'Doppio ritratto di donne', a destra l'ex moglie del direttore del museo, a sinistra l'amante, ognuna ritratta all'insaputa dell'altra. Quando dicono che i tedeschi non hanno senso dell'umorismo, non conoscono Beckmann. Il quadro donato dall'artista, per ovvi motivi, è rimasto chiuso nei depositi finché il direttore non è morto, perché la moglie non sapeva della relazione". Un paesaggio raramente "civilizzato" di Rousseau il Doganiere, e le maschere di Ensor, Matisse e Nolde. "Lo Städel non è un museo fondato dall'aristocrazia o dalla chiesa, ma è la più antica istituzione borghese della Germania - racconta il direttore Max Hollein - Creato dai cittadini grazie a donazioni. L'idea della collezione ha puntato sulla qualità, e sempre con opere espressione delle correnti di ogni epoca".

Notizie utili - "100 capolavori dello Stadel Musem di Francoforte", dal 1 aprile al 17 luglio 2011, Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194. Roma
Orari: domenica, martedì, mercoledì, gioveì 10-20, venerdì-sabto 10-22:30.
Ingresso: intero €12, ridotto €10.
Informazioni: 0639967500
Catalogo: Giunti

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)

lunedì 4 aprile 2011

Carditello, gioiello devastato all'asta nella terra di Gomorra


LA REGGIA borbonica di Carditello, a pochi chilometri da Caserta, svetta nella piana aversana, circondata da discariche e attorniata dagli sversatoi abusivi in cui la camorra ha buttato rifiuti d'ogni specie. È in condizioni disastrose, ma il pericolo più imminente per questo capolavoro dell'architettura settecentesca non è che si stacchi ciò che resta degli affreschi di Jacob Philip Hackert oppure che i ladri si portino via, oltre ai camini e alle acquasantiere, già derubati, i fregi e i marmi delle scalinate. Il rischio è che Carditello venga venduta all'asta, al prezzo di 25 milioni (secondo un calcolo, 2,5 euro al metro quadro). E che venga venduta non si sa a chi. Ma non è difficile immaginare chi in questa piana, nel cuore di Gomorra, ha più soldi e tanto desiderio di gettarli in un'impresa pulita.



La storia di Carditello è esemplare di come in Italia marcisca un tesoro che altrove avrebbe ben diverso destino. La reggia è di proprietà del Consorzio di Bonifica del Basso Volturno, un ente pubblico gravato da una serie di debiti con il Banco di Napoli, poi assorbito da Banca Intesa (ma il Consorzio accampa anche molti crediti dalla Regione e da alcuni Comuni). Ora la Banca esige il rimborso e il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha avviato da qualche settimana la vendita all'asta. La procedura partirà in autunno, ma le prime sedute, si sente dire, andranno deserte e il prezzo calerà e così Carditello per poche manciate di euro diventerà, se va bene, una sala per matrimoni.  

La reggia è al centro di un paesaggio a tratti miracolosamente intatto. Dall'altana, che sovrasta il corpo centrale, destinato alla residenza del re, si domina la partizione regolare delle strade che convergono verso l'edificio. Più oltre c'è Casal di Principe, il regno dei casalesi, e quasi a corona incombono le discariche Maruzzella, Casone, Santa Maria la Fossa, Parco Saurino, Ferrandelle, Pozzobianco, e poi i siti di stoccaggio dell'immondizia con milioni di balle ricoperte di teli. Terribile destino per questa zona, i Regi Lagni, dove il viceré Don Pedro di Toledo, lo stesso che disegnò i Quartieri spagnoli di Napoli, iniziò a metà del XVI secolo una monumentale bonifica. I lavori furono proseguiti dai Borbone, che realizzarono un delicatissimo reticolo di canali, con un "lagno" principale lungo 55 chilometri e una serie di piccoli affluenti a spina di pesce. Qui veniva convogliata l'acqua e così una distesa di pantani, piagata da malaria e alluvioni, si convertì in terreni fertilissimi, ospitando coltivazioni pregiate, comprese quelle del lino, e allevamenti. La sistemazione durò fino agli anni Trenta del Novecento. 

Dall'altana della reggia di Carditello quella trama geometrica di canali, opera della migliore ingegneria idraulica, è ancora visibile, sebbene ridotta ad appendice di un sistema fognario. E  sebbene ospiti un mortale parco di discariche abusive e legali, che soltanto una follia perversa ha immaginato di collocare in questo territorio fatto di acque che emergono e di suoli che s'inabissano. Due anni fa la Regione invitò uno dei più esperti paesaggisti europei, Andreas Kipar, per disegnare un progetto che risanasse i canali e recuperasse i terreni all'agricoltura. La tenuta intorno alla reggia di Carditello, si disse, sarebbe diventata "un orto della biodiversità". 
Non se ne fece nulla. 

