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mercoledì 25 settembre 2013

Tarquinia, scoperta tomba inviolata

Eccezionale scoperta archeologica a Tarquinia: una tomba rimasta inviolata per 2.700 anni

All'interno lo scheletro del principe etrusco morto 2.700 anni fa e, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli

Non ci hanno creduto (ma era solo scaramanzia) sino a quando, in una nuvola di polvere millenaria, la grande pietra che da 2.700 anni sigillava il sepolcro è stata rimossa. Solo allora gli archeologi dell’Università di Torino e della Sovrintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria meridionale hanno avuto la conferma: quell’ipogeo del VII secolo avanti Cristo era inviolato. All’interno ancora lo scheletro del principe etrusco adagiato sulla tomba di pietra e accanto armi, vasellami, persino un aryballos, un unguentario, ancora affisso alla parete. E, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli di quel nobile scomparso chissà come e chissà quando all’epoca di Tarquinio Prisco. La tomba inviolata, rinvenuta nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia, è una scoperta eccezionale.

INTATTA - «L’ultima tomba non violata è stata trovata più di trent’anni fa ma era crollata - spiega Alessandro Mandolesi, professore di Etruscologia e antichità italiche all’università di Torino -. Questa è assolutamente intatta e potrebbe riservare altre sorprese». Insieme ai vasi finemente decorati, gli archeologi hanno già individuato una lancia e un giavellotto. Le pareti sono affrescate, semplicemente, ma con un gusto insolito per l’epoca. I lavori di scavo, che sono stati finanziati da imprenditori privati, proseguiranno per diverso tempo perché il Tumulo del Principe potrebbe riservare altre grandi sorprese. Ne è convinto Lorenzo Benini, patron di Kostelia Group, e anch’esso un archeologo che trascorre parte delle sue vacanze insieme alla moglie a cercare tesori delle civiltà sepolte.
VIVI E MORTI - L’équipe del professor Mandolesi da anni lavora al sito della Doganaccia. La tomba del principe è l’ultima scoperta, la più eccezionale, di una vera e propria agorà che univa il mondo dei vivi a quello dei morti: quella del Tumulo della Regina, un grande spazio ancora da esplorare dell'enorme necropoli di Tarquinia, paesaggio incantato tra mare e colline, vento di maestrale che non manca mai. Un paio di anni fa gli studiosi hanno rinvenuto frammenti della Sfinge, una statua di due metri collocata sul punto più alto del tumulo, ultimo guardiano per i vivi e per i morti. E in un’altra tomba è affiorato un piccolo cortile (appena sei metri per quattro) scavato per tre metri nel calcare con le tre camere sepolcrali che si aprono sui tre lati chiusi e con le pareti affrescate grazie a una tecnica mai vista prima in Etruria e in tutta Italia.
DEMARATO - La cosa più sorprendente e unica è che pare non rappresentino scene di oltretomba, ma momenti di vita quotidiana. Insomma, gli affreschi dovevano forse servire per ragioni diverse, legate alla funzione di quel cortile, una piccola agorà, abbiamo detto, e dunque un luogo di collegamento tra vivi e morti. Gli studiosi ipotizzano che nell'area furono deposti sovrani e principi etruschi. Si hanno testimonianze leggendarie di una sepoltura di un certo Demarato di Corinto, ricco mercante greco. Si trasferì a Tarquinia intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo, Demarato, e sposò una nobildonna locale, la più bella della città. Nacque un figlio, lo chiamarono Tarquinio Prisco e divenne il primo sovrano di origine etrusca di Roma.
FONTE: corriere.it

mercoledì 21 agosto 2013

Frammento risalente a 2700 anni fa scoperto a Gerusalemme


Parte di una ciotola di ceramica contenente un'antica iscrizione ebraica

Un frammento di ceramica risalente a 2700 anni fa - e contenente un’antica iscrizione ebraica -  è stato scoperto dagli archeologi delle Antichità israeliane appena fuori Gerusalemme, nei pressi del villaggio di Silwan, sul sito della Città di Davide. 

Il frammento farebbe parte di una ciotola di ceramica tra l'ottavo e il settimo secolo prima di Cristo. L'iscrizione conterrebbe il nome di una figura biblica che potrebbe essere “Zaccaria figlio di Benaiah". 

