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sabato 25 ottobre 2014

Urbino rende omaggio a Tonino Guerra


                            “Amarcord Tonino Guerra, tra  poesia e polis

Mostra
5 dicembre 2014 / 16 marzo 2015
Sale del Castellare del Palazzo Ducale

Urbino rende omaggio a Tonino Guerra. Con una mostra dal titolo “Amarcord Tonino Guerra, tra poesia e polis”,  dal 5 dicembre 2014 al 16 marzo 2015, nelle Sale del Castellare del Palazzo Ducale  viene ricostruito l’intero continente creativo dell’autore scomparso tre anni fa, spaziando dal cinema alla poesia, dalla pittura ai progetti ambientali. 

A Urbino Tonino Guerra aveva studiato, e nell’università guidata da Carlo Bo aveva ricevuto i primi incoraggiamenti per l’avvio della carriera letteraria.  Il legame con la città di Raffaello era rimasto sempre vivo, e ora Vittorio Sgarbi, che a Urbino è Assessore alla Cultura, ha voluto costruire un percorso di approfondimento sull’opera di Guerra, programmando un ciclo di eventi che  presentano tutta la ricchezza  creativa dell’autore di Sant’Arcangelo di Romagna. Il pubblico scoprirà il lavoro di Tonino Guerra legato al mondo delle parole, quello dedicato  alle  immagini  e la poco nota produzione plastico-visiva.   

Le celebrazioni urbinati  coinvolgeranno artisti, testimoni e  colleghi di Guerra. Gli spazi espositivi intrecciano i linguaggi dell’autore con quelli di altri artisti del Novecento: Antonioni, Fellini, Tarkovskij, Wenders, Guarienti, Folon, Swarzmann, e molti altri maestri conosciuti e frequentati da Guerra durante la vita artistica.

L’esposizione documenta inoltre numerose carte inedite, tra cui vari carteggi, che hanno il compito di riordinare il vasto intreccio dei rapporti culturali, restituendo il profilo di una personalità difficilmente paragonabile ad  altre, almeno mantenendo il raffronto entro confini nazionali.


Info: www.comune.urbino.ps.it         /           www.facebook.it/citta.diurbino


Tel. 0722 – 309.222 / 309.602


Beatrice Giannotti
 
Servizio Cultura e Turismo
Comune di Urbino
Via Puccinotti, n. 33
61029 - Urbino (PU)
 
Tel. 0722 309 222

venerdì 26 ottobre 2012

CENTO PITTORI A VIA MARGUTTA: PINACOTECA EN PLEIN AIR



All’ombra del Pincio, dal 31 ottobre al 4 novembre prossimi, torna Cento Pittori a Via Margutta, la celebre mostra d’arte en plein air che si svolge due volte l'anno, dal 1953, e ora arriva alla sua novantaduesima edizione. La bella strada, storico rifugio di pittori, scultori, artigiani, musicisti e poeti, diventerà la cornice per migliaia di opere realizzate con le tecniche più diverse da artisti rigorosamente selezionati e caratterizzati da linguaggi espressivi diversi. Alcuni di loro provengono dall’estero: sono rappresentati, infatti, oltre all’Italia, anche Argentina, Australia, Cuba, Grecia, Mozambico, Olanda, Libano, Polonia e Perù.

Un omaggio che si rinnova periodicamente per quest’angolo di Roma ma anche per i tanti leggendari personaggi del passato che avevano eletto Via Margutta a teatro della propria vicenda artistica ed esistenziale: un nome per tutti, quello della pittrice Novella Parigini, simbolo stesso della Dolce Vita, che si battè strenuamente contro la speculazione edilizia che già negli anni Cinquanta minacciava gli atelier e le botteghe della strada.