Nonostante il territorio sia vandalizzato, Carditello resiste. Costruito nel 1787 da Francesco Collecini, allievo di Luigi Vanvitelli, fu usato dai sovrani come residenza di caccia e per l'allevamento di cavalli pregiati. Hackert affrescò le sale del corpo centrale e vennero decorate la cappella e le scalinate. Nei due padiglioni laterali erano sistemate le stalle, secondo moderni criteri di allevamento. Cavalli e bufale pascolavano nell'intera tenuta e qui si produceva la migliore mozzarella del regno.  

L'edificio centrale è stato restaurato nel 2000, ma senza manutenzione quei lavori resistono a stento. E ogni giorno c'è un pezzo in meno. Nelle stalle venne sistemato, alla fine degli anni Settanta, un museo della civiltà contadina, i cui oggetti ora giacciono abbandonati, mentre tanti altri sono stati derubati o trasferiti altrove. Ora non c'è più niente. Le scale sono divelte. I tetti crollano, se piove entra acqua e le travi penzolano minacciose. Il cancello è chiuso. Per entrare c'è bisogno di un permesso del giudice. 
Si sono mossi comitati di cittadini, moltissimi i giovani. Sono stati organizzati sit-in. "Questo territorio è devastato: perché non si fa niente per quei tesori che sono ancora in piedi?", si domanda Antonio D'Agostino, animatore del gruppo Comunità che viene. 

Italia Nostra di Caserta, presieduta da Maria Carmela Caiola, sta promuovendo un appello a Giorgio Napolitano. Finché è stato in carica Antonio Bassolino, la Regione ha mostrato segni di interesse. Ma la giunta di Stefano Caldoro ha annullato i propositi dei predecessori. Eppure, dicono Alfonso De Nardo, commissario del Consorzio proprietario di Carditello, e il direttore generale Antonio De Chiara, "basterebbe che Regione e Comuni pagassero le somme che ci debbono per contributi di bonifica, e noi potremmo riacquisire Carditello e avviarne il restauro. Poi si possono immaginare varie destinazioni, da quella espositiva e museale a quelle didattiche e di ricerche fino alla promozione dei prodotti di qualità, come la mozzarella di bufala, o alla riscoperta delle antiche tecnologie e pratiche colturali". "Carditello è la Venaria del Sud", spiega Alessandro Magni dell'associazione Siti Reali. "Ma mentre sulla reggia piemontese le istituzioni sono intervenute e l'hanno trasformata in un gioiello, sede di mostre e iniziative di livello internazionale, quello casertano è un tesoro lasciato a se stesso, in uno stato di degrado assoluto".  

La soluzione è apparsa più volte a portata di mano. Fra il Consorzio di bonifica, che ha intenzione di restare in possesso della reggia, e la società di recupero crediti sono in corso trattative. Ma dal sito di Carditello non si allontanano gli appetiti più minacciosi.


FONTE: Francesco Erbani (repubblica.it)

mercoledì 30 marzo 2011

La storia di Elsa


Livio Garzanti ricorda la Morante e i suoi ultimi giorni. Al funerale si presentarono solo venti persone. Lontana dalla maternità, creò la vita nei romanzi. Al suo addio Moravia venne con un’altra donna

Elsa Morante, la maggiore scrittrice del nostro Novecento, viveva nell’incanto della realtà che portava in sé, e dava una luce di magia alla sua scrittura. Creava nei personaggi la ricchezza di una profonda, dolcissima comprensione femminile.
Lei, lontana da ogni maternità, creò Useppe nella Storia, forse perché la mancanza di ciò che non si è avuto fa comprendere il vero di quanto l’esperienza non ci ha dato nell’incontro con la realtà.
Ricordo l’amore, quasi di rabbia, di mia madre per me; non riusciva a perdersi nella meraviglia dell’immaginario perché c’ero io, l’oggetto, ed ero ancora io a non lasciarle libera la visione del sogno. Elsa, con Useppe, come in una sorta di visione materna giunse alla conoscenza di quella dolce e tenera carnalità infantile che trascende i limiti dell’esperienza diretta del vivo.
Certo fu povero il matrimonio della giovane Morante con Moravia, sempre attento, con la sua mente fredda e senza trascendenze, nel guardare le cose della vita. Elsa, come Alberto, possedeva un’intelligenza con sale ebraico, ma incarnata in una donna del nostro Sud, dove i sogni portano con sé le cose. La sua presenza fisica sembrava non volersi definire nel ricordo di un corpo morbido, infantile.
In uno dei nostri primi incontri a Roma, a un tavolino di piazza del Popolo, comparve con lei in attesa, timida, piccola e magra, una donnina che Elsa mi presentò con una brevissima frase affettuosa: «È una lesbica». Più volte mi chiesi cosa vedesse nell’omosessualità, o se la sentisse con tenerezza materna. Aveva la sapienza dei «semplici» che vivono nella loro verità lontana, in quella dimensione dove anche il suicidio entra nella favola del corpo che si libera da se stesso. Lo aveva tentato, ma riuscirono a destarla quando già si credeva tra le ombre. Era il tempo felice deibarbiturici.
FONTE: Livio Garzanti (corriere.it)

