mercoledì 16 maggio 2012

Anonimi – Nameless, Mostra di Arrigo Musti


(Nella foto: l'opera singing in the blood rain 2010 - 2011)

La Camera dei Deputati ospiterà la mostra personale pittorica dell'artista Arrigo Musti, "ANONIMI - NAMELESS", presso il Complesso di Vicolo Valdina dal 17 al 23 maggio. All'inaugurazione, che si svolgerà mercoledì 16 maggio alle ore 17, con ingresso da Vicolo Valdina 3/a, sarà presente Nicolò Mannino, Presidente del Centro Studi Culturale del Parlamento della Legalità. Per l'occasione, verrà pubblicato il catalogo "ANONIMI - NAMELESS", con all'interno le opere in mostra e contributi, fra gli altri, di Giuseppe Tornatore, Fabio Carapezza Guttuso, Maurizio Calvesi e Marisa Vescovo, curatrice dell'introduzione. 
La mostra, ad ingresso libero da Piazza Campo Marzio 42, resterà aperta al pubblico dal 17 al 23 maggio, dalle 10 alle 18, con chiusura il sabato e la domenica.


La Biografia dell'artista

1969
Nasce a Palermo
1997
Avvocato e docente di diritto presso gli istituti superiori.2000
studia, da autodidatta, tecniche pittoriche ed anatomia umana. Lascia la professione di avvocato.
2007
La Città di Bagheria lo nomina in qualità di consulente alle arti,
Kalòs pubblica: "impop art". Con introduzione del regista Giuseppe Tornatore.
2008 
partecipa ad mostra collettiva di respiro internazionale presso l’Aja. La casa d’aste Christie’s offre all’asta i quadri di Arrigo. Il 22 giugno mr.Serge Brammertz, primo procuratore presso (ICC) il tribunale penale internazionale dell’Aja per la ex Jugoslavia,  acquista per conto delle Nazioni Unite le 2 tele di Arrigo per esporle permanentemente presso il Tribunale Internazionale,
Arrigo devolve l’intero ricavato a vantaggio della Croce Rossa del Regno Unito.
Dopo le Nazioni Unite inviano al tribunale speciale per la Sierra Leon  (SCSL Special Court of Sierra Leon) una terza tela.
Ad ottobre, altre due tele grandi dimensioni della serie “oil and blood rain” vengono poste all'asta da Hugh Edmeades, chairman di Christie's South kensignton, presso una galleria di Londra.2009
Alcune suo opere fanno parte di prestigiose collezioni private, tra le quali Carlo Bilotti Roma e  L. Gagosian, NY (donazione privata). Piero de Luca gira il film-corto "vite a metà" ispirato alle opere di Arrigo. (riceve premi nazionali)2008-2011
Le opere di Arrigo vengono esposte in mostre personali e collettive in Italia, Francia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti.2009
Arrigo, per il quale già avevano scritto: Gregorio Napoli, Evgaenjii Solonovic, Giuseppe Tornatore e storici dell'arte come Dora Favatella Lo Cascio, riceve la prestigiosissima presentazione di Maurizio Calvesi ed Augusta Monferini per il catalogo "Rain" (ed. Plumelia 2009 - Wright State University-core)
2010-2011
incontra spesso studenti di università italiane ed estere per conferenze tematiche sulle sue opere e sul manifesto "Impop art".2011
partecipa alla 54° Biennale di Venezia - Venezia Arsenale (Padiglione Italia - catalogo ed. Skira 2011, lo stato dell'arte "L'arte non è cosa nostra" a cura di Vittorio Sgarbi).
Finalista al concorso mondiale (23 nazioni partecipanti) bandito dall'Unesco, cattedra di bioetica (ARTEBIOETICA) 2011 (catalogo in inglese, distribuzione Unesco).
Arrigo lavora tra (Bagheria) Palermo e Roma.
Esposizioni permanenti:

Aja (Olanda), tribunale penale per i crimini di guerra ICC (UNITED NATIONS)
Freeetown  (Sierra  Leon) SCSL special court for Sierra Leon (UNITED NATIONS)
Chicago (Illinois) , municipio
Palermo, Percorso museale di Palazzo Comitini (Prov. Reg. Palermo)
Bagheria (Palermo), Museo Guttuso
Palermo, Consolato generale del Regno del Marocco
Palermo, Palazzo di giustizia, (aula adunanze B. Bruno)