FONTE: arte.it

domenica 21 ottobre 2012

Lezioni di danza, corse ippiche e toilette. In mostra, tutta la modernità di Degas



A Torino, alla Promotrice delle Belle Arti, sfilano 80 opere del maestro impressionista francese prestate dal Musée d'Orsay di Parigi. In scena, tutti i temi cari al pittore, dalle ballerine ai nudi


Tutti pazzi per le ballerine, i nudi, caffè chantant e le corse ippiche, i soggetti prediletti, ma mai scontati o banalizzati, da Edgar Degas. Il sopraffino maestro dell'impressionismo è davvero il protagonista di questa stagione espositiva autunnale. Dopo la superba retrospettiva dedicatagli dalla Fondazione Beyeler di Basilea, inaugurata da poco, ora è la volta della torinese Promotrice delle Belle Arti che dal 18 ottobre al 27 gennaio offre una panoramica mozzafiato sulle opere dell'artista francese provenienti dalle collezioni del Musée d'Orsay di Parigi.

Sotto la cura di Xavier Rey, conservatore del d’Orsay e grande specialista di Degas, sfilano un'ottantina di lavori, tra dipinti, disegni e sculture, che ripercorrono tutta la parabola creativa del pittore (1834-1917), restituendone la personalità "autonoma" lontanissima dalla poetica dei compagni impressionisti. Seppur uscito all'aperto, la sua ricerca acuta non sceglieva d'immergersi nella totalità della natura, preferiva altri temi guizzanti di vitalità, captando il movimento guizzante dei cavalli, o le esercitazioni delle ballerine, gli effetti di movimenti negli spogliatoi o nelle sale prova, o le donne negli atti più intimi di bagnarsi, asciugarsi. Soggetti immortalati con tagli prospettici arditi, quasi da frame cinematografico, prediligendo l'immediatezza di gesti e gli atteggiamenti più scomposti, colti con una straordinaria vena realistica. Una resa del movimento che influenzerà molti artisti della sua epoca, tra cui Toulouse-Lautrec. Quella di Degas sarà una ricerca spasmodica dell'essenza della verità che culminerà nella sua "Ballerina" scolpita con tanto di vero tutù in tulle, saggio pionieristico dell'iperrealismo.

"Figura di collegamento tra il classicismo ottocentesco e le avanguardie del primo Novecento, ammirato dai Nabis, da Matisse e da Picasso, Degas è un impressionista paradossale - racconta  Xavier Rey - Benché il paesaggio non sia totalmente assente dalle sue preoccupazioni, fin dai tempi delle mostre impressioniste si compiace di distinguersi dai colleghi per concludere, alla fine della sua vita: 'Impressionismo non significa nulla. Qualsiasi artista coscienzioso ha sempre restituito le proprie impressioni. Gli impressionisti hanno bisogno di una vita naturale, io di una artificiale'.  Ecco, egli ci lascia così un’opera di insondabile profondità, che suscita nell’osservatore un intenso piacere e al tempo stesso continua a stimolare la riflessione sulle sfide plastiche della rappresentazione".

La parabola di Degas parte in mostra con due ritratti, l'Autoritratto del giovane artista (1855) e quello del nonno Hilaire de Gas (1857), che si era trasferito in Italia e da cui il nipote soggiorna per tre anni all'inizio della sua attività. Un legame con l'Italia testimoniato soprattutto dal capolavoro "La Famiglia Bellelli (Ritratto di famiglia, 1858-1869)", opera che solo in rarissime occasioni ha lasciato il museo parigino, anche per le sue considerevoli dimensioni (2 x 2,5 metri). Il mondo della Parigi di fine Ottocento con i suoi caffè frequentati da artisti, letterati, musicisti, viene evocato da opere come L'orchestra dell'Opéra (1870), Donne fuori da un caffé la sera (1877). Si apre poi una parentesi sul paesaggio, tema tra i meno conosciuti in Degas, dove i pastelli testimoniano un livello di virtuosismo unico.

