lunedì 28 febbraio 2011

Deineka, la pittura come agonismo

Una grande mostra al Palaexpo riabilita il realista sovietico che amava la monumentalità e lo sport. Come Sironi fu condannato all’ostracismo

Finalmente una degna retrospettiva di quel curioso artista (e siamo consapevoli d’usare un aggettivo un po’ pavido) che è Alexader Deineka. Giustamente il curatore (e fautore) italiano Matteo Lafranconi, in un illuminante saggio lo preserva dalle secche d’una stolta profilassi ideologica (che lo umiliava come un deleterio vignettista del realismo socialista zdanoviano) e ricorda come Deineka sia stato beneficiato da una grazia tardiva, soltanto con la grande mostra assolutoria di Düsseldorf, nell'82. Ma certo la vera benedizione avvenne con l’inserimento delle sue grandi tele ossigenate, nella rivoluzionaria mostra di Jean Clair sui «Realismi», che lo catapultò negli occhi dei più perspicaci.

Alieno dalla grande pulizia puritana e iconofoba degli avanguardismi astratti russi, da Kandinskij a Malevic al costruttivista Tatlin, Deineka (e lo sappiamo d’irritare ancora i neo-puristi ciechi e caparbi) veicola un suo costruttivismo privato e stakanovista. Questo ha agli esordi un sapore inconfondibile di limatura di ferro, di sudori operai, di canottiere al vento e muscoli stirati. Il senso della grande, monumentale potenza pittorica comunque (magari nutrita alla lunga di Hodler, di Puvis de Chavannes, dell’austriaco Egger Lienz, così importante anche per il nostro Sironi) lo riscatta però completamente da ogni moralistica requisitoria contro-realistica, pur ingabbiandolo nelle spire d’una imperdonabile «colpa» retrivo-kitsch. Sappiamo ormai che esistono, per fortuna, molte modernità, ed è inutile lasciar giacere questi grandi «negletti» solo nei testi che demonizzano il linguaggio totalitario: sia stalinista, che nazista, che littorio. 

Ora se anche Sironi è stato mondato delle sue colpe ideologiche, è giusto tentarci con Deineka, con Vera Muchina, con altre vittime della purga modernista, visto inoltre che il Nostro è stato presto condannato dalla ortodossia stalinista, proprio come «il formalista» compositore Shostakovic. Ma se del confratello-opposto Sironi, il non meno monumentalista ed artigiano Deineka («io sono un uomo-orchestra» diceva di sé, e «suono tutti i possibili strumenti dell’arte») non condivide certo il pessimismo fangoso e lugubre del suo rovinismo Novecento, anzi è sempre arioso, ossigenato, e sporto sul trampolino ottimistico del trionfale futuro proletario, di Shostakovic, non può condividere quegli Scherzi acidi e macabri, che allarmarono il Potere. Più vicino, forse, all’entusiasmo macchinico d’un Prokofiev, è sempre la fede nel futuro dell’uomo sano, che lavora e che fa sport, a profilarsi agonisticamente all’orizzonte della sua pittura da Dudovich sovietico, appunto tacciata dai burocrati luckacsiani di cartellonismo occidentale. E che pantografa comunque il mondo del Presente, come rosolandolo entro un altoparlante cosmico e solare (del resto non è lui che dice di voler portare la «luce mattutina all’interno pure di quella littoria catacomba tecnologica, che è la metropolitana Majakovskaja di Mosca, alternando musivamente trattori contadini nel kolchoz ad atleti volteggianti tra colombe pasquali?).