L'oggetto trovato insieme ad altri piccoli manufatti dello stesso periodo, è stato scoperto dagli archeologi Joe Uziel e Nahshon Zanton durante lo scavo dei resti associati alla distruzione del Primo Tempio a Gerusalemme, avvenuta nel 578 d.c. Per mano del re babilonese Nabucodonosor. 

FONTE: arte.it

mercoledì 3 ottobre 2012

Ecco la "Sistina del Foro Romano". Porte aperte a Santa Maria Antiqua



Fino al 4 novembre la Soprintendenza ai beni archeologici di Roma apre il cantiere di restauro della chiesa capolavoro assoluto di arte bizantina. Con visite guidate speciali vengono anticipati al pubblico i risultati dei lavori che hanno riportato all'antico splendore 250 metri quadrati di pitture


"Più di qualunque altra vestigia, la chiesa racconta il passaggio dalla Roma imperiale all'epoca cristiana e il dialogo con Bisanzio. Un'evoluzione che porta dritto fino a Giotto". E' questa l'importanza di Santa Maria Antiqua al Foro romano, come racconta la Soprintendente ai beni archeologici di Roma Mariarosaria Barbera. Un capolavoro assoluto con i suoi 250 metri quadrati di affreschi databili dal VI all'VIII secolo a inanellare storie di Santi e della Bibbia - che fanno del monumento la Cappella Sistina del Medioevo - che riapre al pubblico dopo otto anni di restauro con speciali visite guidate al cantiere. 

Fino al 4 novembre, su prenotazione, sarà possibile accedere al monumento per gruppi di massimo 25 persone ciascuno. Ogni giorno, dal lunedì al venerdì (9:30-14), sono previsti dieci gruppi che possono rimanere all'interno della chiesa per 45 minuti. Un'apertura straordinaria di due mesi al cantiere di restauro, fortemente voluta dalla Soprintendenza ai beni archeologici, che permette di ammirare i meravigliosi cicli pittorici prima dell'ufficiale inaugurazione prevista alla fine del 2013. "Le storie dei santi e della Bibbia nella cappella di Teodato, nelle navate, sulle colonne e nell'abside della chiesa, dove si sovrappongono ben tre diversi affreschi - sottolinea la Barbera - permettono di cogliere i mutamenti dell'arte bizantina, che, nei secoli, si differenzia per gli atteggiamenti, le linee di contorno, l'umanità delle figure e il movimento". 

Le pitture di Santa Maria Antiqua, infatti, vanno interpretate come testimonianze uniche, a Roma e nel mondo, per la conoscenza dello sviluppo dell'arte altomedievale e bizantina. Infatti, quasi la totalità del patrimonio pittorico coevo, esistente nell'Impero Bizantino, andò distrutto durante l'Iconoclastia dell'VIII secolo. Ma è anche un gioiello dalla salute precaria per le difficoltose condizioni conservative, che ha sofferto per le infiltrazioni d'acqua e l'alta umidità, dettate anche dalla singolare storia che l'ha vista protagonista. 

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)

sabato 14 aprile 2012

L'Appia Antica a piedi Grand tour tra mito e scoperte



Roma, la Regina Viarum svela i suoi tesori tra restauri e recenti scoperte con trekking archeologici guidati. Dalla Villa dei Quintili, che ha stregato anche Woody Allen, a Capo di Bove dove si possono ammirare i reperti riportati alla luce sotto gli antichi basoli


Seguire le orme della storia, dove le testimonianze sembrano affondare le radici nel mito, e incantarsi al cospetto della grandiosità antica immersa nella campagna romana, come facevano gli illustri protagonisti del Grand Tour settecentesco, da Goethe a Piranesi. E' questa l'esperienza che riserva l'Appia Antica che svela il suo patrimonio di ville, cisterne, monumenti, torri, sepolcri, santuari, castelli e tumuli leggendari attraverso la bella rassegna "Appiappiedi" promossa dalla Soprintendenza speciale ai beni archeologici di Roma e organizzata dalla società PierreciCodess. 