E ci lascia sedurre dai soggetti più popolari, i cavalli, cui Degas comincia ad appassionarsi dal ritorno a Parigi nel 1859, frequentando a lungo l'ippodromo di Longchamp. Si continua con le celeberrime ballerine celebrate a suon di tecniche più disparate, tra olio, pastello, gouache, accanto alle sculture in bronzo, tra cui la celeberrima Ballerina di quattordici anni (fusione eseguita tra il 1921-1931), alta circa un metro e abbigliata con un tessuto di tulle. Gran finale, con il nudo femminile, esemplificato dal capolavoro a pastello "Donna alla toilette che si asciuga il piede" (1886).

Notizie utili - "Degas. capolavori dalle collezioni del Musée d'Orsay di Parigi", dal 18 ottobre al 27 gennaio 2013, Palazzina della Società Promotrice delle Belle Arti in Torino, viale B. Crivelli, 11.
Orari: tutti i giorni: 10-19.30, giovedì: 10-22.30, chiuso martedì.
Ingresso: intero €12, ridotto €9.
Informazioni: 011-5790095
Catalogo: Skira.

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)

sabato 15 settembre 2012

Impulsi ossessivi e sperimentazione Basilea celebra l'ultimo Degas



Alla Fondazione Beyeler oltre 150 opere provenienti dai musei più prestigiosi del mondo ripercorrono la maturità dell'artista francese, che supera la pittura delicata impressionista per sperimentare tecniche e composizioni


La maturità di Edgar Degas, nel suo lento ma inesorabile allontanamento dal gruppo degli impressionisti dall'inizio degli anni '80 dell'Ottocento. E' questo il tema non così convenzionale che sceglie la Fondazione Beyeler per la sua grande mostra d'autunno, visitabile dal 30 settembre al 27 gennaio. Un evento, il primo dedicato in Svizzera all'artista francese dopo vent'anni, curato da Martin Schwander, che raccoglie insieme un repertorio di oltre 150 opere che passano in rassegna i soggetti e le serie più importanti su cui Degas si è concentrato nell'ultima fase produttiva, dalle celebri figure di ballerine ai nudi femminili, dai fantini e cavalli, fino ai paesaggi e ai ritratti, inanellando tutte le tecniche usate dal maestro, nessuna esclusa, tra pittura, disegno, litografia, scultura e fotografia. 

E soprattutto pastello, una tecnica molto difficile ma dalla resa più incisiva rispetto alla pittura ad olio, che Degas predilige anche a causa dei problemi alla vista che cominciano a subentrare nell'ultima fase della sua esistenza. L'artista ne sfoggia una superba padronanza, anche perché è un tipo di tecnica che non ammette pentimenti. Il percorso espositivo si apre proprio con due pastelli appartenenti alla collezione della Fondation Beyeler, "Colazione dopo il bagno (Il bagno)", realizzato tra il 1895 e il 1898, e "Tre danzatrici (gonna blu, corpetto rosso)", del 1903 circa, due gioielli che spalancano subito una finestra sulla prorompente modernità di Degas. Le figure emergono come se fossero plasmate nel colore, con un gioco tratti definiti che sembrano incidere i volumi sulla carta, evocandone quasi una carnalità materica. 

La mostra raccoglie tutti lavori che ricostruiscono la parabola creativa di Degas da quel 1885, da quando l'artista azzarda un cambio di rotta dallo stile impressionista, rimandando ad una crisi generale del movimento che si consuma nella parabola degli anni '70. I lavori lasciano cogliere solo l'eco della sua stagione innovatrice radicalmente impressionista (1870-1885) quando Degas si affacciava alla vita contemporanea dei boulevard parigini e dei caffè di Montparnasse, dell'Opéra e delle corse di cavalli a Longchamp, soprattutto dopo aver metabolizzato la lezione immaginifica del rinascimento italiano, quando tutto per lui sembrava nascere da una lezione perfetta e inossidabile di alchimie prospettiche, di sinfonie cromatiche e viaggi nella psicologia umana. 