Collezioni private:
Roma Carlo Bilotti 
Gagosian NY (donazione privata)

venerdì 4 maggio 2012

Morandi: incanti di oggetti senza tempo



Al Museo d’Arte l’omaggio al maestro bolognese

Nasce a Bologna nel 1890, scompare nel 1964, due date remote tanto da ingigantirne statura e messaggio ai giorni nostri, dopo che il trapasso di secolo ha registrato un’ecatombe di presunti «giganti». Un’avventura solitaria quella di Giorgio Morandi, animata da maestri ideali, Cézanne e Matisse, come dall’amore per gli antichi, Giotto e Caravaggio, nonchè dall’adesione a movimenti quali Futurismo, Metafisica e Novecento, e dal conforto di amici e critici come Vitali, Raimondi, Arcangeli, Longhi, Brandi. Un’arte, la sua, dai mille misteri e cento enigmi, non ultimo la capacità di accendere l’ interesse nei pur ripetuti omaggi che gli vengono tributati.

La rassegna nel Museo di Lugano, per le cure di Maria Cristina Bandera e Marco Franciolle, ne è esempio eloquente: allinea un centinaio di opere, dipinti a olio, disegni, acquerelli, incisioni, con positivo accento su esordi e Anni 50. Consueti i temi: nature morte con bottiglie, bicchieri, scatole, conchiglie, frutta; seguono i paesaggi, colline, alberi, case, viuzze, vedute di Grizzana, il paese del soggiorni estivi, poi i fiori, mazzolini di rose, peonie, margherite affogate nei bianchi, rosa, beige, prodigiosi memento mori alla pari del tradizionale teschio; infine una rarità: Autoritratto 1924, (dagli Uffizi) dove si raffigura con tavolozza e pennelli.

Fra i molti pregi questa rassegna vanta prestiti da collezioni private e Fondazioni italiane o svizzere, non sempre così generose, come la Spadolini, quella di Roberto Longhi (la Bandera ne dirige la Fondazione di Studi di Storia dell’Arte), la Panza di Biumo, la Magnani Rocca, le opere di proprietà di Mina Gregori, le raccolte dei Museo di Vevey, Lugano, Winterthur. Sicché l’omaggio presenta peculiarità in comune al pittore bolognese: finezza, meditazione, preparazione accurata. Girando fra le sale incuriosisce e stimola la capacità dell’artista di infondere a semplici oggetti magia ed eternità. Così come la coerenza rappresentativa sulla base di alcuni punti fissi: spazio accurato, ricerca fin ossessiva di varianti nella luce, atmosfera, volume. Un accompagnata da una visione che non si stanca di cercare la verità ultima d’ogni cosa.

A raccontare tutto ciò sono talune composizioni come Natura morta del ’20, (coll. privata) proposta in due fogli incompiuti, qui ravvicinati, l’uno ad acquerello, l’altro a matita: una caffettiera, due tre vasi sopra il tavolino, qualche linea in una sinfonia cromatica di bianchi, beige, marroni, e grigio-azzurro, un tocco di rosso; nell’altro solo rari tratti a matita. Superbe le nature morte Anni 50, da quella di Winterthur al dipinto del Museo Morandi di Bologna, seguito da Vaso di Fiori del Mart di Rovereto. È tutto un crescendo di variazioni, illuminazioni, meditazioni, con l’inedita presenza di ombre inquietanti, fino all’ultima composizione, poche forme sfatte di bottiglie, candide su fondo beige-grigio, ridotte a puri fantasmi, dove le linee fluide spaziali trapassano e trasfigurano gli oggetti. Del suo incanto si sono accorti alcuni artisti contemporanei, come tra gli altri i fotografi tedeschi Becher, Tony Cragg, Franco Vimercati, Lawrence Carrol, Craige Horsfield, Stuart Arends, Rachel Whiteread, tutti puntigliosamente illustrati nel poderoso catalogo (ed. Silvana).

GIORGIO MORANDI
LUGANO MUSEO D’ARTE
FINO ALL’1° LUGLIO CHIUSO IL LUNEDÌ, TRANNE 28 MAGGIO

giovedì 26 aprile 2012

Mattioli, il mistero negli oggetti


A Palazzo d'Accursio le sue tele dialogano con Morandi


Diceva Morandi che non c’è niente di più misterioso del visibile. L’affermazione può stupire perché, di solito, abbiamo un’idea banale del mistero. Lo colleghiamo a cose sconosciute e strane, a fenomeni scientificamente inspiegabili, magari (se abbiamo qualche bambino per casa) alle magie di Harry Potter. Non ci viene in mente che un bicchiere racchiuda un enigma, al massimo stiamo attenti che non si rompa. Invece Morandi, che ha dipinto nature morte tutta la vita, sapeva che le cose più semplici - un vetro, una bottiglia, un vaso - sono misteriose, anzi sono le più misteriose di tutte.