Lo sport, innanzittutto: perché, lui lo ripete, anche la natura non ha senso, se sullo sfondo non si profila un podista sudato, o un vecchio treno umano che sbuffa, non già insensatamente dechirichiano, ma concreto. Che trasporta utili merci, pure le merci del ricordo, che lui vuol «rimettere a posto» (ricongiungendolo col padre operaio-ferroviere, tradito per farsi pittore). Una pittura magra di pigmento, imborotalcata, non come fa la diva baudleriana bistrata alla sua toilette, ma semmai il sano atleta michailkoviano, con le mani callose, che devono padroneggiare il volteggio. Ed anche la pittura di Deineka volteggia libera nell’aria (è il suo «en plein air» da aviatore, non però aero-futurista) e soprattutto padroneggia l’istante fatale del calcolato gesto sportivo: «l'angoscia del portiere prima del calcio di rigore», per dirla con il consonante romanziere Handke. O, dice Deineka, dello studente che deve rispondere all’esame.  
Si guardi l’aritmetica delle forze contrapposte dpun quadro bellico quale La difesa di Pietrogrado del '28: uno sguardo sovietico dal ponte. Oppure quei carrelli da minatore, in bilico grafico sull’abisso: ma non il c’è terrore dell’incognita ctonia, solo l’attesa dell’alba futuro, nel decoroso gesto eroico del dio- lavoratore. Che inserito in una sorta di marchingenio sociale, di collettivismo inespressivo, perde la sua identità, in una ripetitività seriale, che avrebbe potuto attrarre un Warhol. Lo slancio del portiere che si tuffa, allunga anche la «gamba» dell’orizzontalità esacerbata della tela, e le suole puntute delle scarpette assumono un ghigno grottesco, da anticipare un Philip Guston. Che mai abbia visto o «ceduto», nei suoi viaggi in Italia o in America, difficile dire, certo alcune sue opere in mostra potrebbero, sputate, essere di Pirandello o Gianquinto. Certo, quando il Soviet s’affloscia, anche lui diventa un vedutista spento, mondano, finto-Dufy o Vertès: la sua Roma, una floscia «vignetta» di Breveglieri.

ALEKSANDR DEINEKA
IL MAESTRO SOVIETICO DELLA MODERNITÀ
ROMA, PALAEXPO
FINO AL 1° MAGGIO

FONTE: Marco Vallora (lastampa.it) 

venerdì 18 febbraio 2011

Arte e giardini, la (nuova) reggia d’Italia


Il 26 febbraio l’inaugurazione. Poi, dal 17marzo, il via alle grandi mostre che Torino dedica ai 150 anni dell’Unità