Prima al Louvre, iscritto nel 1853 come copista, dove ha copiato tutti i capolavori dei grandi maestri partenopei, primo fra tutti il Mantegna. Poi, con il viaggio in Italia tre anni dopo. Alla fine del '59 faceva ritorno a Parigi, con in valigia più di settecento copie, un souvenir d'Italia prestigioso che rimarrà parte del suo codice genetico nell'avventura impressionista (l'amico poeta Paul Valéry ricorda addirittura che Degas, nei momenti di buon umore, cantava canzoni napoletane e arie di Cimarosa). Il percorso, che mette insieme capolavori dai principali musei del mondo, dal Museum of Fine Arts di Boston alla Tate di Londra, dal Moma al Metropolitan Museum di New York passando per il Musée d'Orsay di Parigi, scandaglia l'evoluzione stilistica della sua arte. 

I tagli prospettici diventano sempre più complessi, offrendo allo spettatore scorci inconsueti e spiazzanti, le pose delle sue figure concedono poco all'idea comune di bellezza, il suo occhio, affaticato e stanco, quasi per reazione si fa ostinato e analitico soffermandosi anche sulla sgradevolezza di gesti piuttosto che sulla fascinazione per il corpo femminile. Una mostra che testimonia con energia come, nell'opera tarda di Degas, la pittura tenue e delicata della fase impressionista lascia posto a un'originalissima volontà di sperimentazione e a un ossessivo impulso creativo.   

Notizie utili - "Edgar Degas", dal 30 settembre al 27 gennaio 2013, Fondation Beyeler, Baselstrasse 101, Comune di Riehen, presso Basilea (Svizzera). Come arrivare: Tram n. 6 da Messeplatz, in direzione Riehen Grenze (20 minuti dal centro di Basilea).
Orari: tutti i giorni, 10-18, mercoledì 10-20, aperto la domenica e i festivi.
Ingresso: intero Chf 21, ridotto Chf 18, studenti under 30 anni Chf 12, ragazzi 11-19 anni Chf 6, bambini under 10 gratis (gli ingressi sono ribassati nei giorni di lunedì, 10-18, e mercoledì 17-20).

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)

venerdì 31 agosto 2012

Tiziano, nella selva (non più) oscura



Alberi protagonisti come i personaggi sacri Quei pittori che hanno illuminato la natura