Mattioli (Modena 1911- Parma 1994) la pensava allo stesso modo. Lo dimostra l’antologica «Nature morte. Carlo Mattioli al Museo Morandi», curata da Simona Tosini Pizzetti, che attraverso una cinquantina di opere analizza appunto il colloquio del pittore modenese col maestro di via Fondazza: un colloquio intessuto di citazioni, omaggi, scontri e, soprattutto, della consapevolezza che ci sono più enigmi su un tavolo da cucina che in un tavolino per sedute spiritiche.



Le nature morte che Mattioli dipinge sono, ovviamente, diverse da quelle morandiane. Partecipi di una sensibilità informale (che non era estranea neanche all’ultimo Morandi, anche se ruppe l’amicizia col critico che osò scriverlo), le sue opere sono grumi di materia, ditate di colore, apparizioni spettrali che dell’oggetto hanno conservato solo l’estensione e il peso. Mattioli non dipinge brocche e bottiglie ma, verrebbe da dire, quello che ne è rimasto dopo una colata di lava, come se una nuova eruzione di Pompei avesse lasciato solo cenere, calchi, masse di argilla rappresa.



È appunto qui che Mattioli raccoglie non la lezione di Morandi (che era un’altra e non si poteva ripetere, a meno di diventare suoi epigoni), ma quel senso di mistero che l’artista bolognese insinuava nelle sue composizioni. Perché cosa sono le nature morte dipinte da Mattioli, se non oggetti irriconoscibili, anzi inconoscibili? Tu pensi, guardandoli, che siano vasi o libri o frutti su un tavolo, ma in realtà stai tirando a indovinare perché nessuna di quelle pennellate dense e malconce ti autorizza a identificarli. Degli oggetti, nei quadri di Mattioli, sono rimasti la materia e l’ombra, che danno l’idea di un mondo disadorno e, in tutti i sensi, con poca luce.



Da tutte le sue nature morte, insomma, sembra nascere una domanda: perché la vita deve essere così pesante, faticosa, grama? Cosa abbiamo fatto di male? Cos’è questa mano di calce che ricopre tutte le cose e da cui emerge solo qualche improvviso bagliore? Mattioli racconta appunto la sua “irritabilità metafisica”, come nota Vallora in catalogo. Anzi la fa raccontare a Morandi, di cui ci lascia un ritratto velenoso e indimenticabile, dove il pittore bolognese non ha quell’aria ascetica e ispirata che gli ha attribuito tanta critica agiografica, ma appare pensoso e insoddisfatto. Come chi si interroga e non trova risposte.


CARLO MATTIOLI AL MUSEO MORANDI
BOLOGNA, PALAZZO D'ACCURSIO
FINO AL 6 MAGGIO



FONTE: Elena Pontiggia (lastampa.it)

lunedì 23 aprile 2012

Luca Signorelli, tormenti e estasi del genio caro a Michelangelo



L'Umbria celebra il grande pittore cortonese, protagonista del Rinascimento. A Perugia la Galleria nazionale ricostruisce la carriera riunendo dopo 50 anni i suoi capolavori. L'itinerario ideale tocca Orvieto e Città di Castello


Si è nutrito della "calma spazialità" luminosa di Piero della Francesca, per maturare uno stile "impetuoso e tragico" nell'esaltazione delle figure che tanto piacerà a Michelangelo. E la tensione febbricitante dell'energia del corpo umano sarà, infatti, la cifra stilistica di Luca Signorelli (1445-1523), il cortonese "de ingegno et spirto pelegrino" come ebbe a definirlo Giovanni Santi, il padre di Raffaello, grande protagonista del Rinascimento umbro, che viene celebrato, dopo un'assenza di cinquant'anni, con una rassegna monografica dalla Galleria nazionale dell'Umbria dal 21 aprile al 26 agosto, che si articola in un ideale itinerario dei tesori nelle altre due tappe, Orvieto tra Duomo, Museo dell'Opera e chiesa dei Santi Apostoli, e Città di Castello con la Pinacoteca Comunale.