Le cifre parlano chiaro e non soltanto quelle, in fondo ormai acquisite anche se eclatanti, degli 80mila metri quadrati di superficie, dei 35mila di facciate, degli 11 milioni di litri d’acqua della Peschiera Grande o delle 50mila nuove piante dei giardini della reggia sabauda: sono finora oltre centoquarantamila le prenotazioni per le mostre e gli eventi riuniti sotto la sigla «Esperienza Italia» che si divideranno, a partire dal 17 marzo, tra la Reggia di Venaria Reale, a pochi chilometri da Torino, e le Officine Grandi Riparazioni (le OGR) nel centro storico del capoluogo piemontese. Le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, che a Torino includeranno (tra l’altro) anche l’inaugurazione (il 19 marzo) del nuovo Museo dell’Automobile, fanno dunque già cassetta e giustificano le ambizioni del direttore di Venaria, Alberto Vanelli: «Prima eravamo solo la Versailles d’Italia; dopo queste mostre diventeremo come il Louvre».
L’inaugurazione del nuovo percorso museale della Reggia (prevista per sabato 26 febbraio a conclusione di una breve sosta forzata iniziata il 2 gennaio) appare così come la prova generale di «Esperienza Italia». Una preview contrassegnata dall’intrigante riallestimento firmato da Peter Greenaway (che metterà in scena la rappresentazione della vita di corte dei Savoia), il quale ha scelto però di non voler assolutamente perdere contatto con i decori di quegli ambienti (il Salone di Diana, la Cappella di Sant’Uberto, la Galleria Grande) che fanno della Reggia un gioiello del barocco europeo. Un «Teatro di architettura, storia e magnificenza», come viene definito il percorso, che accompagnerà il visitatore lungo due chilometri tra piano interrato (dedicato in particolare alla didattica e alle scuole) e piano nobile. E che dovrebbe confermare la consistenza del fenomeno Venaria: a cominciare dai 2.700.000 ingressi che in poco più di tre anni hanno collocato la Reggia (nata tra Sei e Settecento come residenza di piacere e di caccia dei Savoia, a lungo abbandonata dopo l’occupazione napoleonica, poi diventata dal 1998 fino all’apertura del 2007, il più grande cantiere di restauro d’Europa) tra i primi cinque siti culturali più visitati d’Italia.
Torino sembra davvero volersi riscoprire (forse per questo è stata da poco inaugurata la nuova variante verso Venaria che dovrebbe servire ad allentare la morsa del traffico). Puntando molto, appunto, sulla Reggia. A cominciare da La bella Italia. Arte e identità delle città capitali, la mostra allestita dal 17 marzo all’ 11 settembre nei (bellissimi) spazi della ritrovata Citroniera e nella Scuderia Grande (quella di Filippo Juvarra). Curata da Antonio Paolucci e allestita da Luca Ronconi e Margherita Palli (ci sarà anche un bellissimo tappeto d’erba con i differenti colori delle stagioni) proporrà una serie di spazi ciascuno dedicato ad una della capitali preunitarie (Torino, Firenze, Roma, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Parma, Modena, Napoli, Palermo). Oltre trecentocinquanta le opere (da Giotto a Beato Angelico, da Donatello a Botticelli, da Canova a Hayez, da Velazquez a Bernini) «per affermare il profilo di un’arte e di uno stile». Quello, appunto, italiano. Quello «dei grandi maestri dell’arte italiana dall’antichità all’Unità».
Ma sempre il 17 marzo, stavolta a Torino, nelle Officine affacciate su viale della Spina Centrale dove un tempo si costruivano locomotive e vagoni, andrà in scena un’epopea in tre atti sulla storia del Paese. Fare gli italiani (curata da Walter Barberis e Giovanni De Luna) parlerà della storia e del passato di uomini e donne secondo tredici isole tematiche (le città, le campagne, la scuola, la chiesa, le migrazioni, i consumi). Stazione Futuro (curata da Riccardo Luna direttore di «Wired Italia») sarà invece dedicata all’Italia degli anni a venire (cominciando dai nuovi percorsi tecnologici) mentre Il futuro nelle mani (curata da Enzo Biffi Gentili) sarà incentrata sull’artigianato con l’idea di diventare «un supermarket a ingresso libero per arts and crafts»).
Se alle ex-Officine OGR viene dunque affidato il compito di ricostruire il percorso industrial-artigianale-storico, alla Venaria (forse per la sua realtà di monumento patrimonio dell’Unesco) viene restituito il compito di raccontare la creatività post-unitaria (oltretutto tra i tanti spazi recuperati della Reggia c’è poi quel Centro di Conservazione e restauro dove è stato in cura anche il bellissimo mobile a corpo doppio, che sarà anch’esso nella mostra curata da Paolucci, del grandissimo ebanista Piffetti). Nei suoi spazi verdi (non molto distante dal giardino che ospita oggi le opere di Penone) ad aprile prenderà vita Potager Royal, l’evento-laboratorio che trasformerà diecimila ettari del verde della Reggia «in un’alternanza di orti e frutteti, di ortaggi e fiori, di giochi d’acqua e di gallerie verdi». Sarà il più grande Potager (inteso appunto come un insieme di orti e giardini) d’Italia che andrà a sostituire un’area un tempo destinata all’uso militare utilizzando «i principi dell’agroecologia per scopi ricreativi, estetici, educativi» (tra le tante speranze c’è anche quello di far arrivare l’ecologista First Lady Usa). A luglio sarà invece la volta della moda italiana: la mostra curata da Gabriella Pescucci e Franca Sozzani avrà come nucleo principale la collezione della sartoria Tirelli ma l’excursus spazierà dalla moda della regina Margherita agli ultimi novità dell’«Italian style» e del «Made in Italy».
A concludere «Esperienza Italia» sarà chiamato, ad ottobre, Leonardo da VinciIl genio, il mito prenderà come spunto il celebre autoritratto della Biblioteca Reale di Torino accostato «alle opere degli artisti che nei secoli si sono ispirati al suo genio». Ma il percorso di rinascita di Venaria è ancora più complesso e prevede, oltre ad una lunga serie di laboratori didattici, momenti più «popolari» come la partenza del Giro d’Italia. Per chi infine avesse dimenticato che Giovanni Vialardi era stato capocuoco dei re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele nonché autore nel 1854 di un Trattato di cucina. Pasticceria moderna. Credenza e relativa Confettureria che di fatto diede vita all’Unità (gastronomica) d’Italia, nella Galleria Grande della Reggia, ogni mese, sono previste cene regali firmate da chef illustri. Tutte ad un prezzo che quasi politico: «solo» 60 euro.
FONTE: corriere.it