«Quadro, che ognun, che'l vede el se ghe inchina...Opera umana no, ma ben divina» lo aveva definito nel 1660 il Boschini nella sua Carta del navegar pittoresco, dopo averlo ammirato in Casa Grimani. E ben prima di lui si era profuso in entusiastici apprezzamenti anche il Vasari, lodando gli animali «quasi vivi» e l'incredibile ambientazione boschiva. E certo il grandioso telero dipinto da quel giovane pittore arrivato dal Cadore e che già era stato allievo del Bellini per entrare poi nella bottega di Giorgione era di una novità sconvolgente. Una testimonianza altissima di quella rivoluzione che avrebbe caratterizzato la cultura artistica veneta nei primi decenni del Cinquecento, trasformando il rapporto tra figura e natura, elevando il paesaggio e l'elemento atmosferico da sfondo, da semplice cornice, a soggetto di primo piano della narrazione, cassa di risonanza in grado di riverberare i sentimenti stessi dell'uomo.
Oggi, dopo 250 anni, l'imponente dipinto con la Fuga in Egitto di Tiziano (204 x 324 cm) esce per la prima volta dalla Russia per arrivare, dopo una sosta alla National Gallery di Londra, in laguna, nella mostra aperta da oggi alle Gallerie dell'Accademia. Un'occasione irripetibile per ammirarlo data l'eccezionalità del prestito (da Venezia tornerà definitivamente a San Pietroburgo) e rileggerlo in tutti i suoi particolari e nella suggestione della sua luce e dei suoi colori ritornati all'originaria ricchezza dopo il lungo restauro condotto dal Museo Ermitage, cui appartiene. Realizzato da Tiziano intorno al 1507 per Andrea Loredan e il suo nuovo palazzo sul Canal Grande, il telero era infatti giunto in Russia nel 1768, acquistato da Caterina la Grande per il Palazzo d'inverno e subito inserito nella lista dei più importanti dipinti della Galleria.
Ma se quest'opera straordinaria, così significativa per gli sviluppi dell'arte di Tiziano e di un'intera epoca, è il fulcro dell'evento veneziano, tutt'intorno s'intreccia un racconto dove ogni episodio è un capolavoro dei grandi maestri che si sono accostati in modo inedito alla natura, interpretandola in tutta la varietà delle sue forme con una freschezza e una libertà di resa assolutamente nuove. «È un percorso tracciato da coprotagonisti che si guardano a vicenda, così come andava allora verificandosi nella Roma di Giulio II», commenta Giuseppe Pavanello, curatore della mostra insieme a Irina Artemieva. «Ma se nella Cappella Sistina di Michelangelo o nelle Stanze Vaticane di Raffaello l'accento è sul dato umano, a Venezia è sulla scoperta del paesaggio, sul dato altrettanto meraviglioso di natura. Né va dimenticata l'influenza dei modelli nordici qui già ben noti, come le scene visionarie e metamorfiche di Bosch allora presenti nella collezione Grimani e oggi per la prima volta esposte in dialogo con la maniera dolce e le delicate trasparenze atmosferiche di Giorgione o le incisioni di Dürer, con quella sua capacità di cogliere, della natura, anche la specificità di una foglia, di un filo d'erba e di cui in mostra si potrà vedere l'incisione con la fuga in Egitto, contraltare con i suoi bianchi e grigi e il paesaggio aspro e inospitale di quella idilliaca e in technicolor di Tiziano».
Ad aprire questo percorso tra maestri veneziani e maestri oltremontani è l'Allegoria sacra di Giovanni Bellini, con quella terrazza affacciata sul lago e quelle figure di santi che sembrano parte integrante della serena bellezza del creato. Ma se in lui, come ha scritto Adriano Mariuz, «le figure si accampano monumentali mentre la natura sembra farsi abside e altare ad accogliere icone viventi» è con Giorgione che si sposteranno ai lati, mentre protagonista diventa il paesaggio, con la sua modulazione di luci e di ombre, con il suo carico di fascinazione e mistero, come si può cogliere da opere celeberrime e qui esposte,Il tramonto, Omaggio al poeta, La tempesta. Ma tante altre ancora, e tutte altissime, sono le voci, tanti i capolavori che si rincorrono in mostra, di Sebastiano del Piombo, di Dosso Dossi, dell'esordiente Lorenzo Lotto, fino a Tiziano, che porterà ai vertici più alti il cammino intrapreso. E il grandioso telero con la Fuga in Egitto (sul quale era stata inizialmente tracciata una Natività rivelata da uno studio a raggi X), ne è una prova stupefacente. Se infatti la composizione è ancora ispirata agli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, rivoluzionario è il modo di rendere la natura, il vero focus della narrazione, con gli animali palpitanti di vita, l'asinello condotto da un giovane, i pastorelli, le limpide acque a cui ristorarsi e quegli alberi diventati importanti come personaggi, mentre lo sfondo si perde in lontananza, digradando in piani successivi. Un paesaggio così fascinoso che viene voglia di passeggiarvi dentro.
FONTE: Francesca Montorfano (corriere.it)

domenica 29 luglio 2012

Joana Vasconcelos, un cuore pop nelle stanze della regina



A Versailles l'artista portoghese gioca coi materiali e con i fantasmi femminili che popolano la reggia

La lunga fila d’attesa e le spinte degli innumerevoli visitatori, i continui flash delle macchine fotografiche e persino la vaga sensazione di trovarsi dentro una di quelle immagini di Thomas Struth che raccontano la mercificazione contemporanea della cultura: si può sopportare tutto, se il premio è una visione pop e sovversiva del più emblematico dei castelli francesi. Joana Vasconcelos e Versailles è in effetti un incontro che mantiene tutte le promesse: da una parte l’artista portoghese salita alla ribalta internazionale con un’opera esposta alla Biennale di Venezia del 2005 e intitolata The Bride , un immenso lampadario stile Settecento realizzato interamente con candidi assorbenti. Dall’altro uno straordinario scrigno di arte e storia, teatro di fatti e intrighi talmente narrati da cinema, letteratura e pittura da essere diventato un’icona al pari di una Campbell Soup.