venerdì 25 marzo 2011

Tony Oursler, così il video si fa mostro

Al Pac di Milano la prima personale italiana dell’inventore delle «Teste parlanti»

La mano sta forsennatamente raschiando cinque gratta-e-vinci. Luciferini e colorati i biglietti della fortuna giganti sembrano feticci vuoti di una società da casinò tascabile. Sulla parete, l’Abramo Lincoln del biglietto da cinque dollari, vi guarda serio, ma impercettibilmente muove il labbro superiore per dirvi qualcosa che non capite. Il mondo degli oggetti inanimati, dei simboli e dell’energia economica vi guarda, vi parla, delira. Si attraversa, con sottile disagio, un parco divertimenti rovesciato, ridondante di luce e movimento. È l’universo di Tony Oursler (New York, 1957), in cui ci si può perdere al Pac di Milano, grazie a «Open Obscura», l’ampia retrospettiva (la prima personale in un museo italiano) curata da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni. 

Le sculture immateriali, fatte di proiezioni e suoni, hanno una vita surrogata e inquietante, interagiscono con il visitatore obbligandolo a fermarsi sulle proprie difformità, sui propri limiti e credenze. Facce allungate, tirate, schiacciate, cumuli di materiali umani, pelle, occhi, espressioni, caricature, parlano senza sentire e guardano senza vedere. Sono robot inutili, cassandre spezzettate, elogio alla follia. 

Tony Oursler si è formato alla CalArts di Valencia, California, la scuola fondata da Walt Disney nel 1960 sul sogno wagneriano dell’arte totale. John Baldessari e Allan Kaprow hanno insegnato lì, dove poi sono nati i mostri di Oursler ma anche i pupazzi stolti e informi di Mike Kelley e Paul McCarthy. Da lì è scaturito quell’immaginario punk-rock pieno di oggetti confusi, ridicoli, grondanti di sangue e ketchup. Una sorta di succursale colta di Hollywood, dove si fabbricano incubi individuali anziché sogni collettivi. «I giochi e i film - spiega l’artista - replicano solo una delle modalità di connetterci al nostro universo di suoni e visioni. Io sto cercando altri modi per connettere i campi della comunicazione, creando una struttura complessa, fatta di livelli di immagini, suoni, linguaggi e forme. Vivo in un mondo caleidoscopico di vecchie e nuove tecnologie e mi trovo bene». 

Grosse sigarette tridimensionali si consumano come la vita, mentre ci avviamo verso la monumentale installazione intitolata Lock (2/4/6). L’attraversamento di questo campo di battaglia è come la traduzione fisica de Il pasto nudo di William Burroughs, autore amato e divorato dall’artista. «Hai idea di dove siamo?» mormora una gigantesca testa ricoperta di un materiale verde gelatinoso che gronda e rende soffocante la vista. Un orologio, una lattina di coca-cola, un telecomando gigante, una grossa lampada, scintille, accelerazione, radiografie, muri in costruzione. Sono proiezioni su sagome di legno, come quelle dei set western, che in prospettiva formano una specie di discarica del sentimento, un inferno pieno di fiori e pericoli, un costante e allucinatorio inciampo nel quotidiano. 

Nel 1977, Oursler ha fondato un gruppo rock con Mike Kelley e John Miller, i Poetics con l’intento di «creare un guasto nella cultura estetica». Focalizzandosi sull’anomalo, l’informe, la psichedelia, la sgradevolezza di mozziconi umani e zone residuali, tra visioni e suoni ostici, gli artisti hanno centrato il loro obiettivo. Le implicazioni musicali di Oursler sono continuate con David Bowie e i Sonic Youth. 