lunedì 14 febbraio 2011

Messerschmidt, lo scultore che faceva le smorfie

Il Louvre rilancia la singolare figura del genio settecentesco e lo mette a confronto con le opere di Tony Cragg

Il 26 giugno 1781 Friedrich Nicolai, protagonista dell’illuminismo berlinese, va a trovare Franz Xaver Messerschmidt nel suo studio a Pressburg (l’attuale Bratislava). È solo grazie alla testimonianza diretta di questo letterato che possiamo conoscere qualcosa sulla eccentrica personalità dello scultore e sul significato da lui attribuito alle sue straordinarie teste «di carattere». Uomo di fervente immaginazione, di temperamento sanguigno e fiero della sua assoluta castità, l’artista credeva assolutamente alla presenza degli spiriti, e specialmente a quelli che ossessionavano la sua mente e il suo corpo. Il suo principale nemico, «lo spirito delle proporzioni», era geloso di lui perché stava per raggiungere la perfetta conoscenza delle proporzioni e per questo lo tormentava con forti dolori fisici. Per liberarsi dallo spirito aveva elaborato un sistema che potremmo definire di arte-terapia apotropaica. Si pizzicava parti del corpo facendosi male per produrre delle esagerate contrazioni espressive del volto, che osservava attentamente allo specchio per poi rappresentarle, con estrema precisione plastica, nelle sue teste.

Secondo lui tutti gli aspetti dello spirito delle proporzioni potevano essere trasmessi attraverso sessantaquattro «smorfie» differenti e oggettivati in altrettante teste. E, sempre secondo Nicolai, al momento dell’incontro era arrivato a realizzarne già sessanta, in piombo, in lega di piombo e stagno e in alabastro. Nel suo ben noto saggio del 1932 dedicato a Messerschmidt, lo storico dell’arte e psicoanalista Ernst Kris ipotizza che lo scultore fosse affetto da schizofrenia, e che le sue teste fossero il prodotto di questa malattia. Forse l’artista era disturbato mentalmente ma non veramente alienato dato che anche negli ultimi anni, quelli vissuti a Pressburg fino alla sua morte nel 1783, aveva continuato a realizzare ritratti su committenza e altre sculture, con grande perizia, in linea con la produzione con cui si era affermato in precedenza. 

Messerschmidt, che proviene da una famiglia di scultori bavaresi, a diciott’anni, nel 1754, inizia a frequentare l’accademia di Vienna dove subito si distingue per il suo notevole talento. Ben presto si afferma, in particolare con il busto e la statua dell’imperatrice Maria Teresa e con ritratti di principi e di intellettuali. Il suo stile barocco, dopo un viaggio a Roma nel 1765, si evolve verso un classicismo plasticamente più severo, caratterizzato sempre da una attenta precisione fisionomica. Nel 1769 è nominato professore aggiunto di scultura all'accademia, ma cinque anni dopo, alla morte del titolare, non gli viene affidata la cattedra, anche per causa della sua «instabilità mentale».

Lo choc è molto forte e destabilizzante, e proprio in questo periodo inizia a scolpire le sue prime teste. La mostra che si è aperta al Louvre è un’occasione eccezionale per conoscere come si deve Messerschmidt. In una grande sala azzurra sono riunite trenta opere dell’artista che documentano da un lato, con vari esempi, la produzione ufficiale e dall’altro soprattutto quella delle celebri teste con ben diciotto sculture sulle trentotto originali attualmente conosciute (quarantanove erano quelle catalogate nel 1793). Osservandole attentamente da tutti i lati, una per una, e confrontandole fra loro in una visione d’insieme, possiamo definire in sintesi alcuni aspetti peculiari di queste affascinanti e allucinanti maschere espressive. 