Non c’è dubbio, infatti, che lo sguardo di Vasconcelos sia rivolto proprio ai maestri della pop art statunitense, a Andy Warhol naturalmente, anche se è soprattutto a Oldenburg che si pensa quando a puntellare il Salone della Pace e quello della Guerra, appaiono due cuori enormi e sospesi, uno rosso e l’altro nero, ricamati con raffinatezza come se al posto della plastica trasparente ci fosse della seta. Un’indole pop capace ancora una volta di utilizzare i più comuni tra gli oggetti di ogni giorno, per renderli improvvisamente protagonisti assoluti, illuminati dalla luce della ribalta. Ma l’artista portoghese non è soltanto questo: la sua ricerca vuole anche mettere in questione le nozioni di identità, nazionale, religiosa o sessuale poco importa, e non c’è dubbio che i saloni rococò di Versailles non potrebbero essere un palcoscenico più appropriato.

Un approccio critico, dove però l’ideologia è lontana e resta soprattutto la consapevolezza di poter giocare con tutti gli stereotipi, a cominciare da quelli che riguardano la femminilità. E nell’interpretazione di Vasconcelos le stanze di Versailles sono abitate proprio da fantasmi femminili e dalle loro possibili e impossibili versioni attuali. Maria Antonietta innanzitutto, ma anche le dame del Trianon, le tante madri, amanti, mogli. Sono le differenti modalità dell’essere donne vicine al potere, potere esse stesse, ad interessare Vasconcelos: «Quando passeggio per le stanze del Palazzo e per il giardino, sento l’energia di un posto sospeso tra la realtà e i sogni, la quotidianità e la magia, l’allegro e il tragico. Posso ancora sentire l’eco del passi di Maria Antonietta, la musica e l’ambiente gioioso delle camere imponenti». Ecco così apparire due gigantesche scarpe dal tacco altissimo e se il titolo, Marilyn , non lascia spazio al dubbio e ci porta al cuore della più sfrenata sensualità, bisogna guardare al materiale utilizzato, pentole e splendenti coperchi inox, per riconoscere la cifra stilistica di Vasconcelos. Patinata seduzione e lavoro domestico convivono dunque, come altrove cultura alta e bassa, maschile e femminile, forme basiche e estrema raffinatezza. E in questo senso non potrebbe essere più illuminante l’elicottero a grandezza naturale coperto di cristalli e piume di struzzo rosa, con l’abitacolo arredato con la leziosità di un boudoir.

Ma da prima artista donna invitata ad esporre nello Chateau, Vasconcelos ha voluto giocare fino in fondo, pensando, forse, anche ai tanti maestri artigiani che hanno decorato con i materiali più preziosi le stanze da letto e quelle adibite alla socialità, in un continuum che sembra escludere ogni possibile senso del pudore. Ecco che nell’imponente salone delle Battaglie, dove scorrono uno dopo l’altro i grandi quadri che celebrano la storia militare francese, Joana Vasconcelos sceglie di sospendere quattro immense Valchirie , divinità nordiche, realizzate con un’esplosione sorprendente di materiali e colori differenti, stoffe, feltro, ricami, uncinetto lavorato a mano, tanto che le creature amate da Wagner non conservano nulla di luttuoso, ma appaiono piuttosto come una gioiosa rivendicazione. Così come Maria Antonietta, che viene assolta, anzi interpretata, in linea con la riabilitazione più recente, come il primo momento di emancipazione femminile. Straordinario il lavoro esposto proprio nella sua camera dai motivi floreali: un uovo di legno con intarsi in ebano che lascia uscire da se delle lunghe parrucche bionde e non si potrebbe davvero immaginare un sovvertimento più radicale e divertito dell’idea di decorazione.