Ogni domenica, a partire dal 15 aprile, nei mesi di aprile e maggio, per poi riprendere a settembre e ottobre, viene proposto un trekking archeologico guidato di circa due ore e mezza, che dalla Villa dei Quintili arriva alla Villa di Capo di Bove, risalendo per circa due miglia la Regina Viarum, attraversando passaggi inediti e visitando aree di scavo, costeggiando i vari monumenti, epigrafi, statue acefale un tempo recanti volti di matrone e nobili dell'epoca, edifici sepolcrali a tempietto, lapidi del II sec d. C. decorate con festoni, e tanto altro nell'incantevole scenario di questa strada, museo a cielo aperto che aspetta ancora una legge speciale che la consacri definitivamente Parco archeologico. 

"Con questa iniziativa il visitatore può cogliere finalmente il senso complessivo dell'Appia nei secoli, col suo 
sistema di ville e monumenti funerari che si scoprono strada facendo sotto la guida dell'archeologo", sottolinea la direttrice Rita Paris. Dal suo debutto storico, come crocevia di popoli e di genti dal 312 a. C., quando fu realizzata per unire Roma alla Campania e poi a Brindisi, via della Grecia e dell'Oriente. Passando per il medioevo, quando col declino dell'Impero, divenne patrimonio di San Pietro. Fino a cogliere i fatti più recenti, l'assetto che ha ricevuto alla metà dell'800 coi restauri del Canina, e le ville dei privati scelte come residenza di lusso negli anni '50 e '60 del Novecento. Novità dell'edizione, insieme alla passeggiata si può gustare un brunch prodotti e ricette tipiche della campagna romana a Villa di Capo di Bove, una delle ultime acquisizioni della soprintendenza, dove è stato riportato alla luce l'impianto termale di un'antica abitazione romana. 

Prima tappa, la Villa dei fratelli consoli Quintili, passati tragicamente alla storia per essere stati vittime dell'avidità dell'imperatore Commodo che li fece trucidare per impossessarsi della loro meraviglia residenziale. Talmente bella, con le nuove aree venute alla luce dopo le indagini archeologiche, da essere stata scelta da Woody Allen come set per alcuni scene del suo imminente film romano. Dal ninfeo fortificato si esce eccezionalmente in questa occasione al V miglio, all'altezza della celebre curvatura del rettifilo che accarezza i mitici Tumuli degli Orazi e Curiazi, che in questi giorni è diventato oggetto di studio e di indagini da parte dell'università olandese di Nijmegen, la prima istituzione straniera ad aver avuto in concessione uno scavo che riserverà nuove scoperte. 

Ecco, subito dopo, la misteriosa torre a piramide: si dice sia la tomba dei fratelli Quintili ma sicuramente è un altro degli esempi che illustra lo stile e l'arte egittizzante di gran voga a Roma nel I sec. a. C. E si possono già scorgere i casali della tenuta di S. Maria Nova, al centro di un vasto intervento di restauro e scavo, che nella primavera 2013 l'aprirà al pubblico come nuovo grande centro di accoglienza dell'Appia. Seguendo la strada verso Roma, si incontrano i "monumentini" funerari e si arriva fino al Mausoleo di Cecilia Metella e al Castrum Caetani, antica dogana del medio evo. E' l'occasione per scoprire anche tante notizie sulla geologia dell'Appia, come la straordinaria colata vulcanica di Capo di Bove di 260 mila anni fa che ha prodotto una lingua di lava che termina a Cecilia Metella. 

Epilogo, Capo di Bove, sede dell'Archivio Cederna, dove saranno esposti anche reperti frutto di una recente scoperta durante i lavori di restauro del tratto di strada al IV Miglio. "Smontando i basoli abbiamo ritrovato interrati una serie di frammenti lapidei di epoca augustea appartenenti ai monumenti funerari della strada  -  racconta la direttrice Rita Paris - Le parti decorative si sono perfettamente conservate. Sono riemersi anche epigrafi, fra cui una che rimanda alla Gens Statilia, la stessa legata alla storia della basilica sotterranea di Porta Maggiore. Pensiamo che siano stati inseriti durante i lavori di pavimentazione del Canina. Ora stiamo studiando una loro ricomposizione e interpretazione". 