Anche se l’artista conosceva certamente il trattato di Le Brun su come disegnare le «passioni», e poi anche quello sulla fisionomica di Lavater (pubblicato però nel 1775), i suoi volti non sono un repertorio di espressioni e passioni del volto, come i superficiali titoli postumi (ancora in uso) lascerebbero supporre, ma qualcosa di più inquietante e enigmatico. A determinare l’importanza artistica di queste sculture non è solo la loro bizzarria fisiognomica, e la straordinaria qualità della modellazione plastica che prende corpo nel piombo, nello stagno e nell’alabastro, ma anche soprattutto l’originale impostazione delle teste. Un’impostazione rigorosamente frontale e con le due parti del volto sempre estremamente, anzi esageratamente simmetriche (anche nei particolari minuziosamente definiti) tanto da creare un effetto di stilizzazione che raffredda in modo straniante la vitalità della tensione espressiva. Si crea così una sorta di singolarissimo corto circuito estetico da cui deriva una enigmatica sospensione di senso. 

Come già era stato fatto al museo del Belvedere di Vienna nel 2008, anche il Louvre ha voluto proporre un dialogo (se non proprio un confronto) fra le sculture di Messerschmidt e quelle di un artista contemporaneo come Tony Cragg, che ha dislocato una decina di sue opere nella Cour Marly e nella Cour Puget, e ne ha anche installato una grande, rossa, con fluttuanti forme spiraloidi, all’entrata della piramide in alto. Alcune di queste sculture (nelle cui spire si intravedono in positivo e in negativo volti umani) si possono, volendo, mettere in relazione con quelle dell'artista tedesco per le valenze di ordine fisionomico. Ce n’è anche una che è un diretto omaggio a una delle teste di Messerschmidt, ma scoprirlo non è facilissimo.

FONTE: Francesco Poli (lastampa.it)

sabato 12 febbraio 2011

Vorticisti, l'altra astrazione a Venezia i discepoli di Pound


Nella Peggy Guggenheim Collection, una mostra riscopre il movimento di avanguardia, risposta anglosassone a Cubismo e Futurismo. Cento opere raccontano la breve stagione



Furono l'avanguardia d'oltremanica, la risposta inglese ai movimenti scalpitanti e rivoluzionari che si stavano definendo nel continente a cavallo dello scoppio della prima guerra mondiale. Furono i pionieri dell'astrazione alla corte della Regina, una variante iperdinamica del cubismo, ma anche un'alternativa ai principi del futurismo così all'astrazione esistenziale e spirituale del Cavaliere Azzurro. Erano i pittori del "vortice", cantori di quelle forme a vortice capaci di esprimere l'essenza dell'energia e del dinamismo, tra euforia macchnista e ricercatezza cromatica, sotto le lezioni scalpitanti di Francis Picabia, Vasilij Kandinskij e Umberto Boccioni. Come gruppo ebbero vita breve, una meteora cruciale tra 1914 e il 1918, ma furono capaci di imporre un proprio stile, tessendo importanti legami con l'avanguardia americana, seducendo figure clou come il collezionista visionario John Quinn. 


E il Vorticismo per la prima volta viene analizzato da una mostra, "I Vorticisti: artisti ribelli a Londra e New York,  1914  -  1918", che dal 29 gennaio al 15 maggio, va in scena alla Peggy Guggenheim Collection, frutto della collaborazione col Nasher Museum of Art della Duke University di Durham, e la Tate Britain di Londra sotto la cura di Mark Antliff e Vivien Greene. A documentare questa piccola grande avventura della storia dell'arte del primo Novecento concorrono un centinaio di opere tra quadri, sculture, lavori su carta, fotografie e stampe realizzate da personaggi che rivelano una sensibilità sorprendentemente  internazionali così come un background culturale eclettico. Militanti nel movimento del Verticismo sono personalità come Jacob Epstein, americano di origine ebraica, David Bomberg inglese anch'egli di origini ebraiche, che sviluppò la sua poetica astratta dopo una personale esperienza bellica che lo segnò profondamente, Henri Gaudier-Brzeska un espatriato francese e l'artista-letterato-poeta Percy Wyndham Lewis canadese di nascita che nel 1914 si autodefinì leader del nuovo gruppo e fondò la rivista radicale Blast, dalle cui pagine battezzò con il nome "vorticisti" il circolo di pittori, scultori e scrittori che aderivano al nuovo stile.