Un evento con oltre 100 opere, di cui 66 del pittore cortonese, dal ricco parterre di istituzioni sostenitricie l'organizzazione di Civita, curato da Fabio De Chirico, Vittoria Garibaldi, Tom Henry e Francesco Federico Mancini, che vanta la primizia di mettere insieme eccezionalmente un repertorio di capolavori, le "Madonne" di Boston, Oxford e Venezia, a confronto con l'affresco staccato di Città di Castello, coronate della suggestione della "Presentazione al Tempio" (ex Cook e già Morandotti) fresca di battuta all'asta da Sotheby's a New York e oggi concessa in prestito dal nuovo proprietario. Un trionfo di lavori giovanili che sviscerano tutta l'influenza della lezione pierfrancescana. Un liaison che viene esaltata dalla presenza, come prologo al percorso, dalla "Madonna di Senigallia", gioiello maturo del pittore di San Sepolcro arrivato dalla Galleria Nazionale delle Marche, in duetto mozzafiato col polittico di "Sant'Antonio da Padova", della Galleria Nazionale. 

E' la definizione che ne dà Giovanni Santi, padre di Raffaello, a cogliere l'intima essenza di questa artista: "Ne illumina bene il profilo tanto irrequieto e girovago, quanto intellettualmente vivace", commentano i curatori. caratteristica del Signorelli è la "straordinaria forza creativa, che partendo da premesse pierfrancescane subito dopo si concede, al pari di Perugino e Bartolomeo della Gatta, alle tensioni lineari del Verrocchio". Elemento che si coglie "soprattutto nella rappresentazione del nudo, che è pervasivamente presente in quasi tutta la sua produzione - avvertono i curatori - A volte carichi di energia come nella Flagellazione di Brera, a volte rilassati come nella Corte di Pan, i nudi di Signorelli costituiscono il leitmotiv del suo lungo percorso figurativo, attestando un forte interesse per l'anatomia del corpo umano insieme all'ammirazione per l'antico". 

Ed è proprio il percorso della sua produzione che cerca di riproporre la mostra. Dopo gli esordi pierfrancescani, ecco le opere che "toccano il problema, tuttora in discussione, dell'incontro a Firenze con Andrea del Verrocchio - avvertono i curatori - Una bellissima testa di San Girolamo, ascrivibile a quest'ultimo e proveniente dalla Galleria Palatina di Firenze, dà modo di comprendere il senso e la portata di quell'incontro". E il legame col Perugino emerge anche dal coinvolgimento di Signorelli nel cantiere della Cappella Sistina: "La critica è concorde nel riconoscere l'intervento di Signorelli nel riquadro raffigurante Il testamento e la morte di Mosè, presentato qui in mostra sia attraverso un'incisione ottocentesca di Ludovico Ferretti, sia attraverso un acquerello di Eliseo Fattorini concesso in prestito dal Victoria and Albert Museum di Londra", dicono i curatori. 

Dopo questa breve ma esaltante esperienza, eccolo alle prese con quello che sarà il punto di snodo del percorso, la cosiddetta Pala di Sant'Onofrio del Duomo di Perugia. Fino a quelli che sono gli "autentici vertici della pittura rinascimentale italiana", come sottolineano i curatori - la Sacra Famiglia Pallavicini Rospigliosi, il Tondo di Monaco, la Sacra Famiglia degli Uffizi, nota come Madonna Medici, la Sacra Famiglia della Galleria Palatina di Firenze, la Sacra Famiglia del Musée Jacquemart-Andrè di Parigi e il bel tondo della Fondazione Zamberletti di Fiesole. Il resto della monumentale vertigine dell'arte di Signorelli lo regalano il grandioso ciclo del Giudizio Universale nella Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto (1499-1504), culmine della pittura rinascimentale, con le famosissime immagini del Finimondo, dell'Inferno e del Paradiso, puntuale precedente della pittura di Michelangelo. 

Notizie utili - "Luca Signorelli. de Ingegno et spirto pelegrino", 21  aprile  -  26 agosto 2012
Galleria Nazionale dell'Umbria a Palazzo dei Priori Corso Vannucci, 19, Perugia. 
Orari: tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 19.00.
Ingresso:  intero € 10,00, ridotto €   8,00
Info:             199 757513      
Catalogo: Silvana Editore
Altre sedi: Orvieto e Città di Castello