Notizie utili - "Appiaappiedi", dal 15 aprile 2012, ogni domenica aprile e maggio, settembre e ottobre. Appuntamento, Villa dei Quintili, via Appia Nuova 1062, Roma. Ore 10.30. Ingresso: €6 per biglietto integrato musei Appia, + €8 per tour guidato (+ €8 facoltativo per brunch). Per informazioni: tel. 0639967700; www.pierreci.it 2

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it) 

giovedì 18 agosto 2011

lunedì 7 giugno 2010

Pompei sempre più ricca e Polibio diventa un ologramma


Dal primo giugno visita alla grande domus sulla via dell'Abbondanza, guidati nei vari ambienti dal padrone di casa ricreato dalla realtà virtuale. E dalla giovane madre che grida per una inutile fuga. Gli ultimi momenti di una famiglia prima dell'eruzione. Visita a lavori in corso alla domus-panificio dei Casti Amanti fra passerelle sospese e pannelli trasparenti. Con un forno che usava la stessa tecnica moderna di cottura della pizza.


Da oggi due nuove "tessere" si sono aggiunte alla visita di Pompei. La prima è la grande domus di Giulio Polibio, Regione IX, a metà circa di via dell'Abbondanza, l'asse viario più celebre della città sepolta, sul lato sinistro salendo da porta Marina. La seconda è la visita del cantiere (che adesso si è preso la mania di chiamare sempre evento) della domus-panificio dei Casti Amanti, ancora su via dell'Abbondanza. Finora, per i tanti anni di abbandono, i Casti Amanti non apparivano nelle guidedi Pompei. Ora il cantiere è stato protetto da una copertura che ne assicura un intervento completo di tutela e conservazione e per la prima volta di valorizzazione. L'iniziativa, è promossa dal commissario delegato per l'emergenza nell'area archeologica di Napoli e Pompei, Marcello Fiori, e rientra appunto nella valorizzazione del sito archeologico. Apertura regolare tutti i giorni (tranne il primo lunedì del mese) con alcune regole (prenotazione obbligatoria e biglietto aggiuntivo di cinque euro per ciascuna visita e un biglietto integrato di dodici euro, gruppi di 25 persone, durata di circa un'ora, anche in inglese, francese, spagnolo, partenze dalle 10 alle 18). 

La visita didattica alla domus di Giulio Polibio viene definita la prima visita  "multisensoriale",  cioè col padrone di casa, un ricco liberto (sotto forma di ologramma ricostruito su base scientifica, utilizzando i corpi trovati nella domus), che con la voce che gli è stata attribuita accoglie e accompagna i visitatori negli ambienti più importanti fino alla sorpresa finale, particolarmente emozionante. Nell'ultima stanza, inutile rifugio degli abitanti, è stata infatti ritrovata una giovane donna incinta al nono mese. Anche lei apparirà sotto forma di ologramma. Una visita che fornisce tutte quelle informazioni di tipo divulgativo, curiosità, che finora sono mancate ai visitatori, sugli abitanti e la vita quotidiana, l'architettura, le decorazioni, gli arredi ricostruiti, le piante e gli uccelli del giardino. Soprattutto sugli ultimi momenti degli abitanti, con le parole, le invocazioni dei personaggi quel 24 ottobre del 79 dopo Cristo. Sarà importante la reazione dei visitatori a questa novità che qualcuno, scandalizzato per l'improvvida intrusione, aiutato da certe frasi ("Ave gens"), è subito pronto a definire più degna di "Disneyland".    

La visita ai Casti Amanti è a lavori in corso perché si possono vedere all'opera archeologi e restauratori.  Un sistema di passerelle sospese fanno scoprire dall'alto "perfettamente conservati, il forno della panetteria, le due stalle con scheletri di animali, un giardino fedelmente ricostruito, mosaici e affreschi" che danno il nome all'edificio. I lavori sono visibili anche da via dell'Abbondanza attraverso pannelli trasparenti. Tecnologie multimediali riproducono la funzione degli ambienti. Con la visita alla domus di Giulio Polibio si corona circa un secolo di scavi irregolari e contrastati. La domus venne infatti scoperta  ai primi nel Novecento con lo scavo di via dell'Abbondanza e la messa in luce  della facciata, ma i lavori ripresero solo nel 1966 e la liberazione dell'intero edificio fu completata nel 1978. La domus venne restaurata  fra il 1993 e il 1998. 