In mostra, ecco allora opere-icona del Vorticismo come "Martello pneumatico" del 1913-1915, rifacimento dell'assemblaggio originale, con l'aggiunta del "torso" in bronzo di Epstein, "Fanghi" del 1914 di Bomberg, "Testa ieratica" di Ezra Pound  del 1914 (copia autorizzata del 1973) di Gaudier-Brzeska e "La folla"  sempre del '14 di Wyndham Lewis. Il linguaggio che ne emerge è quello di un'astrazione basata su giochi di linee dall'andamento geometrico che si inanellano a comporre immagini "vorticose", che sembrano ricevere una spinta cromatica ad un dinamismo impetuoso e centrifugo. I ritmi delle forme si fanno obliqui e i colori sono dosati con istinti contrastanti. E certo, in tutta questa storia non può che emergere vistosa e prominente la figura del grande letterato ed espatriato americano Ezra Pound, suo maggior pensatore e teorico.

Basti solo pensare che Vorticismo deriva da "Vortex", termine coniato alla fine del 1913 dal Pound, per descrivere la massima energia che lui e i suoi colleghi desideravano suscitare nell'avanguardia letteraria e artistica londinese. Ma non a caso lo aveva preso in prestito da un'affermazione di Umberto Boccioni. La mostra, poi, diventa il primo ambizioso tentativo di ricostruire le tre mostre vorticiste, organizzate durante la prima guerra mondiale, che contribuirono a far conoscere a un pubblico anglo-americano l'estetica radicale del gruppo. Quella alla Doré Gallery di Londra nel 1915, al Penguin Club di New York nel gennaio del 1917, e la mostra di Vortographs, fotografie vorticiste, al Camera Club di Londra nel febbraio del 1917. Epilogo sulle due edizioni di Blast con un focus sulla parentesi letteraria e la produzione artistica ad essa collegate, proponendo la produzione di Lewis e le stampe di Wadsworth. 


Notizie utili - "I Vorticisti: artisti ribelli a Londra e New York,  1914  -  1918", dal 29 gennaio al 15 maggio, 2011, Peggy Guggenheim Collection, Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701, Venezia.

Orari: 10 -  18, chiuso il martedì.
Ingresso: Intero €12; ridotto €10
Informazioni: tel. 041-2405440/419
Catalogo: edito da Tate Publishing in italiano e inglese

martedì 8 febbraio 2011

ArteFiera: così Bologna diventa capitale del contemporaneo

Mostre, installazioni, 200 gallerie e l'intera città coinvolta da big e nuovi talenti. fra nomi storici e debuttanti l'obiettivo è portare alla ribalta gli italiani sottovalutati

SI POTREBBE partire da un’elementare valutazione economica per questa trentacinquesima edizione di ArteFiera di Bologna, aperta fino al 31 gennaio, con 200 gallerie distribuite su quindicimila metri quadrati, e iniziative editoriali, la quinta edizione del Premio dedicato ad artisti Under 30 promosso da Euromobil, il Premio Furla, sempre a sotegno dei giovani italiani, giunto all’ottava edizione. Si aggiunga il coinvolgimento dell’intera città con “Se un giorno d’inverno un viaggiatore...”, titolo calviniano per un percorso attraverso 15 sedi che ospitano installazioni, interventi, performances di artisti internazionali. Percorso curato da Julia Draganovic, e integrato dalle mostre allestite nelle gallerie d’arte della città. Intanto, al Mambo -Museo d’Arte Moderna di Bologna, si apre la personale di Matthew Day Jackson, emergente americano, mentre viene proposto un nuovo allestimento delle collezioni e prosegue la mostra dedicata a Pier Paolo Calzolari, nome di spicco dell’Arte Povera, ad integrazione di quella presentata alla Galleria de’ Foscherari.