JOANA VASCONCELOS
PARIGI, CASTELLO DI VERSAILLES
FINO A 30 SETTEMBRE

FONTE: Elena Del Drago (lastampa.it)

sabato 9 giugno 2012

Grafica italiana, lo stile della modernità



Il nostro "paesaggio dei segni" in mostra per la prima volta al Museo del Design di Milano

La grafica fa parte di quelle cose che tutti guardano senza davvero vederle. Eppure senza la grafica gran parte della comunicazione nel nostro mondo contemporaneo non esisterebbe: dai libri al computer, dalla pubblicità al packaging, dai quotidiani alle caramelle. I grafici, poi, sono considerati semplici appendici, strani operatori dell’immagine, che devono dare forma ai prodotti, oltre che ai sogni e alle ambizioni di scrittori, filosofi, editori, imprenditori, politici, e perfino contestatori. Tutti hanno bisogno dei grafici, ma nessuno li reputa davvero importanti. Forse per questo si è dovuta attendere la quinta mostra del Museo del Design della Triennale di Milano (fino al 24 febbraio 2013) per vedere finalmente scorrere davanti ai nostri occhi un concentrato del «paesaggio dei segni», che vediamo ogni giorno percorrendo in automobile le strade delle nostre città, oppure sedendoci su una panchina di un parco con un giornale o un libro in mano.

Finalmente la grafica è entrata nel tempio del design e l’ha fatto in modo discreto eppure eclatante. Il gran mascherone rosso di Leonetto Cappiello, che pubblicizza Oxo, brodo liofilizzato della Liebig, ci accoglie sulla soglia di «Grafica italiana»: un demone sorridente, beffardo e sarcastico che il caricaturista e cartellonista, nato a Livorno, dipinse a Parigi, quasi al termine dell’Art Nouveau. E accanto, dentro le bacheche dell’allestimento di Fabio Novembre, i libri futuristi, come a sancire, fin dall’inizio, che la grafica italiana possiede origini miste, spurie, e che il discorso intorno a quest’arte quasi invisibile va fatto con duttilità e immaginazione.

Esiste uno stile italiano, qualcosa di specifico del nostro contesto visivo? Oppure no, il design grafico è invece un prodotto internazionale o sovrannazionale? I curatori della moelegante e colta, la democrazia espressiva non contrasta con l’eccellenza. Un nome per tutti: Olivetti. La vetrina e le bacheche che radunano i manufatti grafici e visivi della azienda di Ivrea sono straordinari: semplicità e intelligenza, un mix che lascia a bocca aperta ancora oggi.

I nomi di questi maestri educati a un eclettismo visivo tutto italiano – razionale e inventivo, provocatorio e classico, moderato ed estremista – sono: Albe Steiner, il più politico; Bruno Munari, il più infantile; Max Huber, il più svizzero; Bob Norda, il più razionale; A. G. Fronzoni, il più estremista; Pino Tovaglia, il più fotografico; Enzo Mari, il più designer; Massimo Vignelli, il più diagonale; Franco Grignani, il più optical; e poi ancora: Anita Klinz, Mimmo Castellano, Giuseppe Trevisani, Piergiorgio Maoloni, per non dimenticare il grandissimo Michele Provinciali o l’italo-inglese Germano Facetti. E la lista continua con Giovanni Anceschi, Italo Lupi, Pierluigi Cerri, fino a Guido Scarabottolo e agli altri grafici giovani.