La prima origine risale alla fine del III secolo avanti Cristo. La forma è quasi rettangolare con una superficie di circa 900 metri quadri con due ingressi su via dell'Abbondanza. I settori padronale e di servizio sono nettamente distinguibili e su quello di servizio venne aggiunto  un piano superiore. Al centro un giardino a pianta quadrata  che al momento dell'eruzione era piantato a frutteto. Nel 79 forse la casa apparteneva  ad una famiglia di liberti di origine greca. Nelle vicinanze e all'ingresso sono stati trovati manifesti che invitavano a votare per "C. Iulius Polibyus", edile e candidato al duovirato. In uno degli armadi di legno  sotto il porticato del giardino il sigillo in bronzo del probabile padrone di casa "C. Iulius Philippus". 

Il cosiddetto vestibolo conserva parte della decorazione in "primo stile". Antonio d'Ambrosio ci ricorda che della minuscola cucina sono stati "recuperati e ricostruiti tutti gli elementi della copertura, comignolo incluso". Sul bancone sono state trovate  le pentole di uso quotidiano, un tripode in ferro e una graticola. Accanto alla cucina un grande dipinto  rappresenta un "larario" dove si veneravano le divinità domestiche. La stanza centrale conserva una "bella decorazione" a parete di "terzo stile" mentre nella stanza da pranzo, il grande triclinio, un dipinto raffigura  il mito di Dirce legata ad un toro ad opera di Anfione e Zeto per punirla  dei maltrattamenti alla madre. Qui sono stati trovati un "Apollo Lampadoforo" in bronzo, alto 128 cm, e un monumentale cratere a calice, sempre di bronzo, alto 63 cm, "finissimo oggetto di arredamento".

I visitatori sono accolti da Giulio Polibio nell'atrio con "impluvium", l'apertura centrale con la vasca che raccoglie l'acqua piovana (già gli operai al lavoro nell'atrio danneggiato dalle prime scosse sono in allarme) e "condotti" da lui nei vari ambienti fino all'ultimo nel quale si era rifugiato il maggior numero dei familiari. Qui si materializza l'ologramma della giovane donna che lancia quelle che saranno le ultime parole sotto la nube ardente e le ceneri del Vesuvio: "Correte, portate con voi tutto ciò che volete salvare! Asserragliamoci nell'ultima stanza, in fondo, dopo il peristilio!". Inutilmente.

Oltre alla voce narrante il visitatore è accompagnato da una installazione sonora denominata "Opera Regio IX" (progetto del prof. Claudio Rodolfo Salerno, presidente dell'Istituto per la diffusione delle scienze naturali, collaborazione di Paola Ricciardi e Luigi Stazio, con Fulvio Liuzzi, ingegnere del suono). Nell'atrio si odono suoni dalla strada, rumori dei lavori di ristrutturazione della domus al momento dell'eruzione (ritrovati calce, intonaco, chiodi e martelli). Nella piccola cucina sono stati riprodotti i suoni del vasellame, di un mortaio, del fuoco acceso, di una piccola macina. Di cereali e di acqua versata. Non sono sfuggiti la "cottura di una pietanza a base di cervo ed un echeggiare di suoni caratteristici a simboleggiare le spezie dell'Africa". 

Nell'"impluvium" "suoni e rumori che richiamano l'alternarsi di giochi di aria ed acqua". Nel giardino "risaltano tutti i suoni della natura". Uccelli notturni e diurni, il vento fra gli alberi. "Un richiamo esplicito alla tartaruga di cui è stato ritrovato il carapace". Vengono "tradotti in suoni gli odori ed i colori dei fiori e dei balsami" (contenuti negli armadi), con un richiamo a Plinio che mette in guardia nella Storia naturale: "Le piante che fioriscono in modo più vistoso sono quelle che appassiscono più in fretta". Ma il giardino era anche "un luogo di ritrovo, di amore e di giochi" e allora c'è una "donna che ride, una coppia che gioca a dadi, il tintinnio di un bracciale e lo spegnimento delle lucerne". Nell'ultima stanza dove sono stati trovati quattro corpi e un feto, l'ologramma evanescente della giovane, insieme all'audio dell'eruzione, al rumore degli scavi che raccolgono il regalo più grande che un cataclisma naturale ha fatto all'archeologia.

FONTE: Goffredo Silvestri (repubblica.it)