QUESTO, in estrema sintesi, il panorama delle manifestazioni che fanno di Bologna, nei giorni di ArteFiera, una meta quasi imperdibile per addetti ai lavori e soprattutto per un pubblico di cultori e collezionisti dell’arte che si può già stimare di alcune decina di migliaia di persone, per la maggior parte non bolognesi. Tradotto in termini contabili, una “movimentazione” economica enorme, che riguarda i più diversi settori, dai trasporti agli alberghi alla ristorazione e alle più diverse categorie di esercenti. Basterebbe questo per comprendere che le manifestazioni artistiche hanno una rilevanza economica enorme.

E VENIAMO a quanto offre ArteFiera, tradizionalmente la prima dell’anno, e ormai da molte edizioni la prima in Italia anche come importanza, grazie anche agli aggiustamenti apportati dalla direttrice Silvia Evangelisti cui spetta il merito di aver dato alla manifestazione una fisionomia internazionale e un credito confermato dalla presenza di diverse gallerie non italiane. Suddivisa in tre aree, quella riservata agli artisti per così dire storici, un’ altra più proiettata sul contemporaneo, quindi lo spazio dedicato alle giovani gallerie, aperte da non più di cinque anni, il panorama artistico che offre è dunque estremamente vario. Non ci si può aspettare la rivelazione di novità eclatanti, visto che da molto tempo, ormai, non se ne scorgono su scala planetaria. Né possono considerarsi tali le varie presenze cinesi o africane, per ricordare i casi più noti, di artisti in buona parte felicemente appigionati a New York, Londra, Berlino.


MA NON mancano artisti poco o nulla conosciuti, con opere davvero sorprendenti. Com’è il caso, ad esempio, di Jorge Mayet, con casette o massi fluttuanti a mezz’aria, e un paesaggio erboso tutto in nero, con un alberello spoglio e al suolo luminose foglie autunnali rosse e gialle. O un leight box di Raffaella Mariniello, con una stanza invasa da libri e pagine sciolte che si volatilizzano. E diversi altri sarebbero naturalmente i nomi da segnalare fra quelli non ancora acclarati come protagonisti.

MA C’È un altro aspetto di questa edizione che merita d’essere rilevato. A ragione l’Evangelisti ha posto l’accento sull’arte italiana da riscoprire anche in termini di quotazioni. Non si parla di figure internazionalmente riconosciute ormai da tempo - da Fontana e Burri, ai “poveristi”, per dire - ma di non pochi artisti storicizzati che ancora stentano ad ottenere un’adeguata attenzione, e non solo fuori dall’Italia. Qualche nome? Moreni, Morlotti, Licini, per citarne solo alcuni. Con quotazioni ancora abbordabili, se confrontate con le cifre iperboliche spuntate nelle aste da star internazionali. Quanto alle offerte di ArteFiera, ce ne sono per tutti i gusti e anche per tutte le tasche: da poche centinaia di Euro per multipli di giovani, al milione e passa per i più noti big. 
 
FONTE: Claudio Spadoni (quotidiano.net)

venerdì 4 febbraio 2011

Quando il punk incontra le arti visive a Roma l'epopea di Patty, Iggy & co

All'Accademia di Francia una grande mostra racconta il movimento punk attraverso le arti visive. Con 550 oggetti d'autore, sfilano le provocazioni dai Sex Pistols ai Joy Division. Con la sorpresa inedita dei Bazooka, collettivo francese che ha firmato copertine per Iggy Pop e Patti Smith


Dal primo exploit televisivo dei Sex Pistols quando interpretano "Anarchy in the U. K." per la trasmissione So it goes di Anthony Wilson su Granada Television il 28 agosto del 1976, al primo passaggio dei Joy Division sulla BBC nel 1979. E' tra questi due eventi che si dipana la mostra "EuroPunk. La cultura visiva punk in Europa, 1976-1980" che va in scena dal 21 gennaio al 20 marzo all'Accademia di Francia Villa Medici, sotto la cura del direttore Éric de Chassey con la collaborazione di Fabrice Stroun, del Mamco di Ginevra, dove sbarcherà nell'estate 2011. Nonostante epilogo e prologo di questo racconto convergano sui portentosi protagonisti della scena musicale, la rassegna fa un'operazione più fine, indagando, anche in terre d'oltremanica tra Francia, Germania, Italia, Svizzera e Olanda, la prorompente cultura visiva che ha veicolato l'immaginario estetico del movimento punk che ha stupito, scandalizzato e travolto milioni di giovani. 