La grande lezione della grafica italiana, che metta mano a un libro come a una scatola di spaghetti, al marchio di un supermercato come a una sigla televisiva, è quella della lettura: leggere e far leggere. L’immagine è sempre leggibile, sia essa un disegno o una lettera. La grafica è il medium attraverso cui si raggiunge il pubblico, i potenziali acquirenti, che non sono mai immaginati più in «basso» di chi progetta e produce. Una volta Calvino, parlando dei suoi lettori, ha scritto che lo scrittore deve supporre un pubblico che ne sa più di lui, più colto e intelligente dello scrittore stesso. Così ci hanno immaginato i grafici italiani per i due lunghi decenni della modernità italiana, prima che l’utopia della comunicazione s’infilasse nel tunnel del consumo e del marketing pubblicitario, che si figura invece un lettore (o un acquirente) più ignorante, incolto e stupido di chi produce e distribuisce. Un’ora sola dentro la «Grafica italiana» alla Triennale vale a rifarsi gli occhi e serve ad aprire la mente, per capire che si tratta di un percorso interrotto che attende ancora di essere ripreso. La grafica ha ancora molte cose da dire, e da fare, per rendere più intelligente e sensibile la nostra vita quotidiana.

FONTE: Marco Belpoliti (lastampa.it)

lunedì 16 aprile 2012

Diabolik compie 50 anni, a Napoli una mostra per celebrarlo


CINQUANT’ANNI VISSUTI DIABOLIKAMENTE è la mostra celebrativa per il primo mezzo secolo di vita del Re del Terrore, al PAN | Palazzo delle Arti Napoli dal 6 aprile al 2 maggio 2012.


Oggi ci troviamo a festeggiare i cinquant’anni di Diabolik, nato nel 1962 dalla fantasia di due signore della buona borghesia milanese,Angela e Luciana Giussani. E lo facciamo con una mostra degna dell’inossidabile successo del Re del Terrore, ormai entrato nell’immaginario collettivo degli italiani, anche di quelli che non ne hanno mai letto un fumetto.

La mostra, che ha inaugurato il suo viaggio in Italia a Milano lo scorso marzo, vuole raccontare mezzo secolo di vita del Re del Terrore, dagli esordi a oggi, e per farlo si sviluppa in una serie di teche contenenti cimeli e diabolike memorabilia, arricchite da monitor con filmati d’epoca, carrellate di immagini, foto e disegni. 


Sono anche a disposizione del pubblico dei totem interattivi (touch screen) su cui è possibile sfogliare i fumetti e compiere ricerche a tema sui contenuti degli oltre settecento episodi di Diabolik pubblicati sino a oggi.

Inoltre su un grande schermo LCD si può vedere il documentario Le sorelle Diabolike dedicato alla vita e all’opera di Angela e Luciana Giussani.
 
Dopo Milano, la mostra è ospitata al PAN | Palazzo delle Arti Napolidal 6 aprile al 6 maggio in occasione della XIV edizione di Napoli COMICON, per poi proseguire il suo viaggio nelle più importanti manifestazioni dedicate ai fumetti… e non solo.

 
Eccezionalmente e solo in occasione della tappa napoletana, alla mostra è abbinata un’esposizione dal titolo: DIABOLIK AL MURO che propone una panoramica dei manifesti, delle locandine, dei poster, delle stampe artistiche (e altro ancora) dedicate a Diabolik ed Eva Kant, realizzati per i più diversi scopi nell’arco dei cinquant’anni di storia dei personaggi.

Da non perdere la serata speciale al Duel:Beat in tema Diabolik sabato 7 aprile!


La mostra, a cura di Astorina e Napoli COMICON, è a ingresso gratuito e rispetterà i seguenti orari:
da lunedì a sabato ore 9.30-19.30
domenica e festivi ore 9.30-14.30
chiuso il martedì
PAN | Palazzo delle Arti Napoli, via dei Mille 60 - 80121 Napoli

Per INFO: Tel:             +39 0814238127      
Antonio Iannotta
antonio@comicon.it
www.comicon.it

FONTE: comicon.it