Per Oursler ogni campo dello scibile è un pasto da consumare velocemente. La malattia mentale è per lui uno dei principali oggetti d'indagine. Dal 1992, lavora sul DPM, Disturbo della Personalità Multipla, con persone che ne sono affette. «Judy (1994) è una complessa installazione in cui la scissione della personalità di un soggetto schizofrenico è materialmente rappresentata da quattro diverse figure», scrive Paparoni in catalogo. Oltre all'io profondo di Judy, tre altri pupazzi, Horror, Boss, Fuck you, incarnano la sua scissione. Quando, negli Anni Ottanta, Oursler cercava gente che avesse racconti di prima mano sugli Ufo, ricevendola a pagamento nello studio, ha incontrato malati psichici con momenti di altissima lucidità. Uno di loro ha continuato a tormentarlo con centinaia di telefonate. Nel suo studio-set, dove ingloba i volti in teli ritagliati per riprenderne l’ovale, è passata ogni tipologia umana, oggi prevalentemente attori. 

Si potrebbe dire che una parte rilevante del suo lavoro è esso stesso affetto da schizofrenia. È spinto in una ricerca che si espande tra suono, letteratura, cinema, parola, con una molteplicità di soggetti pullulanti, di Joker dalle labbra scure. C’è un po' di Bruce Nauman, c’è Warhol in una sottile ombra a forma di fiore e ci sono i colori di Matisse che compaiono all’improvviso consolatori. È tutto in movimento, le immagini sono nervose o dolorosamente calme, i volti senza corpo. Alcune installazioni sono piccolissime, stanno nel palmo di una mano. Nell’universo di Oursler ci ritroviamo tutti come in uno specchio rotto fatto di una società interamente schizofrenica. Siamo i bulbi oculari appesi al buio come pianeti sani di una costellazione, ma siamo anche esseri mostruosi, pazzi, desideranti. Siamo temporaneamente forme o liquidi o gas, a seconda della condizione mentale che ci attraversa.

FONTE: Manuela Gandini (lastampa.it)

giovedì 24 marzo 2011

Intelligence: un metodo per la ricerca della verità

Presentato presso l'Ordine dei Giornalisti di Roma, il capolavoro letterario di Angelo JANNONE


Roma, 24 Marzo 2011 - Nalla sala Efisio SERRA dell'ODG di Roma, è stato presentata oggi, l'ultima fatica letteraria del Dott. Angelo Jannone,  ex ufficiale dei carabinieri, autore di numerose inchieste importanti di mafia, riciclaggio e narcotraffico, che è poi entrato nel Gruppo Telecom Italia da cui si e' dimesso in seguito ad una inchiesta giudiziaria. Davanti ad un pubblico molto interessato alla presentazione, costituito da giornalisti, rappresentanti delle istituzioni (tra cui funzionari della Presidenza del Consiglio dei Ministri) si sono succeduti, nei loro incisivi interventi, il Professor Gian Maria FARA, Presidente dell'EURISPES (Istituto di Studi Economici, Politici e Sociali), il Dott. Roberto PENNISI, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia, il Dott. Alberto CISTERNA, Procuratore Aggiunto DNA, il Dott. Massimo MARCIANO dell'Associazione Stampa Romana, Davide FONTE di Sky Italia e Giuseppe MICELI Giurista del Parlamento della Legalità; tutti i presenti sono stai concordi nel dire che il bellissimo libro di Angelo JANNONE ha un duplice obiettivo, quello di esaltare l'etica dell'intelligence nella ricerca della verità e quello di dare al lettore un valido strumento per accrescere le sue nozioni nel campo dell'intelligence, in un mondo sempre più dominato da Internet. Nel corso dell'evento è stato inoltre presentato in anteprima, il primo corso di Giornalismo Investigativo organizzato dal CONSCOM (Registro Nazionale Sociologi e Consulenti della Comunicazione), che probabilmente inizierà il prossimo mese di settembre ( www.conscom.it  ).
Breve recensione del libro
Lo scenario del crimine si è fatto molto più competitivo e molte forme di business criminale si sono affermate grazie alla globalizzazione, prima fisica poi virtuale. Il mondo delle imprese si è ritrovato ad affrontare, nel volgere di pochi anni, nuove forme di minaccia e nuovi rischi, tutti conseguenza della globalizzazione. L’effetto della “pressione” è stato il sorprendente numero di tracolli finanziari e dei casi di malgoverno aziendale (da ENRON a Parmalat per citare i principali) che ha spinto i legislatori a svolgere una funzione di supplenza nel governo dell’economia con tutta una serie di strumenti legati alla cosiddetta Corporate Governance (d.lgv 231/01, Serbanes/Oxley Act, l.262/95) che, insieme ad altri vincoli normativi (quali ad es. il TU Privacy ecc. o le legislazioni legate al concetto di sviluppo sostenibile), sorti come strumenti di prevenzione, paradossalmente, sono stati portatori a loro volta di ulteriori rischi di natura legale. L’effetto finale, in uno scenario economico globale, ma con framework normativi non altrettanto globali, è stato quello di penalizzare le aziende dei paesi moderni.
di Alessandro NANNI (Giornalista Investigativo)