Al centro dell'attenzione critica sfilano, infatti, tutte quelle immagini inventate con chiassosa irriverenza, animalesca energia e gongolante provocazione per personaggi come Patti Smith, Clash e Iggy Pop, da parte di graphic designer, illustratori e artisti "agitatori". Come Jamie Reid, cui si devono le copertine dei dischi, manifesti o volantini dei Sex Pistols, dove spicca la celebre immagine della regina Elisabetta con gli occhi e la bocca coperti dal nome della band di Sid Vicious e dal titolo della canzone cult "God Save the Queen". O come Malcolm McLaren, ideatore, manager e deus ex machina estetico della mitica band, per non parlare di Vivienne Westwood stilista dall'estro visionario. "Non ci può essere una storia del punk che faccia a meno delle immagini  -  dichiara Éric de Chassey - Questo movimento non è mai rientrato nel campo dell'arte pure essendo una cosa diversa dall'industria culturale, si è persino rifiutato di essere dell'arte dimostrando però un'ambizione caratteristica dell'arte più alta, cioè cambiare la vita. Se vi è una specificità del punk in tutte le sue manifestazioni, è proprio questa, la volontà di cambiare il mondo". 

A dimostrarlo, allora, più di 550 oggetti d'arte riuniti per la prima volta, tra pezzi assai noti, e inediti dove si trovano abiti, fanzine, poster, volantini, disegni e collages, oltre a copertine di dischi e filmati, provenienti da collezioni private e pubbliche. Con la prospettiva che ne deriva che il punk non si limita solo ad essere un'esperienza culturale e creativa del Regno Unito. "L'unico equivalente alla potenza della cultura visiva dei Sex Pistols risiede nelle produzioni del gruppo Bazooka", avverte de Chassey, aprendo un capitolo insolito sul team francese costituito da Olivia Clavel, Lulu Larsen, Kiki Picasso, Loulou Picasso, Ti-5 Dur, Bernard Vidal e Jean Rouzaud rimasto anonimo per molto tempo e scovato dopo una lunga ricerca attraverso l'Europa. "Il gruppo nacque da una comunità d'interessi e di usi raggruppando principalmente studenti dello stesso atelier della Scuola delle Belle Arti di Parigi  -  racconta il curatore - Il modo in cui funziona questa associazione è quindi molto simile a quello di un gruppo musicale, anche se non ha mai realizzato né un disco né un concerto, serbando la propria energia per la creazione di immagini. Invece di suonare, questo gruppo gioca con le immagini, in un quadro di produzione molto simile al fumetto". 

Ne vengono fuori, infatti, pubblicazione in formato rivista, bollettini fotocopiati poi supporti di grande diffusione, caselle spesso successive, paginoni con un misto di immagini e di testi. In poche parole una forma visiva che trova nella stampa un  suo mezzo privilegiato. E da Jamie Reid ai Bazooka, l'estetica punk passa per una creatività agguerrita. C'è il gioco delle provocazioni (dagli errori d'ortografia all'iconografiche tra pornografia o apologia delle droghe dure). E c'è l'uso di riferimenti politici contraddittori (come quando nel 1977 la sigla Bazook in cima alla falce e al martello compare sulle pagine di Libération, e la bottega Seditionaries di Malcolm McLaren e di Vivienne Westwood griffa la camicia spesso indossata in concerto da Glen Matlock, con slogan come "Only Anarchists are pretty"). 

Notizie utili - "EuroPunk. La cultura visiva punk in Europa, 1976-1980", dal 21 gennaio al 20 marzo, Accademia di Francia - Villa Medici, viale Trinità dei Monti 1, Roma.
Orari: martedì-domenica 10.45-13, 14-19, giovedì fino alle 23.
Ingresso: intero €9, ridotto €7 (mostra + visita guidata dei giardini).
Informazioni: 06-67611, www.villamedici.it 2
Catalogo: Drago

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)